Nell’epoca delle cinquanta sfumature di varie salse, imbattersi in libri che per argomento, trame e situazioni, seppur di molto più levigata scrittura, possono essere catalogati nello stesso genere porno soft, ma essere firmati da raffinati letterati, può rappresentare una sorpresa. E ci aggiungerei anche l’aggettivo piacevole.

 

La trama che si dipana in oltre seicento pagine è divertente, gradevole, fresca, profonda, concreta. Il filo conduttore ha un punto di partenza: nella Place Guy d’Arezzo dimorano una serie infinita di pappagalli d’ogni specie e colore. In questo sfondo tropicale tutti gli abitanti di questa area di Bruxelles ricevono la stessa lettera su carta gialla con il seguente testo: “Questo messaggio solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Una semplice dichiarazione d’amore che dà il via a una catena di vicende (divertenti, drammatiche, conflittuali, tragiche ecc..) che finiranno per sconvolgere la vita degli abitanti della piazza.

Qui abbiamo una combinazione di situazioni che vanno dalla fioraia dal carattere impossibile con il marito devoto e buonissimo, il giardiniere bello e sempliciotto, la portinaia con amante afgano, l’economista prossimo a divenire presidente, la terza moglie gaudente della carriera di quest’ultimo, il professore di filosofia ed il suo compagno appariscente, la famiglia del banchiere, la maniaca in cerca di continue emozioni, la grassa con figlia adolescente, il ricco che mantiene l’amante, lo scrittore famoso che instaura un rapporto a tre con la amante della moglie, il ragazzo diciannovenne che vive con un terribile segreto, la mantenuta, la modella, il gallerista con segretaria devota, l’assessuato, la ricca rovinata dal gioco con pappagallo annesso, ecc… ecc… ecc… Di questo mondo Schimtt dipinge un meraviglioso ritratto dal punto di vista sessuale, in maniera così perfetta da superare qualsivoglia remora morale, che impedisce il giudizio anche nei confronti di personaggi sgradevoli (l’economista sessantenne continuamente in cerca di sesso; la “moglie” che con complicità maritale si fa possedere da chiunque e nei luoghi e modi più disparati; il banchiere che si da a frettolosi sfoghi omosessuali…). Tutto, alla luce della scrittura sempre originale e viva, ci appare soffuso di un intento etico nobile: nulla è immorale, ciò che per un individuo è tabù o inaccettabile, può essere la situazione ideale di un altro. In amore non c’è giusto o sbagliato ma la diversità diviene elemento di un unicum che esalta i sentimenti e non li frustra o peggio condanna. Un libro decisamente originale e piacevole.

La trama del romanzo 

Un giorno tutti gli abitanti di Piazza Guy d’Arezzo a Bruxelles ricevono la stessa lettera: “Questo messaggio solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Un messaggio d’amore, apparentemente innocente, che dà il via a una catena di conseguenze che finiranno per sconvolgere la vita degli abitanti della piazza. C’è Zachary Bidermann, potente commissario dell’Unione Europea, erotomane incallito. C’è Faustina, la sofisticata ufficio stampa di una grossa casa editrice che detesta il suo amante che le fa l’amore troppo bene e quindi la fa sentire schiava. C’è Josephine che convince il marito Baptiste a prendere in casa l’amante di lei. C’è il banchiere Francois-Maxime de Couvigny, felicemente sposato, che ogni mattina cerca fugaci incontri sessuali con giovani ragazzi. Ci sono la portinaia Marcelle innamorata del suo afgano (un aitante clandestino) e la signorina Beauvert che fa l’amore con il suo pappagallo Copernico. E molti, molti, moltissimi altri. Mentre l’indagine avanza, i corpi si allacciano, la temperatura dei desideri si fa rovente, la fantasia dell’eros si scatena, i cuori si spezzano e nascono gli amori. Schmitt racconta in un caleidoscopio di storie avvincenti la sessualità dei nostri tempi, in tutte le sue forme, con un’inaudita fisicità, senza moralismi, ma con un’attenzione sempre vigile all’etica dei rapporti umani e alla forza dell’amore. Schmitt ha creato una cattedrale dell’erotismo contemporaneo.

 

Come inizia

PARTE PRIMA

L’annunciazione

 

PRELUDIO

 

Chiunque arrivasse a place d’Arezzo provava una sensazione strana. Sebbene il giardinetto rotondo in cui si sviluppava una vegetazione nordica fatta di prato, rododendri e platani fosse contornato da opulente case di pietra e mattoni in stile Versailles, i sensi venivano solleticati da un che di tropicale. Eppure non c’era niente di esotico in quelle facciate equilibrate, in quelle alte finestre a piccoli riquadri, in quei balconi torturati dal ferro battuto o nelle mansarde che venivano affittate a peso d’oro. E nemmeno c’era qualcosa di esotico in quel cielo spesso grigio e triste in cui le nuvole sfioravano i tetti d’ardesia.

   Non bastava girare la testa per cogliere quel che succedeva. Bisognava prima sapere cosa guardare.

   I primi a indovinare erano quelli che portavano a spasso il cane. Andando dietro ai segugi che, col naso incollato al suolo, percorrevano freneticamente il terreno, notavano che il prato era cosparso di rifiuti organici, corte deiezioni scure con un’aureola di marciume bianco; allora risalivano con lo sguardo lungo i tronchi e vedevano le insolite costruzioni naturali che oscuravano i rami; poi un’ala colorata si agitava, un chiocciolio perforava il fogliame, alcuni stridii accompagnavano il volo multicolore dei volatili e i passanti capivano che place d’Arezzo nascondeva una folla di pappagalli e cocorite.

   Come facevano animali del genere, provenienti da orizzonti lontani, di origine indiana, amazzonica o africana, a vivere a Bruxelles liberi e in buona salute malgrado il clima tetro? E perché nel cuore del quartiere più chic?

CAPITOLO PRIMO

 

Una moglie ti lascia quando smette di trovare in te le qualità che non hai mai avuto». Zachary Bidermann accompagnò la frase con un sorriso. Lo divertiva che il suo giovane collaboratore, brillante intellettuale formato nelle migliori scuole, celasse ingenuità adolescenziali.

   «Quando ti ha conosciuto, tua moglie ha creduto di vedere in te il padre dei suoi futuri figli, mentre tu non ne volevi. Ha puntato sul fatto che avrebbe occupato al tuo fianco una posizione consona ai tuoi studi prima e al tuo lavoro poi, ma non è andata così. Ha sperato che le tue numerose conoscenze le avrebbero permesso di arrivare a persone utili per la sua carriera, mentre nel mondo della politica e della finanza le cantanti liriche vengono ignorate, nessuno le ascolta».

   Stavolta, malgrado la faccia sconsolata del trentenne, rise ed esclamò:

   «Non era un matrimonio, era un malinteso».

   «Ogni matrimonio nasce da un errore?».

   Zachary Bidermann si alzò e fece il giro della scrivania rigirandosi fra le mani la nuova penna in resina nera cerchiata di platino su cui risplendevano le sue iniziali.

   «Idealmente il matrimonio è un contratto stipulato tra due esseri lucidi, consapevoli dell’impegno che stanno prendendo. Di fatto, in quest’epoca di abuso dei sentimenti, il più delle volte le persone non arrivano di fronte al sindaco o al prete in stato di lucidità mentale. Sono ciechi, sviati dalla passione, attanagliati dal piacere se hanno compiuto l’atto o divorati dall’impazienza se non hanno ancora consumato. Caro Henry, la gente che va a sposarsi è malata, solo molto raramente si tratta di esseri in possesso delle loro facoltà».

   «Quindi mi sta dicendo che per fare un buon matrimonio la cosa più importante è non amarsi».

   «I nostri avi lo sapevano. Conoscevano l’importanza della stabilità e combinavano le unioni a freddo».

   «Per niente romantico».

   «Il matrimonio non ha nulla di romantico, povero amico mio! Romantici sono il trasporto, il delirio, l’enfasi, il sacrificio, il martirio, l’omicidio, il suicidio. E costruirsi la vita su queste cose equivale a erigere una casa sulle sabbie mobili».

   Alle spalle di Zachary Bidermann, in place d’Arezzo, pappagalli e cocorite espressero chiassosamente la loro disapprovazione. Infastidito dallo stridio, l’economista accostò le finestre aperte sulla gloriosa mattinata primaverile.

   Henry fece circolare lo sguardo sul lusso sobrio della stanza, mobili firmati, tappeti di seta a motivi astratti e pareti rivestite di boiserie in pura quercia sabbiata, un lavoro di ebanisteria talmente raffinato che non si notava. Sulle pareti est e ovest due schizzi di Matisse, un volto maschile e uno femminile, sorvegliavano Zachary Bidermann al centro. Henry esitava a porre la domanda che lo assillava.

   Zachary Bidermann gli si rivolse in tono canzonatorio.

   «Sento che stai rimuginando, Henry».

   «Scusi?».

   «Ti stai interrogando sulla mia unione con Rose… Tuttavia, siccome sei un ragazzo un po’ chiuso, non osi parlarmene».

   «Io…».

   «Di’ la verità: mi sbaglio?».

   «No».

   Zachary Bidermann avvicinò uno sgabello e sedette con familiarità accanto a Henry.

   «È il mio terzo matrimonio. E anche il terzo di Rose. Come dire che né io né lei avevamo intenzione di sbagliarci».

   Si batté il palmo sulla coscia.

   «Si impara solo dagli errori. Stavolta è un’alleanza sana e buona. Concordia totale. Credo che né io né Rose rimpiangeremo di averlo fatto».

   Henry pensò a cosa aveva guadagnato Zachary Bidermann sposando Rose: la ricchezza. Poi rifletté che, da parte sua, Zachary Bidermann esaudiva le ambizioni sociali e politiche di Rose, diventata la compagna di un alto dignitario, commissario europeo per la concorrenza, un uomo che conosceva e riceveva capi di Stato.

   Come leggendo nel pensiero di Henry, Zachary Bidermann continuò:

   «L’unione coniugale si rivela talmente gravata da conseguenze che bisognerebbe sollevarne gli interessati dalla responsabilità per affidarla a persone serie, obiettive e competenti, a dei veri e propri professionisti. Pensa ai direttori di casting, che stabiliscono la giusta distribuzione dei ruoli in un film: non potrebbe esistere la stessa funzione anche per le coppie?».

   Sospirò e alzò al soffitto laccato i suoi famosi occhi azzurri.

   «Oggigiorno confondiamo tutto. Idee di bassa lega ci hanno fatto affogare nell’acqua di rose».

   Dette un’occhiata all’orologio, decise che quell’intermezzo privato era durato abbastanza e concluse:

   «In poche parole, caro Henry, congratulazioni per il divorzio. Stai lasciando le tenebre per raggiungere la luce. Benvenuto nel club dei lungimiranti».

   Henry annuì. Non solo non trovava offensive quelle parole, ma le accettava con gratitudine, fiducioso nella sincerità di Zachary Bidermann. Quest’ultimo, benché sembrasse parlare per sarcasmi e paradossi, non era cinico, ma lucidamente ghiotto. Quando vedeva crollare un’illusione o un’impostura ne traeva un piacere reale, da combattente per la verità.

   Zachary Bidermann controllò l’ora e si rimise a sedere sentendosi in colpa per i sei minuti di pausa che aveva dedicato a questioni private. Pur apprezzando quelle ricreazioni, dal quinto minuto in poi si spazientiva, gli sembrava di perdere tempo.

   Alle nove e sei del mattino, nel suo palazzetto di place d’Arezzo, aveva già concluso una mezza giornata. Si era alzato alle cinque, aveva spulciato vari dossier, scritto dieci pagine di sintesi e fissato con Henry le priorità. Dotato di una salute di ferro che necessitava di poco sonno, quel gigante emanava un’energia che suscitava la meraviglia di tutti e aveva permesso a lui, economista di formazione, di accedere alle più elevate posizioni europee di potere.

   Capendo che l’incontro era finito, Henry si alzò e salutò Zachary Bidermann che, intento ad annotare qualcosa su un rapporto, aveva già dimenticato la sua presenza.

   La segretaria, signora Singer, approfittò dell’uscita di Henry per entrare nella stanza. Secca, rigida come un militare, stretta in un tailleur pantaloni in jersey blu marine, si andò a mettere dietro la scrivania, alla destra del principale, e attese senza batter ciglio che lui la notasse.

   «Sì, Singer?».

   Lei gli posò davanti i documenti da firmare.

   «Grazie, Singer».

   La chiamava Singer, così come un soldato si rivolge a un commilitone, perché per lui Singer non era una donna. Non avendo forme, non rischiava di distrarlo dai propri compiti mostrando un seno attraente, esibendo gambe che lui avrebbe sbirciato o ondeggiando chiappe che lui avrebbe avuto voglia di palpare. Il taglio corto dei capelli color grigio spento, i tratti afflosciati, le labbra dall’espressione amara, la pelle opaca e la mancanza di profumo rendevano Singer un essere funzionale che da vent’anni lo seguiva da un incarico all’altro. Quando parlava di lei, Zachary Bidermann dichiarava: «Singer è perfetta!». E Rose lo ripeteva, a dimostrazione che era vero.

   Finita la maratona delle firme, Bidermann si informò degli appuntamenti.

   «Abbiamo cinque persone stamattina» annunciò la signora Singer. «Il signor Moretti, della Banca centrale europea. Il signor Karopulos, direttore di gabinetto del ministro greco delle Finanze. Il signor Lazarevich, della Lazarevich Finances. Harry Palmer, del Financial Times. E la signora Klügger, della Fondazione Speranza».

   «Bene. Dedicheremo loro mezzora ciascuno. Con l’ultima, meno importante, farò più in fretta. E, Singer: divieto assoluto di interrompere un colloquio. Aspetti che la chiami io».

   «Naturalmente».

   Ripeteva quell’ordine ogni giorno e le persone, Singer per prima, lo prendevano per l’espressione del rispetto che il grand’uomo tributava ai suoi ospiti.

   Per due ore, quindi, ostentò con i vari visitatori la potenza del suo intelletto. Ascoltava, come un coccodrillo che scruta immobile la preda. Poi si riscuoteva e faceva qualche domanda prima di prodursi in una riflessione brillante, sostenuta e argomentata che nessun interlocutore interrompeva, innanzi tutto perché Zachary Bidermann parlava velocemente e a bassa voce, poi perché ognuno si rendeva conto della propria inferiorità intellettuale. Gli incontri si concludevano tutti nello stesso modo: Zachary Bidermann prendeva un foglio bianco e vi scarabocchiava alcuni nomi seguiti da un numero di telefono che scriveva a memoria senza esitazioni. Sembrava un medico che compilasse la ricetta dopo aver elencato i sintomi e formulato la diagnosi.

   Alle undici meno cinque, andato via il quarto ospite, fu preso da un nervosismo incontrollabile. “Che sia la fame?”. Incapace di concentrarsi, si affacciò nell’anticamera in cui la signora Singer troneggiava dietro il suo tavolo e annunciò che andava dalla moglie.

   Un ascensore nascosto dietro una lacca cinese lo condusse al piano superiore.

   «Oh, caro, che bella sorpresa!» esclamò Rose.  

   Di sorpresa, a dire il vero, ce n’era poca, visto che Zachary Bidermann si presentava ogni mattina alle undici in punto negli appartamenti privati di Rose per fare uno spuntino con lei. Però si davano reciprocamente l’illusione che si trattasse di un capriccio improvvisato.

   «Scusami, ti disturbo davvero a qualsiasi ora».

   Sebbene nessuno, neanche Rose, potesse entrare nello studio di Zachary Bidermann senza prima avvertirlo, lui aveva il diritto di spuntare ovunque non appena ne avesse voglia. Rose si adattava, ritenendo che la disponibilità facesse parte del suo ruolo di moglie amorevole e constatando che, comunque, il “qualsiasi ora” cadeva sempre alle undici.

   Gli servì un tè e dispose davanti a lui vassoietti pieni di croissant e dolciumi vari. Conversarono mangiandoli. Lui ne prendeva a piene mani e se li ficcava in bocca come un orco, mentre lei, preoccupata della linea, impiegava parecchi minuti a sgranocchiare il dattero che aveva preso con la punta delle dita.

   Parlarono di attualità, in particolare della tesa situazione mediorientale. Rose, che aveva una formazione in scienze politiche, si appassionava alle relazioni internazionali. Si dedicarono quindi ad analisi acute che testimoniavano la qualità delle loro informazioni. Ognuno cercava di stupire l’altro con un particolare inedito, una riflessione originale. Adoravano quegli scambi di idee, perché entrambi vi attingevano un’emulazione senza rivalità.

   Non alimentavano mai il dialogo con argomenti privati, si mantenevano su temi generali. Non parlavano dei figli che Rose aveva avuto dai mariti precedenti, non parlavano neanche dei figli di Zachary con le prime due mogli, preferivano dissertare come due studenti di scienze politiche, liberi da tormenti familiari e imposizioni domestiche. La salute di quella giovane coppia di sessantenni si reggeva sull’oblio dei precedenti matrimoni e delle loro conseguenze.

   Durante una considerazione sulla striscia di Gaza, Zachary commentò il sapore di un amaretto.

   «Ehi, buonissimo!».

   «Quale, quello nero? È alla liquerizia».

   Bidermann se ne infilò in bocca un altro.

   «Da dove vengono?».

   «Da Parigi. Sono di Ladurée».

   «E i wafer?».

   «Da Lille. Pasticceria Meert».

   «E i cioccolatini?».

   «Stai scherzando? Vengono da Zurigo, sono di Sprüngli».

   «La tua tavola sembra un sequestro doganale».

   Rose accennò una risatina. Niente era più composito del suo mondo. Che fossero cibi, vini, mobili, vestiti o fiori, comprava il meglio senza preoccuparsi del prezzo. La sua agenda conteneva solo riferimenti d’eccellenza: il miglior tappezziere, il miglior corniciaio, il miglior posatore di pavimenti, il miglior commercialista, il miglior massaggiatore, il miglior dentista, il miglior cardiologo, il miglior urologo, il miglior operatore turistico o la miglior veggente. Sapendo che la frequentazione delle vette si rivela breve e pericolosa, rinnovava spesso la sua lista, compito che la assorbiva non poco. Pur razionale, sapeva mostrarsi superficiale. O meglio, si dava seriamente alla futilità. Figlia unica di un prospero industriale, metteva la stessa cura nel tenere la casa che nell’analizzare le curve della disoccupazione o le tensioni tra Israele e Palestina.

   «E rimane la tavola più appetitosa che conosca» dichiarò Zachary accarezzandole la guancia.

   Rose capì subito il senso di quell’intervento e, senza esitare un attimo, andò a sedersi sulle sue ginocchia.

   Lui la abbracciò. Aveva gli occhi lucidi, giocherellava con la punta del naso contro il suo, e lei sentì che aveva voglia di fare l’amore.

   Si dimenò, agitò il sedere sulle cosce del marito per renderlo ancora più elettrico.

   «Porcello!» gli soffiò nell’orecchio.

   Zachary incollò le labbra alle sue e si baciarono a lungo mischiando le lingue, avidamente: baci arricchiti da un profumo di liquerizia al burro.

   Dopo un po’ l’uomo sciolse l’abbraccio.

   «Ho un appuntamento» mormorò.

   «Peccato…».

   «Oh, ma dopo non mi scappi».

   «Lo so» sussurrò Rose chiudendo le palpebre. «Tu piuttosto cerca di calmarti in ascensore, o rischi di imbarazzare il tuo ospite».

   Risero complici, poi Zachary Bidermann se ne andò.

   Rose si stiracchiò voluttuosamente. Accanto a lui viveva una nuova giovinezza, anzi la sua giovinezza, dato che quella vera l’aveva vissuta da ragazza ammodo, troppo riservata. A sessant’anni aveva finalmente un corpo, un corpo che Zachary adorava, di cui era goloso e che onorava ogni giorno, anche più di una volta. Rose sapeva che alle sette di sera sarebbe tornato dalla Commissione e si sarebbe gettato su di lei, addirittura con violenza, come testimoniavano alcuni lividi e cicatrici che considerava trofei del proprio sex appeal. E magari la notte l’avrebbero fatto di nuovo. Quale delle sue amiche poteva dire la stessa cosa? Chi di loro veniva posseduta così spesso e con tale foga? I mariti precedenti non l’avevano desiderata così. Nessuno dei due. No, non si era mai sentita tanto realizzata, e la cosa le conferiva uno sfavillio sensuale da donna felice. 

   Zachary Bidermann tornò nel suo studio meno nervoso, data la pancia piena, ma turbato da una certa ansia, con il cuore che gli martellava ancora. Alzò la cornetta dell’interfono.

   «Chi c’è adesso, Singer?».

   «La signora Klügger, della Fondazione Speranza».

   «La avverta che non posso dedicarle più di dieci minuti. Alle undici e venticinque l’autista deve portarmi in Commissione».

   «Bene, signore. Glielo dico».

   Zachary Bidermann andò alla finestra e notò che in place d’Arezzo, sull’albero più vicino, alcuni pappagalli si inseguivano agitando le ali. Due maschi litigavano per una femmina che dal canto suo si rifiutava di scegliere e, fingendosi sgomenta, pareva aspettare che decidessero per lei.

   «Stronzetta» mormorò Bidermann fra sé.

   «La signora Klügger!» annunciò la voce solenne di Singer alle sue spalle.

   Davanti alla porta che la segretaria stava chiudendo, Zachary Bidermann vide una donna alta in tailleur nero attillato. Sembrava una vedova.

   La squadrò, accennò un sorriso con gli occhi e disse con voce seria:

   «Si avvicini».

   La donna venne avanti ancheggiando su tacchi altissimi, cosa che cancellò l’immagine precedente della vedova.

   «Gliel’hanno detto?» sospirò Zachary Bidermann. «Ho solo sette minuti».

   «Questo dipende da lei» rispose la donna.

   «Se conosce bene il suo mestiere, sette minuti bastano».

   Zachary si mise seduto e si sbottonò la patta di fronte a lei. La pseudo vedova si inginocchiò e, da esperta professionista, si occupò di lui con destrezza.

   Sei minuti dopo Zachary Bidermann emise un gemito estatico, si riabbottonò i pantaloni e la ringraziò con una strizzatina d’occhio.

   «Grazie».

   «Al suo servizio».

   «La signora Simone regolerà la sua parcella».

   «Come d’accordo».

   La riaccompagnò alla porta e, perché Singer non sospettasse, la salutò ossequiosamente, poi tornò dietro la scrivania.

   L’ansia, la fatica, i crampi: tutto era scomparso. Si sentiva in forma, pronto per partire all’attacco. Bene, la giornata poteva proseguire ai ritmi previsti.

   «Tre minuti, mi restano tre minuti» canticchiò allegro. «Tre minuti prima di andare a palazzo Berlaymont».

   Si dedicò alla posta personale. Le prime due buste che aprì erano inviti. La terza, di color giallo pallido, era diversa dalle altre. Il foglio piegato all’interno conteneva due frasi:

   Questo biglietto solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi.

   Furibondo, si prese la testa fra le mani. A quale razza di stupida era venuto in mente di mandargli un biglietto del genere? Quale delle sue amanti aveva scritto quel messaggio idiota? Sinead, Virginie, Oxana, Carmen? Basta! Non voleva più avere legami protratti! Le donne finiscono sempre per attaccarsi, per sviluppare “sentimenti”, per precipitare in quella sdolcinatezza affettiva che appiccica, puzza, incatena.

   Prese un accendino e bruciò la lettera.

   «Viva le mogli e le puttane! Sono le uniche donne controllabili».

CAPITOLO SECONDO

 

L’aveva amata talmente bene che lei lo odiava.

   Corpo snello e muscoloso, natiche e spalle prominenti, pelle soda da meticcio che emanava un profumo di fichi maturi, vita stretta, cosce vigorose, mani forti e sottili, collo puro dall’attaccatura sfumata: tutto di lui la attirava, tutto la infastidiva, tutto le faceva ardere le viscere. Faustina aveva voglia di saltargli addosso, impedirgli di riposare, picchiarlo.

   «Non stai dormendo, vero?» mormorò esasperata.

   Dopo una notte del genere avrebbe dovuto provare una soddisfazione intensa, invece tremava di rabbia. Come se lui l’avesse ridotta a una mucosa ulcerata, eccitata e tesa che ne vuole ancora. Possibile che bere le facesse aumentare la sete invece di dissetarla?

   “Quante volte ho goduto?”.

   Non riusciva più a calcolare i suoi picchi di sensualità. Si erano immersi l’uno nell’altra senza requie, traboccanti di esaltazione contagiosa, cedendo al sonno solo brevemente e non tanto per riposarsi quanto per prolungare l’estasi. Senza sapere bene perché pensò alla madre, l’onorevole madre a cui non avrebbe raccontato i suoi exploit, la triste madre che non aveva mai provato gioie simili. “Povera mamma…”.

   Massaggiandosi le gambe, Faustina si disse che era una peccatrice e ne fu fiera. Sì, quella notte non era stata altro che un corpo, un corpo di donna penetrato da un uomo, un corpo che esulta più volte e languisce sempre.

   “Questo maiale mi ha trasformato in maiala” pensò rivolgendo un fuggevole sguardo intenerito all’uomo addormentato.

   A Faustina non piacevano le sfumature. Che si trattasse di se stessa o di chi le stava intorno, rimbalzava da un estremo all’altro. A seconda dei momenti, un’amica veniva definita “angelo sacrificale” o “mostro d’egoismo senza fede né legge”, la madre era “la sua adorata mammina” o “quella borghese senza cuore che mi è capitata alla lotteria delle nascite”. Quanto agli uomini, erano alternativamente belli, brutti, adorabili, detestabili, generosi, tirchi, premurosi, sfacciati, onesti, impostori, incapaci di far male a una mosca, psicopatici, degni di essere “frequentati fino alla fine dei miei giorni” o “da rimuovere dalla mia mente”. Lei stessa ai propri occhi oscillava tra due status: l’intellettuale pura consacrata alla cultura e la troia che si rotola nei suoi bassi istinti.

   Le opinioni ponderate la annoiavano. Quel che a lei piaceva non era pensare, ma pensare vivamente. Quindi sentire… In ogni istante era l’umore a guidare le sue idee, erano le emozioni a mettere in moto i discorsi.

   Così si poneva di fronte al mondo in maniera contrastata e si riteneva scissa: quando mollava i libri e si rifugiava tra le braccia dell’amante, lasciava una delle sue personalità per l’altra. Il suo comportamento non era complementare al precedente, quanto semmai una smentita. Faustina cambiava. Più che equilibrata, si vedeva doppia.

   «La vuoi smettere di far finta di dormire?» ripeté.

   L’uomo non reagì.

   Chinandosi per guardarlo in faccia, Faustina constatò che non muoveva un muscolo. Anzi, le sue ciglia nere, folte e ricurve che facevano impazzire le donne rimanevano impassibili.

   Si sentì umiliata da quell’indifferenza.

   “Non lo sopporto più”.

   Certo, sapeva bene di raccontarsi balle. La irritava che non si occupasse più di lei. E le faceva orrore ritrovarsi nel giro di una notte così dipendente da lui.

   “Maschilista!”.

   Emise un profondo sospiro che significava al tempo stesso “maschio di merda” e “che bello essere una donna”.

   Esitò. Forse era meglio non spezzare quel momento… Tuttavia aveva bisogno di agire, doveva intervenire in un modo o nell’altro, l’attesa era una tortura. Ma attesa di che? Chesua maestà avesse finito di riposare? Che anche lei si addormentasse? Attraverso le tende tirate vedeva che il sole stava spuntando. In lontananza, pappagalli e cocorite della piazza gridavano ai dormiglioni che la giornata era cominciata.

   Guardò l’amante e decise di buttarlo giù dal letto con un calcio. Poi si trattenne. L’avrebbe capito, lui, perché veniva aggredito? E lei, l’avrebbe capito?

   “Appena si muove lo sbatto fuori”.

   Dany si girò sulla schiena e, senza sollevare le palpebre, la cercò con le mani, la trovò e la attirò a sé ronzando come un gatto che fa le fusa.

   Rasserenata fin dal primo contatto delle dita di lui sui suoi fianchi, Faustina scivolò docile accanto a lui, incollò la schiena al suo muscoloso ventre ed emise identici borbottii.

   L’eloquenza non serviva. Bastarono qualche fremito e qualche carezza per far riapparire la scintilla della voluttà e farli ardere di desiderio. Sentì contro le natiche la voglia di Dany e ondeggiò per fargli capire che lo accettava.

   A occhi chiusi, senza dire una parola, ricominciarono a fare l’amore.

   Pur sentendo la stanchezza e l’usura, silenzio e buio aggiunsero ai loro trastulli il pepe indispensabile: non vedere il partner li obbligava a riconoscerlo con le dita, il petto, la pelle, il sesso. Era un rinnovarsi e insieme un ricordarsi. Esprimersi solo per ansiti o rantoli di gola li portava a rinunciare all’umanità, a ridursi a bestie, corpi di bestie, organi che ubbidiscono all’istinto.

   Dopo quell’amplesso eccezionale Faustina dichiarò che sarebbe rimasta a letto tutto il giorno.

   Dany si alzò, pieno di energia.

   «Basta perdere tempo, ho degli appuntamenti al Palazzo di Giustizia, oggi».

   Stupita, lo vide magnifico precipitarsi sull’orologio e raccogliere in fretta i vestiti sparsi qua e là.

   «Dovresti andarci così».

   «Così come?».

   «Nudo».

   Lui si girò verso di lei e le sorrise allacciandosi il cinturino dell’orologio.

   «Nudo con l’orologio» specificò Faustina. «Nient’altro. Sono sicura che avresti molto successo».

   «Con i criminali?».

   Lei gli si appese al collo.

   «Sì, sui criminali faresti colpo di sicuro».

   Faustina gli impose un bacio sulla bocca. L’uomo acconsentì divertito, ma lei percepì chiaramente che aveva fretta di vestirsi. Sconcertata, non insisté. Pensò invece di sganciare una frase sgradevole, ma non la trovò.

   Dany andò in bagno e aprì l’acqua.

   «Fai la doccia con l’orologio?».

   «Tanto per cominciare, il mio orologio è resistente all’acqua. E poi mi avverte che sto entrando in una parte diversa di vita: il mio lavoro».

   “La parte in cui io non ci sono” pensò Faustina. Ma subito se ne pentì. Che stupidaggine! La tipica reazione da sciocca sentimentale, la delusione della donna gelosa e innamorata. Solo che gelosa non era di certo, e innamorata ancora meno.

   “Ci siamo fatti una scopata, tutto qui. Bella. Sublime, d’accordo. Ma nient’altro che una scopata”.

   Si alzò e lo guardò sotto la doccia. Le piaceva un sacco vedere gli uomini bagnati, con la pelle imperlata da gocce, che si strofinano il corpo. Aveva la sensazione di rubare loro un momento intimo. Proprio in quell’istante, per l’appunto, Dany si stava insaponando i genitali con gesti vigorosi e meticolosi.

   Fu contento di vedere che lei lo scrutava.

   «Hai visto? Lo tratto bene».

   «È interesse tuo».

   Immaginò la prossima notte che avrebbe passato con lui, sentì un senso opprimente di impazienza sul petto e concluse guardandolo dall’alto in basso:

   «Sei solo un sesso su due gambe».

   Dany, lusingato, rise. Poi rispose:

   «Stai parlando di te o di me?».

   Quell’osservazione le dette così fastidio che storse la bocca.

   Già Faustina si stava trasformando. Smetteva di essere la donna sensuale che si era offerta a quell’uomo per ore e pensava ormai che l’accaduto di quella notte fosse solo colpa di Dany: era lui responsabile del fatto che si fosse comportata da sfrenata baccante. Certo, non l’aveva violentata… però l’aveva portata a fare cose che spontaneamente non avrebbe fatto.

   Spostandosi di lì, Faustina pensò ai doveri che la aspettavano. Vari romanzi da leggere. Giornalisti da chiamare. Anche editori parigini. Sistemare la propria contabilità.

   In un secondo, l’addetta stampa letteraria era risorta. Avvolta in una vestaglia, fu incerta sul da fare. Dedicarsi subito alle sue ingrate mansioni o mettersi a cucinare? Il vassoio con caffè fumante, pane abbrustolito, burro, marmellate e uova sode sapeva forse troppo di innamorata timida, di donna che si appiccica e vuole che il maschio ritorni.

   “Che si arrangi. Si berrà un orrido espresso al Palazzo di Giustizia, nerissimo e amarissimo. Peggio per lui”.

   Allo stesso tempo si rendeva conto di avere fame. Lei sì che avrebbe mangiato con piacere la succulenta colazione che era capace di concepire.

   “Be’, la preparo per me, non per lui”.

   Accantonati gli scrupoli, si mise al lavoro in cucina e allestì una tavola graziosamente decorata fingendo di ignorare che stava apparecchiando per due.

   Apparve Dany: fresco, con un completo di seta, in camicia bianca e cravatta.

   «Mmm… che profumino» esclamò.

   Apprezzò l’invitante e appetitosa tavola apparecchiata da lei.

   «In più sei una massaia perfetta!».

   «Cretino. Un’altra parola e te ne vai di qui a pancia vuota».

   Dany sedette e fece onore alla colazione.

   Mentre mangiava, Faustina non poteva fare a meno di fissargli le dita e mettersi al posto di quello che toccava. Gli guardò la bocca e divenne il croissant che masticava, gli osservò il pomo d’Adamo che faceva su e giù e si identificò con il caffè che deglutiva.

   Spaventata da quei pensieri, si appoggiò allo schienale e gli chiese qualcosa del suo mestiere di avvocato. Lui ne discusse con piacere, soprattutto del caso Mehdi Martin, il maniaco sessuale che l’aveva reso famoso. Sennonché, troppo abituato a parlarne, non tirò fuori niente di nuovo.

   “Quant’è noioso! A parte che ci sa fare a letto, non gli trovo niente di interessante”. Quella constatazione la tranquillizzò.

   Dany guardò l’orologio, si rese conto che rischiava di perdere il primo appuntamento e di scatto si avviò alla porta.

   Faustina sospirò di sollievo all’idea che di lì a poco si sarebbe sbarazzata di lui e decise di rimanere seduta a finire tranquillamente la colazione.

   «Quando ci rivediamo?» disse lui passando a darle un bacio.

   «Ah, ci rivediamo?».

   Gli aveva risposto sottraendosi al bacio. Dany si accigliò.

   «Ma sì… Non ti va? Comunque a me va».

   «Ah sì?».

   «A te no?».

   «Non lo so».

   «Faustina, io e te, stanotte, è stato…».

   «È stato cosa?».

   «Magnifico, sublime, fantastico, bellissimo».

   «Ah ecco…».

   Faustina aveva un tono sostenuto, come una modesta impiegata di cui finalmente vengono riconosciuti i meriti.

   Lui le impose le sue calde labbra e la baciò a lungo, di prepotenza. Lei tremò, rendendosi conto che stava perdendo il controllo un’altra volta.

   Senza fiato, Dany si sciolse dall’abbraccio.

   «Ti chiamo dopo».

   «Va bene» mormorò lei.

   L’uomo uscì e sbatté la porta.

   Rimasta sola, Faustina accese la radio. Sapeva perfettamente come sarebbe andata con Dany: come con gli altri! Si sarebbero rivisti, avrebbero cercato di ritrovare la magia della prima notte senza riuscirci, poi ci sarebbero riusciti a forza di weekend stremanti, finché un giorno avrebbero smesso di frequentarsi con la scusa del lavoro. Quanto sarebbe durata tutta la storia? Due, forse tre mesi… “Sai giàcom’è, ragazza, hai appena avuto il meglio. D’ora in poi sarà gradevole, talvolta meno, e presto te ne sarai stancata”.

   Attraversò la casa, e nell’ingresso trovò una busta. La prese, la aprì. La lettera, senza firma, consisteva in un breve messaggio:

   Questo biglietto solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi.

   Fu scossa da un’esplosione nervosa. Commossa, appoggiandosi al muro, si mise a gridare:

   «Stupida che sono! Mi ama e gli impedisco di dirmelo. Mi ama e lo tratto come un vibratore. Povero Dany, non sei stato fortunato a capitare su una tipa contorta come me. Oh, Dany…».

   E fece una cosa che fino a pochi minuti prima le sarebbe sembrata grottesca: in ginocchio, si portò il biglietto alla bocca e lo baciò a più riprese, folle d’amore.

 

Continua a leggere…

 

L’autore

Eric-Emmanuel Schmitt è nato a St. Foy Les Layons (Lione) nel 1960. Ha studiato musica e letteratura e si è laureato in filosofia presso la École Normale Supérieure nel 1983. Dopo aver ottenuto un dottorato nel 1987 è diventato “maître de conférences” all’Università di Chambéry. È autore di racconti, romanzi e di opere teatrali tradotte e rappresentate in tutto il mondo ed è considerato uno degli autori di maggior successo nel panorama della drammaturgia francese contemporanea.

I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue. Le Edizioni E/O hanno pubblicato Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano e Odette Toulemonde, da cui sono stati tratti dei film, Piccoli crimini coniugali, Milarepa, La parte dell’altro, La mia storia con Mozart, Quando ero un’opera d’arte, La rivale. Un racconto su Maria Callas, La sognatrice di Ostenda, Il visitatore, Il lottatore di sumo che non diventava grosso, Ulisse da Baghdad, La scuola degli egoisti, Concerto in memoria di un angelo, Quando penso che Beethoven è morto mentre tanti cretini ancora vivono…, La donna allo specchio, I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto, L’amore invisibile, La giostra del piacere, Elisir d’amore, Veleno d’amore e Oscar e la dama Rosa, La notte di fuoco.

 

 

  • La giostra del piacere
  • Eric-Emmanuel Schmitt
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Editore: E/O
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 1,37 MB
  • EAN: 9788866324539.  Acquista € 8,99

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