Quando lo Stato invade la vita

«La famiglia del bosco e il delirio di onnipotenza delle istituzioni»

Il caso della “famiglia del bosco” e il potere senza limiti delle istituzioni.

di Augusto Grandi

La vicenda della cosiddetta famiglia del bosco diventa, nell’analisi di Augusto Grandi, il simbolo di un problema più ampio: il rapporto sempre più squilibrato tra cittadini e apparati istituzionali. Al centro non c’è soltanto la polemica politica – con accuse reciproche di strumentalizzazione tra governo e opposizione – ma soprattutto il comportamento di un sistema che sembra agire con la certezza della propria infallibilità. Secondo Grandi, l’intervento delle istituzioni sociali e giudiziarie avrebbe mostrato un atteggiamento ideologico e autoritario, incapace di ascoltare pareri specialistici e di valutare con equilibrio la situazione di una famiglia che aveva scelto uno stile di vita fuori dagli schemi. La questione diventa allora più generale: quando il potere pubblico si considera moralmente superiore, il rischio è che la tutela si trasformi in imposizione e la protezione in arbitrio. Il caso solleva interrogativi sulla responsabilità delle istituzioni e sui limiti che dovrebbero frenare il loro intervento nella vita privata dei cittadini, soprattutto quando in gioco ci sono l’equilibrio e il futuro di bambini. (N.R.)


La sinistra accusa: Giorgia Meloni approfitta della vicenda della famiglia del bosco per fare propaganda al SÌ al referendum. Forse è vero, anzi sicuramente è vero. Ma, con questa accusa, è proprio la sinistra a condannare, e giustamente, la magistratura ed anche l’intero sistema di assistenza sociale. Perché è evidente a tutti che, in questo caso, l’accanimento contro una famiglia che viveva felice senza rendere omaggio alle istituzioni è puramente ideologico. Ed è indecente che non si possa far nulla per impedire che i comportamenti di chi si crede Dio provochino danni irreparabili a tre bambini ed ai genitori. Il delirio di onnipotenza delle istituzioni.

Che se ne fregano dei pareri degli psichiatri e del garante per l’infanzia, evidentemente incompetenti perché non allineati con gli unti dal Signore.

Se la sinistra non vuole strumentalizzazioni della vicenda, deve essere la prima ad intervenire per salvare i bambini e per impedire che si prosegua con atteggiamenti inaccettabili. Non basta sperare che questa vicenda si concluda in modo intelligente. Perché i responsabili restano comunque in attività e restano i rischi per chi ha a che fare con loro.

Sul fronte opposto è inutile che Meloni annunci futuri interventi legislativi: ha la maggioranza e li faccia subito, con urgenza. Perché in ballo non c’è solo il referendum, ma la vita di una famiglia. Che non picchia i bambini, che non li educa alla violenza, che non li utilizza per gestire traffici di droga, che non li fa crescere in un ambiente mafioso. Ma quei bambini, guarda caso, non vengono mai tolti alle famiglie. Sarà mica una questione di vigliaccheria?

Redazione Electo
Augusto Grandi

 

Commento della Redazione

Ciò che colpisce in questa vicenda non è soltanto la decisione presa, ma il linguaggio e la mentalità che sembrano averla prodotta. Ancora una volta le istituzioni parlano e agiscono in burocratese, quel linguaggio freddo e autoreferenziale che trasforma persone reali in pratiche amministrative, famiglie in fascicoli, bambini in “casi”.

È un modo di ragionare che non vede più la realtà, ma solo procedure, moduli e competenze formali. Nel momento in cui la burocrazia diventa l’unico metro di giudizio, la responsabilità morale svanisce: nessuno decide davvero, tutti applicano semplicemente una norma, una circolare, un protocollo. E così gli effetti concreti delle decisioni – spesso devastanti per chi le subisce – vengono rimossi dietro una cortina di linguaggio tecnico e impersonalità amministrativa.

Il punto non è negare il ruolo delle istituzioni o delle tutele previste dalla legge. Il punto è che le istituzioni esistono per servire la società, non per disciplinarla come se fosse un’anomalia da correggere. Quando invece prevale il riflesso burocratico, ogni comportamento fuori dagli schemi diventa sospetto, ogni scelta di vita non conforme appare come una devianza da normalizzare.

Una democrazia matura dovrebbe temere proprio questo: il momento in cui l’apparato smette di ascoltare la realtà e comincia a difendere solo se stesso. Quando accade, non siamo più di fronte a uno Stato che protegge i cittadini, ma a un sistema che pretende di sostituirsi alla loro libertà. E questo, francamente, dovrebbe indignare chiunque creda ancora nel senso umano delle istituzioni.

 

 

 

 

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