Bogotá non sarà forse una delle città più “letterarie” del mondo, ma certamente la vicenda ambientata da Melba Escobar nella capitale colombiana vi terrà incollati al suo romanzo fino all’ultima pagina.

Si tratta di un avvincente romanzo classificabile come poliziesco, ma con tratti originali, ambientato in un salone di bellezza, che offre, nello stesso tempo, il ritratto amaro, spietato e impietoso di una società violenta e corrotta, descritta con estrema lucidità. Con questo romanzo, Melba Escobar si conferma straordinaria e originale voce della letteratura latino-americana contemporanea.

La Casa della bellezza si trova nell’esclusiva Zona Rosa di Bogotà e Karen Valdés – madre single, che si è trasferita da Cartagena, dove ha lasciato il figlio di quattro anni con la nonna per cercare un lavoro che le possa offrire migliori prospettive economiche – è una delle sue estetiste più brave e richieste.

Come le ha spiegato la proprietaria, doña Josefina, durante il colloquio di lavoro: “La Casa della bellezza e la mia famiglia sono tutto ciò che ho. Proprio per questo, sono esigente e non faccio concessioni di alcun tipo. […] Questo è un buon posto per donne serie e discrete, disposte a lavorare dodici ore al giorno, che facciano bene il proprio mestiere e capiscano che la bellezza richiede una professionalità assoluta. Considerando che è una ragazza garbata, sono sicura che potrebbe trovarsi molto bene qui. Lo vedrà: le clienti possono essere ricche, alcune ricchissime, ma spesso sono tremendamente insicure della propria femminilità. Abbiamo tutte paura e, man mano che iniziamo a invecchiare, quella paura aumenta. Per questo, nella Casa dobbiamo essere eccellenti nel nostro lavoro, anche accoglienti, comprensive, dobbiamo sapere ascoltare”.

Le regole sono chiare: mai prendere un’iniziativa, chiedere mance o favori alle clienti, pena il licenziamento. Lo stesso vale per chi risponde al cellulare, si assenta senza autorizzazione, o porta via uno strumento qualunque.

Il lavoro di Karen, la regina della cabina numero tre, dove si occupa di pulizia del viso, è dunque più simile a quello dell’analista o del prete: “Il lettino è come quello dello psicanalista. Un luogo dove la donna stende il suo corpo indifeso, in un gesto di resa. […] Per quindici minuti, mezz’ora, forse di più, sarà isolata dal mondo, collegata solo al proprio corpo, al silenzio e, spesso, a un’intima conversazione, in cui pian piano spuntano confidenze, spesso segreti che non sono mai stati rivelati nemmeno alle persone più care”.

Sabrina Guzmán arriva un giovedì, sotto il diluvio universale, appena mezz’ora prima della chiusura. Indossa la sua uniforme scolastica e ha l’alito che sa di grappa. Il fidanzato se n’è andato già due volte senza farle l’onore di portarsela a letto perché lei “non è liscia come una mela”.

Le goccioline di sangue lasciate sul telo dopo la depilazione sono un’oscura premonizione: quando, un paio di giorni dopo, viene ritrovato il corpo senza vita della diciassettenne – una morte archiviata come suicidio –, a Karen, che è stata l’ultima persona a vederla viva, torna in mente il nome dell’amante della ragazza.

Un nome che anche la madre di Sabrina vorrebbe conoscere, mentre altri sono disposti a tutto perché non venga mai rivelato.

Solo i genitori cercano risposte, ma non è facile ottenere giustizia in un paese dove tutti, giudici compresi, sembrano voler nascondere o, quanto meno ignorare, la verità.

La vicenda centrale viene ripresa all’interno dei quarantuno capitoli senza rispettare l’ordine strettamente cronologico ed è narrata da diversi punti di vista, tutti femminili: l’autrice passa infatti con disinvoltura dalla prima persona – quella della “rinomata” psicoanalista Claire Dalvard, che molto conosce di questa storia, o della sua amica Lucía Estrada, moglie tradita che scrive libri di successo firmati dal marito Eduardo Ramelli – ad una sorta di onnisciente terza persona che spesso si rivela essere proprio Claire.

Sono queste donne a tessere i fili di una trama di violenza e povertà, vanità e degrado che, mettendo in luce il coinvolgimento di politici corrotti, falsi scrittori, piccoli delinquenti, stupratori e affaristi con interessi nella sanità, svelerà i collegamenti tra persone ed eventi.

Bogotá è anch’essa una delle protagoniste del romanzo: oltre a rendere evidente il forte divario fra uomini e donne, come fra donne di diversa estrazione sociale – lo squallore della vita di tutti, dai privilegiati agli oppressi – essa esercita su Karen, sui suoi progetti e sulle sue scelte, un’influenza determinante: travolta dalle circostanze e marchiata, suo malgrado, come colpevole, dopo uno straordinario colpo di scena finale, sarà lei stessa a raccontare la sua storia, anche se forse questo non servirà a salvarla.

 

La trama del romanzo

La Casa della bellezza è un centro estetico di lusso nell’esclusiva Zona Rosa di Bogotà, e Karen una delle sue estetiste più richieste. Ma Karen – che viene da Cartagena, dove ha lasciato un bimbo di quattro anni in cerca di una vita migliore per entrambi – non è solo molto brava a fare manicure, cerette e massaggi. Le sue clienti – psicoanaliste, mogli di politici influenti, personalità televisive – si confidano con lei, le raccontano di weekend a Miami e divorzi, le rivelano segreti intimi. E Karen ha bisogno di soldi, molti più soldi di quelli che guadagna alla Casa della bellezza. Un giorno, una ragazza molto giovane si presenta alla sua cabina con indosso l’uniforme della scuola. È emozionata, forse ha bevuto. Il giorno dopo viene trovata morta. E Karen è l’ultima ad averla vista viva, e a sapere chi doveva incontrare.

 

Come inizia

 

LA CASA DELLA BELLEZZA

Yvuela, vuela, por otro rumbo,

y sueña, sueña, que el mundo es tuyo. [1]

LOS DIABLITOS, Hoja en blanco

 

1

 

   Odio le unghie finte di colori stravaganti, i capelli biondi tinti, le camicie di seta fredda e gli orecchini di brillanti alle quattro del pomeriggio. Oggi come non mai certe donne sembrano travestiti o prostitute mascherate da buone mogli.

   Odio il profumo eccessivo di queste donne incipriate al punto di sembrare scarafaggi in una panetteria; e poi, mi fa starnutire. Per non parlare dei loro accessori, di quegli smartphone con cover infantili, tipo fucsia con le paillette, o con imitazioni di pietre preziose e ridicoli pupazzetti. Odio tutto quello che queste donne non biodegradabili, con le sopracciglia depilate, rappresentano. Odio le loro voci stridule, impostate, come se fossero bamboline di quattro anni, piccole puttanelle della mala imbottigliate in corpi di plastica rigidi come i muscoli di un uomo. Mi sembra tutto molto confuso, queste donne-bambina-uomo mi turbano, mi sfiancano, mi fanno pensare a tutto quello che c’è di guasto e marcio in un paese come questo, in cui il valore di una donna è determinato dalla taglia del sedere, dalla perfezione dei seni e da quanto è fine il girovita. Odio anche quegli uomini sottosviluppati, ridotti alla loro versione più primitiva, sempre alla ricerca di una femmina da montare, da esibire come un trofeo, da ostentare o barattare per far bella mostra di sé con gli altri Neanderthal di turno. Ma così come odio questo universo mafioso che da più di trent’anni predomina nel gusto del paese, nella logica di bulli, politici, imprenditori e di quasi tutti quelli che hanno una minima relazione con il potere, odio anche le signore bene di Bogotá, tra le quali mi includo, ma da cui faccio di tutto per differenziarmi.

   Odio la loro abitudine di chiamare indios quelli che, secondo loro, appartengono a una classe sociale bassa. Odio quel bisogno di distinguere tra la formalità del «lei» e il colloquiale «tu», pretendendo di farsi dare del «lei» solo dal personale di servizio. Detesto il servilismo dei camerieri nei ristoranti, quando corrono affannati a servire i clienti e dicono «che cosa desidera, signore?», «sarà fatto, signore», «a sua disposizione, signore». Odio così tante cose e in così tanti modi, cose che mi sembrano ingiuste, stupide, arbitrarie e crudeli, e più di tutto odio me stessa perché faccio parte di questa realtà inevitabile.

   La mia è una storia come tante altre. Non vale la pena di entrare nel dettaglio. Forse basta dire che mio padre era un emigrante francese arrivato in questo paese grazie a una gara d’appalto per costruire una centrale siderurgica. Io e mio fratello siamo nati qui. E qui siamo cresciuti, come tanta gente della nostra classe sociale, comportandoci come stranieri e vivendo in un paese trincerato. Casa nella zona nord di Bogotá, un appartamento a Cartagena nella Città Vecchia, qualche estate a Parigi e un paio di vacanze alle Islas del Rosario. La mia vita non è stata molto diversa da quella che può aver avuto una ragazza di buona famiglia in Italia, Francia o Spagna. Ho imparato a mangiare aragosta fresca fin da bambina, a raccogliere ricci di mare; a ventun anni sapevo distinguere un vino di Bordeaux da uno della Borgogna, suonavo il piano, parlavo francese senza accento, conoscevo la storia del Vecchio Continente tanto quanto ignoravo quella della Colombia.

   Da che ho ricordi, abbiamo sempre dovuto preoccuparci di essere al sicuro. Sono bionda, ho gli occhi azzurri, un metro e settantacinque di statura, una combinazione sempre meno esotica qui in Colombia, ma che quando ero piccola era un vero asso nella manica per guadagnarsi l’affetto delle suore e il trattamento preferenziale delle compagne. Significava essere sempre al centro dell’attenzione o, secondo la paranoia di mio padre, a costante rischio di rapimento. Per fortuna, la nostra famiglia non è mai stata colpita, ma la ricchezza e i tratti anglosassoni hanno senz’altro contribuito al nostro isolamento. Anche se ultimamente tendo a pensare di essermi sempre raccontata questa storia per nascondere il fatto che in realtà sono un’esiliata volontaria, anima e corpo. Non importa quanto abbia viaggiato, mi sono sempre sentita da un’altra parte.

   Alla mia età, la malinconia fa parte del paesaggio interiore. Il mese scorso ho compiuto cinquantanove anni. Guardo al passato e a me stessa molto più di quanto non guardi al mondo esteriore. In gran parte per disinteresse, e perché non mi piace quello che trovo fuori. O probabilmente è la stessa cosa. Immagino che la mia nevrosi abbia a che fare con questo modo sordido che ho di interpretare la realtà che mi circonda, ma è inevitabile. Come direbbe Octavio Paz, questa è «la casa dello sguardo», la mia casa dello sguardo, e non ne ho altre. Accetto di essere classista per natura. Accetto, no, più che accettare, abbraccio tutto ciò che odio. Forse è questa la definizione di maturità.

   Quando ho lasciato il paese, le madri si preoccupavano ancora che le loro figlie non mostrassero le ginocchia, ora non si lascia niente all’immaginazione. Questa è un’altra delle cose che mi hanno stupito quando sono tornata. Mi sembrava che le tette di alcune donne mi inseguissero con un’insolenza quasi aggressiva. In ogni caso, non sono mai riuscita a adattarmi alla Colombia, e in Francia sono sempre stata una straniera.

   Più che andarmene per studiare, sono fuggita a Parigi. Lì sono stata a mio agio per molto tempo, mi sono sposata, ho avuto una figlia, ho fatto carriera, ma poi gli anni mi sono cresciuti addosso come spine e i ricordi si sono deformati nella mia memoria, fino al giorno in cui ho capito che era arrivato il momento di tornare. Divorziata, con cinquantasette aprili sulle spalle, una figlia di ventidue anni che studia alla Sorbona, ho dovuto inscatolare la mia vita in tre vecchie valigie e intraprendere la strada del ritorno senza di lei. Aline parla spagnolo con accento colombiano e fa un sacco di errori. È bella. Magra e altissima, e con una preferenza per le donne sugli uomini che ancora non è chiaro se sia definitiva o passeggera. Non mi preoccupa poi molto. Anche se so che se la poveretta vivesse a Bogotá dovrebbe preoccuparsene, o almeno sopportare il moralismo ipocrita, bullismo incluso. Le cose sono un po’ cambiate, questo è vero. Almeno adesso si vedono degli stranieri per le strade e ci sono delle persone che la pensano diversamente. Ma anche così, oltre alla mia amica Lucía Estrada, che ho rivisto dopo quasi vent’anni, sono abbastanza sola. Non che abbia bisogno di qualcuno, in realtà.

  

   COLOMBIA ES PASIÓN, recitava il cartello che mi ha accolta all’aeroporto. E l’altro giorno la stampa parlava di quindici morti in un massacro nel Sud del paese. Allo stesso tempo, quella passione è ciò che mi fa odiare con tanto fervore gli uni e gli altri. Le signore Urrutia, Pombo, MacAllister che mi invitano a prendere il tè o a pregare per qualche amica malata, o per gli undici bambini morti nell’ultimo crollo che ha avuto luogo nel Sud della città, dove non sono mai state. E allo stesso modo odio i portieri che godono a negare l’ingresso a chiunque, le scorte di sicurezza che si gettano nel traffico a tutta velocità, gli indigenti che staccano gli specchietti al semaforo. Solo il lavoro mi permette di riconciliarmi con il mio lato compassionevole, quello che non è ancora stato raggiunto dall’amarezza.

   All’inizio del 2013 ho trovato un bell’appartamento su calle 93, vicino al parco del Chicó. Una volta tornata in Colombia, ho rispolverato alcuni capitali azionari e sono riuscita a comprare non solo l’appartamento, ma anche un terreno a Guasca, dove vorrei costruire una casetta di montagna. Nell’appartamento ho installato lo studio e grazie alle mie credenziali ho trovato alcuni pazienti in poco tempo. Devo confessare che la maggior parte di loro mi sembra noiosa. Le loro paure sono così prevedibili, e anche i loro complessi, le loro censure ed elaborazioni. Tuttavia, in mancanza di altre distrazioni mi sono immersa nella terapia. Per fortuna, la città ha un’offerta culturale abbastanza ampia, quindi ogni tanto mi viene voglia di andare a un concerto o a qualche mostra, e mi sono tenuta due pomeriggi liberi a settimana. Alla fine, il guadagno di uno psicoanalista è più che sufficiente e, viste le mie condizioni e la mia età, non ho bisogno di lavorare troppo.

   Con il passare del tempo, ho iniziato a fare lunghe passeggiate. È impossibile andare in centro senza restare due ore bloccati nel traffico, quindi ho deciso di muovermi solo nelle vicinanze e solamente a piedi. In uno di questi giri ho scoperto un paio di nuove librerie, una pasticceria stupenda e un paio di boutique. Tuttavia, non avevo molta voglia di provarmi qualcosa, perché il mio corpo mi risulta sempre più sconosciuto. Spesso, il mio stesso volto nello specchio mi sorprende, le mie gambe nude sono una mappa improbabile, scolorita e dimenticata.

   È stato durante una di queste scampagnate per il quartiere che, curiosando tra le vetrine dell’avenida 82, ho finito per mangiarmi un tortino al cioccolato con un cappuccino alla pasticceria Michel. Mi sono sentita in colpa, ho deciso di camminare fino alla carrera 15 e poi tornare a casa, sempre a piedi. A pochi isolati, in un chiaro pomeriggio di maggio, mi sono fermata di fronte a un edificio bianco con le porte di cristallo, dove non ero mai entrata. LA CASA DELLA BELLEZZA, si leggeva a lettere argentate. Mi sono affacciata, per semplice curiosità. Credo che sia stato il nome ad attirarmi. C’era un primo piano pieno di prodotti carissimi per le rughe, per idratare, per dimagrire, per le smagliature e la cellulite, quando di colpo ho notato la ragazza dietro il bancone. Aveva delle scarpe da tennis bianche, una divisa azzurra e una coda di cavallo. I lunghi capelli neri corvini le cadevano sulle spalle. Non importavano le occhiaie, né l’espressione stanca: la sua bellezza era netta, quasi brusca. La ragazza sprizzava vita da tutti i pori. C’era qualcosa di così selvaggio e bruto in lei che la faceva sembrare, come dire, vera. Non so se fosse il risultato di disciplina e vanità o semplicemente un dono naturale. Non lo saprò mai. Karen è un grande mistero. Ancora di più in una città come questa, dove tutti assomigliano a quello che sono e hanno scritto in fronte, nel modo in cui parlano e si vestono, nel luogo in cui vivono, un codice di comportamento prevedibile quanto ripetitivo. È stata la sua figura da gazzella ad attirare la mia attenzione, ma soprattutto una certa placidità nell’espressione del suo viso. Scommetto che non facesse assolutamente nulla per essere così. Se c’è qualcosa che avrei potuto dire semplicemente guardandola, è che la quiete sembrava fare il nido nella sua anima.

   Forse perché me ne restavo lì impalata a guardarla come fosse un’apparizione, lei si è avvicinata a chiedermi: «Ha bisogno d’aiuto, signora?»

   Sorrideva senza sforzo, come se nel farlo esprimesse gratitudine per essere viva. Mi sorprendeva che nessuno sembrasse notare la sua bellezza. Era come se un’orchidea delle più delicate fosse caduta per caso in una pozza di fango. Intorno a lei, donne tutte tacchi e sorrisi fasulli. La ragazza della reception era un fantoccio dalle labbra color ciliegia e un rossore esagerato sulle guance. Lei no. Lei sembrava elevarsi su tutto e dare un senso al nome dell’edificio.

   «Grazie, sì, vorrei fare una ceretta» ho detto allora, come se non mi depilassi da sola da quando ho l’uso della ragione.

   «Siamo abbastanza libere oggi, vuole farla subito?»

   «Sì, ora va bene» ho risposto come ipnotizzata.

   «Mi scusi, lei si chiama?»

   «Claire. Claire Dalvard.»

   «Mi segua, per favore» aggiunse. E io l’ho seguita.

 

2

 

   «Già fin da piccole le nere e le mulatte si lisciano i capelli con la piastra, con varie creme, con il phon, con pillole da masticare, si fanno la ruota svedese, si mettono maschere, dormono con le calze velate in testa, usano un rivestimento per doppie punte con olio di silicone. Avere i capelli lisci è importante quanto portare il reggiseno, è parte imprescindibile della femminilità, e bisogna fare tutto il necessario, armarsi di coraggio, riempirsi di pinze metalliche, ed essere disposte a sopportare strattoni dolorosi e a dedicarci ore intere, cosa dispendiosa e scomoda, ma anche necessaria se vuoi ottenere il liscio perfetto» mi spiega Karen con la sua voce ritmata.

   «E le bambine piccole, devono farlo anche loro?»

   «Quelle molto piccole, no, però se sono già signorine, ossia di otto, nove anni, allora sì, tutte con i loro capelli lisci, è ovvio» risponde rimuovendo l’impacco.

   Karen mi ha detto che quando è arrivata la città le è piaciuta. E sì. Per molti, è bella. Proprio per quella tristezza lieve che la caratterizza e che a volte viene interrotta da una domenica mattina assolata, splendente quanto inaspettata.

   Ha lasciato il figlio di quattro anni con la madre a Cartagena e si è trasferita a Bogotá. Una sua collega aveva aperto un centro estetico a Quirigua e le aveva offerto un lavoro. Ha promesso a sua mamma che avrebbe mandato soldi ogni mese per Emiliano, cosa che ha fatto. Sua mamma vive in una casa del quartiere di San Isidro, con lo zio Juan, che è solo e pieno di acciacchi. Si mantengono entrambi principalmente con la pensione dello zio, per i trent’anni che ha lavorato all’ufficio delle poste, e con le buste che manda lei.

   Karen è cresciuta al ritmo di vallenato, bachata e, quando era un po’ più grande, champeta. Sua madre, che ha solo sedici anni più di lei, un tempo era la reginetta del quartiere, e pensava sarebbe bastato per lasciarsi per sempre la povertà alle spalle, ma rimase incinta di un biondo che parlava spagnolo a malapena e che apparentemente faceva il marinaio. Da quella visita furtiva dell’amore nacque la mulatta, che con la madre condivideva non solo il cognome, ma anche la bellezza e gli scarsi mezzi.

   Doña Yolanda Valdés lavorò vendendo biglietti della lotteria, piatti di fritanga, fece la domestica, la barista in un locale in centro e alla fine si dedicò a prendersi cura di suo nipote, a sopportare l’artrite e a lamentarsi per aver partorito una femmina invece di un maschio. A quarant’anni era praticamente già una donna anziana.

   Le successive relazioni di doña Yolanda le avevano procurato altre due gravidanze, in entrambe le occasioni di due maschietti, ma fu così sfortunata che uno era nato morto e il secondo era spirato a pochi giorni di vita. Yolanda Valdés diceva che le donne della sua famiglia erano maledette. Una specie di maleficio cadeva su di loro quando meno se lo aspettavano per condannarle alla solitudine come unico destino.

   Karen ricorda la messa delle sette di mattina la domenica e la sveglia con il canto dei passeri. Ricorda lo stufato di pesce sulla spiaggia di Los Morros e la pelle che tirava e la vista confusa di luci bianche quando se ne stava a galla nell’acqua per tanto tempo. Con il passare dei giorni, il rituale di chiuderci in quella cabina per i massaggi in solitudine, cullate dalla sua giovinezza, dalla cadenza del mare, dal vigore della sua mano ferma e delicata, diventò per me una necessità feroce come la fame.

   Dalla prima volta che l’ho vista, ho desiderato sapere chi fosse. Con delicatezza, quasi con tenerezza, l’ho riempita di domande mentre lei passava la punta delle dita sulla mia schiena. Fu così che scoprii che era arrivata a Bogotá nel gennaio del 2013, durante la stagione estiva. Prima si era stabilita a Suba, nel quartiere Corinto, dove una famiglia affittava un piccolo appartamento con bagno e cucinino per trecentomila pesos, bollette incluse. Guadagnava il minimo sindacale. Alla fine del mese non le rimaneva neanche uno spicciolo, né riusciva a mandare niente a casa, e poi il quartiere non era sicuro e Karen aveva paura. Quando una notte un ubriaco sparò a due persone perché stavano ostacolando il passaggio sulla strada durante una riunione di famiglia, Karen decise di cercarsi un altro posto dove stare.

   Si spostò a Santa Lucía, più a sud, vicino ad avenida Caracas, da dove però doveva attraversare tutta la città per arrivare al salone dove lavorava.

   Quando la sua collega le disse che stavano cercando qualcuno in un centro estetico molto esclusivo nel Nord della città, Karen riuscì a ottenere un colloquio. Erano i primi di aprile. La città soccombeva sotto gli acquazzoni. Karen era nella nuova casa solo da due settimane e le sembrava che il diluvio potesse essere segno di abbondanza.

   La Casa della bellezza si trova nella Zona Rosa, il quartiere dello shopping. L’edificio bianco suggerisce da fuori un’aria di pulizia e sobrietà, un misto tra una clinica dentale e una boutique alla moda. Nell’attraversare le porte a vetri si viene trasportati in un pianeta tutto femminile. La receptionist, dietro il bancone, saluta con il suo sorriso migliore. Varie impiegate in divisa, truccate, pettinate e sorridenti, offrono creme, profumi, ombretti e maschere delle migliori marche, esibite nel negozio al piano terra. Le pile di riviste si ammucchiano sul tavolino al centro della sala d’attesa.

   Karen ricorda di essere arrivata qui il 5 aprile verso le undici e mezza di mattina. Le era bastato varcare la soglia delle porte a vetri perché un aroma di vaniglia, mandorle, acqua di rose, lacca, shampoo e lavanda le impregnasse la pelle.

   La receptionist, che avrebbe poi avuto il tempo di conoscere meglio, le sembrava una bambola di porcellana. Il naso all’insù, gli occhi grandi e le labbra rotonde color ciliegia. Che rossetto userà?, si chiese mentre si dirigeva verso la sala d’attesa.

   In fondo c’è uno specchio grande e due sedie da parrucchiere dove un paio di donne sistemano le sopracciglia, truccano e fanno provare i prodotti. Indossano tutte un pantalone blu chiaro e una camicia a maniche corte dello stesso colore. Sembrano infermiere, ma a differenza loro sono ben pettinate e truccate, hanno mani impeccabili e un vitino da vespa. Una delle due ha un tono d’abbronzatura perfetto; su una spilla che ha appuntata al petto si può leggere il suo nome: Susana.

   Anche la signora delle pulizie ha un’uniforme blu, ma più scura. Si avvicina e le offre un infuso. Karen accetta. Vede entrare Rika, la famosa cantante tropipop. È mora, voluttuosa, con un’abbronzatura invidiabile e ha probabilmente più anni di quelli che dimostra. Indossa un paio di occhiali da sole messi a mo’ di diadema, un anello dorato a ogni dito e molti bracciali. Proprio come lei, si presenta alla reception e poi si siede lì accanto con una rivista.

   «Doña Fina la sta aspettando, può passare» annuncia la receptionist.

   «Grazie» dice Karen, cercando di impostare la pronuncia per nascondere il suo accento.

   Sale una scala a chiocciola. Passa per il primo piano per poi arrivare al secondo. Sulla destra, quattro postazioni per ciglia, tre per unghie. In mezzo, quattro cabine e, in fondo, sulla sinistra, l’ufficio di doña Josefina de Brigard. Karen si avvicina alla porta socchiusa e sente una voce dall’altra parte che la invita a entrare. In mezzo a una sala accogliente, con lucernai che lasciano intravedere una mattina luminosa, una donna dall’età indefinita, con scarpe dal tacco basso, pantaloni kaki, una camicia beige e un collier di perle, piega impeccabile e trucco leggero, le dà il benvenuto.

 

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L’autrice

Melba Escobar de Nogales (Cali, nel 1976) Ha pubblicato Johnny and the sea (Tragaluz, 2014), Duermevela (Planeta, 2010) e Bogotá dreams, la città dei bambini (Icono, 2007). Le è stato assegnato un National Creation Grant dal Ministero della Cultura. Scrive sul quotidiano El País de Cali, dove nel 2013 è stato riconosciuto come il miglior editorialista di opinioni. È stata Fellow internazionale del Dipartimento di Stato per gli affari culturali (Stati Uniti, 2012) e beneficiaria di una residenza di scrittura presso la Santa Fe University of Art and Design. Le sue opere giornalistiche compaiono sui media nazionali e internazionali e alcune sono state tradotte in inglese e italiano.

La casa della bellezza è il suo terzo libro di narrativa, tradotto in diciotto paesi e pubblicato in Italia da Marsilio, è stato selezionato tra i migliori libri colombiani del 2016.

 

  • La Casa della bellezza
  • Melba Escobar
  • Traduttore: Giulia Zavagna
  • Editore: Marsilio
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 1,41 MB
  • Pagine della versione a stampa: 221 p.
  • EAN: 9788831743785.  Acquista. € 9,99

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