Le crepe dell’egemonia americana diventano evidenti

«La coperta corta»

Le guerre simultanee mettono a dura prova risorse, alleanze e credibilità strategica degli Stati Uniti.

di Andrea Marcigliano

L’impegno militare su più fronti rivela i limiti della potenza americana. Secondo Andrea Marcigliano, il conflitto con l’Iran dimostra che Washington non dispone più di risorse illimitate: la “coperta corta” costringe gli Stati Uniti a scelte difficili, alimentando le preoccupazioni degli alleati e aprendo interrogativi sul futuro degli equilibri geopolitici mondiali. (N.R.)


Nicolai Lilin è un analista, e un polemista estremamente attento alla realtà che lo circonda. E ne parla senza troppi infingimenti, senza, diciamo così, metafore diplomatiche.

E Lilin, ora, ci dice che la coperta americana è divenuta corta. Troppo corta per le ambizioni di Washington.

In effetti non si può non dargli ragione.

Trump si è fatto trascinare da Netanyahu nel conflitto aperto con l’Iran. Per quali ragioni difficile, e in fondo inutile dirlo.

Comunque, evidentemente credeva in una passeggiata. Un blitz, che risolvesse tutto in una manciata di giorni.

Non è stato così. E come stanno andando le cose è ormai sotto gli occhi di tutti.

L’Iran è un osso troppo duro, e troppo grosso, da rodere. E gli States hanno sprecato, e continuano a sprecare una enormità di risorse senza venirne a capo.

Risorse in primo luogo militari. Perché è palese la difficoltà di Washington di tenere sotto controllo, e in sicurezza, le sue basi nella regione del Golfo.

Fonti , estremamente credibili, statunitensi ci informano che, ormai, gli States avrebbero quasi esaurito, o per lo meno dissanguato, le loro riserve di Patriot e di altri missili intercettori. Il che rende sempre più difficile la difesa della regione dagli attacchi iraniani.

Ne sanno qualcosa gli alleati arabi di Washington. Sempre più esposti agli attacchi, mentre gli States sembrano ormai aver ridotto le loro difese alla sola Israele.

E il malcontento, o meglio la preoccupazione fra i regimi arabi ormai dilaga.

Il senso di insicurezza si trasforma, rapidamente, in instabilità politica. E i popoli arabi cominciano a dare segnali di rivolta contro sceicchi ed emiri che sono troppo subalterni agli americani.

Per altro, la stessa difesa ad oltranza di Israele sembra fare acqua da tutte le parti.

Certo, Netanyahu è, probabilmente, il più acceso sostenitore della guerra contro l’Iran. E l’uomo che sta boicottando le, stente e faticose, trattative di pace iniziate dalla Casa Bianca.

Tuttavia la tensione, i continui raid iraniani, la minaccia alla sicurezza comincia a farsi sentire in Israele.

E se è vero che Bibi può contare sull’appoggio di un 70% degli israeliani, è altresì indiscutibile che i ceti produttivi, quelli che producono ricchezza, stanno cominciando ad abbandonare Israele per luoghi più sicuri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trump, inoltre, si trova in gravi difficoltà negli States.

A meno di, imprevedibili, accadimenti, le elezioni di Midterm, in autunno, saranno per lui un disastro. Un vero e proprio bagno di sangue.

Anche perché sta venendo abbandonato da parte consistente della sua base. Che non capisce, e non accetta, questo coinvolgimento totale con Israele.

E già molti esponenti di primo piano hanno cominciato a prendere le distanze da una Presidenza che si era presentata con ben altre prospettive e programmi.

Insomma, per semplificare, la coperta, come dice Lilin, è troppo corta per continuare a garantire il primato mondiale di Washington.

Mosca e Pechino assistono sornioni. Il tempo, e i disastri nel Golfo, lavorano per loro.

Redazione Electo
Andrea Marcigliano

 

 

 

 

 

 

 

 

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