La polemica sui nuovi programmi di filosofia rivela una crisi culturale più profonda.

«La filosofia senza memoria»

Tra scuola, mercato editoriale e declino dell’autorità culturale.

Redazione Inchiostronero

Nota redazionale
Le polemiche nate attorno alle nuove Indicazioni nazionali per l’insegnamento della filosofia hanno rapidamente oltrepassato i confini della scuola. L’assenza di alcuni autori dai programmi proposti dal Ministero ha acceso accuse reciproche, indignazioni social e appelli del mondo accademico, trasformando una discussione pedagogica in uno scontro culturale e politico. Ma dietro il conflitto sui nomi esclusi, sui programmi alleggeriti e sulla ridefinizione della disciplina si intravede una questione ben più ampia: che cosa resta oggi della trasmissione culturale in una società che fatica sempre più a riconoscere l’autorità della conoscenza, il valore della memoria storica e la necessità di un pensiero capace di andare oltre l’immediatezza del presente? Questo saggio prova a leggere la controversia non come un episodio isolato, ma come il sintomo di una trasformazione più profonda che riguarda la scuola, l’editoria, il ruolo degli intellettuali e il rapporto sempre più fragile tra cultura e società contemporanea.


Ogni epoca rivela le proprie paure nel modo in cui decide di educare i giovani. Non accade soltanto attraverso le grandi riforme scolastiche o le dichiarazioni solenni dei ministri, ma nei dettagli apparentemente tecnici: un autore eliminato, un programma alleggerito, una disciplina ridefinita. È in quei passaggi che una civiltà lascia intravedere la propria idea dell’uomo, del sapere e del futuro.

Per questo le recenti polemiche sulle nuove Indicazioni nazionali per la filosofia non riguardano soltanto la scuola. Riguardano il rapporto sempre più fragile tra la società contemporanea e la propria memoria culturale.

L’indignazione esplosa attorno all’assenza di nomi come Marx, Spinoza o Leibniz dai riferimenti ministeriali ha assunto immediatamente il tono della battaglia ideologica. Da una parte, chi denuncia un impoverimento del pensiero critico e una selezione culturale orientata politicamente; dall’altra, chi sostiene che la filosofia debba finalmente liberarsi dall’accumulo enciclopedico di autori per diventare esercizio vivo di argomentazione e confronto con il presente.

Eppure, osservando il dibattito con maggiore distanza, si ha l’impressione che entrambe le parti stiano sfiorando il problema senza nominarlo davvero.

La questione non è soltanto chi entra o esce dai programmi. La questione è più radicale: una società contemporanea crede ancora nella trasmissione culturale come fondamento della propria continuità storica?

«la filosofia non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta […] ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza» (P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica)

Per decenni la filosofia liceale italiana ha rappresentato qualcosa di molto particolare nel panorama europeo. Non era semplicemente una disciplina scolastica. Era un rito di passaggio intellettuale. Migliaia di studenti incontravano per la prima volta parole come essere, verità, libertà, tempo, coscienza, infinito. Anche chi avrebbe poi dimenticato quasi tutto conservava il ricordo di quella soglia attraversata almeno una volta.

Naturalmente quel modello aveva limiti evidenti. Troppo spesso la filosofia veniva ridotta a successione cronologica di sistemi, a manuale da memorizzare, a esercizio puramente scolastico. Ma dentro quella struttura sopravviveva ancora un’idea antica: che il pensiero umano possedesse una storia e che comprendere il presente richiedesse il confronto con chi aveva interrogato il mondo prima di noi.

È proprio questa idea che oggi appare in crisi.

Viviamo infatti in un’epoca che tende a sospettare di tutto ciò che proviene dal passato. La tradizione viene percepita come peso, lentezza, ostacolo. Il sapere storico appare meno utile delle competenze immediate. La memoria culturale viene continuamente sostituita dall’attualità permanente.

In questo scenario anche la scuola cambia inevitabilmente funzione. Non è più il luogo in cui una civiltà trasmette se stessa, ma uno spazio chiamato soprattutto a produrre adattabilità.

La filosofia, però, resiste male a questa trasformazione.

Si potrebbe lentamente superare l’avvilente situazione descritta da Peter Sloterdjik in Devi cambiare la tua vita:

«La scuola si è trasformata in un vuoto selfish system, che si orienta esclusivamente alle norme del proprio settore. Essa produce insegnanti che ormai rammentano solo insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio, scolari che ormai rammentano solo scolari».

In questa scuola le lezioni, come tutte le altre attività scolastiche, sono autoreferenziali. Continua Sloterdjik:

«Autoreferenziale è quella lezione che si svolge perché la natura del sistema implica la necessità di farla svolgere. Con la differenziazione del sistema scolastico si è affermata una condizione nella quale la scuola conosce una sola materia di studio, chiamata appunto “scuola”. A questo fenomeno corrisponde l’unico obiettivo esterno della lezione: l’esame di maturità» (ivi).

Perché la filosofia nasce esattamente dal contrario dell’immediatezza contemporanea. Richiede lentezza, stratificazione, continuità storica. Nessuno comprende Nietzsche senza la lunga ombra di Platone. Nessuno comprende Marx senza Hegel. Nessuno comprende la modernità senza il conflitto tra fede, ragione e scienza che attraversa secoli di pensiero europeo.

Ma il problema forse precede persino le nuove Indicazioni ministeriali. Perché viene spontaneo chiedersi dove sia finita, già oggi, la “storia” della filosofia nelle nostre scuole e nei manuali che pretendono ancora di insegnarla. Gli stessi manuali che per decenni portavano la firma di professori universitari e studiosi riconosciuti, prima di essere progressivamente sopravanzati da filosofi-influencer capaci di garantire alle case editrici non tanto maggiore profondità culturale, quanto una comunità digitale già pronta al consumo. La manualistica, nel frattempo, è spesso rimasta identica nella sua superficialità semplificatrice: è cambiato soprattutto il mercato dell’autorevolezza. E forse anche questo racconta qualcosa del nostro tempo, nel quale il prestigio del sapere tende sempre più a coincidere con la visibilità pubblica e la capacità di produrre consenso immediato.

Tagliare questi legami non significa rendere la filosofia più moderna. Significa renderla più fragile.

Ed è qui che emerge il paradosso più interessante dell’intera vicenda. Coloro che difendono un approccio “tematico” e laboratoriale sostengono di voler avvicinare la filosofia agli studenti contemporanei. Ma una filosofia privata della profondità storica rischia rapidamente di trasformarsi in una forma raffinata di educazione civica o commento morale del presente.

La filosofia, invece, nasce proprio quando il presente smette di bastare a se stesso.

«La tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel mantenere viva una fiamma»,

scriveva Gustav Mahler. E forse il punto è proprio questo: una cultura sopravvive non quando ripete meccanicamente il passato, ma quando riesce ancora a sentirsi parte di una lunga continuità spirituale.

Oggi quella continuità appare incrinata.

Non soltanto nella scuola, ma nell’intera società occidentale. La crisi dell’autorità culturale non riguarda infatti soltanto i professori o gli intellettuali. Coinvolge il modo stesso in cui guardiamo al sapere.

Per secoli l’autorità non coincideva semplicemente con il potere. Derivava dal latino auctoritas: ciò che accresce, che fonda, che dà consistenza. Un maestro possedeva autorità non perché imponeva obbedienza, ma perché incarnava una competenza riconosciuta.

La società contemporanea, invece, tende sempre più a sostituire l’autorevolezza con la visibilità. L’esperto compete con l’influencer. La velocità della comunicazione prevale sulla profondità dello studio. Il prestigio culturale viene continuamente sospettato di elitismo.

La scuola inevitabilmente assorbe questo clima.

Così le nuove Indicazioni nazionali diventano il sintomo di una trasformazione più ampia: la difficoltà crescente nel giustificare perché alcune conoscenze debbano essere trasmesse anche quando non producono immediata utilità pratica.

È significativo che il dibattito pubblico si sia concentrato quasi esclusivamente sui nomi “scomparsi” dai programmi. Marx sì o Marx no. Spinoza sì o Spinoza no. Ma il problema reale non è l’assenza di un autore. È la progressiva erosione della convinzione che il pensiero del passato possa ancora aiutarci a comprendere il presente.

Eppure basta osservare il nostro tempo per accorgersi del contrario.

La crisi delle democrazie occidentali richiama continuamente interrogativi che attraversano Platone e Tocqueville. Il rapporto tra tecnica e libertà riporta a Heidegger. Le tensioni tra individuo e società attraversano Hobbes, Rousseau e Hegel. Persino il dominio degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale riapre questioni filosofiche antichissime sulla natura della coscienza e sul significato dell’umano.

Il presente non ha superato la filosofia. La rende semmai ancora più necessaria.

Ma necessaria in quale forma?

Qui il conflitto diventa autentico. Perché non si tratta di scegliere tra conservazione nostalgica e modernizzazione pedagogica. Nessuna disciplina sopravvive limitandosi a ripetere se stessa. Tuttavia, una scuola che rinuncia alla profondità storica del sapere finisce inevitabilmente per produrre individui sempre più esposti all’emotività del presente.

Chi non conosce la genealogia delle idee finisce infatti per credere che ogni opinione nasca dal nulla.

Ed è forse questa la conseguenza più grave della crisi culturale contemporanea: la perdita del senso della continuità. L’impressione che il mondo cominci ogni mattina da capo. Che il passato sia soltanto un archivio remoto, non una presenza viva dentro il linguaggio, la politica, le istituzioni, persino nei conflitti quotidiani.

La filosofia insegnava anche questo: che pensare significa entrare in dialogo con i morti.

Non per venerarli, ma per evitare l’illusione infantile della novità assoluta.

«Ogni generazione crede di dover reinventare il mondo»,

osservava Simone Weil, «ma senza memoria finisce soltanto per ripetere i propri errori».

Se ci sforziamo di recuperare la forza trasformativa del filosofare, potremmo invece riavvicinarci a quanto descritto da Platone nella VII Lettera:

«E a furia di strofinare gli uni contro gli altri ciascuno di questi gradi — nomi e definizioni, visioni e sensazioni — discussi con domande e risposte in discussioni benevole e senza invidia, riluce d’un tratto la comprensione (phrònesis) intorno a ciascun concetto e l’intelligenza (noûs), per chi si sforzi quanto più è possibile a capacità umana» (344b).

Forse è proprio questo che oggi inquieta tanti docenti e studiosi. Non semplicemente la modifica di un programma scolastico, ma il sospetto che la scuola stessa stia progressivamente rinunciando alla propria funzione più antica: trasmettere una civiltà a coloro che verranno dopo.

In fondo, ogni cultura sopravvive soltanto finché esiste qualcuno disposto a dire ai più giovani: questo pensiero è arrivato fino a noi, adesso tocca a voi decidere se merita ancora di vivere.

La Redazione

 

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