Infanzia, memoria, assenza. Quando il ricordo diventa racconto.

«La carezza della sera»

Un’infanzia cercata nel buio, tra protezione perduta e desiderio di altrove

Redazione Inchiostronero

La carezza della sera

racconto

La sera arrivava sempre nello stesso modo, come una mano che scendeva piano sulle cose. La chiamavo, senza saperlo, la carezza della sera. Quando sentivo le voci di mio padre dimenticavo i giochi e correvo nel giardino. Mi nascondevo, ma non volevo davvero sparire. Volevo essere trovato. Essere cercato. Essere visto.

Allora il mondo aveva un ordine semplice. L’assenza era breve, un gioco, non una ferita. L’ombra non faceva paura. Era solo un luogo dove trattenere il respiro.

Poi veniva il letto. La luce che si spegneva. Mia madre che usciva piano. Io restavo solo. Avevo paura, ma non chiedevo a nessuno: rimani un po’. Imparavo presto che il distacco è inevitabile, che ci sono silenzi a cui bisogna abituarsi. Era il primo addestramento alla solitudine.

C’era però qualcosa che non capivo. Quell’ombra negli occhi di mia madre. Non sapevo darle un nome, ma la sentivo. Qualcosa mancava. Qualcuno mancava. Lei diventava lo specchio di un’assenza più grande, e io restavo a pensarci, senza parole.

Ora che sono cresciuto, mi accorgo che quella è stata una ferita dolce, di quelle che non sanguinano ma accompagnano tutta la vita. Non so più cosa mi manchi davvero. La sicurezza dell’essere visto o la voglia di andare via di là, verso un altrove che prometteva risposte.

Forse crescere significa proprio questo: perdere entrambe le cose. E continuare a camminare con una nostalgia che non chiede di tornare indietro, ma solo di ricordare che, una volta, qualcuno ci cercava nel buio.

 

INTERPRETAZIONE DEL RACCONTO (E DEL BRANO)

La canzone Quella carezza della sera, dei New Trolls, è una meditazione intima sul tempo perduto, sulla frattura silenziosa tra l’infanzia e l’età adulta. Non racconta una storia lineare, ma una memoria emotiva, fatta di frammenti, sensazioni, luci che si spengono lentamente.

L’infanzia come luogo protetto

La prima parte è immersa in una dimensione quasi sacrale. Il ritorno del padre, il gioco del nascondersi nel giardino, la sera che scende come una mano gentile.
La “carezza” non è solo un gesto fisico: è la sicurezza dell’essere visti, cercati, attesi. Il padre che gioca a cercare il figlio rappresenta un mondo ordinato, dove l’assenza è temporanea e l’ombra non fa paura.

La solitudine notturna

Il momento del letto segna una soglia. La luce si spegne, la madre se ne va, e resta la paura.
Colpisce una frase semplice e potentissima:

«Ma non chiedevo a nessuno, rimani un po’».

Qui nasce il primo silenzio vero: il bambino non osa chiedere, impara presto che il distacco è inevitabile. È il primo addestramento alla solitudine.

L’ombra negli occhi della madre

Il centro emotivo della canzone è questa immagine:

«Che cos’era quell’ombra negli occhi suoi».

Il bambino non comprende, ma percepisce. Qualcosa manca. Qualcuno manca.
La madre diventa specchio di un’assenza più grande, forse un lutto, forse una separazione, forse una stanchezza esistenziale. La canzone non chiarisce, e proprio per questo è universale.

La nostalgia adulta

Il ritornello non è un semplice rimpianto, ma una confessione di smarrimento:
non si sa più cosa manchi davvero.
La carezza della sera, simbolo della protezione perduta,
o la voglia di avventura, che è il desiderio di fuggire da quella stessa protezione.

Qui sta il nodo filosofico del brano:
crescendo, perdiamo entrambe le cose.
La sicurezza dell’infanzia e l’illusione che l’altrove sia una risposta.

Il senso profondo

Questa canzone non idealizza il passato, lo interroga.
Chiede se la nostalgia sia per ciò che eravamo o per ciò che credevamo possibile.
La “voglia di andare via di là” non è solo partire: è cercare un luogo che forse non esiste più, se mai è esistito.

In definitiva, Quella carezza della sera parla di una ferita dolce, di quelle che non sanguinano ma accompagnano tutta la vita. Non chiede di tornare indietro. Chiede solo di ricordare che, una volta, qualcuno ci cercava nel buio.

NOTA DELL’AUTORE

Questo racconto nasce da un ascolto reiterato nel tempo. Quella carezza della sera non è stata per me soltanto una canzone, ma una soglia emotiva: qualcosa che, riascoltata negli anni, ha continuato a restituire significati diversi, sempre più profondi.

Ho cercato di non “spiegare” il brano, ma di abitarlo. Di lasciare che le sue immagini sedimentassero fino a diventare memoria narrativa. Il risultato non è un’interpretazione definitiva, ma un attraversamento personale: l’infanzia come luogo protetto, la scoperta silenziosa dell’assenza, e quella nostalgia adulta che non chiede di tornare indietro, ma di capire.

Scrivere questo testo ha significato riconoscere che alcune ferite non fanno male, e proprio per questo durano. E che, forse, ciò che cerchiamo per tutta la vita non è l’avventura promessa dall’altrove, ma la certezza di essere stati, almeno una volta, cercati nel buio.

La Redazione

 

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