L’artista deve far credere alla posterità che egli non sia mai vissuto. Questa era l’idea di Flaubert, mica come oggi dove sono tutti a mettersi in mostra a destra e a manca, allo Strega o da Fazio…

Perché a contare ci saranno solo le opere, e l’immenso Proust non la pensava diversamente, ci scrisse anche un saggio: il famoso Contro Sainte-Beuve(1) (Sainte Beuve era un critico che per capire un romanzo doveva prima leggere la biografia dell’autore).

Se si chiedesse all’uomo della strada di associare una qualsiasi dipendenza al mestiere dello scrittore, molti indicherebbero subito e senza esitazione l’alcolismo. In effetti il connubio tra alcol e scrittura è stato mostrato come così frequente e così serrato da far superare a quest’idea i confini del semplice stereotipo fino a fargli quasi ottenere il rango di topos. 

Anche perché la vita degli scrittori è sempre molto incasinata, una ragnatela di ossessioni, nevrosi e amori disperati che porterebbero qualsiasi psichiatra a uscire di testa. In questi giorni, sugli amori e le ossessioni dei grandi scrittori, esce tra l’altro un libro di Cesare Catà, Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori (edito da Aguaplano), a dimostrare che la vita non servirà a comprendere l’opera ma l’opera condiziona la vita di chi l’ha scritta. 

Da Hesse a Arthur Rimbaud, dalla Woolf a Sylvia Plath, da Pasolini a Kafka, Gustave Flaubert, Marcel Proust, da Kerouac a Borges, gli esempi sono tantissimi ma chi più ne ha più ne metta. 

In effetti questa considerazione è suffragata da un discreto numero di prove materiali, a partire dagli autori del Decadentismo (inclusi i famosi poeti maledetti): Edgar Allan Poe, che sull’alcolismo scrisse il racconto L’Angelo del Bizzarro, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, per non parlare di Charles Baudelaire, noto per l’uso di oppiacei, oltre aver dedicato al vino la terza sezione della sua più celebre opera poetica, I Fiori del Male. Questa singolarità della poetica di Charles Baudelaire ci consente di comprendere con maggior chiarezza il posto che il vino – e quindi per estensione la dipendenza dall’alcol in generale – occupava nella mentalità degli autori decadenti. Il Vino de I Fiori del Male è la prima di quattro sezioni (le altre sono Fiori del Male, Rivolta e Morte) in cui Baudelaire rappresenta un particolare tentativo di evasione dalla vita sociale, pertanto Il Vino rappresenta, per dirla con le parole dello studioso Gabrio Pieranti, «il tentativo del poeta di trovare rifugio nell’alienazione dei paradisi artificiali della droga e dell’ebbrezza alcolica, scoprendo, però, quanto effimeri essi siano, capaci di donare soltanto una breve illusione di libertà per lasciare al risveglio il posto alla desolazione».

Così per scrivere la Recherche, per esempio, è necessario chiudersi in una stanza rivestita di sughero per un ventennio, lavorare di notte e far decontaminare gli ospiti da ogni agente esterno (Proust era malato d’asma), non lasciando entrare neppure la donna delle pulizie, con la polvere che si accumula sui mobili in grossi bioccoli che sembrano dei cincillà. L’amore? Il Narratore si strugge per Albertine, lo scrittore si strugge per uomini, l’ormai famoso Alfred Agostinelli(2), ma chiude in tronco ogni rapporto dopo diciotto mesi (durata massima della passione secondo Proust).

Un simile, forte influsso l’alcolismo lo esercitò anche sulla Scapigliatura(3) e falciò molti dei suoi esponenti, come il poeta Emilio Praga. Anche il buon Giovanni Pascoli ha tutto il diritto di essere annotato in questa poco lusinghiera lista: se è indubbio che Pascoli non fosse un alcolizzato è altrettanto indubbio il suo amore per la bottiglia, difatti si presume che la causa della sua morte – a 57 anni – sia stata una cirrosi epatica. A ulteriore conferma del fatto che al poeta facesse piacere un bicchierino (o più) tra un componimento e l’altro, c’è la presenza nel giardino all’italiana della sua villa di Massa, tutto siepi e viottoli, di diversi tavolini marmorei dove Pascoli aveva piacere di dissetarsi, magari in compagnia di amici.

In ogni caso tra i più sfigati, nell’accezione attuale del termine, c’è Giacomo Leopardi, single a vita per forza (ma cosa sarebbe della poesia disperata di Leopardi se avesse messo su famiglia? Silvia rimembri ancor quando cambiavamo i pannolini ai nostri bambini?), a parte la coppia formata con l’amato amico Ranieri (ci sarà mai stato qualcosa di fisico tra loro?), tale e quale come nelle sue poesie, con l’unica vera passione carnale per i gelati, che a Napoli, per via del colera, gli costerà la vita (sarà da qui che viene il detto «vedi Napoli e poi muori»?). D’altra parte è difficile vedere l’infinito come lo vedeva Leopardi e avere una relazione normale con una persona finita.

Tuttavia la fama dell’alcolismo (o comunque una forte dipendenza dall’alcol) come compagno della scrittura è dovuta in gran parte al Novecento, soprattutto agli autori dell’area anglo-americana: James Joyce, Francis Scott Fitzgerald, Charles Bukowsky, William Faulkner (che però, a differenza di molti suoi colleghi, non beveva né durante la scrittura dei suoi libri né durante la loro elaborazione), Jack Kerouac (morto di cirrosi epatica), Dorothy Parker, Dylan Thomas, Tennessee Williams, le cui capacità di narratore furono irrimediabilmente corrotte dal bere, Raymond Chandler, Jack London. 

Come per Søren Kierkegaard, filosofo del malessere esistenziale, che come ricorda Catà si innamorò di Regine Olsen(4), e a differenza dei sogni poetici di Leopardi era un amore perfino corrisposto, ma la lasciò di punto in bianco senza dare alcuna spiegazione. Il problema era l’ossessione per l’assoluto, l’inconciliabilità tra la finitezza della vita e la sconfinatezza dell’amore: «la ama troppo per accettare di vivere una singola vita con lei. Vorrebbe amarla nell’infinito». Lei, per essere all’altezza di un filosofo così straziante, tenta il suicidio (il mondo della letteratura è costellato di suicidi tentati o riusciti). Tuttavia, essendo una donna, si rifà presto una vita con un altro a Copenaghen, e lui ne muore, nel vero senso della parola.

Vita amorosa più movimentata quella di Ernest Hemingway, uno sciupafemmine, altro che Leopardi e Kierkegaard: non era ghiotto di gelati ma di gin, e nel gin affogherà il rimpianto di un amore mai vissuto, quello per Agnes von Kurowsky(5), incontrata al bar (e dove sennò?) che però poi sposerà un medico napoletano (in qualsiasi storia prima o poi si finisce a Napoli). Riguardo al gin, se volete fare come Hemingway, mai con il ghiaccio, è per uomini deboli, smidollati. A un cameriere risponde: «Nella scorsa guerra, ragazzo, io ho ammazzato a sangue freddo 122 tedeschi, ti sembro un tipo che beve alcolici con ghiaccio?». A Ernest Hemingway viene attribuita il famoso motto: «write drunk, edit sober» (scrivi da ubriaco modifica da sobrio).

A proposito di gin, ne beveva a litri Truman Capote, che creava solo disteso sul letto con una sigaretta e un caffè ma non sopportava di vedere più di tre sigarette in un posacenere (era pure superstizioso, non poteva mai iniziare o finire un romanzo di venerdì). Fece la stessa fine di Kerouac.

Ma gli scrittori sono sempre sbronzi o fatti di qualcosa? Spesso, ma non sempre sono droghe. Meno nota è la dipendenza dalle mele come Friedrich Schiller, e non per mangiarle: le lasciava marcire perché la puzza ispirava i suoi versi. Sempre meglio di J.D. Salinger, che si dice bevesse la propria urina (a fini terapeutici).

Virginia Woolf (nata Stephen) è la scrittrice paladina delle lesbiche (pur sposata, diciamo felicemente, con l’adorato Leonard, dal quale prenderà anche il cognome), ma dovrebbe esserlo anche per le anoressiche: il suo rapporto con il cibo era molto problematico. Ghiottissima, forse più di Leopardi, attribuiva al mangiare la causa delle sue sofferenze esistenziali (però non come Marguerite Yourcenar, antesignana piuttosto del pensiero vegano: «mangiare la carne è digerire l’agonia altrui»). In realtà odiava i grassi quanto Anna Wintour di Vogue America, ma una volta ricoverata sembra guarire: «Non intendo fare più scene disgustose per mangiare. Non mi importa quanto mangio pur di andare avanti così. Le voci che credevo mi facessero impazzire pensavo fossero dovute all’eccesso di cibo, ma non è così perché continuo a ingozzarmi, eppure non le sento più. Ora in clinica bevo cioccolata e mangio biscotti e caffè cattivo». Dall’anoressia si convince quindi del contrario, passando da un eccesso all’altro: più si pesa, meglio si sta. All’amico Jacques Raverat (pittore francese) scrive: «Sono contenta che tu sia grasso; perché allora sei cordiale, generoso e creativo. Trovo che se non peso 60 chili sento le voci e ho le visioni, e non riesco a scrivere né a dormire». Tuttavia mettere su chili non la salverà dalla depressione e dal suicidio (il 28 marzo del 1941 si riempie le tasche di pietre per andare a fondo nel fiume Ouse), e d’altra parte le ossessioni di uno scrittore sono spesso così devastanti che neppure l’alcol è stato capace di impedire il suicidio a un vitalista sfegatato come Hemingway. Alla fine, tra tutti, l’unico che nelle sue tremende ossessioni cosmiche voleva vivere e non ha mai pensato al suicidio, al contrario di quanto si possa pensare, è proprio Leopardi.

Giunti alla fine di questa lunga e desolante lista non può che sorgere una domanda: perché? C’entra forse il fatto che, in quanto artisti, gli scrittori abbiano un animo più sensibile, la cui disperazione può essere silenziata solo con l’uso di alcol o sostanze stupefacenti, andando quindi a creare una dipendenza da queste? Quindi, riassumendo in poche parole: è vero che esiste un legame tra alcolismo e scrittura? Per rispondere al quesito non ci sono parole migliori di quelle di Stephen King. Com’è noto, anche King ha avuto il suo lungo trascorso di dipendenze, che tuttavia è riuscito non solo a dominare e superare, ma anche, coraggiosamente, a raccontare nella prima parte – Curriculum Vitae – della sua autobiografia On Writing – Autobiografia di un mestiere (chi ce l’ha la consulti, chi non ce l’ha la comperi), di cui riporto ampi stralci: «Gli alcolisti costruiscono difese come gli olandesi costruiscono dighe. Io passai i primi dodici anni circa della mia vita coniugale assicurando a me stesso che “mi piaceva semplicemente bere”. Avevo anche sposato la celebre Difesa Hemingway […]: come scrittore, sono una persona molto sensibile, ma sono anche un uomo, e i veri uomini non cedono alla loro sensibilità. […]. Pertanto bevo. Altrimenti come potrei affrontare l’orrore esistenziale e continuare a lavorare? E poi, andiamo, lo reggo bene. Un vero uomo lo regge sempre. Poi, nei primi Anni Ottanta, nel Maine entrò in vigore una legge sui vuoti e le lattine riciclabili. Invece di finire nell’immondizia generica, le mie lattine di Miller Lite […] cominciavano a finire in un contenitore di plastica che tenevamo nel box. Un giovedì sera uscii a gettare via qualche cadavere e vidi che il contenitore, svuotato solo il lunedì sera, era quasi pieno. E siccome io ero l’unico in casa a bere Miller Lite… «Cazzo, sono un alcolista, pensai, e non udii nella testa nessuna voce che dissentisse […]. Nel 1985 avevo aggiunto alla mia dipendenza dall’alcol quella dalla droga […]. Alla fine a farmi decidere fu Annie Wilks, l’infermiera psicopatica di Misery. Annie era la coca, Annie era l’alcol, e decisi che ero stanco di essere lo schiavo-scrivano di Annie. Temevo che avrei smesso di scrivere se avessi smesso di bere e di drogarmi, ma conclusi […] che avrei rinunciato a scrivere per conservare il mio matrimonio e veder crescere i bambini. […]. Non fu così, naturalmente. L’idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle più grandi mistificazioni pop-intellettuali del nostro tempo. […]. Lo scrittore tossicodipendente è nient’altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. […]. Non importa se sei James Jones, John Cheever o un barbone avvinazzato che russa alla Penn Station […]. Hemigway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all’alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada».

 

NOTE

(1) Tra il 1908 e il 1909 Proust si mette al lavoro su più progetti letterari. I critici distinguono due filoni che s’intrecciano: uno è quello che viene chiamato Contre Sainte-Beuve (che Proust ad un certo punto abbandona) e l’altro è quello che diventerà la Recherche.

(2) Alfred Agostinelli (1888-1914), dattilografo e autista di Proust, ebbe una relazione con lo scrittore, pur avendo relazioni anche con donne. Sul rapporto fra lui e Proust, fatto in parte di gelosia ossessiva (da parte di Proust), si basa una parte del rapporto fra l’io narrante del romanzo e Albertine. Agostinelli morì pilotando un aereo. Proust aveva prenotato per lui un corso di volo e ordinato un aereo che però non poté essere donato. 

(3) La Scapigliatura fu un movimento artistico e letterario sviluppatosi nell’Italia settentrionale a partire dagli anni sessanta dell’Ottocento; ebbe il suo epicentro a Milano e si andò poi affermando in tutta la penisola. Il termine fu proposto per la prima volta da Cletto Arrighi (pseudonimo di Carlo Righetti) nel suo romanzo “La Scapigliatura e il 6 febbraio” del 1862, ed è la libera traduzione del termine francese bohème (vita da zingari), che si riferiva alla vita disordinata e anticonformista degli artisti parigini descritta nel romanzo di Henri Murger Scènes de la vie de bohème (1847-1849). Contro il romanticismo italiano maggioritario (Manzoni, Berchet, D’Azeglio), recuperarono le suggestioni del romanticismo straniero e diffusero il gusto del naturalismo francese nascente e del maledettismo alla Baudelaire, anticipando verismo e decadentismo.

(4) Regine Olsen, conosciuta dal 1847 come Schlegel (1822-1904), è stata una donna danese, nota per essere stata fidanzata del filosofo Søren Kierkegaard.

(5) Agnes von Kurowsky Stanfield (1892-1984). È stata un infermiera americana che ha ispirato il personaggio “Catherine Barkley” per Ernest Hemingway in Addio alle armi. Kurowsky ha lavorato come infermiera in un ospedale della Croce Rossa americana a Milano durante la prima guerra mondiale. Uno dei suoi pazienti era il diciannovenne Hemingway, che si innamorò di lei.

fonte Wikipedia.

BIBLIOGRAFIA

  Cesare Catà, Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori, Editore: Aguaplano (31 marzo 2017)

  Stephen King, On writing. Autobiografia di un mestiere Copertina flessibile – 10 ott 2017. 

 

Articolo analogo pubblicato: “ALLA RICERCA DEL PIACERE PERDUTO… tra un foglio e l’altro.” https://wp.me/p8sOeY-1IU

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2 Commenti

  1. Liviano

    28 ottobre 2018 a 18:26

    E’ sembre divertente leggerti. Cin cin!

    rispondere

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