Il censore è una creatura vanesia; in sé converge la voglia dell’applauso ed il desiderio del premio. Non ha superato una certa fase infantile in cui il bambino necessita dell’approvazione unanime…

Il censore è una creatura vanesia; in sé converge la voglia dell’applauso ed il desiderio del premio. Non ha superato una certa fase infantile in cui il bambino necessita dell’approvazione unanime degli astanti ed il mondo che lo circonda si muove in funzione dei suoi movimenti. Il bambino evolve, il censore resta incastrato in quella fase. Da grande diverrà come gli animali da circo, ma desideroso di trovarsi nella gabbia delle sue grettezze e di esibirsi davanti ad un pubblico compiacente. Hanno creato loro la loro prigione e neanche sanno di abitarla. Vestiti di orpelli pomposi e giudicanti, aspettano l’applauso del coro dell’opinione corrente. Suono di un perbenismo nauseante e meschino; sono pavoni che si lustrano le piume, poiché all’interno vi è poco da curare. Li riconosciamo nei giornalisti mainstream, nei tuttologi del sapere televisivo e ahimè in una folta schiera di insegnanti. Creature fabbricate in serie. Mere superfici incastrate nel mondialismo compiacente solo di sé stesso. Purtroppo sono una maggioranza e possiedono la stessa qualità della pece. Coltre appiccicosa che si abbatte come dannazione su ciò che di alto e nobile resta della nostra cultura.

È notizia recentissima che alla Lawrence High School nel Massachusetts, una di loro abbia orgogliosamente dichiarato di aver rimosso dal programma di studi l’Odissea. La furia progressista della  non si è fermata solo al capolavoro di Omero, andrà oltre, vi è già andata. Ha già attaccato classici del cinema come “Via col Vento”. Il capo d’imputazione? Omofobia, razzismo, sessismo e… chi più ne ha più ne metta!

Possiamo anche compatirli se si scagliano contro un classic movie del secolo scorso, ma non si può concedergli nessuna grazia se infangano l’altezza dei poemi epici 

C’è quindi da supporre che il loro sia un peccato d’invidia che presuppone una domanda: cosa gli sta a cuore eliminare per sembrare i giusti, per divenire i bastioni della correttezza che tutti devono imitare incensandoli? Cosa gli sta a cuore rimuovere? E perché hanno paura di Omero?   

Herbert James Draper Ulisse e le Sirene 1909

La vicenda di Ulisse riassume ogni aspetto della fallace avventura umana. Siamo foglie al vento, e l’eroe ce lo mostra. Fluttuerà da un’avventura all’altra volente o nolente. Ma resterà costante nel suo obiettivo: tornare a casa. Trascinato dai venti e dalle onde, sarà costretto a rive popolate da mostruosi esseri e da avvenenti ninfe. Ogni sosta gli donerà un insegnamento e lui lo accetterà poiché Ulisse è coraggioso; possiede le astuzie del saper vivere, la viva intelligenza e la tenacia nel raggiungere l’obiettivo. Nella sua storia eroica ed umana vi è la parabola di ogni uomo. Viviamo navigando a vista. Ulisse ne accetta la sfida, sfida che il mondo gli pone innanzi e quella del proprio viaggio interiore.

Eliminerà, in ogni sosta, parti spurie di sé per tornare come vero re, come vero uomo dalla sua donna e nella terra dei padri, la patria. Rifiuterà persino l’immortalità poiché gli onori cui aspira sono solo quelli semplici in cui ogni uomo può diventare re del suo mondo e non essere simile a Dio, ma servirlo nel costante miglioramento di sé. Ulisse accetta il suo destino e lo glorifica. Ce lo mostra il suo ritorno ad Itaca. Atena, dea che lo ha sempre aiutato, lo sottoporrà all’ultimo gioco simbolico. L’eroe dovrà entrare nella sua casa come uno straniero, un errante che vive solo di provvidenza. Dovrà meritare quel ritorno, poiché solo nell’umiltà di non aver più nulla riacquisterà con un ultimo sforzo, il suo posto di Basileus(1). La trasformazione è avvenuta; spazzerà via i Proci, piccoli uomini che anelano al talamo nuziale per conquistare il regno. Ulisse ha faticato per essere di nuovo re e non lo sarà solo in facto. Ha scelto il percorso periglioso del perdersi e del ritrovarsi: l’avventura sacra del simbolico viaggio interiore.

John William Waterhouse – Penelope e i pretendenti
“Circe”, J.W. Waterhouse

 

 

 

 

 

L’eroe omerico è l’uomo nel suo aspetto più nobile ed onorevole. Poco importa se giacerà con Circe, o se peccherà di orgoglio e vanità all’inizio della sua avventura quando, dopo esser sfuggito a Polifemo gli griderà il suo nome e verrà maledetto da Poseidone. Non ha resistito alla umiliazione di essere ‘nessuno’! Trascinato dall’oceano sconosciuto e periglioso che lo domina, combatterà il suo ego inferiore. Misurerà le sue debolezze; piangerà di nostalgia pensando a Penelope, nel confino dorato dell’Isola di Ogigia, rapito dalla voluttà dei sensi tra le braccia della ninfa Calipso. Si farà legare al palo della sua barca poiché vorrà udire il mortale canto delle sirene ma sarà prudente. Scenderà ad inferos, timoroso ed umile. Apprenderà la vita ed i suoi sacri limiti, nonché la lotta e le bellezze del mondo: l’avventura. L’etimologia ce ne dà la conferma: dal latino advenire, ovvero sopraggiungere, da intendersi come accadimento, avvenimento da affrontare con coraggio, col cuore. Questo invidiano i censori: il coraggio, il cuore, le lacrime. La cerca della propria radice interiore, la lealtà dell’essere. C’è da chiedersi

“Ulisse e Calipso”, Arnold Böcklin, 1883

quindi se non siano telecomandati, svuotati nell’animo. Posseduti da diktat che declinano su corde di bruttezza, banalità e codardia. Tutto passa, non temete. I classici vengono definiti tali poiché appartengono ad una bellezza eterna ed a un simbolismo ancestrale che se dipanato con grazia, ci indica una via imperitura: quella che conduce al miglioramento di sé: la via eroica. Via che prevede lealtà, coraggio, onore, fatica, umiltà. Questo invidiano i censori, poiché   governati solo dalla paura. Paura di sé stessi e dei loro padroni.

Valentina Ferranti

 

 

 

 

Fonte: Il Pensiero Forte del 13 Gennaio 2021

Note:

(1) Basileus (in greco: Βασιλεύς) è un titolo che indica un sovrano di rango regale o imperiale, tradotto come “imperatore” o “re” o “re dei re”. Secondo una discussa etimologia deriva dall’egizio paser/pasir, in origine designante il visìr, ovvero il comandante di truppe. L’uso più significativo di questo titolo si ebbe per i sovrani dell’Impero romano d’Oriente o Impero bizantino.

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