Dopo gli arancini di Montalbano, le arance del commissario Lolita. Brusca, solare, ironica, sensuale. Una vera forza della natura”

Gaetano Cappelli

 

 

La trama del romanzo

Un commissario di polizia così a Bari non se l’erano mai nemmeno immaginato: Lolita Lobosco detta Lolì, trentasei anni, occhi sempre accesi, lunghi capelli corvini e una quinta di reggiseno che negli uomini evoca la pienezza dei frutti mediterranei. Se avesse paura delle maldicenze dei colleghi e dei notabili, non avrebbe certo scelto di fare la poliziotta. E invece ha deciso di seguire con spavalderia la propria vocazione: combattere le prepotenze, riportare l’ordine nella vita degli altri, farsi rispettare dai maschi senza rinunciare a nessuna vanità. Perché mai dovrebbe fare a meno della cura della bellezza e della cucina, doti di una vera donna del Sud? Ma in questa vigilia natalizia anche per lei le cose si fanno terribilmente complicate. E sì che tutto era cominciato alla grande: da anni non si ricordava un dicembre così caldo, e lei se n’era andata in questura scoperchiando il tetto della sua Bianchina con un cd di Roberto Murolo a tutto volume. Al commissariato, però, l’attente una sorpresa. C’è un arrestato, le dicono, uno stimato professionista, con il golfino di cachemire e le mani tanto curate, accusato di violenza sessuale. Ordinaria amministrazione. Almeno finché Lolì non incrocia lo sguardo dell’incriminato. Quell’uomo lei lo conosce bene. E subito capisce che, oltre a far trionfare la giustizia, questa volta dovrà anche difendere se stessa.

 

Come inizia

 

Alla mia famiglia

La donna barese dai larghi fianchi

che imbonisce gli uomini […]

dentro i sapiti fiori del suo ragù.

ALDA MERINI

Qualche anno fa, sfogliando vecchie annate di giornali, mi capitò di leggere un trafiletto sul Corriere della Sera di venerdì 18 marzo 1960. Riguardava la polizia femminile che aveva visto la luce il 7 dicembre 1959. L’articolo recitava: «La neonata polizia femminile a battesimo i primi di ottobre. Indetti due concorsi per complessivi 511 posti. Ma non sarà facile risolvere alcuni gravi interrogativi di circostanza: gonne corte o lunghe, tacchi alti o bassi?»

Da quella divertente lettura nacque l’idea del commissario Lolita e di questo libro, che io oggi dedico alle donne perché siano libere sempre di vestirsi come vogliono.

 

Giovedì 24 dicembre, mattina

Lolita

   «Lolì…?»

   «Eh?»

   Guardo l’assistente affacciato alla porta della mia stanza con aria interrogativa e ancora non mi capacito. Quel nome, in questa specie di caserma dove mi trovo, proprio non va. E diciamo che se mia madre non avesse amato così tanto quel film e non m’avesse chiamato Lolita, o se non avessi visto mio padre carabiniere morto ammazzato davanti alla porta di casa mia, sicuramente non sarei neanche diventata il commissario Lobosco. Ma del resto meglio Lolita che non Addolorata come mia nonna. Dolò, un nome che da solo suona come una condanna.

   Forte capisce al volo la situazione, cambia metodo e sfodera un’aria professionale: «Commissario, c’è il dentista che abbiamo arrestato stamattina, la violenza sessuale si ricorda? Lo teniamo già in camera di sicurezza ma lui insiste che è innocente e vorrebbe rendere dichiarazione spontanea. Che faccio, glielo porto per attenzionarlo?»

   Silenzio.

   Lui chiude la finestra e aspetta paziente una risposta. Io invece stamattina mi sono svegliata intrattabile per due motivi: A) ho finito il barattolo del caffè e per me non c’è cosa peggiore, e B) ieri Pierre il mio parrucchiere ha deciso di fare outing con le clienti e mentre parlava dei fatti suoi mi ha pure sbagliato il colore.

   Fisso il mio assistente che armeggia con alcuni fascicoli muovendosi in continuazione dalla sua alla mia scrivania, e a me tutto ’sto vai e vieni mi innervosisce assai.

   «Fammi il santo favore, Antò, finiscila un poco e quello fallo aspettare. Intanto portami prima un espresso, poi il fascicolo e poi vediamo. Lo sai che senza caffè non…»

   Forte mi interrompe con un gesto, poi ripete e porta a termine il mio concetto: «… che senza caffè non ragioni. E lo sappiamo, commissario, lo sappiamo bene.»

   E agita le braccia in alto, comm’addire chist’ è pazz’.

   «Be’, cos’è tutta questa confidenza? Ma chi te la dà, voglio sapere? Muoviti, dai, sciò.»

   Dato che accompagno le parole con i gesti eloquenti delle mani, pure un sordo capirebbe e infatti Forte zitto zitto si gira sui tacchi e sparisce in cerca del mio caffè.

   Forte Antonio, poliziotto. Anni trentotto sposato due figli da sempre innamorato di me. Innocuo. Abbiamo fatto insieme dall’asilo all’università e adesso ci lavoro. Da poche settimane, da quando insomma dopo tre anni da ispettore in Sicilia, mi sono riti rata al paese mio e sono diventata commissario. A cinquant’anni esatti dall’ingresso delle donne in polizia. Ogni tanto lo strapazzo, mi arrabbio, ma in fondo ci vogliamo bene. Gli altri, be’, gli altri impareranno a sopportarmi. Sì lo so ho il mio carattere, ma mica è facile farsi accettare in questa Paperopoli di un Sud imprecisato, con trecentomila abitanti e altrettanti pregiudizi. Soprattutto se hai trentasei anni i capelli lunghi la quinta di reggiseno e ti chiami Lolita.

   Il caffè arriva, tiepido come piace a me, poco latte niente zucchero mezzo bicchiere di minerale frizzante. Sul vassoio il fascicolo, i giornali di oggi un’arancia e una margherita. «Questa te la potevi risparmiare! Tiè, portala a tua moglie, va’» gli dico mentre gli butto il fiore addosso.

   Detesto le smancerie e non sono per nulla romantica. E lui dovrebbe saperlo a quest’ora. «Uh, commissà» risponde Antonio tutto piccato, «oggi stai proprio nervosa… Un gesto gentile voleva essere, e questa si offende così… Ecchèra ’na coltellata?»

   Mentre giro il cucchiaino nella tazza lo guardo con occhi di fuoco e mi metto a pensare che se non la finisce lo strozzo, invece lui continua a girarmi intorno come un cane da tartufo. «E oggi niente crostata a noi?» chiede poi, dopo aver rovistato a destra e sinistra nei cassetti della scrivania.

   «No, che mica dev’essere un’abitudine ’sto fatto che vi faccio le crostate!»

   Allora lui comincia a guardarmi borbottando a cantilena «Uh, com’ stai nervòs’, uh, com’ stai nervòs’» e allora io sbotto: «Ehè, sto nervosa, hai visto? E gesti gentili non ne voglio, va bene? Mè mo’ vattìnn’ nu poc’, fammi bere il caffè in santa pace, chiudi bene la porta e fra cinque minuti portami il tizio.»E finalmente si chiude dietro la porta mugugnando qualche cosa a linguamuta.

   Con la tazza sotto al naso do un’occhiata al fascicolo.

   Dunque, Morelli Stefano Benedetto residente in piazza Umberto 212 trentasette anni libero professionista coniugato e con prole a carico.

   Il nome mi dice qualcosa ma la tazzina è ancora a metà e io vedo ancora buio. Leggo i capi di imputazione: violenza sessuale perpetrata ai danni di Capua Angela anni ventiquattro, nubile, assistente alla poltrona. Al momento assenza di riscontri salvo la deposizione della querelante.

   Mi faccio una vaga idea del tizio, più o meno un personaggio da spot delle chewing-gum, abbronzato anche a Natale macchina sportiva sorriso a trentadue denti. A prima vista, mentre il caffè comincia a fare effetto, lo ritengo colpevole. Ma questo è da verificare.

   Sento le voci fuori dalla stanza, metto l’arancia nel cassetto e mi alzo per aprire la porta intanto che lancio un’occhiata allo specchio perché commissario sì, ma sempre femmina resto. Mi do una ravviata veloce e mi aggiusto meglio il reggipetto. Per nascondere, mica per altro. Che questi sono i momenti topici in cui vorrei essere piatta come una pizza margherita, invece di rischiare ogni minuto che mi saltino due bottoni sul davanti.

   Quando apro vedo tre uomini in corridoio, due sono i miei poliziotti, l’altro, quello al centro, sembra stravolto eppure mi pare proprio di averlo già visto.

   «Avanti» dico a mezza voce scansandomi e girando intorno alla scrivania per sedermi alla mia girevole prima che entrino e avere il tempo per rivestirmi dell’autorità dovuta.

   Entra prima Forte, poi un uomo bellissimo in jeans e maglioncino di cachemire blu mare, infine Esposito Tonino, l’altro assistente. Sono fermi davanti a me, in piedi vicino alla scrivania mentre li guardo fingendo indifferenza. E invece dentro sono tutta un fremito.

   Sono incredula. Ma questo è Stefano Morelli della mitica 5a A. E già sento il sangue bollire e capisco che sono diventata bordò. Comincio ad avvertire tutto un calore addosso e sì che per le vampate ci vuole tempo, che ci mancano solo quelle, ci mancano!

   Sento le gambe formicolare per la tensione, così le accavallo sotto la scrivania e cerco di darmi un tono anche se tanto facile non è perché io di questo ragazzo sono stata innamorata persa almeno per due anni di fila, corrisposta intendiamoci, e adesso me lo ritrovo davanti in manette e con l’accusa di violenza sessuale. Esagerato, con tutte quelle ragazze che gli morivano dietro al liceo!

   A ogni modo mi ricompongo e tiro fuori la voce più impersonale che posso. «Fate accomodare. Prego, dottor Morelli, si sieda. Voi due invece potete andare.»

   «Come andare?» boccheggiano i due assistenti all’unisono. Sono increduli. Glielo spiego meglio, hai visto mai che per una volta capiscano al volo. «Andare go smammare. Come ve lo devo dire, in tailandese?»

   I due compari si guardano nicchiano e accampano scuse.

   «E chi trascrive?» sbotta Esposito alla fine tutto contento dell’idea, pensando già di avermi incastrata. È cosa risaputa nell’ambiente che batto a macchina con un dito solo e, insomma, interrogare e battere tutto insieme diciamo, non è cosa mia.

   Li guardo con un sorriso smagliante e li smonto pezzo a pezzo. «Nessuno trascrive, non ce n’è bisogno. Per il momento io e il signore qui facciamo solo una conversazione.»

   Mi trattengo dal ridere mentre loro strabuzzano gli occhi come i merluzzi a brodetto, e correggo il tiro. «Anzi no, registro. Va meglio, così?»

   «Negativo. Ma, commissario, scusi…»

   «Che c’è ancora?»

   «Che vuol dire registro?» mi rimbrotta Forte ingelosito.

   «Scriva lei direttamente a mano.»

   A mano? Questo è impazzito completamente. Ma adesso non glielo posso dire se no mi attacca un’altra tiritera. «Sì, va bene, faccio così. Basta che girate al largo adesso.»  

   Sono ormai al limite della mia già scarsa pazienza, e loro dovrebbero averlo capito benissimo dai segnali che lancio e invece ancora non accennano ad andare, anzi si guardano muti come sarde a beccafico, si bilanciano sulle gambe, prima uno poi l’altro, sincroni. Totò e Peppino in commissariato. Forte addirittura fa un passo avanti e comincia a mettere ordine sulla scrivania. Di nuovo! I due vorrebbero restare, lo capirebbe pure un cieco, lo capirebbe. E poi ce l’hanno scritto in faccia che schiattano di curiosità, e però mi dispiace assai ma quest’osso me lo devo spolpare da sola. Mamma mia, e chi se li scorda quei baci, quelle mani addosso e tutti quei mesi passati insieme a questo fiore che adesso tengo davanti? Vabbè va’, andiamo avanti, di questo passo non so dove vado a finire, spero solo che quelle cose non se le ricordi lui pure.

 

   Finalmente dopo cinque minuti buoni di tira e molla i due si convincono che non c’è trippa per gatti e mogi mogi se ne vanno, ma così mosci e lunghi che sembrano panzerotti messi male a lievitare, e quasi quasi un poco mi dispiace.

   Appena Esposito si chiude la porta alle spalle dimentico la promessa di trascrivere, accendo il registratore, prendo la questione di petto e mi rivolgo al dottore.

   Preferisco esordire senza troppi preamboli in modo da evitare eventuali ricordi inopportuni intantoché comincio a schioccare le dita per apparire una tipa tosta. «Dunque, Morelli, veniamo a noi.»

   Malgrado i miei goffi depistaggi il tizio tiene buona memoria e si ricorda perfettamente di tutto. Da quando è entrato nella stanza e mi ha vista, appare quasi sollevato e persino la postura che tiene adesso sulla sedia denota più sicurezza. Si capisce anche che ha una domanda scottante da farmi. Infatti due secondi dopo Morelli se ne esce quatto quatto con un «posso chiederle una cosa, commissario Lobosco?» detto così papale papale, a metà tra il cortese e l’ironico.

   Mannaggia a lui questo mi ha fregata, e nel giro di tre minuti mi sento stanata come un coniglio da fare ripieno il giorno di Pasqua, perché il bellimbusto ha già capito chi sono. Ingoio saliva, lo guardo dritto in faccia e intanto rifletto su come distrarlo.

   «Veramente qui le domande le faccio io. Ma se ha bisogno, che ne so, di una sigaretta forse o di una caramella, dato che è Natale per una volta facciamo un’eccezione.»

   E visto che sulla mia scrivania non manca mai una ciotolina di terracotta piena di schifezzette dolci, gliela svuoto davanti come farebbe un prestigiatore con i piccioni nel cilindro, nella speranza di confonderlo. Tiro fuori pure un paio di sigarette e un accendino, ignorando il cartello bianco e rosso che tengo appeso davanti, ma lui non si lascia tentare, scuote la testa come un bambino capriccioso e declina l’offerta.

   «No grazie, commissario, tra l’altro non fumo nemmeno più. Veramente si tratta di una cosa personale.»

   Ahia, si mette male. E mo’ come lo fermo a questo?

   Decido di buttarmi e mi metto a blandirlo, cerco di improvvisare. «Allora va bene, passi, e facciamo la seconda eccezione. Oggi è il suo giorno fortunato. Dica pure.» E intanto mi alzo ad aprire la finestra, che qui dentro si soffoca e io ho pure detto una cazzata.

   Il suo giorno fortunato… Ma come m’è venuto? Devo essere impazzita, devo essere.

   Il disgraziato si alza pure lui senza permesso, mi viene dietro si avvicina e cerca di prendermi le mani. Poi con quella voce di zucchero uguale uguale a quella che teneva nella boccuccia sua quando era un ragazzo, lo sento dire: «Ma tu sei… tu sei Lolita mia?!» E vi assicuro, non è una domanda.

   Ritraggo le mani come se ci avessero versato sopra una padellata di olio bollente e me ne torno dietro la barricata. Lui resta in piedi, disorientato, ma ormai ha ripreso coraggio e si è scordato dove sta. Mi sistemo i capelli dietro le orecchie come una scolaretta davanti alla maestra, mi siedo sulla girevole, arretro un poco e studio una strategia veloce, anche se per l’agitazione non mi viene in mente niente e ingoio solo amaro. E adesso che gli dico a questo, che m’invento? Mica gli posso dire: «Sì, sono Lolita tua ed ero io pure quella che si insaponava assieme a te nella doccia della palestra.» Ma siamo matti siamo.

   Mi risiedo, deglutisco di nuovo, schiarisco la voce e mi organizzo. Fingo sicurezza, dondolo all’indietro con la sedia, poso le mani sulla scrivania tamburellando le dita, guardo in faccia Morelli e poi gli intimo, gelida come un cubetto nel freezer: «Prima di tutto si sieda o sarò costretta a chiamare qualcuno, e poi non dimentichi neppure per un istante che qui dentro io sono il commissario Lobosco e lei Morelli Stefano Benedetto, in stato di fermo per giunta. E questo è l’unico discorso che io e lei dobbiamo affrontare.»

   La mia voce risuona nella stanza. Mi sono impegnata a fondo per dargli un tono scostante e a quanto pare ci sono riuscita egregiamente perché le mie parole hanno sul povero Stefano l’effetto di una tromba d’aria. Lo vedo accasciarsi sulla sedia, quasi sul punto di piangere. Sono turbata, lo ammetto, ma non posso pensarci adesso con tutte le domande che ho da fargli, quello che più mi preme è che i ruoli siano ristabiliti una volta per tutte.

   E speriamo bene.

   Sì, lo so, dicono che sono stronza, che non scopo abbastanza, che per questo divento acida come uno yogurt scaduto e che tutto il commissariato sarebbe disposto a sacrificarsi per me e a darmi per così dire una mano. Ma per il momento me ne frego e nossignore non tengo bisogno di niente, né di mani e né di altro.

   E andiamo avanti, che oggi è pure la vigilia di Natale.

   Mi avvicino meglio con la sedia alla scrivania e incrocio le mani.

   «Dunque, Morelli, mi racconti la sua versione dei fatti.»

   Addolcisco un poco la voce mentre glielo dico, come si fa con i cavalli, il bastone e la carota insomma, e mentre lui comincia a parlare, furtivamente scarto dalla velina colorata una scorza di arancia candita e poi comincio a succhiare, coprendomi la bocca con la mano. Le arance candite le preparo io personalmente e in grande quantità e le tengo per l’appunto sulla scrivania nella ciotolina di ceramica con i galletti disegnati, accampando come motivazione ufficiale gli improvvisi cali di zuccheri a cui vado soggetta, ma già nel commissariato corre voce che di sfizio si tratta, e non di malattia. Che al commissario Lolita, a quanto pare gli piace il ciupaciups.

   Stefano si sta asciugando le lacrime con un kleenex giallo canarino e tira su col naso come fanno i bambini quando piangono. Ma quanto è dolce quest’uomo, chissà perché me lo ricordavo un po’ più stronzo. Ah sì, perché m’ha lasciata di botto, adesso mi sovviene. Faccio un calcolo su quanti anni saranno passati da allora, venti mi pare e forse qualcosa di più. Accidenti, come passa il tempo.

   Mentre ricordo, lui comincia a parlare, è molto dispiaciuto e anche nervoso, la sua mano sudata lascia un’impronta sul cristallo della mia scrivania. E speriamo che non mi sia finito il vetril.

   «Dunque, commissario, visto che noi non ci conosciamo affatto la informo che faccio il dentista da circa dieci anni e ho uno studio abbastanza avviato e di mia esclusiva proprietà in via Cardarelli al numero 46. Ci lavoro dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio.»

Continua a leggere…

 

L’autrice

Gabriella Genisi è nata nel 1965. Ha scritto numerosi libri e ha inventato il personaggio del commissario Lolita Lobosco, la poliziotta più sexy del Mediterraneo, protagonista di alcuni romanzi pubblicati da Sonzogno: La circonferenza delle arance (2010), Giallo ciliegia (2011), Uva noir (2012), Gioco pericoloso (2014), Spaghetti all’assassina (2015), Mare nero (2016) e Dopo tanta nebbia (2017). Ha inoltre scritto: La teoria di Camila. Una nuova geografia familiare (Perrone, 2018) e Pizzica amara (Rizzoli, 2019).

 

 

 

 

  • La circonferenza delle arance. Le indagini di Lolita Lobosco. Vol. 1
  • Gabriella Genisi
  • Editore: Marsilio
  • Collana: Universale economica Feltrinelli
  • Anno edizione: 2020
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 16 gennaio 2020
  • Pagine: 190 p., Brossura
  • EAN: 9788829703951Acquista. € 8,08

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