Una fiaba antica per comprendere il lato nascosto dell’amore

«La Donna Scheletro e l’archetipo della Donna Selvaggia»
Attraversare l’ombra per rinascere: la trasformazione interiore nel mito della Donna Scheletro e nell’archetipo della Donna Selvaggia
Redazione Inchiostronero
NOTA REDAZIONALE
Tra le fiabe raccolte e interpretate da Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi, quella della Donna Scheletro occupa un posto particolare: non è soltanto un racconto della tradizione inuit, ma una mappa simbolica della relazione amorosa e del processo di trasformazione interiore. Attraverso la fuga del pescatore, il filo che non si spezza, la lacrima condivisa e la rinascita finale, la fiaba descrive il passaggio necessario dall’illusione dell’amore perfetto alla maturità dell’incontro autentico. Riletta oggi, questa storia continua a interrogare la nostra capacità di accogliere l’ombra, attraversare la paura e riconoscere nel ciclo Vita/Morte/Vita la struttura stessa di ogni legame profondo.
Da Clarissa Pinkola Estés:
«L’amore nella sua forma più vera è un processo di morte e rinascita.»
La Donna Scheletro: il volto nascosto dell’amore e il ritorno dell’anima
Qualche settimana fa Patrizia Boi ha raccontato la fiaba della Donna Scheletro, ispirandosi alla raccolta Donne che corrono coi lupi (1)di Clarissa Pinkola Estés. Non si tratta soltanto di una narrazione affascinante proveniente dalla tradizione inuit, ma di una storia che appartiene a quel patrimonio simbolico capace di parlare ancora oggi alla nostra esperienza interiore. È proprio questo il motivo per cui il lavoro della Pinkola Estés continua a esercitare un’influenza così profonda su chi si accosta alle fiabe con uno sguardo non solo narrativo, ma anche psicologico e archetipico.
Clarissa Pinkola Estés, laureata in psicologia etno-clinica e specializzata in psicologia analitica, ha dedicato gran parte della propria attività allo studio delle ferite individuali e collettive e al sostegno delle persone colpite da traumi. Il suo lavoro con i sopravvissuti alla strage della Columbine High School e, successivamente, con le famiglie coinvolte negli eventi dell’11 settembre 2001 testimonia un impegno costante nella ricostruzione del senso attraverso la parola e la narrazione. È inoltre fondatrice della Guadalupe Foundation, un’organizzazione impegnata anche nella diffusione, attraverso brevi racconti radiofonici, di contenuti legati alla salute e all’igiene destinati alle popolazioni africane. Tuttavia, ciò che rende centrale la sua opera non è soltanto l’impegno sociale, ma soprattutto il modo in cui ha saputo individuare, all’interno delle fiabe e dei racconti popolari, una struttura simbolica capace di restituire dignità e profondità alla dimensione femminile.
Attraverso l’analisi dei materiali narrativi raccolti in diverse tradizioni culturali, Pinkola Estés ha riconosciuto la presenza di archetipi fondamentali per comprendere quella parte del femminino che, nel corso del tempo, è stata progressivamente addomesticata, resa timorosa e dipendente, privata di iniziativa e di fiducia in sé. Recuperare questa dimensione significa ristabilire un contatto tra la psiche individuale e la propria anima profonda. L’intero progetto dell’autrice si muove in questa direzione: rafforzare la capacità di difendersi dagli inganni interiori ed esteriori, riconoscere i condizionamenti culturali e familiari che indeboliscono l’identità femminile e restituire valore alla dimensione istintiva e creativa della donna.
Prima di entrare nel cuore della fiaba della Donna Scheletro è utile soffermarsi brevemente sulla struttura stessa della narrazione fiabesca. Pinkola Estés, infatti, si muove entro una tradizione di studi che trova un riferimento importante nell’opera dell’antropologo russo Vladimir Propp, il quale individuò nella Morfologia della fiaba una sequenza di funzioni narrative ricorrenti e costanti. Secondo Propp, la fiaba segue un ordine riconoscibile: un equilibrio iniziale, la sua rottura, una serie di prove e infine il ristabilimento di un nuovo equilibrio. Questa struttura non è soltanto un modello narrativo, ma riflette il modo in cui le comunità tradizionali hanno interpretato i passaggi fondamentali dell’esistenza.

La fiaba, infatti, appartiene originariamente alla tradizione popolare e non nasce come racconto destinato esclusivamente ai bambini. Era una narrazione condivisa da adulti e giovani, spesso raccontata durante le attività quotidiane, come la filatura della lana, lavoro fatto di gesti sapienti e ripetitivi che lasciavano spazio all’ascolto. Proprio perché tali attività erano svolte prevalentemente dalle donne, furono spesso loro a custodire e trasmettere questo patrimonio narrativo, trasformando la fiaba in uno strumento di educazione simbolica e di orientamento interiore.
È importante distinguere la fiaba dalla favola. Quest’ultima è generalmente molto breve e utilizza animali o oggetti animati per trasmettere una morale esplicita, spesso dichiarata dallo stesso autore. La fiaba, invece, introduce elementi fantastici e magici e non propone insegnamenti diretti, ma accompagna l’ascoltatore in un percorso di trasformazione più complesso e profondo.
In questo quadro si colloca la figura centrale individuata da Pinkola Estés: l’archetipo della Donna Selvaggia, una presenza interiore che rappresenta la dimensione creativa, intuitiva e naturale dell’essere femminile. Attraverso la narrazione, la meditazione, il canto, la scrittura e le pratiche artistiche diventa possibile ristabilire un contatto con questa parte profonda dell’identità, spesso rimossa o dimenticata. La Donna Selvaggia custodisce un sapere antico e passionale, una forma di conoscenza che non deriva dall’educazione esterna ma dall’esperienza interiore.
È proprio questa forza originaria che nella fiaba della Donna Scheletro riemerge sotto forma di verità non più rinviabile.
Prima della Donna Scheletro, nel libro compare la figura di Barbablù, interpretata come il predatore della psiche femminile, l’elemento distruttivo che impedisce alla donna di accedere alla propria consapevolezza. La chiave proibita che non dovrebbe essere utilizzata rappresenta proprio la possibilità della conoscenza. Aprire quella porta significa riconoscere ciò che è nascosto. Non farlo significa restare prigionieri. Come suggerisce l’autrice, nei misteri eleusini la chiave era nascosta sotto la lingua, a indicare che il segreto della trasformazione risiede nelle parole non dette e nelle domande che attendono di essere formulate. In questo senso, l’uccisione delle mogli curiose da parte di Barbablù diventa il simbolo dell’eliminazione del femminino creativo.
La Donna Scheletro rappresenta il momento opposto: non la distruzione della conoscenza, ma il suo ritorno inevitabile.
È su questo sfondo che si colloca la storia del pescatore e della Donna Scheletro. Fin dalle prime immagini della fiaba emerge il rapporto con la figura paterna, una presenza che per molte donne ha rappresentato il primo modello da cui ottenere approvazione e riconoscimento. Spesso, nel tentativo di sentirsi amate, si finisce per adattarsi a ciò che l’altro desidera, lasciando in ombra parti importanti della propria identità. Le ferite legate a questa dinamica non scompaiono: restano nascoste e riemergono quando la relazione lo richiede.
Il pescatore rappresenta l’innamorato nella fase iniziale dell’amore, quando si immagina di aver trovato la compagna perfetta e si evita di vedere ciò che potrebbe mettere in discussione quell’immagine. Ma l’amore autentico non può restare prigioniero dell’illusione. La comparsa della Donna Scheletro introduce nella relazione la dimensione dell’ombra, ciò che spaventa e che spesso si tenta di evitare. La fuga del pescatore non è altro che la reazione naturale davanti alla paura del cambiamento.

La Donna Scheletro appare allora come la figura dell’Ombra: ciò che l’amore costringe a vedere prima che possa davvero nascere. È il passaggio in cui l’innamoramento cede il posto alla relazione.
La Donna Scheletro appare allora come la figura dell’Ombra: ciò che l’amore costringe a vedere prima che possa davvero nascere.
Eppure la fuga non libera. Il filo della lenza resta legato. È il simbolo del legame inconscio che ci unisce alla verità della relazione e alla trasformazione che essa comporta. Nessuno è veramente pronto a questo passaggio, ma nessuno può evitarlo.
È il segno che nessuna relazione autentica permette davvero di tornare indietro.
La Donna Scheletro rappresenta proprio la dimensione Vita/Morte/Vita della relazione amorosa. Amare significa accettare che l’incontro con l’altro comporta la fine di un equilibrio precedente e l’inizio di una nuova fase. Solo sciogliendo il filo intrecciato attorno allo scheletro diventa possibile aprirsi a una forma più profonda di conoscenza reciproca. Non si tratta di una perdita, ma di un passaggio necessario.
È questo ritmo, più ancora della felicità, a rendere viva una relazione.
Il momento decisivo della fiaba è la scena notturna in cui il pescatore piange. La sua lacrima viene bevuta dalla Donna Scheletro e segna l’inizio della trasformazione. Per la prima volta il dolore non è più nascosto né affrontato in solitudine. Diventa esperienza condivisa. La donna entra in contatto con la ferita dell’uomo, e l’uomo smette di vergognarsi della propria vulnerabilità. È allora che la Donna Scheletro si ricopre di carne e capelli, tornando a essere una donna viva, capace di amare ed essere amata senza paura del giudizio.
Questo passaggio non conclude la trasformazione: ne rappresenta soltanto l’inizio. Il ciclo Vita/Morte/Vita continuerà a ripetersi nel tempo, accompagnando la crescita della relazione e rendendola sempre più profonda e consapevole.
A Patrizia Boi, che mi ha fatto conoscere questa fiaba, verrebbe spontaneo chiedere se anche per lei, come per molte altre donne, la lettura di Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés abbia rappresentato l’inizio di un vero percorso di ricerca interiore. Il suo racconto suggerisce tuttavia che questo cammino era iniziato già molto tempo prima, a partire dalla lettura del Tempo ritrovato di Marcel Proust, il romanzo in cui la memoria diventa lo strumento attraverso cui riconoscere il senso profondo della propria esperienza e intraprendere un autentico ritorno a sé, e che si è poi sviluppato lentamente attraverso esperienze personali e nuove scoperte di lettura. La nascita della figlia ha segnato un passaggio decisivo: il rischio di annullarsi completamente nei bisogni dell’altro ha reso necessario ritrovare un equilibrio diverso, più consapevole e profondo. L’incontro con la fiaba della Donna Foca, presente anch’essa nella raccolta della Pinkola Estés, ha rappresentato un momento di svolta, una presa di coscienza capace di riaprire il dialogo con la propria interiorità. Da quel momento la scrittura è diventata parte integrante di un percorso di ritorno a sé, un cammino ancora aperto, fatto di interrogativi, di tentativi e di nuove comprensioni, proprio come accade in ogni autentico processo di trasformazione interiore.

Consigli di lettura
«Io lo considero un libro-talismano e un libro-pronto soccorso per noi donne e lo tengo sempre sul comodino. Attraverso fiabe antiche l’autrice, psicanalista, ci dà gli strumenti per connetterci con la nostra natura e con la nostra forza.» – Marcella Pralormo direttrice della Pnacoteca Agnelli di Torino, La Repubblica
Libro culto che ha cambiato la vita di milioni di donne. Attingendo alle fiabe e ai miti delle più diverse tradizioni culturali, Clarissa Pinkola Estés fonda una psicanalisi del femminile attorno alla straordinaria intuizione della Donna Selvaggia, intesa come forza psichica potente, istintuale e creatrice, lupa ferina e al contempo materna, ma soffocata da paure, insicurezze e stereotipi.
