La decivilizzazione è la fine della memoria

LA DECIVILIZZAZIONE


Piaccia o non piaccia alle anime belle, agli ingenui e agli ottimisti, la nostra società – che da tempo ha smesso di essere una civiltà – è in fase di avanzata decivilizzazione. Sintomi, prove e indizi sono sotto gli occhi di tutti, ma pochissimi osano dire la verità: il re è nudo, manca il bimbo innocente della fiaba che osa pronunciare la verità perché dice quel che vede. Manca la diagnosi e ancor più la terapia: i medici sono in gran parte al servizio di chi ha reso invivibile questo pezzetto di mondo. La barbarie avanza e la corsa verso il basso resta inarrestabile innanzitutto perché indicibile: ordini superiori.

Negli ultimi mesi in Francia il concetto di “decivilizzazione” ha fatto irruzione nel dibattito sociale. È stato Emmanuel Macron a portarlo all’attenzione affermando, con riferimento al clima di violenza in cui è immerso il paese, che “nessuna violenza è legittima, né verbale né contro le persone. Dobbiamo lavorare sodo per contrastare questo processo di decivilizzazione”. Le critiche sono piovute immediatamente dal mondo progressista. Macron è stato accusato di utilizzare lo stesso linguaggio dell’“estrema destra”. La gauche caviar a corto di argomenti ripete ovunque le stesse ossessioni. Il presidente caro ai Rothschild ha utilizzato un termine utilizzato da Renaud Camus, autore di un saggio dal titolo fatale: Décivilisation.

Camus è bersaglio dei progressisti in quanto inventore dell’espressione “grande sostituzione” per definire l’immigrazione in Francia e in Europa. Come sempre, non si risponde nel merito: è in atto o no la sostituzione etnica delle popolazioni europee? È vero o falso che stiamo subendo un degrado civile? La reazione è sempre la stessa: urla scomposte, demonizzazione del reprobo perfino se è un presidente della repubblica costruito nei laboratori del potere finanziario, rifiuto della discussione per manifesta indegnità della tesi sgradita. In realtà il termine decivilizzazione fu coniato da un sociologo ebreo tedesco, Norbert Elias, che cercava di comprendere perché il nazismo avesse conquistato i tedeschi. Elias definiva il processo di civilizzazione la via attraverso la quale le società europee occidentali si sono progressivamente pacificate. La civiltà è innanzitutto norma sociale interiorizzata, qualcosa di simile a ciò che Freud definì Super Io, l’insieme dei codici e delle regole che rispettiamo, il controllo delle nostre pulsioni, l’inibizione volontaria come materia della civiltà, concetto ripreso da Camus.

La decivilizzazione è la fine della memoria, l’indifferenza, la liberazione del risentimento, lo sgretolamento delle strutture sociali. Per l’etnologo Robert Jaudin è la modifica totale apportata e imposta all’ordine quotidiano e, nel caso occidentale, vettore della perdita della (e delle) civiltà è la mondializzazione. L’interpretazione di Camus è simile: subcultura di massa, crisi della scuola e della famiglia, livellamento verso il basso. La concettualizzazione è utile per descrivere fenomeni che non possono più essere negati. Etichettare qualcosa come “estrema destra” per espellerlo dal dibattito pubblico funziona sempre meno: contra factum non valet argumentum. (Secondo la filosofia di Aristotele e di San Tommaso, “una cosa non può essere e non essere nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto”, che cita la detta topica più volte nella Summa Theologiae.Elias,) ne Il processo di civilizzazione prendeva atto che il nazismo aveva occupato l’immaginario collettivo spazzando via idee, processi e modi di pensare sedimentati nel tempo. Una tesi vicina a una delle convinzioni più radicate della mentalità conservatrice, da Edmund Burke in avanti: la civiltà è una conquista faticosa, fragile, provvisoria, frutto di secoli, a rischio costante di essere smantellata in pochissimo tempo. Di qui la cura paziente di custodire, preservare e trasmettere il lascito prezioso delle migliori personalità del passato.

La realtà è che il clima civile declina – altro che semplice “percezione” – la criminalità spadroneggia, l’uso di droghe è in aumento, (1) la pornografia è consumata sin da ragazzini, gli spazi comuni sono degradati, l’istruzione cede il passo a un’ignoranza arrogante e soddisfatta. Le mode trascinano in basso una massa priva di valori orfana del pensiero. Anche i gesti più normali, come usare mezzi pubblici o passeggiare in quartieri periferici diventano rischiosi per certe categorie, giovani donne, anziani, deboli. Discuterne è diventato impossibile.

Tempo fa, su un treno suburbano ci siamo trovati tra una torma di ragazzi di quindici-sedici anni diretti verso le discoteche. Ricoperti di trucco pesante e di tatuaggi, indossavano, se maschi, abiti stazzonati che sembravano due taglie più grandi del necessario e, se ragazze, due taglie più piccole. Scomposti, tra urla e turpiloquio, hanno cominciato a tracannare birra e alcoolici, le marche a poco prezzo dei discount. Chiedevano l’un l’altro chi avesse portato le “polveri magiche” e le “pillole”.  Parlavano di sesso, risse e rap, sghignazzavano di una risata un po’ finta che cercava di mostrare che ognuno si stesse “divertendo” più di chi aveva accanto. Vittime inconsapevoli: nessuno ha insegnato nulla, nessuno ha proposto loro modelli di vita. Gli esempi riguardano ogni fascia di età e censo.

Ma cè qualcos’altro nei fenomeni che stanno accadendo davanti ai nostri occhi. Elias, Camus e altri avvertivano di quanto sia costoso costruire una civiltà. Uno sguardo al cambiamento dei costumi mostra il lungo, tortuoso cammino attraverso il quale una civiltà plasmata dal cristianesimo, dal diritto e dal rispetto per la persona, ammorbidì i costumi, dalla lotta per sradicare la schiavitù agli sforzi per limitare la violenza anche in guerra (distinzione tra belligeranti e civili, leggi belliche). Il punto centrale resta l’interiorizzazione delle norme e delle limitazioni sociali. Donoso Cortés, nel XIX secolo, usò la metafora dei due termometri. Uno misura l’autolimitazione, l’altro le norme esterne. A maggiore capacità di autocontrollo, minore repressione esterna, collettiva e politica, e viceversa.

Abbiamo passato oltre mezzo secolo ad abbattere i freni interiori, in corrispondenza del crollo delle punizioni, della riprovazione sociale, della capacità e volontà del potere pubblico di intervenire. Né il permissivismo, né le periodiche invocazioni alla “mano dura” riescono a garantire il funzionamento sociale. Di fronte alla volgare brutalità che ci attanaglia, i governi sono impotenti, timorosi, prigionieri della cultura dominante, figlia dell’idea di tolleranza come impotenza, indifferenza, rifiuto di esprimere giudizi morali. Aristotele scrisse che apatia e tolleranza sono le ultime virtù di una società morente. Ovvero, de-civilizzata in base all’ esplosiva combinazione dell’allentamento di tutte le limitazioni sociali in conseguenza dell’individualismo esacerbato, della liberazione (o scatenamento incontrollato) di tutti gli impulsi in nome della sacralizzazione delle libertà soggettive. Senza più idee e principi comuni, invochiamo regole. Il mercato e la legge prendono il posto degli usi e costumi di ieri, che fornivano l’orientamento civile, il quadro di riferimento per la convivenza. La società malata che ha lavorato alla decostruzione di se stessa, contempla ora stupita la sua disgregazione.

In Francia ha cercato di farsi sentire la voce della residua presenza cristiana: il vescovo  Matthieu Rougé ha rammentato l’incoerenza di combattere il processo di decivilizzazione mentre si autorizza il suicidio assistito. Vero: la fine dell’intangibilità della vita umana è la vera causa efficiente della decivilizzazione. La sua origine è la volontà prometeica che non riconosce limite ai desideri, che non si sente legata a nulla, non ammette alcuna restrizione alle pulsioni. Una gigantesca ingegneria sociale ha cambiato radicalmente le nostre vite, innescando il processo di decivilizzazione. L’esperienza mostra che la presunta regolazione/legalizzazione di una trasgressione è il cavallo di Troia della sua normalizzazione. I cavalli di Troia entrati nella città dell’uomo sono innumerevoli, troppi. Nessuno ha creduto agli allarmi, come nel caso dell’inascoltato Laocoonte.

Giandomenico Tiepolo La processione del cavallo di Troia 1790.

Interessante è una riflessione di Chantal Delsol: ci sono due tipi di barbarie, la barbarie dei sensi e quella riflessiva. La prima è tipica dei selvaggi come il ciclope degli antichi greci, un essere rozzo dai gesti violenti e dai sentimenti elementari, un essere non ancora “civilizzato” La barbarie riflessiva riguarda chi è (stato) civilizzato ma distorce il senso delle cose, decostruisce i significati, nega la realtà del mondo. Entrambe agiscono simultaneamente nel processo di decivilizzazione. È una barbarie del primo tipo – avverte – che gli insegnanti non possano più parlare di determinati temi o quando in certi quartieri francesi le donne non possono entrare nelle mense. “Manteniamo tra noi, per mancanza del coraggio di integrarli davvero, popolazioni selvagge, cioè incivili, nelle quali i giovani non sono istruiti ma allevati come piccoli Ciclopi, pronti alla violenza perché ignorano parole e riti sociali”.

Ma siamo di fronte a un’avanzata della barbarie, aggiunge, “anche quando le maestre possono proporre ai bambini di cambiare sesso come se cambiassero ristorante, e quando l’odio e la violenza impediscono di parlare a chi pensa che quelle siano menzogne che rovinano la vita. Se i difensori di queste pratiche fossero persone civili, accetterebbero il dibattito, che è ciò che caratterizza la civiltà.” Parole indigeribili, inascoltabili da chi promuove la barbarie chiamandola liberazione.

Eppure, constatare l’ascesa dell’inciviltà, impossibile da nascondere per quanti sforzi faccia il potere, è “fare il gioco della destra”. Nessuna volontà andare a fondo nell’analisi, individuare l’origine del processo e agire di conseguenza. Ancora Donoso: si innalzano troni alle cause e forche alle conseguenze, ossia ci si lamenta dei frutti avvelenati senza riconoscere che velenoso è l’albero che li produce. La causa scatenante del dibattito sulla decivilizzazione è stato un evento tragico, esito di un vuoto partito dall’alto, propagatosi come un virus a tutta la società. Il 22 maggio un individuo armato di coltello ha aggredito due persone in un ospedale, uccidendo un’infermiera. L’identità dell’assassino non è stata resa nota (perché?)  ma si sa che è un malato di mente processato per atti simili nel 2017. L’istruttoria di quel caso si era conclusa da poco (sei anni di attesa!) con la dichiarazione di non punibilità del soggetto per il suo disturbo. Ma in Occidente la pazzia non esiste e la decivilizzazione un’invenzione di retrogradi. Fino a quando parla Macron, apostolo del globalismo. Dopo Reims, Annecy: un siriano a cui è stato rifiutato lo status di profugo ha accoltellato gravemente cinque bambini. De-civiltà, barbarie cui non opponiamo che parole, retorica melensa, lo sbigottito stupore di chi vede azzannata la mano che aveva teso.

La civiltà è un processo che, tra le altre cose, implica il riconoscimento dell’esistenza degli altri, uno sforzo di reciproca empatia. Da questo punto di vista, la decivilizzazione non è solo una regressione, ma anche una crescente incapacità di convivenza comunitaria. Le conseguenze immediate sono il mal vivere e una sorta di barbarie quotidiana, ancora più insidiosa in quanto si alimenta ogni giorno di nuovi episodi, ordinarie inciviltà. Macron, cresciuto nel giardino concettuale del progressismo, aveva probabilmente in mente questo, ma chi lo ha attaccato ha un’altra chiave di lettura, ideologica e settaria. Il contesto determina il testo: vogliono troncare il dibattito con il cartellino rosso dell’espulsione per non “fare il gioco della destra”. Ma la verità è la verità, la dica Agamennone o il suo porcaro. Renaud Camus, a proposito di “grande sostituzione” aggiunge che essa non sarebbe stata possibile senza la decisiva sostituzione della civiltà costruita nei secoli con la sottocultura di massa, le sue mescolanze, le sue parole d’ordine, la sua pervasiva capacità di far perdere ogni identità collettiva, ogni principio condiviso.

Quali sono i valori di riferimento dei giovani del treno suburbano, oltre allo sballo, al divertimento ossessivo, le mode, il soddisfacimento immediato di desideri e pulsioni? Abbiamo allevato generazioni neo-primitive, selvagge, de-civilizzate. Che sarà di loro quando avranno nelle mani quel che resta della società? Circolano parole rassicuranti come “dialogo”. Ma quale dialogo è possibile se manca il codice comune, il vocabolario minimo per comunicare? Interrotte le vie di trasmissione, non resta che il silenzio ostile, l’istinto senza freni, il branco, la violenza. Il silenzio della civiltà finisce nella guerra di tutti contro tutti: vince il più forte. Ieri il più violento, oggi il più ricco. De-civilizzazione.

Roberto PECCHIOLI

 

 

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(1)

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