Filosofia, arte e storia delle grandi idee

«La civiltà degli inquieti»

Da Michelangelo a Einstein, il progresso nasce dall’inquietudine creativa più che dalla serenità apparente.

Redazione Inchiostronero

Un’affermazione di Paolo Crepet offre lo spunto per interrogare una distinzione tanto suggestiva quanto controversa: il mondo è davvero costruito dai “disagiati”, mentre i “distesi” si limitano ad abitarlo? Attraverso un percorso che intreccia filosofia, storia dell’arte e cultura, il saggio propone una diversa interpretazione. Non è il disagio in sé a generare il progresso, ma quell’inquietudine creativa che spinge alcuni uomini e donne a mettere continuamente in discussione ciò che appare definitivo. Dalle botteghe rinascimentali ai laboratori scientifici, dalle grandi opere letterarie alle rivoluzioni del pensiero, la civiltà sembra avanzare grazie a chi non smette mai di interrogare la realtà.


Introduzione

La provocazione di Crepet

In una trasmissione televisiva, Paolo Crepet ha proposto una distinzione tanto semplice quanto urtante. Da una parte ci sarebbero i «disagiati», gli uomini e le donne incapaci di adattarsi pienamente al mondo, tormentati da un’inquietudine che non concede loro riposo. Dall’altra i «distesi», coloro che attendono, osservano, utilizzano ciò che altri hanno inventato e finiscono per beneficiare di opere, idee e conquiste nate altrove. I primi costruirebbero la civiltà; i secondi vi si accomoderebbero.

Crepet ha evocato Michelangelo. Anche lui, secondo questa lettura, sarebbe stato un disagiato: dipendente dalle commesse della Chiesa, costretto a confrontarsi con papi, ritardi, richieste, pressioni e umiliazioni, e tuttavia capace di trasformare quella condizione in qualcosa che ancora oggi appartiene all’umanità intera. Le sue inquietudini personali sarebbero diventate affreschi, sculture, architetture. Il suo tormento, una volta consegnato alla materia, avrebbe cessato di essere soltanto suo.

La formula è efficace proprio perché divide nettamente. Da una parte chi crea, dall’altra chi riceve. Da una parte chi non trova pace, dall’altra chi vive nel conforto di ciò che è già stato pensato. È un’immagine quasi crudele, ma immediatamente riconoscibile. Ogni epoca sembra aver conosciuto uomini incapaci di stare dentro i confini assegnati, individui che hanno pagato con l’isolamento, l’incomprensione o la fatica il bisogno di vedere oltre. E ogni epoca ha conosciuto anche moltitudini che hanno abitato quei cambiamenti senza averli desiderati, previsti o costruiti.

Ma la civiltà può davvero essere raccontata attraverso questa opposizione? È corretto attribuire al disagio una forza creativa e alla distensione una forma di passività? Oppure il fascino della tesi nasce proprio dalla sua eccessiva semplicità?

Prima di correggerla, occorre prenderla sul serio. Non perché ogni sofferenza produca grandezza, né perché la serenità sia necessariamente sterile, ma perché dietro la distinzione tra disagiati e distesi si nasconde una domanda più profonda: chi trasforma davvero il mondo? Chi vi si sente a proprio agio, oppure chi avverte continuamente che ciò che esiste non basta?

Forse la storia della civiltà comincia proprio lì, nel punto in cui qualcuno smette di adattarsi.

Il disagio non basta

Se la provocazione di Crepet coglie un aspetto della realtà, occorre tuttavia precisarne il significato. Il disagio, da solo, non costruisce nulla. La sofferenza, l’insoddisfazione o il malessere non sono, di per sé, una forza creativa. Possono paralizzare, isolare, perfino distruggere. La storia è piena di vite spezzate dal dolore che non hanno lasciato alcuna traccia, se non quella della propria sofferenza.

Diverso è il caso dell’inquietudine. L’inquietudine non coincide con il disagio, ma ne rappresenta una possibile trasformazione. È una tensione che impedisce di accontentarsi delle risposte ricevute, una disposizione dell’intelligenza che continua a interrogare la realtà quando altri ritengono di aver già compreso tutto. Non è una malattia dello spirito, bensì il suo movimento. Chi è inquieto non rifiuta il mondo: rifiuta l’idea che il mondo sia definitivamente spiegato.

In questo senso, l’inquietudine diventa una forza creativa. È ciò che spinge uno scienziato a verificare una teoria, un filosofo a mettere in discussione una certezza, un artista a ricominciare un’opera che tutti giudicherebbero già conclusa. Il desiderio di conoscere nasce quasi sempre da una mancanza. Se nulla ci inquietasse, probabilmente nulla ci spingerebbe a cercare.

Arthur Schopenhauer osservava che: «Il talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire; il genio colpisce un bersaglio che nessun altro può vedere.» La differenza non riguarda soltanto l’intelligenza, ma la capacità di scorgere ciò che agli altri rimane invisibile. Prima ancora di trovare una risposta, il genio ha individuato una domanda.

Anche Friedrich Nietzsche riconosceva nell’inquietudine una condizione della crescita interiore quando scriveva: «Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante.» Il caos non è celebrato come sofferenza fine a sé stessa, ma come energia che, disciplinata, può trasformarsi in creazione.

Sigmund Freud, infine, mostrò come le tensioni più profonde dell’uomo non siano necessariamente destinate a distruggere. Attraverso ciò che chiamò sublimazione, esse possono trovare espressione nell’arte, nella ricerca scientifica, nella cultura. L’impulso originario non scompare; cambia forma e diventa opera.

È forse questo il punto che merita di essere approfondito. La civiltà non è nata dal disagio, ma dalla capacità di alcuni uomini e donne di non rassegnarsi ad esso. L’inquietudine, quando incontra il talento, la disciplina e la perseveranza, cessa di essere una ferita privata e diventa una forza capace di lasciare un segno nella storia.

Michelangelo e gli altri inquieti

Se esiste una figura capace di incarnare questa inquietudine creativa, quella è Michelangelo Buonarroti. La tradizione ci ha consegnato il genio della Cappella Sistina, del David e della Pietà; meno conosciuto è invece l’uomo. Le sue lettere raccontano un’esistenza fatta di continue preoccupazioni economiche, rapporti spesso difficili con i committenti, interminabili trattative con i papi, un’insoddisfazione che non lo abbandonò mai. Persino davanti ai capolavori che oggi ammiriamo, Michelangelo vedeva soprattutto i limiti, ciò che avrebbe potuto fare meglio, ciò che restava ancora incompiuto.

Emblematica è una frase che gli viene attribuita e che riassume il suo modo di intendere l’arte: «Ancora imparo.» Due parole soltanto, eppure sufficienti a descrivere un uomo che, ormai anziano e universalmente celebrato, continuava a considerarsi un apprendista. L’inquietudine non nasceva dall’insicurezza, ma dalla convinzione che ogni traguardo fosse soltanto un nuovo punto di partenza.

Lo stesso atteggiamento si ritrova in Leonardo da Vinci. Pittore, ingegnere, anatomista, inventore, non smise mai di osservare il mondo come se nulla fosse definitivamente conosciuto. I suoi taccuini sono il diario di una curiosità inesauribile. Ogni risposta generava una nuova domanda, ogni scoperta apriva un problema ulteriore. Per Leonardo, conoscere significava non interrompere mai la ricerca.

Anche Galileo Galilei apparteneva a questa stirpe di inquieti. Non si limitò ad accettare l’autorità della tradizione, ma pretese che fosse la natura stessa a parlare. Puntò il cannocchiale verso il cielo non per confermare ciò che tutti credevano, bensì per verificare se fosse vero. La sua inquietudine non era ribellione fine a sé stessa: era fedeltà ai fatti.

Isaac Newton mostrò un’inquietudine di altro genere. Apparentemente riservato e metodico, trascorse anni inseguendo un ordine nascosto nella realtà. La celebre immagine della mela è diventata simbolica proprio perché dietro un gesto quotidiano egli intravide una legge universale. Dove altri vedevano un fenomeno comune, Newton scorse una domanda destinata a cambiare la fisica.

Lo stesso accadde ad Albert Einstein. Il suo punto di partenza non fu una nuova tecnologia, ma un dubbio. Che cosa vedrebbe un uomo se potesse viaggiare accanto a un raggio di luce? Da questa semplice domanda nacque una delle più profonde rivoluzioni scientifiche della modernità. Ancora una volta, tutto ebbe origine dall’incapacità di considerare il mondo già spiegato.

Artista, scienziato, filosofo o inventore: cambiano le epoche, cambiano i linguaggi, ma rimane costante una disposizione dello spirito. Nessuno di questi uomini si accontentò delle risposte disponibili. La loro grandezza non consisteva soltanto nel trovare soluzioni, bensì nell’individuare problemi che gli altri non vedevano nemmeno. È in questa irrequietezza intellettuale, più che nel semplice talento, che si riconosce il tratto comune dei costruttori della civiltà.

I distesi

Se gli inquieti rappresentano la forza che spinge la civiltà oltre i propri confini, chi sono allora i “distesi” evocati da Paolo Crepet? La tentazione sarebbe quella di considerarli una categoria minore, quasi parassitaria. Sarebbe però una conclusione ingiusta e, soprattutto, storicamente falsa.

Ogni civiltà vive infatti di un equilibrio. C’è chi apre una strada e chi la percorre. C’è chi inventa uno strumento e chi lo utilizza. C’è chi formula una teoria e chi la trasforma in pratica quotidiana. Le grandi innovazioni non avrebbero alcun valore se non esistesse una collettività capace di accoglierle, diffonderle e farle diventare patrimonio comune.

Quando utilizziamo uno smartphone, ci spostiamo in automobile, consultiamo una carta geografica o accendiamo una lampadina, raramente pensiamo agli uomini che hanno dedicato anni, talvolta un’intera vita, alla soluzione di problemi che oggi ci appaiono banali. Abitiamo un mondo già costruito. Ne usufruiamo quasi senza rendercene conto. In questo senso siamo, almeno in parte, tutti eredi del lavoro altrui.

Essere “distesi”, allora, non significa essere pigri o privi di intelligenza. Significa, più semplicemente, vivere all’interno di un ordine che altri hanno contribuito a edificare. È la condizione normale della maggior parte degli esseri umani. Non tutti possono essere pionieri, come non tutti possono essere artisti, scienziati o filosofi. Una società composta esclusivamente da innovatori sarebbe probabilmente caotica quanto una composta soltanto da conservatori.

Eppure una differenza rimane. Gli inquieti non si limitano ad abitare il mondo: cercano continuamente di modificarlo. Dove altri vedono un’abitudine, essi scorgono un problema. Dove gli altri trovano un equilibrio, essi avvertono un limite ancora da superare. È questa tensione, più che un’intelligenza superiore, a renderli protagonisti delle grandi trasformazioni storiche.

Forse, allora, la distinzione proposta da Crepet può essere riletta in modo meno radicale. I distesi sono indispensabili perché custodiscono, trasmettono e rendono feconde le conquiste della civiltà. Gli inquieti, invece, ne rappresentano il principio dinamico, quella minoranza che, in ogni epoca, mette in discussione ciò che sembra definitivo e apre possibilità nuove. «La storia ha bisogno degli uni e degli altri. Ma senza gli inquieti continuerebbe semplicemente a ripetersi»

John William Waterhouse – Dolce Far Niente (1880) [Wikipedia]
L’inquietudine come motore della civiltà

Al termine di questo percorso, la provocazione di Paolo Crepet conserva intatta la sua forza, ma forse chiede di essere riformulata. Non perché sia falsa, bensì perché utilizza una parola che rischia di generare un equivoco. Il disagio, infatti, non è di per sé una forza creativa. Può diventarlo, ma può anche spegnere ogni slancio, rinchiudere l’individuo nella propria sofferenza e impedirgli di trasformarla in qualcosa di fecondo.

La storia della civiltà sembra raccontare un’altra vicenda. Le grandi opere dell’arte, della filosofia e della scienza non nascono semplicemente dal dolore, ma da un’inquietudine che non concede tregua all’intelligenza. È quella voce interiore che rifiuta le risposte facili, che considera ogni conquista provvisoria e ogni certezza come l’inizio di una nuova ricerca. L’inquieto non è necessariamente un uomo infelice. È, più spesso, un uomo incapace di smettere di domandare.

Michelangelo non scolpiva perché soffriva. Leonardo non studiava il volo degli uccelli perché era tormentato. Galileo non puntava il cannocchiale verso il cielo per il gusto della ribellione. Einstein non cambiò il nostro modo di concepire l’universo perché viveva nel disagio. Tutti, invece, erano accomunati dalla stessa irrequietezza intellettuale: l’impossibilità di accettare il mondo come definitivamente spiegato.

Forse è proprio questa la vera ricchezza dell’umanità. Ogni epoca ha avuto i suoi inquieti. Uomini e donne che hanno immaginato ciò che ancora non esisteva, che hanno corretto errori ritenuti intoccabili, che hanno aperto strade dove gli altri vedevano soltanto muri. Molte delle comodità, delle conoscenze e delle libertà che oggi consideriamo naturali sono nate dalla loro ostinazione nel cercare una risposta diversa.

Per questo, più che di una civiltà costruita dai “disagiati”, sarebbe forse più corretto parlare di una civiltà degli inquieti. Non di coloro che soffrono di più, ma di coloro che si accontentano di meno. È questa insoddisfazione creativa, nutrita di studio, disciplina e perseveranza, ad aver lasciato le tracce più profonde nella storia.

«La civiltà, in fondo, non avanza perché tutti condividono le stesse certezze. Avanza perché, in ogni generazione, qualcuno trova il coraggio di dubitare anche delle certezze di tutti.»

 

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