Guerre senza soldati

«La nuova arma britannica: il beauty case»
Quando il conflitto viene delegato
Il Simplicissimus
Nelle società occidentali la disponibilità a combattere guerre reali sembra essersi drasticamente ridotta. Non per un rinnovato amore per la pace, ma per una trasformazione culturale segnata da individualismo, narcisismo e rifiuto del sacrificio. In questo contesto la guerra non scompare: cambia forma. Si esternalizza. Mercenari, milizie locali, eserciti alleati o “carne da cannone” di Paesi terzi diventano gli strumenti con cui le potenze continuano a perseguire i propri obiettivi strategici evitando il costo politico delle perdite interne. Così il conflitto moderno assume contorni sempre più indiretti e opachi, dove le vittime possono essere sacrificate lontano dallo sguardo delle opinioni pubbliche e trasformate in titoli di giornale destinati a svanire il giorno successivo. (N.R.)
Proprio qualche giorno fa dicevo che un’operazione di terra in Iran è quasi impossibile da pensare perché anche se si volesse accettare il rischio militare, quello politico sarebbe letale: ormai da decenni in Occidente, la percentuale di persone disposte a fare la guerra vera è minima e non per amore della pace, ma per quel solipsismo e narcisismo che sono le caratteristiche peculiari di questi anni di declino. Certo ci sono persone attratte da stipendi raddoppiati in cambio di un rischio appena superiore a quella di lasciarci le penne in un incidente stradale e magari con la possibilità di fare soldi con la droga (vedi Afghanistan) , ma quando si tratta di fare sul serio e non semplici operazioni di polizia coloniale, le cose sono ben diverse e allora si comprano e armano truppe mercenarie o terroriste oppure ci si avvale della carne da cannone dei Paesi che si vogliono “aiutare”, modus operandi di cui l’Ucraina è un esempio perfetto. Questa esternalizzazione della guerra è un grande vantaggio perché così non si deve badare a perdite, come accade per gli avversari: gli uomini possono essere scarificati per un titolo di giornale che il giorno dopo finisce al macero.
Anche la truppa delle basi Nato, americane o finte nazionali è abituato ad agire senza molte resistenze da parte degli avversari che vengono dichiarati tali e quando invece la situazione cambia si assiste a spettacoli sconcertanti che denunciano lo smarrimento che si prova a trasformarsi da cacciatori in prede. Così mentre il personale britannico delle due basi di sua maestà a Cipro chiedeva maggiore protezione contro i droni iraniani e il cacciatorpediniere Dragon era bloccato in porto, tanto che sono dovute intervenire una nave spagnola e una italiana, a tutti i soldati in servizio è stato chiesto se pensavano che gli uomini potessero truccarsi e portare i capelli come le donne. Sono stati intervistati sui cambiamenti “senza genere” che potrebbero vedere gli uomini truccarsi, portare i capelli lunghi o le extension, unghie smaltate e orecchini. La consultazione del quartier generale dell’esercito ad Andover ha chiesto ai soldati se erano d’accordo se “le regole sul trucco dovrebbero essere indipendenti dal genere”, spiegando che “ciò significa che uomini, donne e personale di servizio non binario possono tutti truccarsi allo stesso modo”. Alla truppa è stato anche chiesto se le politiche in materia di capelli e gioielli “dovrebbero essere le stesse per uomini, donne e personale non binario”, il che significa che gli uomini potrebbero acconciarsi i capelli come le donne e indossare orecchini a bottone. Questo cambiamento suggerisce inoltre di stabilire per la prima volta delle regole per l’“estetica del viso”, come filler e microblading (manco so cosa significa), oltre a “periodi di recupero” per tatuaggi e piercing. il che immagino stia terrorizzando sia Putin che gli iraniani.
Non domandatemi un parere su questa spazzatura così insensata da essere politicamente corretta, francamente mi interessa molto poco la sensibilità estetica di questa gente che butta bombe sui civili, ma il fatto che la questione si ponga proprio nel momento in cui il personale militare non ha più sotto tiro gli altri, ma è sotto tiro, rappresenta chiaramente un modo di rimozione della realtà e di esorcizzare il passaggio da predatori a prede. Se qualcosa si rompe nel delicato equilibrio piscologico, allora bisogna trovare un rimedio e distrarre i soldati con qualcosa che li riporti nel beato mondo di Alice, dietro lo specchio in cui ci hanno cacciato e in cui vediamo la realtà deformata. Gli zaini militari con dentro creme e belletti non si sono mai visti, anche a prescindere dalle percezioni personali, ma è un modo di ancorare questa gente alla irreale normalità nella quale vivono e nella quale non è nemmeno concepibile essere quelli che non vincono e non prevalgono.

Parere della Redazione
C’è qualcosa di paradossale nel leggere che, mentre nel mondo si combattono guerre vere, qualcuno senta l’urgenza di stabilire che “le regole sul trucco debbano essere indipendenti dal genere”. La questione, si spiega con grande zelo amministrativo, riguarda uomini, donne e personale non binario: tutti, indistintamente, dovrebbero poter utilizzare il make-up allo stesso modo.
Ora, lasciando da parte le sensibilità individuali — che appartengono alla sfera privata e non certo ai teatri operativi — resta una domanda molto semplice: da quando lo zaino militare contiene rossetti e creme idratanti accanto alle razioni da campo?
L’immagine del soldato che parte per il fronte con il beauty case regolamentare suscita più di un sorriso. Non perché l’aspetto personale sia un problema, ma perché rivela una distanza quasi metafisica tra la realtà della guerra e la rappresentazione burocratica che alcuni ambienti occidentali sembrano farsene.
La guerra, purtroppo, resta una faccenda brutale fatta di logistica, strategia e sacrificio. Non si lascia addomesticare dalle circolari ministeriali né dalle categorie linguistiche del momento. E quando un esercito comincia a discutere con tanta serietà di fondotinta regolamentari, viene spontaneo pensare che qualcuno stia cercando di mantenere un’illusione di normalità in un mondo che normale non è affatto.
Forse è proprio questo il punto: ancorare la realtà alla comfort zone culturale in cui siamo abituati a vivere, dove persino il conflitto deve adattarsi al linguaggio delle policy interne. Peccato che i campi di battaglia, di solito, non leggano le linee guida.
Consigli di lettura
