L’Italia tra fedeltà atlantica, appartenenza europea e ricerca di una posizione autonoma nello scenario internazionale

«La difficile terza via del governo Meloni»

Meloni stretta tra l’irruenza americana e l’inconsistenza strategica europea

di Marcello Veneziani

Nel nuovo disordine internazionale segnato dall’attivismo destabilizzante di Donald Trump e dalla fragilità politica dell’Unione Europea, il governo guidato da Giorgia Meloni tenta una difficile “terza via” tra fedeltà atlantica e appartenenza europea. Ma il ruolo di ponte tra le due sponde dell’Occidente si sta trasformando in una posizione scomoda e isolata: da un lato l’assertività americana, dall’altro l’inconcludenza comunitaria. Il risultato è una leadership costretta a muoversi in equilibrio precario, mentre sfuma l’ipotesi di un asse conservatore occidentale e l’Italia rischia di restare sospesa in un vicolo cieco geopolitico (N.R.)


È dura per un governo come il nostro destreggiarsi tra la folle prepotenza di Trump e la demente impotenza dell’Unione Europea, fingendo ottimismo. È dura per un leader conservatore vedersi accomunato a Trump e a Netanyahu nel nome della comune collocazione “a destra”. Ed è davvero beffardo il destino se pensiamo che perfino gli autocrati dell’Asia, anche i più torvi, appaiono oggi ben più prudenti e assennati dei presidenti eletti democraticamente e liberamente dal popolo sovrano. Da Erdogan a Putin, da Xi JinPing fino a Kim, più vari satrapi minori, risultano più cauti e avveduti di loro; al pari di alcune grandi democrazie, come l’India o il Giappone.

Trump è riuscito nell’arco di un anno alla Casa Bianca a spezzare ogni equilibrio internazionale e a bruciare ogni speranza di svolta e di pace nella politica mondiale. E insieme a spegnere ogni speranza di far nascere un’alleanza strategica tra i governi e i movimenti nazional-conservatori o nazional-populisti d’Occidente. In principio la Meloni sembrava avvantaggiata dal suo doppio ruolo di partner europeo, pienamente integrato e di alleato strategico, politicamente affine, di Trump e poteva presentarsi come il ponte e il medium tra le due sponde: oggi patisce da ambo i versanti, l’inconcludenza europea da una parte e l’arroganza bellicosa dell’America trumpiana dall’altra. Sicché si trova ad essere il ponte spezzato tra due sponde inospitali. Non è colpa sua, ma si trova sospesa in un vicolo cieco.

La Meloni ha dovuto gradualmente, in modo felpato, ma alla fine netto, dissociarsi dall’escalation delle follie trumpiane, spiazzando quanti in Italia erano già partiti lancia in resta per simulare l’ennesima crociata di libertà e democrazia a suon di bombe e trofei; esaltavano le imprese di guerra ed erano pronti a brindare per ogni zona aggredita, ogni leader ucciso, ogni sovranità calpestata. Ora, l’avveduta prudenza della Meloni lascia questi trumpiani di casa nostra con la miccia accesa tra le mani e la coda tra le gambe. A sua volta, però, il suo governo rischia di ritrovarsi nella terra di nessuno, dissociandosi sia dai solerti interventisti al seguito di Usa e Israele che dai critici risoluti degli errori compiuti in Medio Oriente e a Est nell’arco di questi anni.

Ma non è solo in Europa, e in Italia, che il duo Trump-Netanyahu sta scompaginando e sfasciando il mondo conservatore. Accade anche negli Stati Uniti, nell’elettorato conservatore americano, nel partito repubblicano, nel movimento Maga, nella stessa amministrazione Trump e in molti trumpiani pentiti (spicca il silenzio di Vance in questo frangente). Non c’è un disegno politico, un’idea, una giustificazione di fondo nell’Io Voglio di Trump, ma solo lo spettacolo della propria volontà di dominio e di seguire Israele e la pretesa di decidere ciò che è bene e ciò che è male per tutti, sulla base di quel che gli passa nella testa. Attacca senza consultare alcun alleato e poi pretende da loro che lo seguano nelle conseguenze che il suo gesto ha determinato. Oggi la Nato sembra la rappresentazione del supplizio etrusco: un morto legato a un vivo, esagitato. L’Europa è il morto, il vivo esagitato è l’America trumpiana.

In questo quadro frana ogni internazionale della destra, ogni disegno conservatore in chiave euro-atlantica. La stagione dei sovranismi nazional-populisti si chiude nel peggiore dei modi possibili; tutto è ridotto all’egocentrismo prepotente del Capo e alla sua volontà di supremazia. Anche se non pochi a lui vicini condannano apertamente il nefasto appiattimento di Trump su Netanyahu e sul suo progetto di eliminare chiunque non sia allineato a Israele.

Intanto l’Europa viaggia con una guerra di ritardo, non sa ancora che fare e che dire sul Medio Oriente, gira intorno come le iene e i titubanti, resta imbambolata come è stata per due anni davanti alla catastrofe umanitaria di Gaza. E si occupa ancora, Italia inclusa, di colpire la Russia e sostenere l’Ucraina, sentendosi attaccata da Putin e in guerra con Mosca. Trump invece si porta avanti e durante un conflitto già ne pregusta un altro, per esempio una bella occupazione a Cuba: il miglior modo per risolvere una guerra sbagliata è aprirne un’altra. Non mi avete dato il Nobel per la pace? E ora beccatevi una guerra dopo l’altra. Non avevamo preconcetti su di lui, anzi speravamo nel suo essere controcorrente, ma ora preoccupa il suo modo di procedere, lo diciamo a ragion veduta. Speravamo nell’outsider ma si è rivelato outlaw, riprendendo la peggior linea e gendarmeria degli Usa.

Davanti a questo scenario, cosa può fare la piccola, inerme Italia? Ricorrere alla vecchia saggezza che consiglia: se non puoi influenzare capi, potenze, situazioni ed eventi, cerca quantomeno che essi non influenzino te o che incidano il meno possibile. Norma a cui la Meloni sembra ora attenersi, o quantomeno tenta di farlo; ma alla fine, anche se non ci lasciamo trascinare nel conflitto, siamo coinvolti comunque nelle sue conseguenze, e nei danni a catena che sta procurando. La guerra fa male anche a chi si chiama fuori. Siamo o no in un mondo interdipendente, e per giunta in una rete di alleanze militari, strategiche, economiche?

Da trentacinque anni il Medio Oriente, tra gli errori aggressivi degli Stati Uniti e dell’Occidente, le mire egemoniche e distruttive di Israele, la ferocia vendicativa dell’islamismo fanatico, ricade su di noi tra instabilità e insicurezza, terrorismo e paura, crisi energetiche e flussi migratori.

Siamo tra la padella americana e la brace europea e tra l’incudine delle autocrazie orientali e il martello del neo-bellicismo occidentale. Verrebbe voglia di rifugiarsi in Italia, come zona franca, immaginare una beata autarchia e un virtuoso isolazionismo, senza amici e nemici, solo conoscenti e contraenti. Si vorrebbe ma non si può. Si tratta allora di lavorare all’interno dell’Europa e nel mondo, cercando convergenze e alleanze, e di rimettere insieme i cocci, con cura paziente, senza grandi illusioni.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 20 marzo 2026

 

 

 

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