Gli italiani in questo frangente della storia sembrano un po’ quegli animali vissuti troppo a lungo in cattività…

LA PAURA DELLA LIBERTÀ


Gli italiani in questo frangente della storia sembrano un po’ quegli animali vissuti troppo a lungo in cattività e che una volta portati nel loro habitat naturale per essere liberati temono di uscire dalla gabbia, annusano l’aria, si sentono inquieti, ma non varcano la soglia e anzi tentano di rifugiarsi nella parte della gabbia più remota. Certo non sono facilitati nell’uscire in campo aperto da un milieu politico che da oltre mezzo secolo si è completamente adattato, in ogni sua componente, ad essere garanzia della svendita di sovranità globalista, sia essa determinata direttamente da Washington che mediata da Bruxelles. Le scaramucce alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni sono state messe in scena con le spade spuntate: alla fine della licenza si tocca, ma non rimane nemmeno un livido. L’idea che, non dico la prosperità, ma almeno un certo benessere possano derivare solo dalla dipendenza è ormai così radicato che solo le generazioni nate negli anni del dopoguerra ricordano come il boom economico sia in stato gran parte determinato anche dalla possibilità di manovra fra i due blocchi permessa dal fatto che il Paese pur sotto le grinfie della Nato e dell’occupazione militare americana con tanto di truppaglia clandestina, aveva anche il più grande partito comunista dell’occidente e poteva dunque permettersi qualche politica industriale, sociale ed estera non proprio sdraiata. Ma di questo non ne esiste quasi ricordo dopo la distruzione del sistema politico operata da mani pulite e l’ascesa di Berlusconi con i suoi neo-barbari.

La distruzione dell’Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), oggi a New York, presso l’Historical Society.

Ora però con il cambiamento di paradigma che si sta rapidamente realizzando nel passaggio tempestoso dall’unipolarità americana alla multipolarità planetaria, l’essere uno stato colonia dal punto di vista della moneta e del bilancio, dunque anche della politica sociale ed economica  non presenta più alcun vantaggio e diventa invece una terribile palla al piede: lo vediamo benissimo in questi mesi in cui siamo costretti a partecipare a sanzioni che ci stanno distruggendo senza però alcuna contropartita, anzi con terribili svantaggi in ogni caso visto che saremo costretti a pagare molto di più l’energia senza però avere un industria ad alto valore aggiunto che possa realmente assorbire la nuova realtà. In altri anni una partecipazione sollecitata a questi livelli sarebbe stata ben remunerata, ma oggi lo stesso ufficiale pagatore d’oltreoceano non ha più la possibilità di farlo, anzi ci costringe a comprare i suoi prodotti più costosi, ecologicamente disastrosi e di qualità inferiore. Ha solo gli spiccioli che servono a remunerare chi sta dalla sua parte, insomma la propina pour les employeurs (per il datore di lavoro). Ma ancora peggio è il fatto che il sistema politico istituzionale si è selezionato nel suo insieme come attività amministrativa di una sovranità che risiede altrove e non saprebbe nemmeno da dove cominciare per cambiare le cose e per adattarsi al nuovo mondo che si va formando. Non c’è né l’intelligenza, né la cultura, né la spinta per farlo. Del resto nessuno dei personaggi eminenti di questa Italia in via di scomparsa ipotizza di poter spezzare le catene: anzi essi vivono proprio grazie a uno status coloniale senza il quale nessuno avrebbe pensato di chiamarli a qualunque responsabilità: conoscono solo la squallida furbizia elettorale per cui prima delle urne concedono qualcosina su stipendi e pensioni che per forza di cose dovranno rimangiarsi e con pesantissimi interessi subito dopo l’immancabile vittoria nelle urne, oppure tentano di escludere completamente la presenza di un’opposizione. Certo l’invedibile teatrino dove si svolge la commedia destra-sinistra con la quale pensano di catturare i voti del quoziente zero, di chi ancora va dietro a etichette prive di senso, contribuisce a far pensare che si tratti di vere elezioni, mentre sono soltanto una farsa  e nessuno ha un programma diverso da fare esattamente ciò che chiedono Washington e Bruxelles.

Salvo che la capitale europea potrebbe tranquillamente saltare il prossimo inverno, quando i cittadini del continente capiranno finalmente e completamente che hanno dato retta soltanto a chiacchiere vuote sulla cattivissima Russia e sulla facilità di sostituire le fonti di approvvigionamento dell’energia: capiranno di essere stati giocati per l’ennesima volta. E persino in Italia, paese così amante della messa in scena si vedrà che nessuno dei signori seduti in Parlamento e nei vari palazzi del potere ha la minima idea di cosa fare, che sono stati al gioco, senza sapere cosa esso comporta. È probabile che la necessità di una qualche trasformazione del Paese che potrebbe anche presentarsi con urgenza, casomai la costruzione europea dovesse implodere magari dopo un virata della Germania (la visita a Mosca dell’ex cancelliere Schroeder è fin troppo indicativa in questo senso) perché ormai la politica continente e monetaria ha esaurito i suoi vantaggi.  Cosa faremo a quel punto? Credo che almeno le piazze dovrebbero essere pronte a rintuzzare un tentativo autocratico che probabilmente si sta già preparando nei dettagli.

il simplicissimus2

 

 

 

 

Fonte: ilsimplicissimu2 del 5 agosto 2022

 

 

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