Pieter Bruegel Il Vecchio è il simbolo della pittura fiamminga

LA PARABOLA DEI CIECHI DI BRUEGEL IL VECCHIO

Il significato del dipinto

di

Martina Di Massimo


L’olandese Pieter Bruegel Il Vecchio, così chiamato per distinguerlo dall’omonimo figlio, anch’egli artista, è il simbolo della pittura fiamminga. Pittore di corte di Carlo V, traduttore di Vitruvio, viaggiatore, frequentatore dello studio dell’incisore Hieronymus Cock di Anversa, grazie al quale entrò in contatto con artisti, letterati, alchimisti dell’Umanesimo fiammingo. Unico nel suo genere, difficile da inquadrare, misterioso e a tratti enigmatico, ebbe enorme fortuna.

Le sue opere sono facilmente riconoscibili: egli è solito rappresentare scene di vita quotidiana e semplice del ceto umile e popolare dei fiamminghi. Ad un primo sguardo i lavori di Bruegel sembrano festosi, pieni di vita, colorati, pieni di particolari da scovare, espressioni sul volto da notare, piccoli oggetti da individuare, quasi come se si trattasse di una caccia al tesoro. Sembrerebbe dunque il pittore della vita goduriosa e festosa, quei visi paonazzi e arrossati, quelle donne in carne e gioviali, dovrebbero sembrarci tutti sinonimi di una visione della vita positiva e terrena, poco spirituale e approfondita.

Niente di più errato. Bruegel riesce a vedere e cogliere il lato grottesco e infimo della vita, per questo motivo i suoi dipinti non possono trasmetterci sensazioni rasserenanti bensì un invito a riflettere.

E il suo genio risiede proprio in questo: rappresentare scene di vita quotidiana e comune, nello specifico contadina e semplice, per parlare della spiritualità e della complessità dell’animo umano. I suoi dipinti sono dei rebus, è necessario osservarli a fondo, ma occorre anche possedere un proprio bagaglio di conoscenze per interpretarli a pieno.

L’uomo non è più l’essere che «di doman non ha certezza» come lo vorrebbe Lorenzo de’ Medici, non è più l’uomo che sa godersi la vita, è invece una creatura limitata, goffa, inquietante, non è credente ma superstiziosa, deforme fisicamente perché divorata dai suoi vizi, è una creatura caricaturale, moralmente bassa. L’uomo dell’Umanesimo olandese non è quell’essere perfetto esaltato dall’Umanesimo italiano, non è un saggio illuminato, è il suo opposto, un essere basso schiacciato non dalla divinità ma da sé stesso.

L’uomo di Bruegel non ha via di scampo, non può salvarsi, è imbevuto del suo stesso caos, possessore non di conoscenza ma di valori popolari.

Solo gli abili osservatori possono rendersi conto della quantità di simboli precisi e mirati di tipo esoterico e alchimistico, nascosti all’interno delle sue opere, calati in un contesto sgangherato e grossolano.

Cosa resta fuori da tutto questo? La Natura. I paesaggi di Bruegel brillano di luce propria, sono privi di peccato e lordura. La loro bellezza contrasta con la natura degli esseri che la abitano, creando un contrasto che fa sì che l’uno amplifichi l’altro.

Non stupisce quindi che l’artista abbia deciso di leggere l’umanità attingendo dal folto repertorio biblico.

L’opera che più di tutti ci colpisce, quasi stravolge, è proprio La parabola dei ciechi. Dipinto databile al 1568, interamente realizzato in Italia e lì conservato, presso la Collezione Farnese del Museo di Capodimonte a Napoli. Questo dipinto così crudo, sfrontato e audace, difficilmente può lasciare indifferenti e infatti si è imposto all’unanimità come capolavoro senza tempo.

Che cosa rappresenta? Innanzitutto, il titolo ci dà un suggerimento, perché la scelta della terminologia non è casuale, la parola parabola infatti ha una chiara eco biblica, nello specifico neotestamentaria.

Bruegel ci porta nel Vangelo di Matteo (XV, 14):

Ora se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa.

Prima di interpretarne il significato, osserviamo il dipinto. Vediamo sei non vedenti in processione, ognuno appoggiato all’altro. Se a noi può sembrare una scena eccentrica, al tempo di Bruegel questo era abbastanza comune. Gruppi di ciechi spesso procedevano aiutandosi l’un l’altro, in isolamento perché esclusi dai contesti sociali.

Siamo ai tempi della Riforma Protestante, la quale proclamava la Salvezza tramite la fede e non tramite opere buone. Di conseguenza, in questo periodo storico, l’elemosina per i poveri calò pericolosamente e la vita dei mendicanti peggiorò notevolmente.

Come si vede il primo è appena caduto ed è in terra supino, il secondo sta per perdere l’equilibrio e il terzo ancora non si è reso conto della situazione.

Bruegel è un fiammingo e non lascia nulla al caso; infatti, assegna ad ogni uomo una patologia oculare diversa.

Del primo non sappiamo nulla perché non possiamo vederne gli occhi. Il secondo è privo dei bulbi oculari, il terzo soffre di leucoma corneale, il quarto di atrofia del nervo ottico, il quinto è fotofobico, il sesto invece presenta dei danni da pemfigoide bolloso.

Perché la scelta di dare vita a una parabola biblica? Perché per l’artista la cecità fisica è sintomo di cecità spirituale. Bruegel in questo si distanzia in maniera molto netta dall’opinione comune che voleva i ciechi come interpreti divini, privi della vista ma dotati del dono di prevedere il destino (primo tra tutti l’indovino Tiresia).

In Bruegel questa interpretazione scompare, non c’è rispetto per i non vedenti, essi sono esseri immondi, isolati, sperduti. Il pittore dimostra magistralmente il passo del Vangelo di Matteo, dimostrando cosa avviene quando si ripone nell’altro la propria fiducia. La cecità dell’animo conduce, dunque, ad una caduta di se stessi.

Sullo sfondo, il tipico paesaggio bruegeliano, stabile, luminoso, saggio, con una chiesa che si erge, non casuale. Non troviamo i soliti colori accesi, la vivacità e la cura dei particolari tipicamente fiamminga. Le tinte sono spente, sbiadite, opache.

Qual è il contesto? Siamo nel 1500, i tempi della Riforma e della Controriforma, due fatti storici della portata immensa, che hanno cambiato l’umanità, nonché l’arte, della quale Bruegel si serve per mandare un messaggio: Dio è la soluzione a questo caos, l’unico che può mantenere coesa l’umanità.

Quindi per l’artista questa cecità non può che essere una cecità morale, una mancanza di valori, e questi ciechi, posti in una diagonale grottesca discendente simboleggiano le conseguenze della mancanza di una struttura morale: la caduta verso il basso. La cecità è il peccato, la caduta è la punizione, tutto davanti agli occhi della Chiesa (la chiesa di Sint-Anna, nella città di Dilbeek), lontana ma presente sullo sfondo, sempre eretta e vigile.

Eppure, non c’è giudizio, non c’è punizione da parte di Bruegel, è tutto tremendamente umano. È come se l’artista lasciasse questi sei uomini in mano a se stessi, come se non fosse lui a dipingerli ma loro a prendere vita, e pur non potendolo avere, essi hanno uno sguardo. I loro volti parlano, hanno espressioni, parole e pensieri, mentre cercano di aiutarsi ma, uno a uno, cadono nella fossa.

È un’opera che è stata imitata, copiata, ha influenzato l’arte stessa: di lei hanno scritto i poeti tedeschi Josef Weinheber e Walter Bauer, il poeta francese Charles Baudelaire («Guarda! Anch’io mi trascino! Ma, più inebetito d’essi, Io dico: Cosa chiedono al Cielo, tutti questi ciechi?»), il poeta americano William Carlos Williams ha dedicato addirittura una raccolta intera di poesie alle opere di Bruegel («Ciascuno segue gli altri, bastone in mano, trionfante verso il disastro»).

Esiste anche un dramma in un atto di Maurice Maeterlinck, un racconto breve di Gert Hofmann («Le nostre frasi si fanno sempre più corte, non vedendo più le cose, dimentichiamo le parole, finché, dimenticate tutte le parole, davanti e dentro di noi non ci sarà più niente») e una novella storica di Claude-Henri Rocquet. Lo scultore Alexander Taratynov ha addirittura realizzato una statua complessa del dipinto.

Bruegel con il suo pennello ha ispirato le parole di quelli dopo di lui. Ci ha fatto un dono, ci ha regalato, seppur con inquietudine, l’immagine delle conseguenze di un mondo, di una società priva di rotta, senza una struttura, il tetro terrore dell’uomo schiacciato dalla caduta dei suoi simboli.

Per questo motivo è un’opera che può essere tranquillamente estrapolata dal contesto della Riforma e della Controriforma, ed è per questo motivo che rimarrà sempre un’opera simbolo della più nuda umanità.

Martina Di Massimo

 

 

Martina di Massimo  è nata nel 1992 a Pesaro ed è laureata in Lettere Classiche. Studiosa, lettrice, accumulatrice di libri, maratoneta, osservatrice del genere umano.

 

 

 

 

 

 

 

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