Questi sarebbero i giorni culminanti del Carnevale

LA CERIMONIA DEGLI ADDII

Questi sarebbero i giorni culminanti del Carnevale. Sarebbero… se anche questo Carnevale, come gli ultimi due che l’hanno preceduto, non fosse stato assassinato. Ucciso, spento sul nascere. Proibito. Come mai prima nella storia. Il Carnevale si era celebrato, nei secoli, durante le guerre e le carestie. Sotto le peggiori tirannidi. Durante le grandi pestilenze che uccidevano oltre un terzo della popolazione. Ma ora è stato spento. Con un bombardamento mediatico a senso unico, con una pioggia corrosiva di informazioni artatamente manipolate. Con la diffusione, e la coltivazione sistematica, della paura. E di ciò che, dalla paura, viene generato e ridestato. La meschinità, l’egoismo, la piaggeria, l’ipocrisia… Sono queste, ormai, le maschere di un Carnevale senza allegria e senza libertà. Maschere che, significativamente, coprono la bocca. Negano, col respiro, il sorriso. L’espressione del volto. Si vedono solo gli occhi. Ma gli occhi esprimono solo il vuoto. Un terrore privo di ragione. Cieco, quindi.

Torno nella mia città. In una Venezia che so essere deserta. Niente torme di turisti. Niente bambini mascherati che lanciano stelle filanti e coriandoli. Niente festoso frastuono nei campi e nei campielli. Niente costumi della Commedia dell’arte o creati dalla fantasia balzana degli artisti. O incarnazione dei sogni.
Niente di niente. Vuoto e grigio. Solo questo.

Un amico, dalla mia città, mi dice che sono giorni di nebbie. Dense, come non ne vedo da tempo. Ché qui, a Roma, chiamano nebbia quella che, lassù, è solo foschia. Lieve foschia.
Bene, spero di trovarla, la nebbia. È stata, in questi anni, un elemento, non secondario, della mia nostalgia.
E poi sarebbe bello rivedere le mie strade, e i palazzi, in un’atmosfera… sospesa. Rarefatta. Come se fosse un sogno.

E, in fondo, avrei bisogno di questo. Perché ritorno, dopo anni, solo per dire… addio. Una sorta di cerimonia della memoria. Come in un romanzo che molto ho amato. “Bellezza e tristezza”. Di Kawabata. Il ritorno a Kyoto, dopo molti anni, di uno scrittore ormai vecchio. Per ascoltare, ancora una volta, le Campane dei templi, la notte di Capodanno. Di lì, una serie di incontri, una donna che emerge dalla nebbia del passato. Una resa dei conti con la propria storia personale.
Struggente. E bellissimo.

Beh, io non vado ad ascoltare concerti di campane. Vado per la vendita della mia casa di famiglia. Della casa dove sono cresciuto. In sostanza La Casa della vita. Anche se ne ho abitate molte altre. Per destino o per scelta non saprei dire…
Certo, potrò tornare altre volte, in altri momenti nella mia città. Per altre ragioni. Per rivedere vecchi amici… per una cena. Ma non sarà lo stesso. Questa è la cerimonia degli addii. Il distacco definitivo. Il taglio del cordone ombelicale.

Mi fermerò un paio di giorni. Pratiche burocratiche… Ma, soprattutto, la necessità di elaborare. Camminerò nei luoghi che mi sono stati, per tanto tempo, usuali. Resterò stupito, forse urtato, dai cambiamenti. Mi dicono che la città sia, ormai, morta. Priva di vita. Come tutte, a ben pensarci.
Cercherò di riconoscermi. E di ricordare. Di scoprire volti di un tempo. Di sentire parlare il mio dialetto…
Se ci fosse la nebbia sarebbe perfetto. Come nel romanzo di Kawabata.
Una cerimonia degli addii. Volti nella nebbia. Volti amici. Volti sconosciuti. Forse… un volto di donna. Ma quello è nel romanzo, solo nel romanzo

Andrea Marcigliano

 

 

 

Fonte: ElectoMagazine

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