Ma poi a che serve la filosofia?

Raffaello Sanzio, “La scuola di Atene” (particolare)

LA FILOSOFIA EDUCA ALLA VITA


Ma poi a che serve la filosofia? Domanda di sempre, risposta di mai, sottile rimprovero di esistere nonostante la sua certificata inutilità. E magari sottintesa accusa d’impostura. Eppure la filosofia non riguarda solo i filosofi, o peggio i professori, cioè i cultori di quella scienza, come dicono le menti piccine, “con la quale e senza della quale tutto rimane tale e quale”. E invece no. E non solo perché ci sono cose inutili che pure sono necessarie per vivere e per capire il mondo. Ma la filosofia è un bene pubblico, universale, tocca ciascuno di noi, sin da bambini, quando l’attitudine poetico-filosofica è più acuta e smagliante, come tutte le cose appena inaugurate, fresche di vita. Ciascuno a suo modo, secondo la sua mente, il suo rango di pensiero e di cultura, il suo livello di comprensione e di lettura; ma tutti siamo in varia misura filosofi e ci nutriamo senza saperlo di filosofia. Lo sapevano le popolazioni del sud del mondo, non solo del nostro meridione, ma dell’infinito oriente, dove la filosofia è una pianta naturale che pure genera frutti invisibili a occhio nudo; la chiamano in modo diverso, ma la visione della vita e del mondo è essenziale per stare al mondo.

Ma oltre i motivi universali che affronta la filosofia c’è un tema specifico, diretto, pratico, che è sempre stato importante e che oggi sembra non esserlo più mentre è ancora più importante di prima: è la filosofia come educazione a vivere, esercizio pratico di vita. Traggo questa definizione, semplice e completa al tempo stesso, da un grande studioso, Pierre Hadot, scomparso nel 2010. Ho seguito Hadot lungo tante sue opere dedicate a Plotino, a Marc’Aurelio, a Seneca, al pensiero antico e a quelli che lui chiama “esercizi spirituali”. Prete mancato, ma non deluso dalla religione, solo “emancipato”, come lui dice, Hadot ha visto la filosofia non come puro sapere, ma come un mezzo per trasformare l’uomo, farlo vivere meglio, a occhi aperti, ed elevarlo.

Ora è uscita un’importante raccolta di suoi saggi, tradotta da Giorgio Leonardi, dedicata a La filosofia come educazione degli adulti (1)(Marietti1820). È un’opera che esorta a vivere la filosofia e non solo a leggerla, a farla diventare esercizio quotidiano, pratica di vita, allenamento a vivere e a morire, e – se mi è permesso estendere lo sguardo – a saper invecchiare.

Il tutto è condensato in uno sguardo che il più saggio imperatore di tutti i tempi, Marc’Aurelio, sintetizzava in modo mirabile: “vivere ogni momento come se fosse il primo e l’ultimo”: lo sguardo del filosofo comprende lo stupore di essere al mondo e la lucida coscienza di lasciarlo. Nella saggezza antica Hadot fa convergere la vigilanza stoica, la gioia epicurea e l’ispirazione mistica in Plotino. Filosofare è destarsi, vivere a occhi aperti. Platone e Aristotele riconoscevano che lo stupore è alla base del filosofare, ma anche la capacità di apprendere a morire. Lo stupore di nascere e il dolore di svanire sono i confini del suo pensare la vita; la meraviglia di essere al mondo e la lucida consapevolezza di doverlo lasciare. Imparare a morire fu la lezione che Hadot trasse da adolescente da Montaigne; quella lezione traduceva la capacità di addestrarsi a morire e insieme di addomesticare la morte che già gli antichi ponevano alla base della saggezza. Da questa visione, Hadot trae un comportamento, auspica la nascita di scuole o comunità che sappiano insegnare, apprendere e mettere a frutto quei pensieri, vivendoli nella quotidianità. Proposito ancora più urgente nel tempo in cui scompaiono non solo quelle riflessioni, quella cogitatio vitae et mortis, ritenute importune, da rimuovere; ma spariscono anche i maestri e gli allievi, non ci sono più discepoli, mancano gli eredi, e tutto finisce nel nulla. Eppure la vita è connessione, trasmissione, trasferimento di conoscenze ed esperienze, ricordo e promessa, vivere è annodare ponti, stabilire continuità. Perfino Nietzsche il solitario ha sognato di vivere in comune con un gruppo di filosofi, dice Hadot, “per elevarsi a una vita superiore nel segno del dialogo e dell’amicizia”. La filosofia sorge in solitudine ma genera comunità.

Il livello più profondo di quella connessione è individuato da Hadot nella mistica, e nell’insegnamento segreto, simbolico, tramite allegoria che conduce “all’unione intima e diretta dello spirito umano al principio fondamentale dell’essere” inteso sia come vita pratica che come conoscenza. Il fine è liberarsi dall’Ego e da Narciso – dice Plotino – e ritornare al Tutto, ricongiungersi all’Uno. Oltre un certo livello, la coscienza non basta più, anzi “senza coscienza – osserva Plotino – gli atti sono più puri, intensi e vivi al più alto grado”. Giunge l’estasi, breve e folgorante, la fusione amorosa, la gioia mistica. La precede il sentimento del sacro che per Hadot suscita angoscia e serenità insieme.

Il filosofo per Hadot resta fondamentalmente un educatore, ben sapendo che come diceva Kierkegaard (ma lo diceva anche Gentile) “essere maestro è essere discepolo”. L’educazione, spiega Hadot, si assume il compito di “raddrizzare” il fanciullo, portando alla luce il bambino che è dentro di noi. La filosofia è arte di vivere: educa a essere al mondo, a comprenderlo, ad amarlo e a lasciarlo.

Compito della filosofia, aggiunge Hadot stavolta seguendo il Kant “illuminista” di “Sapere Aude!” (Osa sapere) è educare a pensare con la propria testa. Proposito mirabile se non si traduce nella pretesa autonomia della ragione da ogni testo e contesto e da tutto ciò che non nasce nella nostra testa: ci sono pensieri, tradizioni, riti, simboli e liturgie che ci precedono e ci sovrastano e la nostra intelligenza è anche la duttile capacità di mettere a frutto esperienze, patrimoni, consuetudini, idee ereditate.

Il presupposto è l’amore della verità che accompagna il filosofo. Ma come si dimostra la verità? Hadot ricorre al filosofo spiritualista Louis Lavelle: “La verità è un atto vivo… si dimostra attraverso la sua efficacia, attraverso la comunicazione che stabilisce tra noi e l’universo, tra noi e tutti gli altri esseri”. Ossia la verità non è pura enunciazione, teoria, ma prova pratica, la si scopre solo vivendola. Tesi bella e ardua.

Gli esercizi spirituali per Hadot ci permettono di superare il punto di vista individuale e parziale; ci concentrano sul presente, fanno guardare le cose dall’alto e curano l’anima. E tuttavia Hadot riconosce che spesso “noi filosofi viviamo in una bolla”, gli esercizi spirituali si riducono a esercizi intellettuali, così fallisce la missione del filosofo. Hadot ricorda quando da giovane si era chiuso per molti giorni in casa a studiare i neoplatonici; poi quando finì la sua ricerca, andò dal fornaio a comprare il pane. E lì comprese di aver vissuto lontano dal mondo, dal laborioso rumore della vita, lontano dal pane fresco, sfornato ogni giorno a scandire il ripetersi e il rinnovarsi della vita quotidiana. La fragranza di una baguette, appena sfornata, lo restituì alla semplice bellezza della vita.

La Verità – 3 maggio 2024

 

 

 

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«Il filosofo non insegna agli uomini un mestiere particolare, e neanche li prepara a una professione particolare, ma cerca di trasformare la loro sensibilità, il loro carattere, il loro modo di vedere il mondo o di rapportarsi con gli altri uomini. Si potrebbe dire che insegna loro il mestiere dell’uomo». Se il compito della filosofia è più quello di educare che di informare, allora la filosofia è proprio l’educazione degli adulti. È in questi termini che Pierre Hadot evoca una concezione della filosofia come stile di vita che tutta la sua opera ha brillantemente contribuito a far rivivere. Grande lettore di filosofi antichi, da Socrate e Platone a Epitteto, Marco Aurelio e Plotino, ma anche di filosofi moderni e contemporanei, da Montaigne e Cartesio a Nietzsche e Merleau-Ponty, in questa raccolta di testi – rari o inediti – Hadot rilegge la storia del pensiero per aiutarci a riorientare la nostra vita e a reimparare a vedere il mondo. Siamo dunque pronti a farci (tras)formare dalla filosofia?
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