Un racconto estivo di polvere, vento e desiderio, tra le salite bianche e il caldo che non fa più paura.

LA GONNA AL VENTO

Racconto

La Redazione

“Era bello restare così, sdraiati, sentire il caldo del sole e non pensare a niente.” Cesare Pavese, La bella estate

In un pomeriggio che odora di fieno e di polvere, tra salite bianche e gonne al vento, il caldo non è più un nemico, ma un abbraccio che profuma di pelle e desiderio. La gonna al vento racconta l’estate che sa ancora fermarsi, che sa ancora far battere i cuori, dove la belva estate diventa un ricordo da stringere, tra il vento che canta e la luce che sa di promessa. Un racconto per chi cerca il respiro lento della giovinezza e il calore di un’estate che non ha paura di scottare.


La vidi salire la strada bianca che portava al campo, le ginocchia lucide di sudore e polvere, la gonna al vento in cima alla salita. Camminava veloce, come se avesse un treno da prendere o un pensiero da raggiungere, ma ogni tanto si fermava, spostava i capelli dal collo e sorrideva al sole.

Io la seguivo da qualche metro più indietro, con le mani sudate che stringevano una lattina tiepida e il cuore che picchiava a tempo con le cicale. L’estate era una belva, dicevano, ma per me era solo lei che rideva sotto il cielo, con le spalle scoperte e le braccia che a volte si aprivano per prendere il vento.

“Dai, vieni,”

mi disse quando si voltò, gli occhi stretti per il sole, un’ombra di lentiggini sulla faccia. Allungò una mano, ma non per farmi salire, solo per farmi capire che quel pomeriggio non era come gli altri. Salì ancora un passo, la gonna che si gonfiava contro il vento caldo, lasciando intravedere le cosce bruciate di sole, il passo incerto tra i sassi.

Arrivammo in cima quando l’aria odorava di fieno e di ferro caldo. Il campo era lì, immobile, punteggiato di papaveri stanchi. Lei si sedette, lasciò cadere i sandali e sollevò i piedi al cielo, mentre le cicale urlavano come un coro lontano.

“Lo senti?” mi chiese.
“Cosa?”
“Il vento che canta.”

Non lo sentivo, ma sentivo la sua pelle accaldata vicino alla mia, il fruscio della gonna che si gonfiava ancora, lenta, come un respiro. Il caldo che avevamo temuto diventò un mantello intorno a noi, un abbraccio, un sapore di sale sulle labbra.

La guardai ridere mentre si copriva gli occhi con la mano, e in quel momento seppi che non avrei mai dimenticato quella salita, quel vento, quella gonna leggera che parlava di lei meglio di qualsiasi parola.

Quando il sole scese, lasciando le strade arancioni, tornammo giù a piedi nudi, con la polvere che si attaccava alle caviglie e i cuori che battevano piano, in silenzio, come se avessimo imparato un segreto che era solo nostro.

Quella fu la nostra estate.
Un caldo feroce, sì.
Ma era un caldo che sapeva tenerci stretti, come un respiro sul collo,
e che ci insegnò che la luce, anche quando brucia, è pur sempre un dono.

🎶 “La tua gonna al vento in cima alla salita”,  Ivan Graziani, “Minù Minù”, dall’album Pigro (1978).
Ed è così che dovrebbe sentirsi un’estate: un vento che solleva le gonne, un caldo che pizzica la pelle, una salita che non spaventa ma invita. Perché anche nella belva estate, la bellezza resta. E ci ricorda chi siamo, quando lasciamo che il vento ci trovi.

La Redazione

2 Commenti

  1. Pinuccia

    8 Luglio 2025 a 11:30

    Molto carino questo racconto 👏🏻👏🏻👏🏻

    rispondere

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