Sacro e trascendenza reincantano il mondo? Perché al di là di un globalismo senza limiti e di localismi poco lungimiranti l’attuale pandemia insegna la necessità di un ritorno alla frontiera nel senso romano, sacrale del termine?

Il settimo sigillo è un film svedese del 1957 diretto da Ingmar Bergman. Max von Sydow è Antonius Block, il cavaliere

La modernità, prodotto dell’illuminismo razionalista, ha preteso di abolire il sacro. L’interminabile postmodernità dà l’impressione di averne addirittura cancellato la memoria. Tuttavia, si avvertono segnali – deboli e contraddittori quanto si vuole – che il sacro non sia morto e stia riconquistando un suo spazio. Per ora, siamo nell’ambito della nostalgia, del sentimento doloroso della mancanza, di un’assenza che destituisce di senso le esperienze della vita. Il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza. L’idea del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo dell’uomo per costruire un mondo che abbia un significato; riguarda lo spirito e la religione, ma eccede entrambe. Per Mircea Eliade(1), mitografo e storico delle religioni, si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato.

Michel Maffesoli Per un futuro tribale

La nostalgia del sacro è oggetto di un penetrante saggio filosofico di Michel Maffesoli(2),Per un futuro tribale sociologo e pensatore francese, figlio di un minatore italiano, docente di lungo corso, autodidatta in gioventù. Maffesoli, investigatore inesausto della postmodernità, è noto soprattutto per la teoria delle tribù e per gli studi sul nomadismo sociale e valoriale. Polverizzazione del corpo sociale, inaridimento delle istituzioni, crollo delle ideologie, trasmutazione dei valori: oltre la società di massa, Maffesoli coglie l’emersione di nuove figure di una socialità polimorfa, le tribù, appunto, reti, piccoli gruppi, aggregazioni effimere ed effervescenti come il tempo che viviamo, attraversato continuamente da flussi in movimento. Nel saggio Del nomadismo, per una sociologia dell’erranza, mostra che alla frantumazione della società corrisponde l’autonomia crescente del soggetto, che sperimenta l’immaginario, il piacere, il desiderio, il festivo, il sogno, diventate forme di dissoluzione dei vincoli. L’individuo postmoderno fluisce, circola senza sosta. È un errante, nomade sulla scia casuale, momentanea delle pulsioni, dei gusti e delle fantasie.

Altrettanto cruciale è la visione della libertà postmoderna di Maffesoli: “la nozione di libertà non è più attuale. Ora come ora siamo più pensati di quello che noi pensiamo e siamo più agiti di quello che agiamo: questa constatazione definisce la mia concezione di quello che chiamo tribalismo: porre l’attenzione sull’esistenza di una dimensione di confusione, di contaminazione. Riscoperta della frontiera, della vulnerabilità, della morte. Ma anche del legame comunitario, dell’umiltà e del sacro”. Il sacro è il tema dell’ultimo libro di Maffesoli. Il titolo stesso, Nostalgia del sacro, è impegnativo e assertivo. Ancora più dirompente è la tesi che traspare da ogni pagina: il cattolicesimo è il rimedio alla modernità. Maffesoli affina la sua diagnosi della crisi della modernità e si mostra cautamente ottimista sull’avvento di un certo rinascimento postmoderno, i cui semi rinviene con audacia nel cattolicesimo tradizionale. 

Teorico dell’avvento delle tribù molto prima che si parlasse di frantumazione della società in “arcipelaghi” non comunicanti, Maffesoli non rimpiange il declino della modernità, il graduale spegnersi dei Lumi.(3) Sulle piste tracciate da Max Weber, ricorda che il disincanto moderno trova la sua fonte nel cristianesimo della Riforma. Il protestantesimo ha portato a una razionalizzazione generalizzata dell’esistenza e ha sottratto al divino le sue manifestazioni sensibili. La modernità razionalista omologante, dopo aver dominato il mondo per oltre due secoli, sta crollando sotto i nostri occhi. La tesi di Maffesoli è che si intravvede una rinascita della religione, pur tra le rovine della polverizzazione della società, del primato dell’immagine e della critica emotiva ed ecologica dell’antropocentrismo, del disimpegno politico delle giovani generazioni.

La modernità, insomma, è fragile anche se resta apparentemente dominante. “Il suo software appartiene solo alle minoranze “vincenti”. È normale sentire le élite moderne recitare, fino alla nausea, i loro incantesimi catechistici sulle cause e gli effetti di questo progressismo semplificato: valori repubblicani, democrazia, individualismo, razionalismo illuminista, contratto sociale, secolarismo e altri luoghi comuni sulla stessa linea”. Tra i progressisti come tra i conservatori del circo politico-mediatico, è difficile staccarsi da queste nozioni obsolete.         

Se gli sconvolgimenti in corso e le loro conseguenze non devono essere nascosti, Michel Maffesoli rifiuta di vedere in essi solo uno sterile e caotico collasso. Vi percepisce una dinamica creativa, anche se molto confusa. Un certo reincanto del mondo si starebbe sostituendo alla moderna distinzione tra ragione e materia. L’“iconomico”, culto delle immagini e delle emozioni, si sarebbe già succeduto all’economia, luogo della razionalità e della heideggeriana “gestell”, l’intelaiatura tecnica, paradigma del moderno. Per il sociologo, la ricerca emozionale e il rifiuto della fredda ragione assumono forme diverse, come i festival di musica techno, le grandi masse calcistiche, l’ascesa di pellegrinaggi e movimenti religiosi carismatici o la proliferazione di pratiche collettive di sviluppo personale. La moltiplicazione delle correnti populiste e comunitariste, lo stesso movimento dei Gilet Gialli, esprimerebbero il bisogno di legami ed emozioni collettive. La doxa moderna, intrisa di individualismo e razionalismo, guarda con sospetto le espressioni di questa postmodernità, ma per Maffesoli i discorsi incentrati sul progresso e la laicità non sono che i brontolii di un “vecchio zio sconclusionato”.          

Auguriamoci che l’occhio esercitato dello scienziato sociale colga meglio di noi la gestazione di eventi e fenomeni in grado di sconfiggere l’interminabile egemonia della modernità. Sete di misteri e reincanto del mondo, desiderio di condividere valori radicati sostituendo legami organici a legami economici, sarebbero i punti comuni delle molteplici emergenti manifestazioni del mondo postmoderno. Il terreno fertile, il coagulo per il germe di questo nuova rinnovata anima mundi è per Maffesoli il cattolicesimo. Al di là dell’immagine moribonda dell’attuale Chiesa cattolica, che non si oppone più alla modernità, la teoria può apparire audace. Infatti, Maffesoli si riferisce al cattolicesimo tradizionale, premoderno e di ispirazione medievale, con ampie citazioni di Tommaso d’Aquino. Fondato sul dogma dell’incarnazione, il cattolicesimo dà un posto coerente alla parte sensibile del divino. Mentre la mente moderna, da Cartesio in poi, si è sforzata di rendere inerte la materia e di disincarnare il divino, il cattolicesimo ha sempre valorizzato la materia sostenendo un “materialismo spirituale”.  

Questa conciliazione di mente e corpo, che diventa riconciliazione dopo la rottura moderna, è al centro del dogma dell’incarnazione ma è anche pienamente espressa nel culto dei santi. Michel Maffesoli loda il modo in cui la Chiesa ha saputo integrare, “battezzare i culti popolari preesistenti. I culti degli dei locali vengono riversati nelle figure tutelari dei santi approvata e integrata nella liturgia ufficiale”. La mitologia cattolica, con i suoi santi e leggende, le sue reliquie, i luoghi di pellegrinaggio e le sue molteplici chiese, costituirebbe un sedimento materiale e spirituale in grado di soddisfare l’individuo postmoderno alla ricerca di un ancoraggio opposto sia al materialismo inerte e mercantile della modernità che al deismo disincarnato e astratto dell’Illuminismo. 

Rompendo con l’individualismo moderno, l’adesione postmoderna a tale cattolicesimo non sarebbe basata sulla fede individuale ma sull’accettazione di un ordine naturale, di una legge superiore preesistente all’individuo. “Possiamo riprendere la distinzione di Kierkegaard(4) tra cristianità e cristianesimo. Cristianità è l’espressione che culmina nel protestantesimo della fede unica e individuale. Il cristianesimo si riferisce al popolo cristiano nelle sue manifestazioni, storiche, culturali, politiche. È un ordine sociale, un’esperienza collettiva: la cattolicità”. Al foro interno che costituisce la fede e la coscienza personale si sovrappone un foro esterno di natura collettiva risultante da una cristallizzazione dell’anima comunitaria simile alla nozione di habitus sviluppata da Tommaso d’Aquino.

La “cattolicità” di Michel Maffesoli si basa su questo foro esterno, rifondando una concezione organica della società in opposizione alla moderna teoria contrattuale. Aderire alla cattolicità non è un atto di fede, ma l’accettazione di essere parte di un ordine di cose che precede l’individuo. Pur senza aderire alla dimensione veritativa del cattolicesimo, Maffesoli ne coglie l’essenza di katéchon(5), ciò che trattiene dal crollo e dalla vittoria del male. Poiché ha esacerbato il foro interno, la modernità ha causato squilibri profondi all’interno della società ed ha travolto i singoli individui. Maffesoli spiega che gli squilibri si manifestarono già nel XVIII secolo con il giansenismo che enfatizzava la fede individuale per sminuire il ruolo della Chiesa e l’aspetto comunitario del cattolicesimo.

Oggi, nella speranza di alleviare il peso insopportabile dell’individualità solitaria, si ricorre a una pseudo scienza come la psicanalisi. Al contrario, quando domina il foro esterno, entità collettive come la famiglia, le persone, la polis, assumono una dimensione, carnale e spirituale, difficile da esprimere razionalmente, che Maffesoli assimila alla “comunione dei santi”. La cattolicità non sarebbe la religione del cattolico credente non praticante, formula comune nel mondo moderno, ma quella del cattolico consapevole del carattere divino della sua pratica indipendentemente dalla fede. Non è molto e manifesta molte contraddizioni, ma la rivalutazione e la ricerca del sacro è comunque un passo avanti, anche a non credere, come Agostino, che cercare è già, in qualche misura, trovare.                     

Più convincente è Maffesoli allorché ripete che la modernità non ha solo disincantato il mondo, ma si è sforzata di applicare le formule cartesiane per rendere l’uomo “padrone e possessore”. La modernità si è costituita sull’idea che l’uomo doveva essere in grado di controllare tutto e spiegare tutto. Dopo il buio del passato, l’Illuminismo si dava l’obiettivo di rischiarare il mondo, renderlo comprensibile rivelandolo. Il reincanto del mondo attraverso il sacro, succedendo alla modernità, presuppone l’abbandono dell’idea di dominio. Il regno della modernità, sostenuto dalla dialettica tesi – antitesi – sintesi sta per finire. La postmodernità, secondo Maffesoli, non concepisce più il mondo come un problema da risolvere. Le contraddizioni non devono più essere sistematicamente superate.

Sulla scia di un’intuizione risalente a Eraclito, riemerge una nuova logica detta contraddittoriale, di convivenza degli opposti. Dopo aver impoverito il mondo, il disvelamento illuminista deve lasciare il posto all’ignoto, al mistero, all’irresoluto, all’ombra. “L’accettazione dell’ombra, cioè del limite, è un’intuizione della cultura ellenica che si ritroverà nel romanticismo europeo nel XIX secolo”. Per Maffesoli, la logica che rifiuta di andare oltre le contraddizioni permettendo la coesistenza di verità apparentemente inconciliabili è al centro della religione cattolica nel dogma della Trinità. Allo stesso modo dell’antica eresia ariana, la modernità ha respinto come assurdo il concetto trinitario. Modello di modernità emergente, la Rivoluzione francese generò la Repubblica che voleva essere “una e indivisibile”.

Al contrario e nonostante la sua origine monoteistica, il cattolicesimo rifiuta l’unità riduttiva del divino attraverso il dogma della Trinità. Fondato su una logica contraddittoria, il mistero trinitario ha eretto il “paradosso a paradigma”. Inestricabilmente legata al dogma dell’incarnazione, la santissima trinità intreccia corpo e spirito, riannoda la natura e il divino separati irrevocabilmente dalla modernità.

Il crollo dell’Illuminismo della modernità porta necessariamente a una rivalutazione dell’oscurità e dell’ombra, fonti di misteri. Notti festive, serate di spettacoli, notti mistiche: Michel Maffesoli vede nella valorizzazione della notte nella società contemporanea il “maggior rivelatore di svolta sociale”. Dalle veglie dei pellegrini allo sventolio degli accendini nei festival musicali, le antenne del sociologo sottolineano che la notte favorisce sfoghi emotivi. Oltre alla presenza nella liturgia tradizionale del gioco delle ombre e delle luci, il cattolicesimo è la religione del chiaroscuro e della terra già prefigurata dai greci.

È forte il nostro dissenso dall’affermazione secondo cui “una civiltà forgiata dall’ossessione dei Lumi era meglio personificata dalla figura emblematica di Apollo, dio uranico. Ma è l’ambiguo androgino, Dioniso, che ci riporta sulla terra. Questa divinità attaccata a questo mondo può essere considerata come la prefigurazione del mistero dell’incarnazione” Per noi, la vittoria di Dioniso(6) è al contrario l’emersione delle forze infere, e non riusciamo a capire come Maffesoli, attento ai segnali del sacro, veda nel dionisiaco un segno postmoderno di cattolicità. Per quanto ardite, le sue tesi sono comunque importanti per l’annuncio dell’esaurimento dei valori moderni derivante dall’Illuminismo.

William-Adolphe Bouguereau – La giovinezza di Bacco (1884)

Oggi il mito progressista è saturo. Si basava su una concezione drammatica dell’esistenza, per cui ogni cosa doveva avere una soluzione. La formula di Karl Marx era: “L’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere”. A questo ottimismo sta subentrando una concezione tragica, in sintonia con la saggezza popolare, consapevole che bisogna accettare ciò che accade e non c’è una soluzione a tutto. Il rullo compressore del razionalismo moderno considerò la religione oppio dei popoli. Maffesoli sottolinea al contrario che nel corso della storia le epidemie contribuirono al ritorno del religioso e alla nozione del sacro come elementi strutturanti dell’esistenza. “In questo senso, il religioso ci obbliga, andando oltre l’abituale denegazione propria dei semplicismi dell’ideologia progressista, a guardare in faccia la morte, come elemento fondamentale di ogni esistenza individuale e collettiva. Questa anamnesi della morte ci forza a essere più umili, a dar prova di una saggezza tradizionale che ritroviamo nella Genesi: polvere sei e polvere ritornerai.”

La liturgia cattolica non smette(va) di ricordarlo, incoraggiando, al di sopra di qualsiasi egoismo materialista, a praticare la generosità, la solidarietà, la beneficenza proprie di ogni ideale comunitario: nostalgia del sacro che richiama le fondamenta della religione, il legame con l’alterità. La convinzione di Maffesoli, che facciamo nostra, è che “la volontà di produrre sempre di più e di intensificare gli scambi di beni del capitalismo mondializzato, l’ambizione di superare le leggi della natura, ha contribuito alla comparsa di questa pandemia. In contrasto con la globalizzazione e lo sradicamento che essa produce, si può pensare che al termine di questa crisi, ci sarà un ritorno al locale, a rammentarci che il luogo crea un legame. Da questo punto di vista, il cattolicesimo tradizionale, insistendo sul mistero dell’incarnazione divina, indica la necessità di conciliarsi con questa Terra e di prendersi cura di essa.

Giano bifronte con la chiave delle porte

La globalizzazione implica una negazione della frontiera e una pretesa di illimitatezza in tutti i settori. In un momento in cui ci troviamo ad affrontare le conseguenze della globalizzazione, il limite si ripresenta: frontiere politiche degli Stati, ma anche tutti i limiti imposti dalla natura che si vendica della nostra volontà d’onnipotenza. Una delle divinità fondatrici di Roma antica si chiamava Termine (Terminus, “il limite”); era il dio che presiedeva i limiti, guardiano all’entrata del mondo. Era rappresentato senza braccia e senza gambe affinché non lo si potesse spostare. La pianta umana, come ogni altra pianta, ha bisogno di radici per crescere. L’apertura al sacro e alla trascendenza rende fecondo il rapporto tra radicamento e apertura all’altro.

Maffesoli conclude che al di là di un globalismo senza limiti e di localismi poco lungimiranti, l’attuale pandemia insegna la necessità di un ritorno alla frontiera nel senso romano, sacrale del termine. Termine e Giano Bifronte, il cui culto era iniziale e finale: il luogo che crea il legame, il luogo di partenza, il luogo di arrivo, il luogo di passaggio. Il sacro reincanta il mondo.

 Roberto Pecchioli

 

Note:

  • (1) Mircea Eliade (Bucarest, 13 marzo 1907 – Chicago, 22 aprile 1986) è stato uno storico delle religioni, antropologo, scrittore, filosofo, orientalista, mitografo, saggista e accademico rumeno. Uomo di grande cultura, assiduo viaggiatore, parlava e scriveva correntemente otto lingue: rumeno, francese, tedesco, italiano, inglese, ebraico, persiano e sanscrito.
  • (2) Michel Maffesoli (Graissessac, 14 novembre 1944) è un sociologo francese, dal 1981 professore in Scienze Umane presso l’Université de Paris V, Sorbona. «La nozione di libertà non è più attuale. Ora come ora siamo più “pensati” di quello che noi pensiamo e siamo più “agiti” di quello che agiamo: questa constatazione definisce la mia concezione di quello che chiamo tribalismo: porre l’attenzione sull’esistenza di una dimensione di confusione, di contaminazione. [senza fonte]» (Michel Maffesoli)
  • (3) L’illuminismo fu un movimento politico, sociale, culturale e filosofico sviluppatosi nel XVIII secolo in Europa. Nacque in Inghilterra ma ebbe il suo massimo sviluppo in Francia, poi in tutta Europa e raggiunse anche l’America. Il termine “illuminismo” è passato a significare genericamente qualunque forma di pensiero che voglia “illuminare” la mente degli uomini, ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione, servendosi della critica, della ragione e dell’apporto della scienza. «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.» (Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, 1784)
  • (4) Søren Aabye Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855) è stato un filosofo, teologo e scrittore danese, il cui pensiero è da alcuni studiosi considerato punto di avvio dell’esistenzialismo. «Non c’è nulla che spaventi di più l’uomo che prendere coscienza dell’immensità di cosa egli è capace di fare e diventare» (Søren Kierkegaard)
  • (5) katéchon, dal greco antico τὸ κατέχον ciò che trattiene o colui che trattiene), è un concetto biblico legato all’idea di dilazione, è il tempo dilatato della proiezione escatologica e apocalittica dell’esperienza terrena, che è stato successivamente sviluppato anche come nozione di filosofia politica da alcuni filosofi del Novecento (tra i primi Carl Schmitt) L’origine del termine è in Paolo di Tarso che se ne serve, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2 Tes. 2:6-7), in un contesto escatologico, per indicare il potere che tiene a freno l’avanzata dell’Anticristo prima dell’apocalisse finale e della parusia di Cristo. Il termine è usato nella teologia cristiana per indicare un’entità collegata alla manifestazione dell’Anticristo. Alcuni studiosi hanno collegato il concetto di “katechon” alla forza frenante dell’Impero Romano prima della venuta antimessianica.
  • (6) Le Baccanti, è una tragedia di Euripide (407 – 406 a.C.). Dioniso, dio del vino, del teatro e del piacere fisico e mentale. Nel prologo della tragedia, Dioniso afferma di essere sceso tra gli uomini per convincere tutta Tebe di essere un dio e non un uomo. A tale scopo per prima cosa ha indotto un germe di follia in tutte le donne tebane, che sono dunque fuggite sul monte Citerone a celebrare riti in onore di Dioniso stesso (diventando quindi Baccanti, ossia donne che celebrano i riti di Bacco, altro nome di Dioniso). Nel frattempo dal monte Citerone giungono notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, e in un momento di furore dionisiaco si sono avventate su una mandria di mucche, squartandole vive con forza sovrumana. Hanno poi invaso alcuni villaggi, devastando tutto, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione. Dioniso, parlando con Penteo, riesce allora a convincerlo a mascherarsi da donna per poter spiare di nascosto le Baccanti. Una volta che i due sono giunti sul Citerone, però, il dio aizza le Baccanti contro Penteo. Esse sradicano l’albero sul quale il re si era nascosto, si avventano su di lui e lo fanno letteralmente a pezzi. Non solo, ma la prima ad infierire su Penteo, spezzandogli un braccio, è sua madre Agave.
  • Le Baccanti è considerata una delle più grandi opere teatrali di tutti i tempi. In apparenza il suo messaggio è un monito a tutti gli uomini ad adorare sempre gli dei e a non mettersi contro di essi, e in effetti tradizionalmente quest’opera era sempre stata considerata un’opera religiosa, ossia la riscoperta della religione da parte di un autore che per tutta la vita era stato sempre considerato un laico. La tragedia tuttavia rivela forti ambiguità, rilevate soprattutto dalla critica degli ultimi decenni. Innanzitutto è da notare che le virtù che all’inizio dell’opera vengono attribuite al dio (capacità di alleviare le tensioni e le sofferenze degli uomini grazie al vino e ai piaceri fisici e mentali) vengono mostrate poco: Dioniso si dimostra una divinità assolutamente spietata nel punire chi non aveva creduto in lui, al punto di sterminare i suoi stessi parenti (Penteo era infatti cugino del dio, in quanto figlio di Echione e di Agave, sorella della madre di Dioniso, Semele), ed esiliare i sopravvissuti. Tutto questo per pura e semplice vendetta. Inoltre le stesse Baccanti.
Fonte

 

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