È sempre dal passato che arrivano i mostri. «L’ombra non si presta. Senza l’ombra si muore. Si drizza a sedere, rabbrividisce. Qualcuno ci ha rubato l’ombra. E siamo sole, quassù. Sole».

Nel paese delle donne hanno rubato l’ombra

È scritto con agitato e penetrante rigore La notte si avvicina (Bompiani) di Loredana Lipperini, e si dimostra inoltre impetuoso nell’assicurare una narrazione di tensione drammatica. Riesce, infatti, a mantenere vertiginose le trame ingannevoli del romanzo gotico a incassarle dentro l’orrore emotivo e folclorico di una cronaca metafisica. La storia ha come centro nevralgico un paese «maledetto», Vallescura, con la sua solida comunità di donne lontane dal mondo fuori Saretta, la più anziana, demiurgo inattaccabile e austero, amministra la superstizione paesana e tutti le prestano ascolto. Annalisa, dai lunghi capelli bianchi, eterna ragazza cattiva, amica indefessa di Saretta. Chiara, specie di sibilla dai sogni funesti e deliziosi in grado di scoprire gli eventi, alla quale «accadono spesso fatti che la mettono fuori margine». E poi Maria – trentottenne, la nuova arrivata – che, per fuggire al passato, decide di alloggiare in una casa dichiarata, da tempo, sfortunata. Dai destini intrecciati delle donne di Vallescura dipende la sorte del paese, su cui incombono lo spettro della malattia e la morte dei bambini, a meno che la straniera no venga in qualche modo allontanata o esorcizzata. Perché Maria porta con sé un dolore, una famiglia spezzata i cui figli sono stati portati via dalla crudeltà di un gruppo di donne. Ma prima che la donna eserciti le sue intenzioni protettive, Vallescura si ritrova vittima dell’avanzata equivoca della peste e con essa della morte. Chi l’ha portata in realtà e cosa resta da fare? Maria, specie di capro espiatorio (phármakon greco da espugnare assolutamente per la salvezza), sarà da sola contro la gente che senza animosità vuole sacrificarla? «Non è più tempo di aspettare. Il paese deve espellere Maria come un uovo infetto. Come un ratto dal pelo nero dove si nascondono pulci invisibili e mortali, ognuna col suo batterio, ognuna pronta a pungere, e a portare la morte».

Con una lingua carismatica che possiede l’energia selvaggia di una cronaca del soprannaturale (a metà tra l’horror calibrato e il raffinato documento fantastorico), Loredana Lipperini ci consegna un’opera che straordinariamente ha letteraria.

«L’ombra non si presta. Senza l’ombra si muore. Si drizza a sedere, rabbrividisce. Qualcuno ci ha rubato l’ombra. E siamo sole, quassù. Sole».

La trama del romanzo 

È sempre dal passato che arrivano i mostri.

Italia, 2008. L’anno della grande crisi economica e del più spietato disinteresse verso il mondo. Un paese ai piedi delle montagne, già segnato dal terremoto, circondato da militari, popolato da persone incerte, impaurite, rabbiose. E prigioniere. Un’epidemia, una nuova peste che dilaga e non perdona. Le streghe, come le epidemie, attraversano la storia, e in questa, di storia, ce ne sono tante: le mamme feroci che strappano a Maria i suoi figli, condannandola a una vita di solitudine; Chiara, smarrita nel suo mondo disseminato di presagi, sogni, visioni di fruste e angeli punitivi; Saretta, settant’anni, forte e vasta come una Grande Madre, con le sue complicità d’ombra e il dominio assoluto su Vallescura, il paese “noioso e grasso e poco ospitale” che sembra respingere i nuovi arrivati come un magnete e come un magnete attira a sé il male. Stella stellina / la notte si avvicina: parole consolatorie, parole micidiali. Un gotico italiano che ci parla dell’oggi evocando forze e misteri che arrivano dal passato, una filastrocca nera in cui l’ignoranza diventa ferocia, il peccato s’incarna nella malattia, e nessuno in fondo è innocente, nessuno può dormire in pace.

Come inizia

Non erano più colpevoli di altri,

dimenticavano soltanto di essere umili e

pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile,

il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. […]

Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli.

Albert Camus, La peste

I morti sempre e dovunque

sono più numerosi dei vivi. Non parlano

– perciò il silenzio si infittisce. Tuttavia ascoltano;

sentono prima ancora del rumore; sentono i nostri passi

prima che ci alziamo dal letto a prendere

un bicchiere d’acqua dal rubinetto.

E l’acqua ha un tepore diaccio come se

l’avessero tenuta loro tra le mani a coppa, dentro il muro, nel buio.

Ghiannis Ritsos, Il ritorno di Ifigenia

GIORNO TRE

   Le transenne sono arancioni, esattamente come quelle apparse subito dopo il terremoto, e identico è il cartello bordato di rosso con la scritta “Alt! Esercito”. Questa volta, però, nastri e sbarre non impediscono di entrare, ma di uscire.

   Al tempo della botta grande erano fermi sulla curva, davanti all’edicola con la Madonna dell’Uccelletto, e qualcuno, tremando di freddo e di paura, diceva che avrebbero dovuto mettere al suo posto la statua di sant’Emidio, che protegge dai terremoti come tutti sanno, e non l’immagine di una Madonna, per di più con la pelle scura, solo perché un tempo aveva difeso il paese dalla peste, ma adesso che la peste non esisteva più non serviva a niente, mentre i terremoti, quelli, tornano sempre, avevano appena finito di ricostruire, stavano tirando il fiato dopo la sberla di venti anni prima ed ecco che era di nuovo tutto a terra. Qualcun altro aveva replicato di portare rispetto, e aveva aggiunto che i santi e la Madonna devono rimanere dove la saggezza degli antichi li ha collocati, e infine aveva ricordato a tutti quello che si era sempre saputo, ovvero che finché l’edicola fosse rimasta in piedi la peste non sarebbe tornata, ed era appunto per quello che la peste stessa non esisteva più.

   Era un bene che litigassero, aveva pensato allora Saretta. Litigare portava via i pensieri, li allontanava, almeno per un po’, da quello che era successo, e che dovevano imparare ad accettare: dovevano ricominciare da capo, un’altra volta, ripartendo da quell’alba di cenere e freddo, sulle spalle i mantelli dorati delle coperte termiche, i piedi ghiacciati nelle pantofole che avevano infilato nella corsa notturna, senza riuscire a centrare subito la porta che si spostava per le scosse come al luna park, i bicchieri che scivolavano uno dopo l’altro dalle mensole per infrangersi sul pavimento. Quando i soldati avevano insistito perché si accomodassero sotto il tendone – quello alle loro spalle, quello blu, certo, dovevano ripararsi, il tempo minacciava ancora pioggia – nonostante tutto erano rimasti davanti alle transenne. Anzi, come se non avessero sentito l’invito, avevano chiesto, con la voce sottile per lo shock, quando sarebbero potuti rientrare a casa, solo un momento, si capisce, giusto per prendere una giacca pesante, un paio di scarpe, e magari infilare in borsa, ma questo non lo dicevano, la fotografia dei figli bambini o quella delle nozze, e già che c’erano recuperare la bustina con l’oro dall’armadio, perché va a finire sempre così, l’esercito ti tiene lontano da casa tua e arriva qualcuno a prendersi quello che ti è rimasto, magari sono pure d’accordo, non c’è più da fidarsi di nessuno.

   Questo accadeva vent’anni fa, nel 1988. Il tempo, da allora, si era ingrossato come un fiume, aveva fatto turbinare One in a Million (qualcuno aveva litigato, per quella strofa sui froci e sui negri dei Guns N’Roses, qualcun altro aveva detto ma no, poi lo spiega, non è che un ragazzo bianco di provincia, lui gli estremisti e i razzisti li odia, senti qui) e People Have the Power, e le correnti avevano trascinato insieme il cuore dell’assistente di volo precipitata a Lockerbie che prima di fermarsi batte per dieci minuti dopo l’esplosione dell’aereo e la diretta televisiva dell’esecuzione dei coniugi Ceaușescu, trasmessa poi ogni Natale inclusa la maledizione finale di Elena, “andate tutti all’inferno”, e nei gorghi girava e si perdeva tutto il resto, il primo telefonino, la prima ricerca su Internet (sull’albergo dove morì Janis Joplin), la foto del moribondo con l’Aids, i violoncellisti e gli innamorati, il do sovracuto di Freddie Mercury e le segreterie telefoniche piene dei messaggi dei morti delle torri gemelle.

   Quando l’acqua si ferma, e si ferma oggi, ci sono loro, ancora una volta immobili davanti a una transenna, e certamente più vecchi di vent’anni, e adulti con famiglia se allora erano bambini, e certamente qualcuno è rimasto a dormire sul fondo del fiume. Il paese è lo stesso di sempre, una striscia che si allunga fra le montagne, la stessa strada lo percorre da nord a sud e i vicoli si arrampicano verso l’alto o scendono fino agli argini, come sempre. È facile circondarlo, è facile chiudere fuori chi vuole entrare, ancora più facile chiudere dentro chi vuole fuggire.

   La striscia attraversa due bar, un giardino pubblico, un’alimentari, un parrucchiere, la farmacia, la posta, un tabaccaio, una trattoria, la piazza dove a giorni alterni si vende frutta. Il paese vive di olive e lenticchie che vengono lavorate in due fabbriche sull’altopiano. Vive di radicchio in coltivazioni intensive e di maiali, che vengono allevati e ammazzati e venduti sotto forma di prosciutti e salsicce e costarelle. Soprattutto, vive delle pensioni dei vecchi. Non è diverso da altri paesi, né lo sono gli abitanti: gli adulti fanno ginnastica nella palestra donata da un industriale delle scarpe dopo il terremoto, compilano la Settimana Enigmistica, partecipano alle feste di compleanno dei figli, battono le mani ai matrimoni e ai funerali. Quelli che sono partiti per la città lavorano come impiegati, assicuratori, fisioterapisti, commercialisti, tecnici del gas. Quelli che sono rimasti prendono pillole per il colesterolo, iniziano e lasciano a metà diete dimagranti e depuranti, curano il cancro e, in un caso, la leucemia. Le ragazze ascoltano gli One Direction, vorrebbero extension bionde come Paris Hilton e si fanno portare dai parenti romani le magliette punk del Bacillario. I ragazzi si esercitano alla batteria, vorrebbero drogarsi di Zolpidem come Eminem, dai parenti romani si fanno comprare i manga che smettono quasi subito di leggere. Ci sono gatti, alcuni cani, due coppie di pappagallini. Le abitudini sono quelle di tutti: si guarda il calcio alla televisione del bar, Striscia la notizia, Scherzi a parte, il discorso del presidente a fine anno. Quando ci sono i Mondiali e gli Europei di calcio i tricolori sono appesi ai balconi, alternati alla bandiera rossa della Ferrari. Il paese è questo.

   Oggi il paese è in strada, con le case alle spalle e nessuna fretta di tornarci: anche se essere in gruppo è rischioso, anche se una sola goccia di saliva può condannarli, il silenzio delle loro stanze sembra già la morte. Dunque, isolati in quel gruppo che pure hanno cercato con affanno, si sporgono per guardare se l’edicola con la Madonna dell’Uccelletto è ancora in piedi, ma i soldati sono schierati dietro le transenne e l’edicola è nascosta dalla curva, dove non possono arrivare. Sono quasi sicuri che sia crollata, o semplicemente sparita seguendo le regole di tutti i miracoli, volando in cielo come una colomba.

   Oggi non sono stretti l’uno all’altro per riscaldarsi e per consolare i più fragili, quelli che vent’anni fa piangevano senza vergogna perché appena erano riusciti a mettere piede sulla strada avevano sentito un vento forte alle spalle, come il soffio di un gigante, e girandosi avevano visto la casa sbriciolarsi, e in un colpo solo la propria vita esposta e nuda, il cappotto bello che pendeva dall’armadio aperto, il tavolo ancora apparecchiato con la tovaglia rossa dell’autunno, il cesso con la tavoletta sollevata, mai una volta che gli uomini si ricordassero, mai.

   Questa volta stanno bene attenti a non toccarsi. Fa caldo, molto, non ha smesso da giugno e siamo ormai a metà agosto, mai una goccia di pioggia, mai una serata di vento: sopra le montagne, nella parte lasciata scoperta dagli alberi, l’erba è gialla e secca. Ma il caldo non basta a spiegare gli sguardi che si lanciano cercando di non farsene accorgere, sguardi obliqui che scivolano sul petto di Anna, e non per le scollature (a V, a cuore, a volte con una decorazione di pizzo) che ha deciso di adottare, estate e inverno, dopo il divorzio. Questo era prima, quando ci si andava a tagliare i capelli da Anna per poterle guardare le tette nello specchio: oggi è per vedere se il respiro è regolare o si sta facendo corto. Altri scrutano il viso di Piero: prima si scantonava incontrandolo per non essere coinvolti in discorsi biascicati sulla sua collezione di video porno degli anni ottanta e sul fatto che i tempi migliori, quelli dove con mezza pista di coca rimorchiavi, erano finiti per sempre. Oggi si cerca di rintracciare nei suoi occhi e in quelli degli altri la lucentezza della febbre.

   Per questo sono chiusi dentro il paese, per la febbre.

   Sembrava un’influenza estiva, magari più sorprendente di altre perché sorgeva all’improvviso, stavi benissimo, avevi pranzato a casa di amici, era domenica ed era giusto esagerare, e dunque avevi accettato l’antipasto grande, con le verze crude tagliate sottili, lo sgombro sott’olio e i capperi, e le bruschette col paté di selvaggina e il salame e il formaggio, e naturalmente i maccheroni col cinghiale e persino le salsicce grigliate. Avevi bevuto tre bicchieri di rosso. Eri tornato a casa sazio, allegro, vivo: e di colpo le gambe cedevano, e tu bruciavi. Non era indigestione: il termometro segnava 39. Ma nonostante la sete, la stanchezza che non ti faceva alzare dal letto e per andare in bagno dovevano sorreggerti, sembrava un’influenza. Poi la sete diventava intollerabile, il sangue pareva gorgogliare e bollire nelle vene, e la testa, poi, non riusciva a trattenere un solo pensiero. Potevi sforzarti, contare da uno a dieci, ma già al quattro non ricordavi più cosa stavi facendo e tornavi a galleggiare e a tremare soprattutto, non finiva mai il tremito, per quante coperte ti mettessi addosso vedevi i muscoli guizzare come serpi sotto la pelle.

   Ma questo era il meno. Era diversa per ognuno di loro, la febbre: a qualcuno usciva il sangue dal naso, sembrava una sciocchezza da bambini, la testa indietro e il fazzoletto umido sulla fronte, e invece il sangue non si fermava, bagnava le labbra, il collo, macchiava la camicia da notte e le lenzuola. Ad altri si gonfiavano le ghiandole, diventavano grandi come noci, oppure spuntavano escrescenze dure sotto le ascelle, o sull’inguine, e dolevano tanto che la febbre sembrava il male minore, e non c’era sollievo nel letto, ma seduti non si riusciva a stare, così come non si poteva mangiare, e bere alla fine era un tormento, perché la si vomitava subito, l’acqua inghiottita a fatica, perché anche la gola era gonfia e doleva.

   Così, erano cominciati i morti.

   Senza i morti non ci sarebbero i soldati e non ci sarebbero le transenne. E le camionette, identiche a quelle del terremoto, così come sono identiche le divise, e i fucili imbracciati. Identiche persino le mascherine, che allora venivano però usate per difendersi dalla polvere e dalla puzza di carogna. Sono cambiati gli sguardi. Non c’è pietà, negli occhi dei soldati, ma paura. C’è un rumore, per esempio, proprio ora. Un fischio ripetuto, tenue ma ben udibile nel silenzio, che fa irrigidire i militari giovani: le mani stringono il fucile con più forza.

   Loro fanno un passo indietro, finché Iole, che qui chiamano la Bionda anche se ha i capelli neri, perché vende sigarette, alza la mano che stringe un termometro: “Sono stata io, volevo misurare la febbre.” Una mamma con il bambino in braccio, che è vicino a lei, arretra con tanta velocità da far cadere una vecchia con una stampella. La rimettono in piedi, si accorgono che la pelle è calda, e in effetti la pelle dei vecchi è spesso calda, e dunque la lasciano andare di nuovo, lei atterra sulle ginocchia, si rialza, muta, attaccandosi alla stampella. “Ho 36,8,” grida Iole. “Non è febbre. Non ho la febbre.” “Sono le nove del mattino, fa in tempo a salire,” ribatte un uomo con la camicia a scacchi, masticando uno stuzzicadenti, perché ha voglia di fumare ma ha paura che il fumo acceleri il contagio, chissà poi se è vero.

   Saretta osserva tutto serrando i pugni nelle tasche. Ogni cosa si sta disgregando. Loro non sono più quelli di prima. È inutile andare indietro nel tempo, pensando ai giorni del terremoto, quando si aiutavano uno con l’altro. Erano nei container di metallo, allora, nello spiazzo vicino al campo di calcetto. Mangiavano sotto lo stesso tendone, e se un bambino aveva ancora fame c’era sempre un adulto che vuotava metà della pastasciutta nel suo piatto. C’era sempre una donna vicino alla brandina di un malato, a chiacchierare della sagra dell’anno passato e di quanto era dimagrita la povera lady Diana, si vedeva che era infelice. Avevano aspettato insieme che le case venissero puntellate, che le macerie venissero portate via, che i mobili recuperati venissero chiusi in grandi container in fondo al campo. Avevano brindato quando le case erano state infine risanate – ed erano passati gli anni, e non tutti avevano vissuto abbastanza per vederle – e insieme avevano vigilato sul paese, affinché prosperasse, sazio del cibo e dei soldi ricevuti, dei doni, dell’attenzione, della curiosità dei turisti, persino, che apprezzavano quel ritorno alla vita, dov’era com’era, persino gli stessi colori, giallo e rosa pastello, delle case.

   Ora tutto ritorna, ma in un’altra forma. Allora non erano divisi. Allora non diffidavano, non si spiavano, non avevano paura. La paura era alle loro spalle. Se erano riusciti a correre via dai muri sventrati, via dalle crepe a forma di fulmine come il segno dell’angelo della morte, via dai tetti schiacciati, non c’era motivo di avere paura. Anche se la terra, ogni tanto, sobbolliva sotto i loro piedi, erano al sicuro, erano vivi.

   La minaccia, adesso, è dentro di loro. Per questo sono prigionieri. Perché allora, ai tempi del terremoto, non c’erano le camionette a sbarrare i sentieri che portano alle montagne e al fiume. Il negozio di alimentari non era stato svuotato e anzi veniva rifornito con generosità da soccorritori e poi da donatori che esageravano in cioccolata e caramelle. C’era carta igienica in abbondanza. Il bar aveva riaperto in un prefabbricato e la sera si poteva bere vino e giocare a carte e guardare la televisione, o semplicemente fissare le montagne, come sempre. Non c’erano i pacchi di cibo e di medicine portati oltre le transenne con un furgone che rimaneva chiuso dalla parte del guidatore. Erano loro a dover organizzare la distribuzione dell’acqua e delle scatole di pasta e di caffè, uno alla volta, non spingete. Non c’erano file. Non c’era nessuno a scavalcare le file o a denunciare ad alta voce chi si avvicinava troppo. Non c’erano le raccomandazioni. Non toccatevi, non troppo almeno. E soprattutto non c’erano i medici infilati in tute bianche, con il respiratore collegato alla maschera come nei brutti film: medici che entravano nelle case dei malati per decretare che sì, era la febbre di cui tutti parlavano e che, sì, si doveva andare in isolamento, nel tendone che era stato di nuovo eretto vicino al campo da calcio, ed era gigantesco e sinistro, e stavolta circondato da soldati.

   C’erano allora, inoltre, le telecamere e i microfoni e i giornalisti che cercavano di strappare una parola, una lacrima, una maledizione a chiunque fosse disponibile a parlare o a piangere. Ora non ci sono. Non si parla del paese sui giornali, per quel che ne sanno. Sono scomparsi, inghiottiti dalla febbre. Ci sono solo i soldati, i medici, e quei dieci furgoni mortuari immobili oltre le transenne, in attesa che altre figure in tuta bianca finiscano di infilarci le bare di metallo. Trenta morti negli ultimi tre giorni. E quattrocento vivi imprigionati nel paese.

   Lo hanno capito questa mattina, che si trattava di prigionia, quando hanno acceso i cellulari ed era apparsa la scritta “Solo chiamate di emergenza”. Però quando si provava a chiamare il 112 o il 115 o uno qualsiasi dei numeri consentiti – per ché cosa altro era quella, se non un’emergenza? – la linea rimaneva muta. Non c’era neanche la voce registrata che avvertiva che al momento non era possibile effettuare la telefonata: soltanto un suono acuto, e un silenzio attraversato da fruscii. Avevano provato col telefono fisso, che in molti possedevano ancora, perché nonostante fossero passati anni c’era chi non si fidava del tutto dei cellulari (fanno venire il cancro, dicevano, ma lo dicevano sempre meno, perché ci si abitua alle cose, o le cose sono concepite in modo che ci si abitui a loro). Non c’era linea. Allora avevano acceso il computer, sedendosi alla scrivania dei figli che ancora dormivano. Nessuna connessione. C’era stato un bel provare e riprovare, spegnere e riaccendere, usare un cavetto nuovo da collegare al modem. Nessuna connessione, niente Internet, niente telefoni.

   Il ripetitore, si erano detti. Era vecchio, in cima alla montagna, e ogni volta che pioveva le linee saltavano. Però pioggia non se ne vedeva da mesi. Così avevano bussato ai vicini, e anche ai vicini accadeva la stessa cosa, dunque erano scesi in strada, già a disagio, perché sentirsi tagliati fuori metteva ansia, anche se era in fondo da poco tempo che usavano i cellulari e Internet e, da ultimo, Facebook. Ma si erano abituati, appunto, ed era un modo di sentirsi importanti: sapere che qualcuno poteva rintracciarli in qualsiasi momento faceva cadere sulle loro vite una polvere d’oro inattesa, e sapere che qualcuno leggeva le poche righe (“Buongiorno! Come state?”) che scrivevano sulla loro bacheca, così si chiamava, li riempiva di orgoglio, come se improvvisamente ciò che era riservato a pochi diventasse alla portata di tutti, anche se in fondo non sapevano quasi mai cosa dire.

   Era stato quando erano scesi in strada che il sindaco, un ragazzo non ancora quarantenne con una faccia tranquilla da ragioniere, aveva alzato le mani chiedendo attenzione, e dunque si erano stretti attorno a lui, prima in dieci, poi in cinquanta, tanto che il sindaco aveva dovuto chiedere un tavolino al bar e salirci sopra per farsi vedere e ascoltare. Il paese è in quarantena, aveva detto. C’è l’esercito, ha messo le transenne. Per la febbre. Per il nostro bene, per sicurezza, aveva aggiunto, ma già erano in molti a urlare e a protestare e come faremo, e mio marito che è fuori, e i bambini che sono al mare coi nonni, e il mio lavoro, e i maiali da macellare. E i telefoni? E Internet? aveva chiesto un ragazzo. Sicurezza, aveva risposto il sindaco. Non vorrete rischiare di trovarvi qui le televisioni? Non vorrete finire al telegiornale trattati come untori? La protesta era montata come un’onda, e le voci e i fischi e le urla erano cresciuti, finché qualcuno aveva avuto l’idea di arrivare alla fine del paese, a vedere queste transenne, e a buttarle giù. Là avevano scoperto i fucili. E anche se le spiegazioni del capo dei medici erano state pacate, e molto simili a quelle del sindaco, e anche se qualcuno aveva continuato a protestare, avevano capito che non potevano fare molto, e che i loro nemici non erano, a ben vedere, i soldati e i medici, ma loro stessi. Così l’onda si era abbassata con la stessa velocità con cui si era sollevata, e si era dispersa ai loro piedi, lasciandoli frustrati e ancora più spaventati di prima. Qualcuno continuava a sventolare il tricolore che aveva portato con sé: Viva l’Italia, diceva. Altri si erano messi semplicemente a piangere.

   Saretta è la prima del gruppo che staziona davanti alle ultime case. Si è avvicinata di qualche passo alle transenne e il soldato ha alzato il fucile. È rimasta immobile, allora, finché non è stato uno dei medici ad avvicinarsi a lei.

   “Ho bisogno di sapere,” ha detto, ripetendo la stessa richiesta fatta più volte in quei giorni, “come è cominciata.”

   “C’è stata una donna, qui. Veniva da fuori.” Saretta ha ancora i pugni infilati nelle tasche della vestaglietta da casa, non dirà altro.

   “Ho letto tutto di lei. Ma nessuno della sua famiglia e delle persone con cui è venuta a contatto fuori dal paese è risultato contagiato. Sono sani, disperati ma sani. Il contagio è avvenuto qui, e qui dobbiamo circoscriverlo: perché il paziente zero è un altro, ed è in paese. Come l’ha presa? È questo che vogliamo scoprire.”

   Saretta lo guarda senza espressione, come se non capisse. È lui a non capire, invece, e non potrebbe mai, del resto. Quest’uomo non appartiene al paese, quest’uomo non sa.

   “Ripeto. Il contagio è iniziato qui. Oggi siamo stati costretti a chiudere il paese, e capisco che sia una misura molto dura. Io l’avrei presa prima: se qualcuno fosse uscito di qui e avesse portato la malattia nei paesi vicini, o in città, saremmo alle prese con qualcosa di terribile.”

   “È terribile anche quello che sta succedendo a noi,” protesta Saretta.

   “Certo che lo è. E stiamo facendo di tutto per curarvi. Ma non possiamo permettere che l’epidemia si diffonda. Per fortuna nessuno è uscito. Non era facile rendersi conto, del resto. Pensavamo fosse sparita, almeno in Occidente.”

   C’è stanchezza, e ovviamente paura, negli occhi azzurri dietro la maschera. Da quando è arrivato, al tramonto del giorno prima, non è riuscito a parlare con nessuno. Solo pazienti febbricitanti, con le braccia aperte come in croce perché i bubboni impedivano di tenerle distese lungo i fianchi, e mogli o padri o figlie che piangevano di terrore. Questa donna alta e grande (non gli viene in mente la parola grassa, che pure si adatterebbe: è grande e severa come una statua votiva, con i capelli grigi tirati indietro in un nodo così stretto da farla sembrare calva) non sembra come gli altri. È vigile quanto gli altri sono già arresi.

   “Come si chiama?”

   “Saretta.”

   “Saretta. Sara, dunque. Un bel nome. Lei sembra avere una certa autorità, qui. Ho visto che la rispettano.”

   “Ho guadagnato il loro rispetto.”

   “Non ho dubbi su questo. Lei li conosce tutti, uno a uno, credo. Non ha idea da chi possa essere cominciata? Sa se qualcuno ha fatto un viaggio, per esempio? Questa è una malattia che in genere viene da fuori. Oppure da certi animali. Avete visto topi? Oppure scoiattoli che si comportano in modo strano?”

   “Nel paese non ci sono topi. Abbiamo molti gatti. E gli scoiattoli sono nel bosco, e sono pochi.”

   “È che…” Si passa una mano sulla fronte. “Lei lo sa, perché è una donna intelligente e ha capito come stanno andando le cose. Non reagisce agli antibiotici come dovrebbe. Li stiamo provando tutti. C’era stato un caso, in America, un ragazzino, contagiato proprio dagli scoiattoli. Due anni fa. Ma con gli antibiotici è guarito. Qui non se ne viene a capo. Sembrate migliorare, e poi tutto precipita di nuovo, e non vi si riprende più. Per questo teniamo i giornalisti lontano da qui. Non vogliamo trasformarvi in un fenomeno da baraccone. Vogliamo guarirvi. Ma per farlo abbiamo bisogno di sapere. Ci pensi.”

   Mentre parla, la mano guantata le sfiora il collo, fruga gentilmente sotto l’ascella, cerca segni che non ci sono. Saretta non è contagiata. Sa che non lo sarà fino a che non avrà portato a termine il suo compito.

   “Sto bene,” sorride al medico. “Sono una donna sana, e non mi ammalo facilmente, nonostante l’età. A settembre compio settant’anni.”

   Il medico le sorride in risposta.“

   Beva comunque molto, cerchi di limitare al massimo i contatti con gli altri, anche se è spiacevole. Si misuri la temperatura tre volte al giorno. Mangi regolarmente, possibilmente cibi cotti. Non faccia imprudenze.”

   “Non le farò.”

   Lo guarda allontanarsi. Non può capire. Perché lei sa. Oh, lo sa, lo sa, lo sa. E aveva previsto che sarebbe andata così. Ma non può dirlo a quest’uomo. Non lo capirebbe, e le toglierebbe la sua vendetta.

   È il 17 agosto 2008. Il medico ha bisogno di un inizio, certamente. Ma l’inizio è nascosto, è insensato come tutto quello che comincia, e che dispiegherà le proprie spire secondo cerchi e anelli che nessuno può prevedere.

GIORNO 212

   Per uccidere le formiche si compra una trappola. Si trova facilmente anche dai rivenditori cinesi: stanno aprendo in tutti i quartieri al posto di calzolai e mercerie, e prima che arrivi il 2010 saranno più numerosi delle formiche. La trappola è una scatola di plastica, e quando l’ho avuta fra le mani ho pensato di aver buttato i soldi. Le formiche sembravano imbattibili, erano un’onda che si muoveva in file disordinate sulle piastrelle del pavimento e saliva a passo di danza sulle pareti: avevano invaso la cucina, sciamavano negli armadietti, si tuffavano nei vasetti di miele e di marmellata che non avevo chiuso bene, si infilavano nelle confezioni di biscotti, affamate di dolce. Quando ho messo la scatoletta in giardino, fuori dalla cucina, non capivo come avrebbe potuto funzionare. Invece la mattina dopo non c’era più una formica. Sono andata dal rivenditore, che era appunto cinese ma parlava benissimo l’italiano, e gli ho chiesto come fosse possibile. Lui mi ha spiegato che nella scatola c’è una sostanza zuccherata che attira le formiche. Entrano e trovano anche l’esca, cioè il veleno, e la mangiano. Ma prima di morire hanno il tempo di rientrare nel formicaio e contaminare tutta la colonia, che muore con loro.

   Ho pensato che è esattamente quello che è successo a noi. Ho pensato che basta una persona che porti il veleno con sé e gli altri non avranno scampo. Non importa se non sarebbero mai entrati nella scatola, se conservavano una prudenza anche illogica, se erano più intelligenti, o meno golosi, o semplicemente troppo pigri per inoltrarsi in un territorio sconosciuto. Sarebbero morti comunque. L’ho trovato ingiusto, per le formiche. In quello che è successo a noi, invece, continuo a vedere una strana forma di giustizia. Si potrebbe dire che c’erano delle persone innocenti fra noi, che c’erano bambini e innamorati e magari qualche poeta, ammesso che i poeti siano innocenti. Ma era il paese a non esserlo. Era marcio, e quando si marcisce non si può arrestare il processo: si deve sparire.

   Dicono che adesso non si sparisce, o che almeno non sparisce il corpo. Il nipote di Margherita lo diceva, almeno: faceva il becchino, o necroforo, come voleva essere chiamato. E questo nipote raccontava che negli ultimi tempi, quando si aprivano le bare per ammucchiare le ossa in una cassetta e fare posto nei cimiteri, i cadaveri erano intatti, belli dritti e riconoscibili nel vestito della festa, e bisognava richiudere e rassegnarsi a tutti quei morti che non volevano diventare scheletri. Colpa dei conservanti, dicevano. Come se aver mangiato tutte quelle merendine che quando ero giovane erano una novità e aver abbondato con la maionese in tubetto e leccato gelato al blu di metilene ci avesse reso immortali nella morte.

   Chissà cosa ho mangiato io, che continuo a parlare, nella morte.

   Adesso ho tutte le parole che prima mi mancavano. Mancavano a tutti noi. Ricordo di essermi fermata nella strada deserta nei giorni dell’epidemia, i falchi e le cornacchie alti contro il cielo rosso, ed ero sola, io nella strada e sopra di me il cielo. Ricordo di essermi chiesta: e ora, come racconto tutto questo? Posso farlo io? Qualcuno riuscirà al mio posto? Le parole non c’erano, le avevamo consumate tutte nell’attesa e non ne usavamo che poche: come stai, come va oggi, hai mangiato, hai la febbre. Balbettavamo un lessico scarnificato, svogliati e afasici come tutti coloro che si muovono nell’inenarrabile. Ora che non ci siamo più le sto trovando, un po’ alla volta: per te e anche per me.

   Non è che te ne accorgi subito, di essere morta. Però cominci a saperlo quando sei ancora viva, da certi sogni che ti mostrano cose che avevi dimenticato. Un vestito rosso con la gonna ampia, e margherite ricamate intorno alla vita: un regalo prezioso per una bambina che aveva appena attraversato la guerra e che lo rovinò subito salendo su un albero. Il cuore in gola, un cuore di quattordicenne, nella discesa delle montagne russe. La maglia blu di mio marito sciupata nella prima lavatrice da sposa. Quando mi svegliavo da questi sogni il cuore batteva forte. Cosa mi sta inseguendo, mi chiedevo. Poi mi alzavo e mettevo su il caffè, ma le palpebre erano pesanti, come se, in quegli ultimi tempi, svegliarmi non fosse più la mia condizione naturale. Altri sarebbero andati avanti, io sapevo che sarei rimasta prigioniera di quel cielo rosso.

   Inoltre piangevo senza motivo. Una canzone, ma una canzone non particolarmente sentimentale o commovente. Una che faceva, per esempio, È necessario vivere. Bisogna scrivere. All’infinito tendere. Stavo, magari, preparando il sugo, tu saresti tornata a cena, avevi detto, e sei sempre stata così magra, e volevo cucinarti un risotto, e così mescolavo il sugo e mi ritrovavo le mani bagnate di lacrime, e sul momento non capivo perché, ma poi, pensandoci bene, erano i verbi di quella canzone, è necessario, bisogna, tendere, che mi escludevano, mi chiudevano fuori. Non avrei avuto il tempo di metterli in pratica, e anche se non c’era nessun motivo per saperlo, io lo sapevo.

   Ho cominciato a guardare la casa in un modo diverso. A chiedermi se saresti rimasta qui, e se, nel caso lo avessi fatto, avresti dormito dal mio lato del letto, il che significava che, girandoti sulla schiena, avresti guardato il soffitto proprio come lo guardavo io tutte le sere, a occhi sbarrati. Ma forse, pensavo, ti saresti sdraiata sul fianco e avresti dormito il sonno pesante delle ragazze. Come dormivo io da ragazza? mi sono chiesta anche. Stringendomi le mani, come per chiedere aiuto, era la risposta. Stavo ricordando troppo.

   Non avevo mai avuto bisogno di ricordare. Andavo avanti, a testa bassa, come fanno spesso le donne che non hanno tempo di fermarsi e lasciare andare i pensieri. Mi sarebbe piaciuto molto riuscire a farlo. C’erano quadri, o fotografie, di donne sedute davanti a un bicchiere di vino che guardano un tramonto. Avrei voluto farlo anche io, ma quando avevo la possibilità di sedermi, versarmi un bicchiere e guardare il sole che calava tra le montagne, lasciando l’ultima striscia dorata sulle cime, pensavo alle cose che dovevo fare. Stendere il bucato. Potare le piante. Scendere a fare un po’ di spesa prima che chiudessero i negozi. Forse anche le donne dei quadri e delle fotografie pensavano le stesse cose, e nessuno lo avrebbe mai saputo. Ma da ultimo, anche senza il vino, mi si affastellava tutto addosso. Le prime mestruazioni, la pancia che tendeva il vestito nelle ultime settimane di gravidanza. Il modo in cui tenere in braccio un neonato, sostenendolo per la testa, che sembrava connaturato alle mie mani anche se non lo avevo mai fatto. Le ciotole con la maionese in cui intingere le patatine fritte, in un bar di Viareggio. La prima volta che guardandomi allo specchio ho capito di essere vecchia. Cose. Fatti.

   Era quello che mi faceva sentire fragile. Avevo capito che mi avvicinavo all’orlo.

   Sono nata l’11 novembre 1938 alle dieci del mattino, sotto il segno dello Scorpione. La copertina in cui sono stata avvolta era di lana bianca con il bordo ricamato a roselline. Avevo il cordone ombelicale stretto in due giri attorno al collo e ho rischiato di soffocare: il medico lo disse a mio padre offrendogli una sigaretta con le mani livide nell’aria gelata e spiegandogli che invece era andato tutto bene, stesse pure tranquillo. Due uomini che fumavano in strada smisero di commentare l’approvazione delle leggi razziali, che era avvenuta quella mattina, e diedero una pacca sulle spalle di mio padre, dicendogli “Bravo”. Mio padre offrì loro da bere.

   La copertina bianca esiste ancora: si trova nel ripiano più basso dell’armadio a muro in corridoio, in uno scatolone di velluto azzurro che aveva contenuto una colomba di Pasqua. Io invece non esisto più. Sono morta il 23 dicembre 2008. Non sono morta di febbre, la febbre era già finita agli inizi dell’autunno, e dal momento che ero una delle due sopravvissute di tutto il paese mi sono illusa che la morte mi avesse dimenticata, così come avviene nelle epidemie e in generale quando un male colpisce un gran numero di persone e qualcuno ne resta immune, e non ci si chiede come mai, ma lo si considera un evento naturale. Mi era già successo.

   Quando avevo cinque anni, il tram dove mia madre e io viaggiavamo venne colpito dalle mitragliatrici, i vetri esplosero e una scheggia si conficcò nella guancia di un uomo seduto accanto a noi: le mie scarpe bianche si macchiarono di sangue, e questo fu l’unico dispiacere di quel giorno. Quando ne avevo venti, la ragazza che lavorava con me all’Istituto di Statistica si sentì male. Era una mattina tiepida del 1958: le formicolavano le mani, disse, e aveva, così disse ancora, il collo rigido. Era poliomielite, si scoprì qualche giorno dopo: la misero in un grande tubo d’acciaio dove restò per altri vent’anni, prima di morire per un’infezione.

   Con il tempo ho cominciato a pensare di essere protetta da una forza superiore: non sono morta per troppe pillole calmanti né per eroina, né per il Barbera al metanolo che pure i miei vicini hanno bevuto, offrendomene una bottiglia che veniva, dissero, dal Piemonte. Rifiutai, e i vicini sono morti insieme ad altre decine di persone, e altre ancora divennero cieche, ma neanche due mesi dopo esplose la centrale di Chernobyl e non ci si pensò più. Non sono morta quando il sangue mi inondò le cosce, mentre mio figlio usciva da me piangendo: l’emorragia dopo il parto è cessata quasi subito, e mesi dopo la moto che mi ha investita alle spalle mi ha lasciato solo qualche livido. Sono sopravvissuta a mio marito, e sono sopravvissuta alla febbre.

   Sono morta mentre uscivo dalla doccia, il piede ha mancato la presa sul pavimento bagnato e mentre perdevo l’equilibrio e scivolavo all’indietro ho pensato al gatto rosso che cercava di prendere la pallina di carta che avevo legato con uno spago. Ero molto piccola, e ridevo per quanto erano buffe le zampe che provavano a trattenere la pallina fra gli artigli mentre io gliela strappavo via.

   È stato un modo come un altro.

   Però non riesco a lasciarti, e questo potrebbe essere un problema.

   Ti seguo mentre cammini con le mani in tasca, la testa bassa, calciando via i sassi. Sono passati quasi tre mesi, la primavera non è lontana e tu dovresti pensare alle cose piacevoli che tutte le ragazze pensano: comprarti un vestito, fare un viaggio, uscire con le amiche, con un ragazzo. Andare al cinema. Correre ascoltando musica nelle cuffiette. Bere una birra, in bilico su un muretto. Tutte cose che mi piacerebbe ancora fare, e vorrei almeno che le facessi tu.

   Invece sei tornata in paese. Mi avevi promesso che saresti rimasta a Roma, dove siamo state insieme, e siamo state bene, anche se è stato molto breve: colpa mia, avrei dovuto pensare a prendere un tappetino antiscivolo per la doccia. Ora c’è, lo hai comprato tu, lo hai preso giallo con le paperelle. Per provare a ricordarmi, credo, perché le paperelle piacevano a me. Così come le rane, i topolini, le renne quando era Natale, i pulcini per Pasqua, tutte le decorazioni infantili che mi ricordavano che il mio tempo era in scadenza, e che nonostante questo anche io ero stata una bambina.

   Sei arrivata fino al belvedere, come immaginavo. È un bel posto, specie quando non c’è troppo vento, come oggi. Guardi il cielo, guardo insieme a te. La nuvola ruota, si allunga, si sfilaccia, si divide in due, in tre, lascia che una striscia d’argento si faccia largo. Non ci saranno temporali: la striscia d’argento, la silver lining come la chiamavi tu che sai bene l’inglese, è quella che ti rassicura sul fatto che dopo ogni burrasca tornerà il sereno. Non si dice mai per quanto tempo. Difficilmente chi guarda la striscia d’argento, e magari sorride, ricorda che da una delle nuvole che corrono scoprendo la luna, da vapore, o da cristallo, da un frammento infinitesimale di quel che puoi chiamare con molti nomi può nascere un temporale non atteso. Da un temporale un diluvio. Da un diluvio la distruzione.

   Questa panchina. La trovavo sempre occupata, perché si vede il panorama migliore e sopra ha la quercia che fa una bella ombra. Naturalmente è libera: il paese è morto. Fai conto che ci sia anche io, siedi vicino a me, fuma una sigaretta, abbiamo tutto il tempo che vogliamo. È bella la montagna, vista da qui. Guarda lassù. Ragioniamo.

   Non ci saranno temporali, te lo assicuro. E anche se fosse, abbiamo attraversato qualcosa di molto peggiore senza che una nuvola annunciasse quello che stava per accadere. Nessun presagio. Già, tutti cercano i presagi. Ma i presagi non esistono. Sono le anomalie, le cose che non siamo abituati a vedere tutti i giorni che ci sembrano presagi. La luna rossa. L’eclisse. Il vento troppo caldo. Il canto delle civette. Sono bugie: io sono convinta che la sciagura arrivi senza alcun presagio, solo perché ci siamo stancati delle nostre facce, sempre le stesse, quelle di chi commenta il giornale seduto al bar, di chi ascolta musica a volume troppo alto dal cellulare guardandoti con aria di sfida, di chi ti spia da dietro le finestre. Cose da paese, diresti tu, ma non è proprio così. Cambiano i modi, ma le persone non cambiano: affondano semmai nel rancore come in un bagno caldo, pensano che qualcuno, anzi, tutti gli altri si siano appropriati di quello che spettava loro di diritto, e non sanno fare altro che mostrare i denti, e diventare sempre più carogne, e a quel punto arriva qualcosa che le costringe a mutare, o a sparire. La peste che ripulisce tutto, come nelle storie che gli uomini si sono raccontati nei millenni, senza per questo riuscire a cambiare davvero, nonostante il dolore di milioni di agonie, nonostante i gemiti e le urla che si sono alzati nei letti e nei cronicari, e poi negli hospice, dove chi era già morente, ma per paura del contagio tenuto lontano dalla madre, dal marito, dai figli, moriva piangendo per il terrore, per la solitudine, per il buio.

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L’autrice

Loredana Lipperini è nata a Roma il 14 novembre 1956. È scrittrice, saggista, giornalista e conduttrice per il programma radiofonico Fahrenheit. Il suo blog Lipperatura, attivo dal 2004, è un punto di riferimento per la discussione letteraria, culturale e politica.Con Bompiani ha pubblicato il romanzo L’arrivo di Saturno (2016), la raccolta di racconti Magia nera (2019) e la nuova edizione del saggio Non è un paese per vecchie.

 

 

 

  • La notte si avvicina
  • Loredana Lipperini
  • Editore: Bompiani
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 1,31 MB
  • Pagine della versione a stampa: 320 p.
  • EAN: 9788858790038.
  • Acquista € 10,99
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