L’America tra fede, guerra e potere

«La jihad americana e l’impossibilità della pace»
L’integralismo politico statunitense rende impossibile ogni compromesso e prolunga un conflitto senza autentica soluzione.
Il Simplicissimus
L’articolo propone una lettura controcorrente della crisi tra Stati Uniti e Iran. La difficoltà di Washington nel porre fine al conflitto non dipenderebbe soltanto da calcoli strategici o interessi geopolitici, ma da una struttura ideologica molto più profonda. Secondo questa interpretazione, gli Stati Uniti continuano a considerare la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione non soltanto come fondamenti giuridici, ma come testi quasi sacri, eredi di una tradizione politica permeata dal calvinismo originario. In questa prospettiva, ogni arretramento viene vissuto come una forma di apostasia, rendendo il compromesso politicamente e culturalmente inaccettabile. La “jihad americana” diventa così la metafora di un universalismo che, convinto della propria missione storica, finisce per alimentare guerre sempre più difficili da vincere e sempre più costose per l’intero sistema internazionale. (N.R.)
L’ evanescenza cognitiva che per il mondo contemporaneo pare la massima espressione del sapere, ci impedisce di capire perché l’amministrazione di Washington non riesca ad uscire da una guerra con l’Iran che non può vincere, per la quale, oltretutto, scarseggiano le armi e che sta annunciando un inverno economico per il mondo intero, Usa compresi. Trump sappiamo bene chi è, ma in realtà ogni presidente americano più che un capo tribù è il gran sacerdote di una religione ormai laicizzata, ma non di meno non troppo diversa da quel calvinismo originario da cui sono stati originati gli States. Senza che se ne abbia una qualche consapevolezza il regime americano è più integralista di quello iraniano e cedere significherebbe tradire le sacre scritture, la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione. Ad uno sguardo superficiale questi testi potrebbero essere annoverati tra quelle nati dalle rivoluzioni europee e la successiva presa di potere della borghesia, ossia qualcosa teso a regolare la società civili al di fuori delle religioni e delle impostazioni metafisiche, ma in realtà essa presenta come un oggetto di fede più che un soggetto politico.
L’America ha fin da subito una missione divina quella di essere il “Nuovo Israele di Dio” al “servizio dell’uomo” così essa è la nazione eccezionale, l’unica, la pura di cuore, la battezzatrice e la redentrice di tutti i popoli disprezzati e oppressi: “l’ ultima e migliore speranza della terra “. Questo è il catechismo della religione civile americana: al resto del mondo, tutto ciò può sembrare un rituale di vanità egoistica, eppure la religione civile è l’articolo di fede nazionale per gli statunitensi. È la Sacra Scrittura, che assume forma retorica attraverso ciò che gli americani considerano la Storia. Tuttavia, questa visione della storia è meglio comprensibile come un corpus di letteratura sacra, per molti versi paragonabile all’Islam. Ed è altrettanto intransigente, tanto che, anche la missione dell’America si compirà solo quando tutta l’umanità sarà riunita nel suo abbraccio “democratico”. Proprio come il Dar-al-Islam, nel suo periodo di massimo splendore, si batté incessantemente per una comunità globale “con il fuoco e la spada”, gli Stati Uniti hanno perseguito un universalismo non meno implacabile nel loro secolo di apogeo. Ogni momento culminante della storia americana si è realizzato attraverso il potere trascendentale della vittoria in battaglia. Dalla sua fondazione fino ad oggi, la guerra è stata l’incudine dell’America e il sangue la sua tempra. Insomma una sorta di Jihad che sembra apparentemente lontanissima da quella mussulmana, ma che nella sostanza ci rassomiglia moltissimo. Al punto che tutto finisce per assumere un carattere ambiguo tra battaglia civile e ipostasi religiosa: sebbene le interpretazioni siano formalmente, secolarizzate, la religione americana è rimasta comunque ancorata alle sue radici formative. In effetti, persino la contemporanea” Chiesa del Woke” non può sfuggire alle sue origini cristiane calviniste.
In questa occasione l’amministrazione di Washington, guidata da personaggi particolarmente rozzi, ha rivelato in pieno la sua natura profonda: l’Iran è diventato talmente “il Male” che non si è esitato a ucciderne i dirigenti pensando di potere così metterlo in ginocchio, senza pensare nemmeno per un momento che dall’altra parte c’era una fede altrettanto forte e gli Usa erano considerati un male altrettanto grande. Proprio per questo la mediazione, per non dire la pace sono di fatto impossibili. Il guaio è che tutto questo si sta scontrando con la realtà che vede l’Iran con il coltello dalla parte del manico: l’arroganza di Trump gira a vuoto e impotente senza che la Casa Bianca possa riconoscere la sconfitta perché questo significherebbe rigettare la pastorale americana che è stata ingaggiata troppo visibilmente in questa vicenda (basti pensare alle pazzesche immagini di Trump santo che scende dal cielo) per poter fare marcia indietro. E sebbene ciò colpisca in particolare i fanatici di The Donald, tutte le aree politiche americane, inconfessabilmente, sono implicate nell’idea di guerra santa: la narrazione sacra americana è talmente totalizzante che, in oltre 250 anni, non si è registrata alcuna interruzione storica significativa nell’inesorabile spinta verso l’improbabile santo Graal. Tutto questo significherà alla fine l’estromissione degli Usa dal Medioriente e forse se tutto andrà bene una vera laicizzazione del Paese.


Rivi Lionello
31 Luglio 2026 a 10:43
Leggo spesso e volentieri, del legame tra Calvinismo e destino manifesto, calvinismo=capitalismo, seguendo a priori l’idea weberiana (già confutata da un certo Amintore Fanfani. Cattolicesimo e protestantesimo come nascita del cnapitalismo). Leggendo L’istituzione della religione cristiana , di Calvino, non si scorge che sola scrittura solo Gesù Cristo, sola grazia, sola fede, solo a Dio la gloria, e il discorso è complesso. Noi restiamo un paese da controriforma e non conosciamo ,storicamente e teologicamente la riforma per noi il protestantesimo è calvinismo deleterio o valdeismo che è fuori dai canoni della riforma essendo diventato movimento liberale secolarizzato. Esiste una minoranza calvinistariformata battista poco conosciuta. IFED Padova, ICED Roma, rivista semestrale Studi di Teologia. A settembre Giornate Teologiche a Padova, quest’anno La testimonianza cristiana nell’era digitale Grazie
Riccardo Alberto Quattrini
31 Luglio 2026 a 16:50
La ringrazio per il suo intervento, che introduce una distinzione importante e spesso trascurata.
In effetti, l’intento dell’articolo non era quello di attribuire al pensiero di Calvino, nella sua dimensione teologica, la responsabilità diretta della politica estera americana. Sarebbe una semplificazione che non renderebbe giustizia né alla complessità della Riforma né al testo dell’Istituzione della religione cristiana.
Il riferimento riguarda piuttosto l’eredità storico-culturale che una parte della storiografia individua nel puritanesimo angloamericano e nella formazione dell’idea di “popolo eletto” e di missione provvidenziale, elementi che, nel tempo, hanno contribuito ad alimentare il cosiddetto “destino manifesto”. È un tema aperto, sul quale, come lei ricorda, esistono interpretazioni differenti, da Weber a Fanfani e ad altri studiosi.
La ringrazio anche per le indicazioni bibliografiche e per la segnalazione delle realtà riformate italiane: sono contributi utili per ampliare la discussione e affrontare l’argomento con maggiore equilibrio.