Agatha Christie non andò mai a scuola, eppure è diventata la più grande scrittrice di gialli di tutti i tempi.

Agatha Christie.

Nata il 15 settembre 1891 a Torquay (Gran Bretagna), figlia minore del matrimonio di Fred Miller (Miller è il suo vero cognome) e Clara Boehmer. Da bambina aveva un carattere timido e ritirato, e rifiutava le sue bambole per giocare con amici immaginari. Suo padre, che viveva affittando appartamenti, passava la giornata a giocare a carte e morì quando lei aveva 11 anni, lasciando la moglie e i figli in bancarotta Agatha crebbe dunque in una famiglia borghese e non avendo frequentato alcuna scuola, viene istruita dalla madre, Clara Boehmer, donna della buona società e nonché dalla nonna e dalle governanti di casa. Tornata da Parigi dopo aver tentato gli studi per diventare una cantante lirica, conosce Archibald Christie, colonnello della Royal Flying Corps, con cui si fidanza.

Nel 1920 le venne l’idea, lavorando in un ospedale, come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni, per il suo primo romanzo giallo che vedeva come protagonista l’investigatore belga Hercule Poirot, “Poirot a Styles Court”. Attraverso le avventure di quest’ultimo e dell’arzilla vecchietta Miss Marple fece la storia del genere “giallo/poliziesco”, influenzando generazioni di scrittori. Si misurò anche con il “romanzo rosa” pubblicando sei opere sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott. Ricordata per capolavori assoluti come Assassinio sull’Orient Express e “Dieci piccoli indiani”, è, dopo Shakespeare, la scrittrice inglese più tradotta di sempre e i suoi romanzi hanno ispirato numerose versioni cinematografiche.

Hercule Poirot.

Ecco a voi Hercule Poirot. 

Doveva essere un ispettore per avere una buona conoscenza del crimine. Doveva essere anche meticoloso e molto ordinato, decisi, mentre mi affaccendavo a raccogliere una serie di oggetti che avevo seminato nella mia stanza. Un omino preciso, con la mania dell’ordine, della simmetria, e una netta propensione per le forme quadrate piuttosto che per quelle tonde. E poi molto intelligente, con il cervello pieno di piccole cellule di materia grigia… ah, che bella frase, non dovevo dimenticarla. Bisognava anche che avesse un nome importante, un nome che non sarebbe sfigurato nella famiglia Holmes. Già, perché loro quanto a nomi… Come si chiamava il fratello di Sherlock? Mycroft, nientemeno. E se l’avessi chiamato Hercules? Hercules mi parve un ottimo nome per un omino così. Trovargli un cognome era più difficile. Non so assolutamente perché scelsi Poirot, se fu una folgorazione o se lo lessi su qualche giornale. Comunque mi parve buono, anche se non si legava bene con Hercules. E se fosse stato Hercule? Hercule Poirot… perfetto, grazie a Dio, era fatta.

Agatha Christie.

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La cintura di Ippolita. Titolo originale: The Girdle of Hyppolita. Pubblicato la prima volta, con il titolo The Disappearance of Winnie King, su «This Week» il 10 settembre 1939 negli Stati Uniti, poi, con il titolo The Girdle of Hippolyte, su «The Strand» nel luglio 1940 in Inghilterra.Traduzione di Grazia Maria Griffini.

Trama

Dalla galleria d’arte di Alexander Simpson, durante una manifestazione di protesta di alcuni disoccupati, viene trafugata una preziosa tela di Rubens. Non confidando pienamente nella polizia ed essendo amico di Poirot, Simpson si rivolge a quest’ultimo per la risoluzione del caso. Poirot non sembra, però, particolarmente interessato alla faccenda, ma mostra maggiore interesse per un caso raccontatogli dall’ispettore Japp, riguardante la scomparsa di una ragazzina di nome Winnie King. La ragazza, infatti, mentre stava viaggiando su un treno diretto a Parigi, assieme ad alcune altre studentesse, era misteriosamente scomparsa quando il treno aveva raggiunto Amiens. Poco tempo dopo Hercule è informato da Japp che la ragazza è già stata ritrovata sempre nei pressi di Amiens. Purtroppo, però, essendo stata narcotizzata, non ricorda nulla. Poirot, desideroso di far luce sulla faccenda, contatta l’ispettore francese Hearn, il quale sostiene che non ci sia più bisogno di indagare sul caso. Siccome Winnie King stava viaggiando per raggiungere la prestigiosa scuola di arte e musica di Neuilly a Parigi, alla quale era stata ammessa, il detective decide di interrogare la signora Pope, direttrice dell’istituto. Nello studio della donna Poirot nota un quadro che raffigura il ponte di Cranchester, località da cui proviene Winnie. La signora Pope spiega che il quadro è un dono destinato a lei, ritrovato nei bagagli della ragazza. Ritenendolo inappropriato per lo studio della signora Pope, l’investigatore inizia a tamponare il dipinto con della trementina. Nel frattempo, davanti ad una timorosa signora Pope, Poirot spiega la soluzione del caso: la ragazza scomparsa non era Winnie King, ma una persona che, sfruttando il fatto che la signora Burshaw, accompagnatrice delle ragazze, non aveva mai visto la ragazza, aveva finto di essere lei. Quando poi il treno aveva raggiunto Amiens, la falsa Winnie si era cambiata, facendosi passare per un’altra passeggera del treno. I malfattori avevano poi fatto in modo che la vera Winnie venisse ritrovata nei pressi della città. L’attuazione di tale piano era stata eseguita esclusivamente poter trasportare senza problemi un oggetto trafugato di immenso valore: il Rubens, sopra il quale era stato dipinto il ponte di Cranchester. Dopo che Poirot ha finito di parlare esce dallo studio della direttrice con in mano il prezioso dipinto, raffigurante Ippolita, regina della Amazzoni, che dona la sua cintura a Ercole. Uscendo il detective è raggiunto da varie studentesse, desiderose di avere un suo autografo. Compiaciuto, Poirot le paragona alle amazzoni che assalirono Ercole dopo che la loro regina gli ebbe donato la sua cintura.

La cintura di Ippolita

 

 

Da cosa nasce cosa, come ripete volentieri Hercule Poirot, anche se la frase non è molto originale.

   E non è mai stato tanto evidente come nel caso del Rubens rubato.

   Non che avesse mai provato molto interesse per Rubens. Tanto per cominciare, Rubens non è un pittore che ammira e, secondariamente, le circostanze in cui era avvenuto il furto si erano rivelate del tutto ordinarie. Decise di occuparsene per fare un favore ad Alexander Simpson, che aveva la fama di essere un suo amico e, per determinati motivi personali, non era del tutto incompetente in fatto di classici!

   Dopo il furto, Alexander Simpson mandò a chiamare Poirot e gli confidò tutti i suoi guai. Il Rubens era una scoperta recente, un capolavoro rimasto sconosciuto fino a quel giorno, ma non c’erano dubbi sulla sua autenticità. Era stato esposto alla Galleria Simpson e trafugato alla luce del giorno. Il furto era avvenuto in un momento in cui i disoccupati si erano messi a seguire la tattica di sdraiarsi in mezzo alla strada e di infilarsi anche al Ritz. Un gruppetto era entrato nella Galleria Simpson e si era sdraiato, esibendo cartelli con lo slogan: “L’Arte è un Lusso. Date da mangiare agli Affamati”. Era stata chiamata la polizia, era accorsa una discreta folla di curiosi e soltanto quando i dimostranti erano stati portati fuori a forza dal braccio della legge, ci si era accorti che il nuovo Rubens era stato tagliato tutt’intorno alla cornice e fatto sparire!

   «Si tratta di un quadro di piccole dimensioni, capite» spiegò il signor Simpson. «Un uomo poteva metterlo sotto il braccio e andarsene mentre tutti stavano lì a guardare quei miserabili idioti dei disoccupati.»

   Gli uomini in questione, lo si scoprì dopo, erano stati pagati per la parte innocente che avrebbero avuto nella rapina. Dovevano andare a fare una manifestazione davanti alla Galleria Simpson. Ma soltanto in seguito ne avevano saputo il motivo.

   Hercule Poirot fu dell’opinione che il trucco era stato divertente, però non vedeva cosa potesse farci lui! Fece notare che ci si poteva fidare della polizia per risolvere una questione semplice come quella di un furto del genere.

   «Ascoltate, Poirot» disse Alexander Simpson. «Io so chi ha rubato il quadro e dove andrà.»

   Secondo il proprietario della Galleria Simpson, era stato rubato da una banda di ladri internazionali, su commissione di un certo milionario che non disdegnava di comprare opere d’arte a un prezzo incredibilmente basso… e senza fare domande! Il Rubens, disse Simpson, sarebbe stato portato in Francia di contrabbando e lì sarebbe entrato in possesso del milionario. La polizia inglese e quella francese erano state avvertite ma, nonostante questo, Simpson era convinto che non sarebbero riuscite a fare niente. «E una volta che sarà entrato in possesso di quel brutto tipo, le cose diventeranno complicate. I ricchi vanno trattati con rispetto. È a questo punto che entrate in scena voi. La situazione si farà delicata. E voisiete l’uomo che ci vuole.»

   Alla fine, senza entusiasmo, Hercule Poirot venne indotto a occuparsi della cosa. Acconsentì a partire immediatamente per la Francia. Non provava un particolare interesse per quello che doveva ritrovare, eppure fu proprio a causa del furto che venne a conoscenza del caso della collegiale scomparsa che, invece, lo interessò moltissimo.

   Ne sentì parlare per la prima volta dall’ispettore capo Japp, che lo passò a salutare proprio mentre questo stava manifestando la piena approvazione per il modo in cui il cameriere gli aveva preparato i bagagli.

   «Ah!» disse Japp. «Andate in Francia, vero?»

   «Mon cher, siete incredibilmente bene informati a Scotland Yard» disse Poirot.

   Japp fece una risatina e disse: «Abbiamo anche noi le nostre spie! Simpson vi ha convinto a occuparvi della faccenda del Rubens. Pare che non abbia fiducia in noi! Lasciamo perdere; piuttosto io volevo chiedervi una cosa del tutto differente. Visto che andate comunque a Parigi, ho pensato che si potevano prendere due piccioni con una fava. C’è in Francia l’ispettore Hearn, che sta lavorando in collaborazione con i francesi… Conoscete Hearn? Brav’uomo, ma forse manca un po’ di fantasia. Mi piacerebbe sapere la vostra opinione su questa storia».

   «Di che cosa state parlando, si può sapere?»

   «È scomparsa una ragazza. La notizia uscirà sui giornali della sera. Sembra che sia stata rapita. Figlia di un canonico, giù a Cranchester. King, si chiama, Winnie King.»

   E procedette con il resto della storia. Winnie era partita alla volta di Parigi per entrare nel convitto della signorina Pope, una scuola eccellente per ragazze inglesi e americane della migliore società. Winnie era arrivata da Cranchester con il primo treno del mattino, era stata accolta da un membro della Elder Sisters, che si assumeva l’incarico di accompagnare le ragazze da una stazione all’altra, aveva attraversato Londra e, a Victoria Station, era stata affidata alla signorina Burshaw, la vice della signorina Pope. Successivamente, in compagnia di altre diciotto ragazze, era partita da Victoria Station con il treno che doveva condurle alla nave. Diciannove ragazze avevano attraversato la Manica, avevano passato la dogana a Calais, erano salite sul treno per Parigi e avevano cenato nel vagone ristorante. Ma quando, alla periferia di Parigi, la signorina Burshaw aveva contato le loro teste, si era scoperto che ce n’erano soltanto diciotto!

   «Aha!» esclamò Poirot.

   «Il treno, per caso, si è fermato in qualche posto?»

   «Ad Amiens, ma in quel momento le ragazze erano nel vagone ristorante e ci hanno confermato tutte indistintamente che, allora, Winnie si trovava con loro. L’hanno perduta, per così dire, durante il ritorno negli scompartimenti. Cioè, non è entrata in quello che occupava insieme ad altre cinque ragazze. Queste non hanno sospettato niente di strano, hanno semplicemente pensato che si trovasse in un altro dei due scompartimenti riservati per il loro gruppo.»

   Poirot fece segno che aveva capito.

   «Quindi, l’ultima volta che l’hanno vista… dov’è stato esattamente?»

   «Una decina di minuti dopo che il treno era partito da Amiens.»

   Japp tossicchiò imbarazzato.

   «È stata vista per l’ultima volta… ehm… mentre entrava nella toilette.»

   «Molto naturale» mormorò Poirot. Poi proseguì: «Non c’è nient’altro?».

   «Sì, un indizio.»

   La faccia di Japp si era fatta scura.

   «Hanno rinvenuto il suo cappello lungo la linea ferroviaria… in un punto approssimativamente a una ventina di chilometri da Amiens.»

   «E il corpo no?»

   «Il corpo no.»

   «Voi cosa ne pensate?» chiese Poirot.

   «Un po’ difficile dirlo! Dal momento che non si è trovata traccia del suo corpo… non può essere caduta dal treno.»

   «Si è fermato dopo aver lasciato Amiens, il treno?»

   «No. Ha rallentato una volta… per un segnale, ma non si è fermato e ho i miei dubbi che abbia rallentato abbastanza da consentire a una persona di saltare giù senza farsi male. State pensando che la ragazzina si sia lasciata prendere dal panico e abbia cercato di scappare? Era il primo trimestre di scuola e può darsi che sentisse un po’ la nostalgia di casa, è abbastanza logico, d’altra parte era una ragazzina di quindici anni e mezzo… un’età in cui devono avere un po’ di buonsenso, e dicono che è stata allegrissima per tutto il viaggio, non ha fatto che chiacchierare.»

   «Hanno frugato nel treno?» chiese Poirot.

   «Oh sì, l’hanno passato da cima a fondo prima che arrivasse alla Gare du Nord. La ragazza non era sul treno, su questo non c’è dubbio» rispose Japp, e aggiunse in tono esasperato: «È scomparsa… semplicemente… svanita! Non ha senso, monsieur Poirot. È assurdo!»

   «Che tipo di ragazza era?»

   «Un tipo normale, una come tante, da quello che sono riuscito a capire.»

   «Voglio dire… che aspetto aveva?»

   «Ho qui la sua fotografia. Un’istantanea. Non è esattamente quello che si dice una bellezza in fiore.»

   Tese l’istantanea a Poirot, che la esaminò in silenzio. Winnie era una ragazza scarna e sparuta, con due treccine flosce. Non si era messa in posa. Evidentemente le avevano scattato la foto di sorpresa, nell’atto di mangiare una mela: aveva le labbra socchiuse, che mettevano in mostra una fila di denti un po’ sporgenti, stretti in un apparecchio odontoiatrico. Portava gli occhiali. Japp disse: «Una bambina scialba, quasi brutta… d’altra parte, è anche vero che sono proprio bruttine a quell’età! Ieri ero dal dentista e ho visto su un rotocalco la fotografia di Marcia Gaunt, la bellezza di questa seasonlondinese. Me la ricordo bene a quindici anni, quando sono andato al loro castello per quel furto che avevano subito! Piena di foruncoli, goffa, con i denti in fuori, i capelli lisci e radi, spettinati. Diventano bellezze dalla sera alla mattina… non capisco proprio come fanno! È un miracolo».

   Poirot sorrise. «Le donne» sentenziò «sono un sesso miracoloso! E cosa sapete della famiglia della ragazzina? Hanno detto qualcosa che potesse aiutare le indagini?»

   Japp scosse la testa.

   «Niente di veramente utile. La mamma è inferma. Il povero vecchio canonico King è assolutamente stravolto, fuori di sé. Giura e spergiura che la ragazza aveva una voglia matta di andare a Parigi… non vedeva l’ora che arrivasse quel momento. Voleva studiare pittura e musica… roba del genere, insomma. Le ragazze della signorina Pope imparano l’Arte con la A maiuscola. Come probabilmente saprete, la scuola della signorina Pope è molto nota. Ci vanno diverse ragazze della buona società. È severa, lei… una vera strega, e molto costosa… non solo, ma anche estremamente schizzinosa nella scelta delle alunne da accettare.»

   Poirot sospirò.

   «Conosco il tipo. E la signorina Burshaw, che ha accompagnato le ragazze durante il viaggio dall’Inghilterra?»

   «Non si può dire che brilli per eccessiva intelligenza. Era terrorizzata all’idea che la signorina Pope dicesse che era colpa sua.»

   «Nessun giovanotto, in questa storia?» chiese Poirot, con aria pensierosa.

   Japp gesticolò in direzione dell’istantanea. «Vi sembra il tipo?»

   «No, affatto. Ma può avere un cuoricino romantico, malgrado le apparenze. A quindici anni non sono poi così bambine.»

   «Be’,» brontolò Japp «se è stato il suo cuoricino romantico a farla scomparire da quel treno senza lasciare traccia, vi giuro che mi metto a leggere i romanzi per signorine.»

   Guardò speranzoso Poirot.

   «Non vi viene in mente niente di strano… eh?»

   Poirot fece segno di no, lentamente. «Non hanno trovato anche le sue scarpe, per caso, lungo i binari?» chiese.

   «Scarpe? No. Perché proprio le scarpe?»

   «Così, solo un’idea…» mormorò Poirot.

 

Hercule Poirot stava scendendo – il taxi lo aspettava già – quando suonò il telefono. Alzò la cornetta.

   «Sì?»

   Era la voce di Japp.

   «Sono contento di essere riuscito a trovarvi ancora. La faccenda si è risolta. Ho trovato un messaggio a Scotland Yard quando sono rientrato. La ragazza è ricomparsa. Sul ciglio della strada maestra, a venticinque chilometri circa da Amiens. È intontita e non riescono a cavarle di bocca una storia coerente, il dottore dice che è stata narcotizzata… Comunque sta bene. Non è ferita o altro.»

   «Così non avete più bisogno dei miei servizi?» disse Poirot lentamente.

   «Temo di no! Anzi… addoloratissimo di avervi disturbato» rispose imitando la erre di Poirot.

   Japp rise della propria spiritosaggine – quella erre moscia alla francese – e riattaccò.

   Hercule Poirot non rise. Riappese la cornetta. Aveva un’espressione preoccupata.

 

   L’ispettore detective Hearn guardò Poirot con curiosità. «Non avevo idea che vi interessasse così tanto, signore» disse.

   «Avete saputo dall’ispettore capo Japp che forse vi avrei consultato a proposito di questa faccenda?» chiese Poirot.

   Hearn annuì.

   «Ha detto che venivate qui per tutt’altra cosa e che ci avreste dato una mano per questo enigma, ma non vi aspettavo, adesso che tutto si è chiarito. Pensavo che foste impegnato con il vostro lavoro.»

   Hercule Poirot disse: «I miei affari possono aspettare. È questa storia che mi interessa. L’avete definita un enigma e dite che adesso si è risolto. Ma il problema resta, a quanto sembra».

   «Signore, abbiamo ritrovato la ragazza. Non è ferita. Questa è la cosa principale.»

   «Ma non offre la soluzione al problema del modoin cui l’avete ritrovata, vi pare? Cosa dice lei? Un dottore l’ha visitata o no? E qual è stata la sua opinione?»

   «Ha detto che l’avevano narcotizzata. Era ancora intontita. A quanto sembra, non riesce a ricordare molto del periodo successivo alla partenza da Cranchester. Sembra che tutti gli avvenimenti successivi siano stati cancellati dal suo cervello. Il dottore pensa che possa aver avuto anche una leggera commozione cerebrale. Ha una contusione alla nuca. Afferma che ciò spiegherebbe un tale vuoto di memoria.»

   «Il che potrebbe essere molto conveniente per… qualcuno!» osservò Poirot.

   L’ispettore Hearn disse in tono dubbioso: «Non penserete che sia tutta una finta, vero?».

   «E voi?»

   «No, sono sicuro che non finge. È una ragazzina simpatica… un po’ giovane per la sua età.»

   «No, non finge.» Poirot scosse la testa. «Però vorrei sapere come è scesa da quel treno. Mi piacerebbe sapere chi ne è responsabile… e perché

   «Quanto al perché, direi che è stato un tentativo di rapimento, signore. Volevano tenerla prigioniera per far pagare un riscatto.»

   «Ma se non c’è stato niente di simile!»

   «Hanno perduto la testa con i suoi pianti, gli urli… e l’hanno abbandonata subito lì sulla strada.»

   Poirot domandò con aria scettica: «Ma quale riscatto credevano di poter ottenere da un canonico della cattedrale di Cranchester? I sacerdoti della chiesa anglicana non sono milionari».

   L’ispettore Hearn disse in tono allegro: «La mia opinione è che l’intera faccenda sia stata un grosso pasticcio, signore».

   «Ah, questa è la vostra opinione.»

   «E quale sarebbe la vostra, signore?»disse Hearn, arrossendo leggermente.

   «Voglio sapere come è stata fatta scendere dal treno.»

   La faccia del poliziotto si rabbuiò.

   «Effettivamente il vero mistero è questo. Un minuto prima era lì, seduta nel vagone ristorante a chiacchierare con le altre ragazze. Cinque minuti dopo era sparita… così, in un batter d’occhio, come in uno di quei giochi di prestigio.»

   «Precisamente, come in un gioco di prestigio! Chi altro c’era nella carrozza del treno in cui la signorina Pope aveva fatto prenotare gli scompartimenti?»

   L’ispettore Hearn fece segno di aver capito.

   «Questo è un punto importante, signore. Particolarmente importante, perché si trattava dell’ultima carrozza del treno e, non appena la gente è tornata ai propri posti dal vagone ristorante, le porte fra le singole carrozze sono state chiuse a chiave; lo scopo era impedire ai viaggiatori di affollare il vagone ristorante e di pretendere che fosse servito il tè prima che avessero avuto il tempo di sparecchiare le tavole dopo il pranzo e di preparare tutto. Winnie King è tornata nella sua carrozza con le altre, la scuola aveva prenotato tre scompartimenti.»

   «E negli altri chi c’era?»

   Hearn tirò fuori il taccuino.

   «La signorina Jordan e la signorina Butters, due zitelle di mezza età che andavano in Svizzera. Niente di losco qui, sono rispettabilissime e ben conosciute nell’Hampshire, da cui provengono. Due viaggiatori di commercio francesi, uno di Lione, uno di Parigi. Persone rispettabili di mezza età. Un giovanotto, James Elliott, con la moglie, un tipino vistoso, lei.Elliott non ha una buona reputazione, è sospettato dalla polizia di essersi immischiato in certi affari poco puliti… però non è mai stato coinvolto in un rapimento. A ogni modo hanno frugato anche nel suo scompartimento e nel bagaglio a mano non si è trovato niente che potesse lasciar supporre che c’entrasse in questa storia. Non vedo come avrebbe potuto essere coinvolto anche lui. L’unica altra viaggiatrice era un’americana, la signora Van Suyder, diretta a Parigi. Non sappiamo nulla di lei. All’apparenza si direbbe a posto. Tutto qui.»

   «Possiamo essere sicuri al cento per cento che il treno non si è fermato dopo la partenza da Amiens?» chiese Hercule Poirot.

   «Sicurissimi. Ha rallentato una volta, ma non tanto da permettere a una persona di buttarsi giù… perlomeno senza farsi molto male e rischiando addirittura di restare uccisa.»

   «Ecco ciò che rende particolarmente interessante il problema» mormorò Poirot. «La collegiale sparisce, scompare appena fuori Amiens. E ricompare, come se piovesse dal cielo, appena fuori Amiens. Dov’è stata nel frattempo?

  L’ispettore Hearn scosse la testa.

   «Sembra pazzesco, messo in questo modo. Oh, a proposito, mi hanno detto che avevate chiesto qualcosa a proposito delle scarpe, le scarpe della ragazza. Aveva le scarpe ai piedi quando l’hanno trovata, però c’erano ancheun paio di scarpe lungo i binari, le ha trovate un segnalatore. Le ha portate a casa perché sembravano in buone condizioni. Scarpe nere, robuste, da passeggio.»

   «Ah!» esclamo Poirot. Sembrava soddisfatto.

   «Non riesco ad afferrare il significato delle scarpe, sapete? Vogliono dire qualche cosa?» chiese l’ispettore Hearn, incuriosito.

   «Confermano una teoria» disse Hercule Poirot. «Una teoria sul modo in cui è stato realizzato il gioco di prestigio.»

 

   Il convitto della signorina Pope, come molte altre scuole dello stesso genere, si trovava a Neuilly. Hercule Poirot, fermo a osservare la facciata, che emanava un alone di rispettabilità, fu improvvisamente travolto da una fiumana di ragazze che uscivano dal suo portone. Ne contò venticinque, tutte vestite allo stesso modo, con gonna e cappotto blu scuro, uno scomodo cappellino all’inglese di velluto, blu scuro anche quello, intorno al quale era legato il nastro rosso e oro scelto dalla signorina Pope come distintivo della scuola. La loro età variava dai quattordici ai diciotto anni, erano grasse e magre, bionde e brune, goffe e aggraziate. Per ultima uscì, in compagnia di una delle ragazzine più piccole, una donna dai capelli grigi e dall’aria meticolosa che non poteva che essere la signorina Burshaw.Poirot rimase a osservarle un momento, poi suonò il campanello e chiese di parlare con la signorina Pope. La signorina Lavinia Pope era ben diversa dalla sua vice e assistente. Lei aveva personalità. Incuteva soggezione. Per quanto costretta a mostrarsi affabile e garbata con i parenti, conservava ugualmente quella evidente superiorità sul resto del mondo che è una qualità positiva tanto formidabile nella direttrice di una scuola.

   I suoi capelli grigi erano pettinati in modo distinto, il suo tailleur severo ma chic. Era competente e onnisciente.

   Il locale in cui ricevette Poirot era il salotto di una donna colta. Aveva mobili eleganti, fiori, qualche fotografia in cornice, firmata, di quelle allieve che si erano affermate nel mondo – molte indossavano il vestito con il quale erano state presentate a Corte in pompa magna. Alle pareti erano appese le riproduzioni di celebri capolavori artistici e qualche buon acquerello. Tutto era lindo, pulito e lucidato alla perfezione. Non un briciolo di polvere, lo si sentiva, avrebbe avuto la temerarietà di depositarsi in un simile sacrario.

   La signorina Pope ricevette Poirot con la competenza di chi di rado sbaglia nei propri giudizi.

   «Monsieur Hercule Poirot? Vi conosco di fama, è ovvio. Suppongo che siate venuto per la disgraziata faccenda di Winnie King. Un incidente estremamente penoso.»

   La signorina Pope, però, non sembrava così colpita. Prendeva le disgrazie come si dovevano prendere, occupandosene con competenza e quindi riducendole a proporzioni quasi insignificanti.

   «Una cosa del genere» disse la signorina Pope «non era mai successa!»

   “E non succederà mai più!” sembrava dire il suo tono.

   «Era il primo trimestre dell’anno scolastico che la ragazza avrebbe dovuto frequentare qui, vero?» chiese Poirot.

   «Precisamente.»

   «Avevate avuto un colloquio preliminare con Winnie… e con i suoi genitori?»

   «Non di recente. Due anni fa mi trovavo nelle vicinanze di Cranchester… in casa del vescovo, a dire la verità…»

   I modi della signorina Pope lasciavano intendere: “Badate bene, per piacere. Io sono una di quelle persone che vengono ospitate in casa dei vescovi!”.

   «Mentre mi trovavo là, ho fatto la conoscenza del canonico e della signora King. Disgraziatamente la signora King è inferma. È stato in quell’occasione che ho incontrato Winnie. Una ragazza molto ben educata, con uno spiccato talento artistico. Ho detto alla signora King che sarei stata felice di accoglierla qui un paio di anni più tardi, quando avesse terminato il corso di studi inferiore. Noi, monsieur Poirot, siamo specializzati in arte e musica. Le ragazze vengono accompagnate all’Opera, alla Comédie Française, e assistono alle conferenze del Louvre. I migliori insegnanti vengono qui a istruirle nella musica, nel canto e nella pittura. Una cultura più vasta, ecco il nostro scopo.»

   La signorina Pope si ricordò improvvisamente che Poirot non era un genitore e aggiunse brusca: «Cosa posso fare per voi, monsieur Poirot?».

   «Sarei lieto di sapere qual è la situazione attuale per quello che riguarda Winnie.»

   «Il canonico King è venuto ad Amiens e tornerà a casa con Winnie. È la cosa più saggia da fare dopo lo shock subito dalla piccola.» Poi continuò: «Non accettiamo ragazze di salute delicata. Non abbiamo le condizioni per accogliere persone inferme. Ho detto al canonico che, secondo me, avrebbe fatto bene a ricondurre sua figlia a casa».

   Hercule Poirot domandò senza giri di parole: «Secondo la vostra opinione, che cosa è successo realmente, signorina Pope?».

   «Non ne ho la minima idea, monsieur Poirot. L’intera storia, da quel che mi è stato riferito, mi sembra incredibile. Non riesco a vedere in quale modo si possa rimproverare la mia incaricata, che doveva occuparsi delle allieve… se non, forse, per il fatto che avrebbe potuto accorgersi un po’ prima della sparizione della ragazza.»

   Poirot chiese: «Avete ricevuto una visita della polizia, per caso?».

   Un leggero brivido attraversò la figura aristocratica della signorina Pope, che disse in tono glaciale: «Un certo monsieur Lefarge della préfectureè venuto a trovarmi per vedere se potevo gettare un po’ di luce sulla situazione. Naturalmente non sono stata in grado di farlo. Dopodiché ha domandato di esaminare il baule di Winnie che, com’è ovvio, era arrivato qui con quelli di tutte le altre ragazze. Gli ho detto che era già venuto a occuparsene un altro suo collega della polizia. Mi è parso di capire che, qualche volta, il lavoro dei singoli reparti finisce per coincidere. Poco dopo ho ricevuto una telefonata in cui si insisteva sul fatto che non avevo consegnato tutto ciò che Winnie possedeva. In quell’occasione sono stata molto ferma. Non ci si deve mai adattare a subire prepotenze delle autorità».

   Poirot respirò a fondo e disse: «Avete un carattere battagliero e vi ammiro per questo, mademoiselle. Devo presumere che il baule di Winnie fosse stato aperto e svuotato al suo arrivo?».

   La signorina Pope sembrò perdere un po’ del suo contegno impassibile.

   «Routine» disse. «Viviamo seguendo una routine rigidissima. I bauli delle ragazze sono stati aperti e svuotati all’arrivo e la loro roba è stata messa via, a posto, nel modo in cui esigo che la tengano. La roba di Winnie era stata tolta dal baule e messa a posto con quella delle altre. Il baule è stato quindi riempito di nuovo di tutto ed è stato restituito esattamente com’era arrivato.»

   «Esattamente?»chiese Poirot, poi, senza fretta, si spostò di qualche passo verso una parete.

   «Questa è, senza dubbio, una tela che rappresenta il famoso ponte di Cranchester con lacattedrale che si intravede in lontananza.»

   «Avete perfettamente ragione, monsieur Poirot. Winnie l’ha dipinta per portarmela come sorpresa. Era nel baule, incartata, con queste parole scritte sopra: “Per la signorina Pope da Winnie”. Un pensiero molto gentile da parte della piccola.»

   «Ah!» fece Poirot.

   «E qual è il vostro giudizio… artistico?»

   Poirot aveva visto molti dipinti che riproducevano il ponte di Cranchester. Era un soggetto che si trovava rappresentato all’accademia ogni anno, qualche volta si trattava di una pittura a olio… qualche altra era esposto nel salone degli acquerelli. Lo aveva visto dipinto bene, dipinto in modo mediocre, dipinto in modo piatto e scialbo. Però non lo aveva mai visto riprodotto così rozzamente e in modo tanto grossolano come nell’esemplare che aveva sotto gli occhi.

   La signorina Pope stava sorridendo con indulgenza. «Non bisogna scoraggiare le ragazze, monsieur Poirot» disse. «Winnie, naturalmente, verrà stimolata a fare qualcosa di meglio.»

   «Non credete che sarebbe stato più naturale, per lei, dipingerlo ad acquerello?» chiese Poirot, pensieroso.

   «Sì. Non capisco perché abbia voluto tentare con i colori a olio.»

   «Ah!» disse Poirot. «Mi permettete, mademoiselle?» Staccò il quadro dal muro, lo portò alla finestra, lo esaminò attentamente e poi, alzando gli occhi, disse: «Adesso, mademoiselle, vi chiederò di consegnarmi questa tela».

   «Davvero, monsieur Poirot…»

   «Non potete pretendere di esserle molto affezionato. È orribile.»

   «Non ha alcun merito artistico, sono d’accordo. Ma è il lavoro di un’allieva e…»

   «Vi assicuro, mademoiselle, che è il quadro meno adatto da avere appeso a una parete del vostro salotto.»

   «Non capisco perché dobbiate dire una cosa del genere, monsieur Poirot.»

   «Ve lo proverò fra un minuto.» Tirò fuori dalla tasca una bottiglietta, una spugna e qualche straccetto e disse: «Prima, però, vi devo raccontare una piccola storia, mademoiselle. Assomiglia a quella del Brutto Anatroccolo che si è trasformato in Cigno».

   Mentre parlava cominciò ad armeggiare. Presto l’odore della trementina riempì la stanza.

   «Non andate molto a vedere il teatro di rivista, vero?»

   «No davvero, mi sembrano spettacoli così triviali…»

   «Triviali, certo, ma qualche volta anche istruttivi. Ho visto un’attrice di rivista brava e intelligente, che ha saputo trasformare la sua personalità in un modo quasi miracoloso. In una scenetta fa la diva da cabaret, affascinante e piena di glamour. Dieci minuti dopo, eccola diventare una bambina macilenta, anemica, con le adenoidi, vestita in tuta da ginnastica… passano altri dieci minuti, ed eccola nelle sembianze di una zingara stracciona che predice il futuro vicino a un carrozzone.»

   «Possibilissimo, senza dubbio, ma non vedo…»

   «Eppure vi sto mostrando il trucco da illusionista che è stato eseguito, e ha funzionato, sul treno. Winnie, la scolara, con le sue treccine bionde, gli occhiali, quell’apparecchio sui denti che la sfigura… va alla toilette. Ne emerge un quarto d’ora dopo sotto le apparenze, per adoperare le parole dell’ispettore detective Hearn, di un “tipino vistoso”. Calze di seta sottilissime, scarpine con il tacco alto, una pelliccia di visone per nascondere l’uniforme della scuola, un audacissimo pezzetto di velluto chiamato “cappellino” inalberato sui riccioli… e un viso… oh, sì, un viso… Rossetto, cipria, rosso sulle guance e mascara! Qual è il vero volto di quell’artiste così abile nel trasformarsi? Lo sa Dio! Ma voi, mademoiselle, voi stessa avete visto più di una volta il modo in cui una scolaretta impacciata si trasforma quasi miracolosamente in una débutanteattraente e ben truccata.»

   La signorina Pope restò senza fiato.

   «Volete dire che Winnie King si è travestita da…»

   «Non Winnie King… no. Winnie è stata rapita mentre attraversava Londra. La nostra artiste, così abile nel trasformismo, ha preso il suo posto. La signorina Burnshaw non aveva mai visto Winnie King… come poteva sapere che la collegiale con le treccine e l’apparecchio per i denti non era affatto Winnie King? Fin qui, tutto è chiaro: però la persona che l’aveva sostituita non poteva correre il rischio di arrivare fin qui sotto quelle spoglie perché voi conoscevate bene la veraWinnie. Così, oplà, presto, Winnie sparisce nella toilette e ne emerge sotto l’aspetto della consorte di un tale di nome James Elliott nel cui passaporto è inclusa, infatti, la moglie! Le treccine bionde, gli occhiali, le calze di filo di Scozia e l’apparecchio per i denti sono tutte cosette che occupano poco posto. Ma quelle grosse scarpe prive di eleganza e quel cappello, un cappello di rigido stampo anglosassone, quelli devono essere fatti sparire in un altro modo… e finiscono fuori dal finestrino. In seguito, la vera Winnie viene portata al di là della Manica… chi volete che badi a una bambina malata, mezzo intontita dai narcotici, che viene trasferita dalla Gran Bretagna alla Francia… e depositata senza chiasso da un’automobile sul ciglio di una strada maestra? Se fosse stata narcotizzata con la scopolamina non avrebbe ricordato quasi niente di quello che è successo.»

   La signorina Pope stava fissando Poirot con gli occhi sbarrati. «Ma perché?» domandò. «Quale sarebbe stata la ragionedi una mascherata così priva di senso?»

   Poirot rispose gravemente: «Il bagaglio di Winnie! Quella gente voleva fare uscire di contrabbando dall’Inghilterra un oggetto e portarlo in Francia, si trattava di un oggetto per cui ogni funzionario della dogana era stato istruito a stare all’erta: insomma, era roba rubata. Ma quale posto è più sicuro del baule di una collegiale? Siete ben conosciuta, signorina Pope, e il vostro collegio è famoso. Alla Gare du Nord, i bauli delle mesdemoiselles, le piccole pensionnaires, sono stati fatti passare en bloc. È la scolaresca della celebre signorina Pope! E poi, dopo il rapimento, era naturale che si mandasse a ritirare il bagaglio della ragazzina… da parte della préfecture?» Hercule Poirot sorrise. «Ma disgraziatamente c’era l’abitudine della scuola di aprire e vuotare i bauli subito dopo l’arrivo… e poi quel quadro di Winnie per voi… ma non si trattava dello stesso regalo che Winnie aveva impacchettato a Cranchester.»

   Venne avanti, verso di lei.

   «Mi avete dato quel quadro. Osservatelo, adesso, e dovrete ammettere che non è adatto per la vostra scuola, che ha un tipo di allieve così selezionato!» E le mostrò la tela. Come per incanto il ponte di Cranchester era sparito. Al suo posto c’era una scena classica, dalle tonalità intense e dai colori opulenti. Poirot disse sottovoce: «La cintura di Ippolita.Ippolita porge la sua cintura a Ercole: un quadro di Rubens. Una grande opera d’arte… mais tout de mêmeinadatto al vostro salotto».

   La signorina Pope arrossì lievemente. La mano di Ippolita era sulla cintura, e non indossava nient’altro… Ercole aveva una pelle di leone buttata su una spalla. Le carni di Rubens sono opulente, voluttuose… La signorina Pope, riacquistando la propria imperturbabilità, disse: «Una bella opera d’arte… Nonostante questo… come dite… dopotutto, bisogna considerare le suscettibilità dei genitori. Ce n’è qualcuno che ha una certa tendenza alla ristrettezza mentale… se capite quello che voglio dire…».

 

   Fu proprio quando Poirot stava per lasciare il convitto che l’attacco si verificò. Fu circondato, aggredito, sopraffatto da una folla di ragazze, grasse, magre, brune e bionde.

   «Mon Dieu!» mormorò. «Ma questo è proprio un assalto delle Amazzoni!»

   Una ragazzona bionda stava gridando: «Si è sparsa la voce…».

   Avanzarono con impeto. Hercule Poirot fu accerchiato. Sparì travolto da quell’ondata di femminilità giovane, vigorosa.

   Venticinque voci si alzarono, modulate in varie chiavi ma pronunciando tutte la stessa frase lapidaria: «Monsieur Poirot, volete scrivere il vostro nome sul mio album degli autografi?».

 

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