La gabbia nella quale dovremmo infilare tutti il cervello è il “politicamente-corretto”

LA GALLINA (NON) È UN ANIMALE INTELLIGENTE

La gallina/Non è un animale/Intelligente/Lo si capisce/Lo si capisce/Da come guarda la gente”. È la strofa di una canzone del cabaret surrealista di Cochi e Renato, scritta con Enzo Jannacci nel 1972. Per mezzo secolo è stata considerata un’espressione alta della cultura musicale alternativa. Roba da élite del pensiero; materia per circoli intellettuali; ghiottoneria distribuita nelle cantine e nei sottoscala dove si facevano musica e spettacolo per la borghesia “intelligente” mentre il popolo-bue si sfamava con dosi massicce di io tu e le rose, dispensate dal piccolo schermo.

Ufficio facce/La gallina” finora sarebbe stata definita una canzone cult. Oggi non più, da quando l’Associazione italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente (Aidaa) sul proprio blog ne ha proposto la modifica abolendo la negazione “non” come forma risarcitoria per quello che sarebbe un “inaccettabile insulto agli animali”. Pensate sia uno scherzo? Nient’affatto: è tutto vero. È l’ennesimo frutto avvelenato di un revisionismo culturale autolesionista che mira a demolire le fondamenta della civiltà occidentale. Per farlo, ha ingaggiato una guerra senza quartiere alla nostra Storia e al nostro linguaggio. C’è una minoranza – definita da Luca Ricolfi nel libro scritto a quattro mani con Paola Mastrocola dal titolo “Manifesto del libero pensiero: autoproclamati legislatori del linguaggio – che vuole riplasmare il mondo a sua immagine ricorrendo all’intimidazione e all’isolamento sociale per chi non vi si adegui. Tale minoranza veste i panni dell’establishment progressista: proconsoli e centurioni delle legioni del “Bene”. Il suo vessillo è l’egualitarismo, realizzato mediante la violenza “razzista” delle minoranze sociali aggregate su basi di genere, ideologiche ed etnico-religiose.

La gabbia nella quale dovremmo infilare tutti il cervello è il “politicamente-corretto”, che non significa mettere una parola giusta al posto di una sbagliata. La neolingua mira dritto al cuore della libertà di parola, connessa a quella di pensiero. Ma se la libertà di espressione è negata dall’esigenza di non offendere altrui sensibilità, cosa ne è del pensiero critico? Ciò che non è conforme, è scorretto. Gli scorretti vanno emarginati, non possono stare nelle prime file della “buona” società. Questa “nobile” dottrina ci costringe, per quieto vivere, a mozzare le desinenze di genere alle parole e a sostituirle con un asterisco che sa di lapide funeraria. Sindaco o sindaca? Meglio sindac*; Avvocato o avvocata? Avvocat* e passa la paura. Dovremmo essere decisamente impazziti se accettassimo una tale follia. Eppure, questa robaccia è la minestra che passa il convento progressista. Si è fatto un gran parlare dell’ultima trovata della “stupidocrazia” di Bruxelles sulle linee guida della corretta comunicazione, emanate dalla Commissione europea e subito ritirate per l’eccesso di comicità che avrebbero prodotto se applicate.

Attenti, però: non è stata la trovata geniale, rivelatasi una cantonata, di qualche super-burocrate ma l’esito di un lungo percorso di revisione indirizzato, in campo comunitario, alla sterilizzazione del linguaggio. Sono patetici a Bruxelles se pensano di colmare il secolare gap di genere imponendo sanzioni a chi osi dare dell’avvocato a un’avvocata. Forse che l’adozione di un linguaggio non sessista e inclusivo impedisca le discriminazioni di genere e ci faccia essere migliori? Aveva visto giusto Natalia Ginzburg che negli anni Ottanta denunciava l’ipocrisia di una svolta linguistica che ripiegasse sulla pretesa di cambiare il linguaggio non avendo la capacità di cambiare le cose. Il linguaggio è un’arma a doppio taglio. Se, per un verso, conferisce significato alla realtà, per altro verso il linguaggio è un “mezzo per ordinare, consigliare, comandare”. L’attitudine del linguaggio alla manipolazione è il grimaldello di cui l’establishment progressista si serve per scassinare le certezze nelle nostre esistenze. E distruggerle.

Renato Cristin, sul nostro giornale, lo ha definito “nichilismo del XXI secolo”. Un piano ben studiato per demolire la Tradizione: l’immenso terrapieno sul quale le precedenti generazioni hanno edificato la civiltà che abitiamo. La strategia nichilista è di renderci confusi, apolidi, smemorati, parricidi, incatenati al presente da una connessione emotiva malata, in tutto simile a quella che lega il tossicodipendente alla sostanza stupefacente. Se ci abbandonassimo ai gorghi di una modernità disancorata da ogni riferimento valoriale del passato, in cosa o in chi poi dovremmo avere fede? Umberto Eco sosteneva che quando si smette di credere in Dio non è che non si creda più in niente ma si comincia ad avere fede in qualcos’altro. E l’annientamento di tutto ciò che siamo stati, come vorrebbero i fautori del nichilismo, a cosa o a chi dovrebbe condurci? Pur ammettendo l’esistenza di una relazione diretta tra linguaggio e realtà non dobbiamo cedere alla tentazione di considerare il linguaggio rappresentazione pedissequa della realtà. La differenziazione tra i due insiemi concettuali, che necessita di chiavi interpretative, misura il nostro grado di libertà.

Il problema con i lettori di sensibilità

Chiediamoci allora: è libera una società in cui una parte (minoritaria) imponga a tutte le altre componenti codici di scrittura “corretti”? (ubi minor maior cessat dovrebbe dunque essere la nuova locuzione latina f.d.b.) Luca Ricolfi segnala una stortura del sistema editoriale ignota al pubblico: la presenza nelle case editrici dei sensitivity readers. Sono gli esperti dediti a censurare nei manoscritti in fase di pubblicazione tutte le espressioni o le idee che potrebbero urtare la sensibilità dei lettori. Siamo alla narcotizzazione delle masse, su scala talmente vasta che neanche la fantasia visionaria di George Orwell avrebbe osato tanto. C’è un linguaggio unico sostenuto da un pensiero unico che si dirama in tutti i settori della vita pubblica ed entra prepotentemente nelle vite private. C’è il linguaggio unico della pandemia; c’è il linguaggio unico dell’europeismo; c’è il linguaggio unico dell’immigrazionismo; c’è il linguaggio unico del mito resistenziale che divide ontologicamente quelli che stavano dal lato giusto della storia da quelli che ne presidiavano la sponda sbagliata; c’è il linguaggio unico del presente, rappresentazione della realtà invariabile, forma archetipica del migliore dei mondi possibili.

«nessuno intraprende una carriera artistica perché gli piace sentirsi dire cosa può e non può dire del proprio lavoro.»

Chi non è in linea, chi non si conforma è fuori dalla grazia provvidenziale e salvifica del “Bene”, che ha detronizzato il Dio di Abramo e dei Profeti proclamandosi esso stesso Dio. Pensate davvero che la lotta dei progressisti contro liberali e conservatori si giochi sul piano inclinato di qualche “riformicchia” sbilenca? É in ballo la sopravvivenza di una civiltà. Ci sarà da combattere. E chi intenda rispondere alla chiamata alle armi cominci a essere politicamente scorretto nelle parole, nei pensieri, nelle idee, nei gesti. Remi controcorrente e affronti con coraggio i marosi del conformismo. Per quanto ciò appaia triste e disarmante, dopo secoli di sangue e guerre siamo ancora qui a guadagnarci la nostra libertà. Che non è gratuita. E non è mai scontata. Cosicché ogni nostro anelito, che aspira a farsi argine all’oppressione del politicamente-corretto, lo custodisce, in prezioso scrigno, la strofa del poeta che la invoca:

(Paul Éluard, Libertà, 1942).

 

«E in virtù d’una Parola/Ricomincio la mia vita/Sono nato per conoscerti/Per chiamarti/Libertà» 

Cristofaro Sola

 

 

 

Illustrazione di copertina: Gail Armstrong

 

 

 

 

 

 

 

 

RISVOLTO

Chi è il capitano Ahab? Il «portatore di un atteggiamento scorretto verso le balene». Così risponde un esponente del «politicamente corretto». Noi ridiamo (meno rideremmo se ci trovassimo a vivere in una università americana). Ma poi ci chiediamo: come ha avuto origine questa devastazione mentale? È qualcosa di esotico e specificamente yankee o è qualcosa che conosciamo già anche troppo bene? Al di là dei suoi aspetti pittoreschi, e tipicamente americani, di tribalismo fondamentalista, il «politicamente corretto» non è che la manifestazione recente di un fenomeno che ha ormai una lunga storia, in gran parte europea: il bigottismo progressista. A partire dall’era reaganiana – divisa fra le opposte scemenze dei torvi falchi retrivi e delle ottuse colombelle liberal –, l’America è riuscita a elaborarne una variante particolarmente tenace, adattata al terreno, con il suo «turbinare continuo di rivendicazioni di identità». Secondo questa dottrina – mai apertamente enunciata ma ferocemente applicata –, tutto deve essere politicamente corretto: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare, di vestirsi, di scrivere. Esisterebbe dunque un modo giusto di fare le cose, consistente anzitutto nell’adeguarsi ai desiderata di gruppi facinorosi e lamentosi d’ogni sorta, pronti a compattarsi in una maggioranza inquisitoria. Ma questa intenzione vale solo da facciata. Il pungolo segreto del «politicamente corretto» è l’insofferenza nei confronti di tutto ciò che ha una qualità – e per questo motivo stesso si distingue, operando una illecita discriminazione verso tutto il circostante. «In questo spirito» dice Hughes «potremmo purgare il tennis dei suoi sottintesi elitari: basta abolire la rete».
Della temibile voga del politicamente corretto non poteva esserci miglior evocatore, narratore e interprete di Robert Hughes, polemista formidabile e testimone lucidissimo. Dietro l’occasione, che appartiene ormai alla storia – spesso esilarante – del costume quotidiano, egli lascia intravedere una prospettiva non lieta su ciò che la cultura in genere rischia di diventare nel prossimo futuro.
La cultura del piagnisteo è uscito negli Stati Uniti nel 1993.

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Fonte: The Unconditionalblog

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