Una risata seppellirà Tafazzi, ma la questione è seria

 

Pawel Kuczynski

LA GUERRA DI TAFAZZI


Ricordate Tafazzi, il personaggio televisivo del trio Aldo, Giovanni e Giacomo? Entrava in scena con un costume sgargiante da wrestling e saltellava percuotendosi le parti intime con una bottiglia di plastica. Un masochista bisognoso di trattamento medico, o forse di una camomilla serale. Adesso Tafazzi è entrato in guerra con lo stesso cliché: saltella compulsivamente e continua a fare del male a se stesso: il simbolo dell’autolesionismo. È troppo vigliacco per combattere di persona, preferisce il divano con televisione accesa sulla narrazione unica. Nelle ore libere dalla full immersion mediatica, scende in piazza con la bandierina arcobaleno e indossa uno straccetto bianco, prescritto dalla moda pacifondaia diffusa dalla società dello spettacolo.

Armiamoci e partite, come sempre. Anzi, armiamo chi combatte in nome e per conto nostro. In caso di morte dei guerrieri surrogati (GPA, guerra per altri, come gestazione per altri, l’utero in affitto), lacrime, retorica grondante, qualche euro di offerta via smartphone e un altro paio di colpi di bottiglia assestati sulle parti basse. Putin è un pazzo sanguinario, i nazisti in fondo non sono così nazisti, la Russia- come ci ha confidato a occhi sbarrati un comunista di tutta la vita- “vuole conquistare l’Occidente”, e via sbavando.

Una risata seppellirà Tafazzi, ma la questione è seria. Non ci piace il sangue agli occhi del progressismo occidentale e di gran parte dei suoi blandi oppositori moderati, la “leale opposizione di Sua Maestà il Mercato”. È sceso in campo anche il Kennedy del raccordo anulare, Walter Veltroni, che, a spada sguainata, convoca a difesa dei “valori occidentali”. Oh, gran bontà dei cavalieri antiqui, scriveva l’Ariosto dei paladini medievali. Un ex comunista spiega quali sono i valori occidentali e perché occorre battersi. È pur vero che il Nostro, all’apice della gloria politica, affermò senza arrossire che era entrato nel PCI in quanto anticomunista e kennediano. Il bello è che aveva ragione: a parte le classi subalterne – buone per i voti e le feste dell’Unità – i comunisti post Sessantotto erano soltanto internazionalisti animati dall’odio per la tradizione europea.

Nulla di strano se si sono riciclati come cani da guardia del globalismo liberista di matrice americana: i rubli sovietici valevano meno dei dollaroni dello zio Sam. Quale sarebbe, poi, il primato etico in nome del quale Veltroni e la brigata arcobaleno vorrebbero arruolarci, con la clausola contrattuale che fucilate vere e bombardamenti reali sono a carico ucraino? L’individualismo assoluto, il materialismo consumista, il neoliberismo degli adoratori di Mammona, il nichilismo, il deserto spirituale, il mito tecnologico transumanista, l’ideologia gender.  Chi scrive è renitente alla leva.

Dobbiamo difendere in armi le delizie della didattica a distanza, dello “smart working”, la precarietà esistenziale ed economica, la fine del benessere e adesso anche del ben-avere: “non avrai nulla e sarai felice”, scandiscono gli oligarchi di Davos. L’unico valore occidentale, caro Veltroni ex comunista anticomunista, è il valore di scambio. ABC del marxismo, dovrebbe esserti familiare, qualcosa ti avranno spiegato a Botteghe Oscure, in gioventù. Il fatto è che proprio su quel versante siamo perdenti e usciremo dalla storia e dall’economia.

Gli effetti della bolletta energetica li assaporiamo da ben prima dell’intervento russo. Vari comparti stanno andando alla deriva. Il buon Tafazzi – devoto al mercato – dovrebbe pensarci prima di assestarsi altri colpi proprio lì. Il rischio di una crisi alimentare è concreto: i porti ucraini sono chiusi e il grano resta nei silos. Quello russo è vietato per le sanzioni. Gli speculatori – quelli che conoscono meglio di tutti i “valori” occidentali (tutto ciò che può essere misurato e scambiato in denaro) sono in azione. Malcapitati i paesi che hanno creduto alle favole della globalizzazione. Priva di una politica energetica propria, impossibilitata da veti incapacitanti a sfruttare le risorse disponibili, l’Italia ha perduto da tempo anche la sovranità alimentare. Qualcuno ricorda la folle PAC – politica agricola comune- che ha favorito il Nord Europa e messo in ginocchio le nostre produzioni?

Le associazioni degli agricoltori – una volta si diceva settore primario perché non si può stare a stomaco vuoto – temono per le catene di approvvigionamento dei cereali, con conseguenze drammatiche per le filiere produttive. In soldoni, aumento dei prezzi e uscita dal mercato, povertà e disoccupazione. Dalla Russia importiamo, oltre a grandi quantità di gas, anche una parte cospicua di materie prime per il comparto agroalimentare e per quello tecnologico-industriale. La Russia è il primo esportatore di grano al mondo, l’Ucraina il quarto. Poi ci sono i fertilizzanti, molti dei quali russi, Bloccati in risposta alle sanzioni. E i concimi, il potassio e l’ammoniaca. A beneficio di Tafazzi, se ascolta in una pausa dell’autolesionismo inguinale, significa che sono a rischio le forniture non solo in campo agricolo, ma anche industriale. La Russia è ricchissima di materie prime, minerali e metalli preziosi e possiede anche le “terre rare” indispensabili per il settore tecnologico e la produzione dei microchip.

La guerra commerciale intrapresa dalla UE contro il Cremlino si sta già ritorcendo contro i Tafazzi di tutta Europa, specie quelli del Bel Paese. La Russia soffre sì, ma intanto guarda all’Asia per i suoi scambi commerciali, compensando la perdita dei mercati occidentali. Non solo Cina: sono in atto accordi con l’India e con il Pakistan, economie in crescita con l’inezia di un miliardo e mezzo di abitanti. In quanto ai poveri ucraini – le vittime in carne e ossa- hanno il dubbio piacere di ospitare laboratori biotecnologici americani e fornire cavie umane per l’industria farmaceutica, come dimostrano impressionanti documenti ufficiali.

Molte donne ucraine si guadagnano la vita come gestanti surrogate delle occidentali ricche. Sono disponibili veri e propri cataloghi di pratiche disgustose, le cui vittime sono i più poveri. Secondo il Times, decine di gestanti sono isolate in alcuni bunker e non sanno che sarà di loro, del reddito che si attendono dalla gravidanza; intanto nascono i figli della “riproduzione assistita”. Che bella definizione. Traffico di esseri umani?

Dobbiamo dirlo a Tafazzi: l’epidemia (naturale, dovuta a una fuga di laboratorio, indotta? Chi vivrà vedrà) aveva già dimostrato che la globalizzazione ha i suoi difetti. Abbiamo trasferito gran parte delle produzioni all’estero (compresi i know-how, le conoscenze) e delocalizzato servizi essenziali. Gli squilibri, evidenti in tempo di pace, sono diventati rischi gravi in tempo di guerra. Un uomo di sistema, Luigi Scardamaglia di Filiera Italia, ha affermato: “la globalizzazione che abbiamo idealizzato per anni è finita. Archiviamo l’errata convinzione che l’Italia sia un giardino dove non si possa produrre più niente”. Siamo a un tornante della storia: ci troviamo al tramonto di un sistema – e di un’era – dipinto per decenni come l’unico modello di progresso e prosperità. Scardamaglia, sfidando gli anatemi globalisti, auspica il ritorno alla sovranità alimentare, che l’UE considera un anacronismo. Caro Tafazzi, la pagnotta non è più sicura: bisognerà guadagnarsela con il sudore della fronte.

Tafazzi

Le conseguenze della crisi internazionale sono una spinta alla de-dollarizzazione, cioè il segnale che l’unipolarismo americano ha gli anni contati. Uno dei capisaldi è il petrodollaro, ossia la regolazione delle transazioni energetiche con il biglietto verde. La sfida al petrodollaro fu la ragione dell’attacco a Saddam Hussein, pessimo soggetto passato da ingombrante fornitore a criminale di guerra appena accennò ad accettare pagamenti in euro, e a Gheddafi, che lavorava a una valuta africana non coloniale, il che risvegliò l’imperialismo francese fondato sul franco CFA controllato da Parigi. L’India accetterà pagamenti in rubli e perfino l’Arabia Saudita, democraticissimo regno feudale amicone degli Usa – che conduce da anni una guerra di sterminio contro lo Yemen senza che l’occidente versi una lacrima – incasserà di buon grado yuan cinesi per il suo petrolio. Lo conferma il Wall Street Journal, sottolineando che i sauditi forniscono un quarto del fabbisogno petrolifero del Dragone.

I fertilizzanti russi andranno in India e anche i fucili AK-203. Questi sommovimenti cambiano la mappa del potere reale e dell’economia mondiale a sfavore dell’Europa, confermatasi nano politico e verme militare. Di passo, renderanno più veloce anche la transizione a un sistema di trasmissione valutaria alternativo a Swift, l’autostrada digitale occidentale su cui corrono i pagamenti del commercio internazionale. L’operazione è in svolgimento, basata sulla cinese Union Pay e la russa Mir. Insomma, c’è vita oltre l’Occidente, che significa terra del tramonto. I benpensanti avvertono da vent’anni che il populismo è la risposta semplicistica a problemi complessi, ma inondano questo angusto pezzetto di mondo di propaganda antirussa, di odio e di pensiero unico.

Nel breve termine, cominciano ad avvertirsi i segni della mancanza di neon e di palladio, cruciali nella produzione di componenti informatici. Il settore dei semiconduttori è in crisi da inizio epidemia, strangolando telefonia, informatica, automazione, e generando inflazione. Le liste di attesa delle industrie hanno superato i sei mesi. La Russia è il maggior produttore di neon, l’Ucraina di palladio. In pericolo batterie, componenti per motori elettrici, semiconduttori; all’orizzonte problemi con l’alluminio, il ferro, i richiestissimi litio e nichel. Forse le questioni sul tappeto sono più complesse di quanto sospetti il nostro Tafazzi nutrito del telegiornale unificato.

Vittime delle guerre sono la verità e la popolazione, i civili e i giovani chiamati al fronte. Le ragioni e i torti sono controversi e si intrecciano nei grovigli della storia, la grande dimenticata dagli occidentali. Nel 2009 Barack Obama pronunciò uno sconcertante discorso in cui affermava che l’America – quindi il mondo che ad essa fa riferimento – non aveva passato, ma solo futuro. La fine della storia profetizzata dall’oscuro scenarista Francis Fukuyama dopo il crollo sovietico è durata solo un decennio. Dal Duemila, l’accelerazione: l’irruzione della Cina, il risveglio della Russia incatenata, l’avanzata dell’India e del Brasile e il progressivo cedimento delle posizioni del cosiddetto Occidente, che risponde con il Grande Reset, l’abolizione accelerata dei suoi principi: i detriti della democrazia, la libertà compressa, la riduzione dell’uomo a cifra, la centralizzazione del potere ai vertici della piramide.

Uno degli effetti collaterali è la conferma del ruolo subalterno dell’Europa, allargata ai confini della Russia, tenuta in condizioni di sudditanza economica, militare, finanziaria, culturale. In tutto questo la povera Ucraina, dopo il colpo di Stato organizzato dai Buoni nel 2014, fa la figura del vaso di coccio tra vasi di ferro. Nell’oblio programmato del passato – ossia della storia e della civiltà – non sappiamo rispondere che attraverso riflessi pavloviani. Quelli dell’Europa, immobile come Oblomov, sono la paura, il terrore, il desiderio feroce di essere lasciati in pace a consumare gli ultimi scampoli di benessere. In fin dei conti, a Tafazzi non importa granché dei torti e delle ragioni: vuole, anzi pretende di continuare a saltellare in tondo. Il ritorno della storia ha interrotto il sonno narcotico del signorino soddisfatto, il selvaggio con telefonino che vuole soltanto un supplemento di sopravvivenza. La speranza è che una onorevole pace restituisca alla Russia il suo spazio vitale e alla parte di Ucraina che vuole recidere i legami millenari con Mosca il diritto di diventare provincia orientale di un’Europa non più soggetto storico e politico autonomo. Oltre le sofferenze, vinceranno gli interessi forti: Cina, Usa, Russia. Perderà l’Europa, perderà il grottesco Tafazzi in mimetica seduto in poltrona a fare il tifo. Ma non è un derby.

Roberto Pecchioli

Illustrazione di copertina: Pawel Kuczynski

 

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