Geopolitica e aracnofobia

LA PAZIENZA DEL RAGNO
Nel cuore del Cremlino, tra falchi impazienti e consiglieri irrequieti, Vladimir Putin attende. E tesse.
di Andrea Marcigliano
In un contesto di tensione crescente e pressioni interne sempre più forti, Vladimir Putin si distingue per un’attitudine tanto rara quanto efficace: la pazienza. Andrea Marcigliano ci accompagna in un’analisi lucida e tagliente della postura strategica del leader russo, paragonato a un ragno che, nel silenzio, tesse la sua tela. Mentre attorno a lui figure come Medvedev e l’apparato militare scalpitano per uno scontro diretto e risolutivo, Putin resta freddo, calcolatore, eppure mai passivo. Un viaggio nella psicologia del potere, tra diplomazia, forza, e l’arte dell’attesa. (Nota Redazionale)
Vladimir Putin ha una caratteristica saliente. E fondamentale per un capo di stato. È paziente, molto paziente.
Una pazienza che esercita di continuo. Nonostante le, prevedibilmente altrettanto continue, sollecitazioni che riceve dal suo entourage. Dove di pazienza ce ne sarebbe, a dire il vero, ben poca. E anche quella poca è, palesemente, andata esaurita da un pezzo.
Si pensi, solo per fare un esempio, a Medvedev. Che per educazione e formazione, dovrebbe essere il più calmo, il meno virulentemente anti-occidentale dei leader russi. Quello che, culturalmente, si è formato negli States, ed è abituato a ragionare con parametri decisamente più consonanti con il profondo Occidente.
Bene, l’ottimo Dimitri è, da tempo ormai, divenuto uno dei più decisi, e aggressivi, collaboratori di Putin. Uno che spesso urla, e strepita, che parla di guerra totale, di scontro con la NATO… e sarebbe, appunto, uno che per estrazione culturale, dovrebbe vedere le cose con maggiore… diciamo moderazione.
Figuratevi gli altri. I militari, soprattutto. Che da mesi mordono il freno. Pronti ad affondare il colpo, a chiudere la partita, già vinta, con Kiev. Costi ciò che costi.
Ma lui, Putin, resta calmo. Freddo, addirittura gelido. E dosa sapientemente forza e diplomazia.
Con non pochi risultati.
Lo si è visto all’incontro con Trump, in Alaska. Sorridente, composto. Gelido. Ha portato a casa il risultato di spezzare, o per lo meno incrinare, il fronte avverso. Aprendo al dialogo con il maggior contendente, che, con Trump, vuole uscire dal ginepraio ucraino.
Ma non ha concesso, a ben vedere, nulla.
L’offensiva russa in Ucraina continua. Anzi, si va progressivamente intensificando. E comincia ad affondare nel ventre molle di una difesa ormai allo sbando pressoché totale.
Il fronte ucraino sta crollando. E lui, Putin, procede con progressiva energia. Senza, però, mai affondare il colpo. Trattenendosi.
Evidentemente teme che un’azione militare troppo decisa, volta a prendere Kiev, metta in difficoltà Trump. E lo spinga ad un qualche intervento, che entrambi vorrebbero evitare.
L’avanzata dei russi è, tuttavia, indiscutibile. Il Donbass ormai praticamente acquisito. E appare evidente che o otterranno una Ucraina ridotta di dimensioni, e assolutamente terra neutrale, o giungeranno fino a Kiev. Cancellandone qualsiasi velleità di indipendenza.
Tuttavia, con calma. Senza forzare i tempi. Senza rischiare un allargamento del conflitto.
È la strategia, paziente, del ragno. E Putin la sta interpretando alla perfezione.
