Mai come oggi c’è bisogno di una rivolta ideale, di un colpo di reni per tentare di interrompere il moto all’indietro e verso il basso…

LA FABBRICA DELL’UOMO

Bambole Reborn: i bambolotti che sembrano bambini veri
Berdjaev nel 1912

Per Nikolaj Berdjaev, pensatore russo caro a Vladimir Putin, il senso del conservatorismo non sta nel bloccare il movimento in alto o in avanti, ma nell’ostacolare il moto all’indietro e verso il basso, il buio caotico, il ritorno allo stato barbarico. Mai come oggi c’è bisogno di una rivolta ideale, di un colpo di reni per tentare di interrompere il moto all’indietro e verso il basso e imprimere una spinta che riporti il senso comune nella coscienza impazzita dell’homo sapiens occidentalis. Ma c’è ancora qualcosa da conservare, o non è meglio assecondare la corsa verso il punto zero, forti della considerazione di Arthur Moeller Van Den Bruck, per il quale il conservatore ha dalla sua parte l’eterno? Soprattutto, siamo ancora capaci di rivolta, di indignazione?

La bambina durante il viaggio che l’ha portata in Italia

Il caso della bimba abbandonata in Ucraina da una coppia italiana che era ricorsa alla fecondazione artificiale e alla pratica dell’utero in affitto, ci chiama a un giudizio morale senza scorciatoie. Dice qualcuno che si tratta di temi divisivi: ebbene sì, dividiamoci. Che dire della riduzione a cosa degli esseri umani, già prima della nascita, prodotti da compravendere su appositi siti online? Che pensare della piccina vittima di due abbandoni, il primo della madre surrogata che l’ha tenuta in grembo per nove mesi, il secondo dei “genitori” che non la vogliono più. Forse non corrisponde al catalogo consultato su Internet, forse non ha gli occhi blu, magari non hanno ottenuto lo sconto sperato. Chissà se la piccina era “in garanzia”. Viviamo ancora in nazioni civili o in una barbarie civilizzata in cui l’uomo è una merce da vendere e affittare? A vergogna si aggiunge vergogna: l’ignara bebè – ora affidata a buona gente – è rivendicata per l’adozione da una consigliera nazionale dell’associazione Luca Coscioni, impegnata nella legalizzazione della maternità surrogata che chiamano “maternità solidale”: merce di una battaglia ideologica senza amore.

Il disegno di legge sulla gravidanza solidale è arrivato in parlamento ma è già polemica durissima

Il pensiero dominante sentenzia che su questi temi sono in conflitto un’etica di ascendenza religiosa e una aperta, laica e liberale. Non è vero: il dissidio è tra una morale umana e una disumana o post umana. Sul caso della bambina possiamo solo esprimere la speranza che il senso morale del nostro popolo sappia respingere questa deriva. I figli non si fabbricano, non si comprano e non sono un diritto. L’auspicio è che la coppia affidataria – un uomo e una donna, in questo mondo invertito tocca gridarlo – ami la bimba e la accompagni in una vita lunga, bella e serena.

Il punto, tuttavia, è un altro: ci vergogniamo almeno un po’ di un mondo così? Ne dubitiamo, pur se in alcuni momenti sembra di scorgere la consapevolezza dello stato terminale di emergenza in cui ci troviamo. Prima del climax, però, può esserci ancora un ulteriore grado di esaurimento, una nuova tappa della decomposizione. Addolora pensare che il processo di discesa non conosca limiti, un abisso che sprofonda senza raggiungere le fondamenta su cui ricostruire.

Rigoletto: Cortigiani vil razza dannata!

Nella leggenda di Platone un fuggitivo degli inferi, dopo aver visto la luce, conservava ancora la pietà per lottare per la libertà dei prigionieri. Quella pietà gli costò la vita. È difficile vivere in mezzo al branco globale, è pericoloso abitare l’inabitabile e cercare di alzare lo sguardo oltre l’orizzonte imposto. Si è frantumata quella che George Orwell chiamava decenza comune e Emmanuel Carrère (scrittore e regista francese) “un misto di onestà e buon senso, diffidenza verso le parole grandi, apprezzamento realistico della realtà e dell’attenzione al prossimo”. È la barriera demolita che resistette fino a qualche decennio fa alle forze della decomposizione. Doti ancora presenti nel popolo, molto meno nelle classi dirigenti e del tutto assenti tra gli intellettuali, vil razza dannata come i cortigiani di Rigoletto.

Stiamo accettando senza fiatare ogni discesa verso il basso, qualsiasi ferita alla legge naturale. Prestiamo fede alla menzogna ufficiale per cui l’utero in affitto (chiamato ipocritamente gestazione per altri) è una atto di altruismo anziché una pratica che rende cose gli esseri umani: la povera donna che si presta e il bambino che nasce non come atto d’amore o di natura, ma prodotto industriale.  La vita umana è una merce con il prezzo, un assortimento esposto in rete, con codici di identificazione per le varie caratteristiche, cliniche specializzate, gli showroom della vita comprata, le fabbriche del figlio dell’uomo. La nostra specie – la variante occidentale contemporanea – vive in una superbia prometèica. Non la scienza, ma un senso strumentale della vita, l’orribile etica del mercante, hanno aperto il vaso di Pandora dell’homo deus. Tanto Dio da voler dominare la vita e la morte, da fabbricare altri esseri umani, e insieme così fragile e impaurito da essere messo al tappeto – prima spiritualmente che fisicamente – da un esserino invisibile, il virus che strappa la maschera spavalda del Superman invincibile e ne fa indossare un’altra, il DPI (dispositivo individuale di protezione).

Eppure, tutto questo diventerà senso comune della tribù terminale superba, arrogante e terrorizzata dalle tre M che non riesce a scacciare: male, malattia e morte. Concentrato sul proprio Io ipertrofico fatto di desideri crescenti eterodiretti, capace solo di osservare il proprio ombelico con sguardo di Narciso (che si innamorò non di se stesso, ma della sua immagine riflessa!) l’Homunculus occidentale non riesce più a dare un significato, men che meno una direzione morale, a ciò che vede. Non è neppure in grado di riconoscere la sua riduzione a oggetto – reificato è la parola della filosofia –  alienato, estraneo a se stesso. Siamo oltre: consumatori di noi stessi, accettiamo di essere plastilina nelle mani di chi ci domina.

La scienza – ultima Dea in carica – permette la fabbricazione di esseri umani? Evviva la scienza.  Anche se sono nell’età di nonno, voglio un erede maschio con gli occhi azzurri, un quoziente di intelligenza superiore a 150 e tifoso della Sampdoria. Poiché ho qualche risparmio, ordino anche una femminuccia con il nasino all’insù. Panzane? Estremizzazione? Al contrario, è ciò che offrono la tecnologia e le aziende specializzate, le start-up di Prometeo scatenato. È quello che hanno richiesto, preteso e voluto i genitori che hanno poi abbandonato la piccola.(P.I.)

Non sappiamo ciò che prescrive al riguardo la legge degli uomini – inevitabilmente in ritardo rispetto alle “conquiste” della scienza – ma siamo certi che il mercato della vita umana non sia tanto diverso dalla tratta degli schiavi di ieri. Nessuno guardava negli occhi i poveretti venduti e comprati come cose, animali da soma, braccia da lavoro. Uguale il comportamento della madre in affitto: ha tenuto in grembo la creatura per nove mesi, ne ha sentito i movimenti, ma per lei- donna povera figlia di un tempo impazzito- non era altro che un prodotto da consegnare al più presto. Peggiore la condotta dei genitori “legali”, gli acquirenti. Per un motivo qualunque, la bimba non è piaciuta o non è rientrata tra le priorità della coppia. Viene in mente con mestizia infinita una formula commerciale d’acquisto: visto e piaciuto nello stato in cui si trova. La neonata non è piaciuta; la società di mercato prevede il diritto di recesso e la restituzione del prodotto non conforme all’ordine o non più desiderato. Magari i genitori tra virgolette hanno cambiato idea, preferiscono un’auto nuova o una vacanza esotica, oppure la piccina non corrispondeva ai termini contrattuali.

Frankenstein Junior (Young Frankenstein) è un film del 1974 diretto da Mel Brooks. Inga (Teri Garr), il dottor Frederick Frankenstein (Gene Wilder), Igor (Marty Feldman) e la Creatura (Peter Boyle) in una scena del film W/p.d.

Dare la vita è il potere più alto: lo sanno i dottor Frankenstein specializzati, o si limitano a timbrare il cartellino e risolvere problemi tecnici, semplici anelli di una catena al cui vertice ci sono gli imprenditori della procreazione? In fondo, il boia non si considera un assassino, ma un coscienzioso funzionario di giustizia. Dare la vita diventa un problema tecnico a cui fornire soluzioni tecniche, in base ai desideri del committente (il cliente che ha sempre ragione), alla disponibilità di mercato secondo la logica just in time. Si produce su ordinazione, nessuna rimanenza di magazzino. La bimba rifiutata è uno scarto di produzione, un ingombrante rifiuto che non si può smaltire o è – ancora – un essere umano, corpo, spirito e anima?  Il mito greco saprebbe insegnarci qualcosa, a patto di non considerarlo materia inutile, conoscenza che “non serve”, ovvero non addestra consumatori o figure professionali. La tragedia di Edipo, figlio del re Laio che sposò inconsapevole la propria madre Giocasta e si accecò, atterrito per aver violato il tabù dell’incesto, deriva dalla tenace volontà dell’uomo di lasciare eredi, di conquistare uno spicchio di eternità attraverso i figli. A Laio era stato ordinato di non avere figli, ma disobbedisce. Per lui e per ogni civiltà tradizionale morire senza figli voleva dire morire davvero. Per l’occidentale del secolo XXI avere figli è piuttosto una seccatura, ma è comunque un diritto civile da rivendicare e realizzare in ogni modo. Se è un diritto, come può la civiltà dei diritti sollevare obiezioni, tanto più che scienza e tecnica – abbondantemente sperimentate nella zootecnia- permettono di esaudirlo?

Edipo e la Sfinge, dipinto di Jean Auguste Dominique Ingres, (1808-27) W/p.d.

In Ucraina, sfortunata nazione scelta dai sacerdoti della Società aperta come laboratorio della zootecnia umana- si possono ottenere condizioni favorevoli. La barbarie civilizzata non è percepita come tale: tutt’al più se ne analizzano le ricadute legali. Il senso comune condanna l’abbandono, ma non il fatto in sé, ossia che l’essere umano – io, tu – diventi prodotto industriale. Il dramma della vicenda è di essere l’esito di una premessa accettata. La procreazione è diventata tecnica, artificio scientifico: si inietta il contenuto di una siringa nel ventre di una donna, in attesa di realizzare l’utero artificiale. Il gioco è fatto; non è così anche per selezionare razze bovine o equine? Ma già, le razze non esistono, tra gli umani. Se è possibile la fecondazione extracorporea, allora è lecita, poiché la Dea Scienza e la sua ancella Tecnica non tollerano limiti e divieti, né hanno remore morali.

Il nascituro è una cosa, l’oggetto di un contratto, in attesa di diventare un prodotto fatturato. Perché non impiantare il contenuto della provetta nel corpo di una semplice fattrice, pagata per un servizio a favore di una donna più ricca? Che non ha tempo per una gravidanza con le sue limitazioni, che impedisce di “realizzarsi” e sforma il corpo che deve rimanere giovane e snello. La sostituzione è completata: dopo aver separato il sesso dalla procreazione con la contraccezione, ecco l’operazione successiva, la separazione della procreazione dal sesso, ossia dall’incontro tra l’uomo e la donna. Concepimento artificiale, gestazione artificiale a pro della committente, la “madre” legale. A questo punto, acquista senso la numerazione: genitore 1 la partoriente naturale, genitore 2 l’acquirente, o, in termini commerciali, cedente e cessionaria.

Il futuro membro della specie umana è reificato tre volte: dall’azienda che mette in atto le procedure tecniche, dalla gestante che lo percepisce come un oggetto da cui sgravarsi con il parto (consegna della merce) e dai genitori acquirenti, di cui è indifferente il sesso e il numero, in tempi di “poliamore”. In quanto ai padri, stendiamo un velo pietoso sulla triste professione di “donatore” (anch’essa presentata come gesto di solidarietà) che nega l’essenza medesima della paternità, guida, protezione, insegnamento, accompagnamento alla vita. Ipocrita prendersela con l’abbandono della piccola senza riconoscere che il male è nella causa, non negli effetti.

Abbiamo spostato i confini del lecito sempre più avanti (o più in basso) ma non ci piacciono alcune conseguenze. Siamo come lo stolto che guarda il dito mentre il saggio indica la luna. Nulla da eccepire sulla riproduzione artificiale: resta il danno collaterale dell’abbandono, frutto forse della gelida natura di transazione commerciale. La morale elastica è sempre negativa, ma diventa distruttiva in quest’ambito. Sì alla fecondazione artificiale se i genitori sono una coppia, no alla fecondazione detta eterologa. Ma poi sì anche alla fecondazione eterologa, male se il padre biologico è un Onan seriale con cento figli. In Svezia, dove un quarto delle nascite avviene per inseminazione artificiale, padri e figli possono incontrarsi per strada senza sapere del legame biologico. Meglio: ci siamo liberati di ogni tabù, Edipo è un racconto lontano per fanatici del trapassato remoto. Il presente e il futuro stanno nelle magnifiche sorti e progressive di un’umanità ridotta a parti e pezzi staccati. Se vuoi un figlio, corri al supermercato, scegli il modello e gli accessori come per l’automobile (occhi, capelli, statura, razza, ma a bassa voce, nel segreto di trattative privatissime e indicibili), firmi un contratto con diritto di recesso e rinvio del prodotto per riparazione o sostituzione. Se tutto ha un prezzo, nulla ha valore: siamo alla fine dell’uomo e alla nascita di una specie nuova. Accomodatevi nella fabbrica dell’uomo, ultima tappa della barbarie civilizzata.     

Roberto Pecchioli

 

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