dobbiamo alzare il velo su una questione dirimente del nostro tempo: il ruolo della tecnica

Copernico conversazioni con Dio  di Jan Matejko

LA QUESTIONE DELLA TECNICA PARTE PRIMA


Un densissimo articolo di Lorenzo Borrè margine della recente manifestazione di Milano sui “nuovi diritti” familiari e omogenitoriali ha il merito di elevare il livello del dibattito sulle questioni antropologiche, il vero campo di battaglia del presente, e contemporaneamente di alzare il velo su una questione dirimente del nostro tempo: il ruolo della tecnica. Borrè è un fine giurista e il suo intervento intriga sin da titolo: Il nomos della tecnica. Evidente il debito nei confronti di Carl Schmitt e del “Nomos della terra”, capolavoro giuridico del pensatore tedesco.

“La parola greca che designa la prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; la prima occupazione di terra, con relativa divisione e ripartizione dello spazio; la suddivisione distribuzione originaria, è nomos.” (Schmitt) Per Borrè la tecnica è il senso comune, il filo rosso del tempo nostro. Ezra Pound aveva posto un’analoga questione. Per il poeta dei Cantos ogni tempo ha un fondamento, un sapere specifico che lo impronta: per il Medioevo era stata la teologia, per il Rinascimento l’arte, per l’Ottocento il progresso e la macchina, e per il XX secolo la finanza, che Pound chiamava usura. Secondo lui, si trattava di ethos – atteggiamento etico-morale complessivo – non di nòmos, legge. La differenza riguarda solo la diversa formazione culturale di Pound e Borrè.

Marinus van Reymerswaele l’Usuraio e sua moglie

La tesi del giurista è la seguente: il mondo che ha manifestato a Milano – il variopinto arcobaleno LGBTQI+, il progressismo radicale vicino alla “cultura della cancellazione”, ma anche una forza politica di sistema come il PD di Elly Schlein, mostra un tornante antropologico epocale: “le figure archetipiche di padre e madre sostituite da committente 1 e committente 2 segnano il passaggio dal nomos della Natura a quello della Tecnica.” La posta in gioco non è il riconoscimento di una o più istanze giuridiche legate al diritto familiare, ma l’attacco  sferrato a un muro ontologico millenario, consustanziale all’uomo, che  “ l’ ideologia del postumano intende sfondare: introdurre il principio che il rapporto di genitorialità, grazie alla Tecnica e alle possibilità economiche di chi vi ricorre, non presuppone genitori di sesso diverso, né un legame genetico, essendo sufficiente l’intenzione di essere il committente di un progetto di genitorialità.” Ciò mina le fondamenta dello statuto biologico naturale, poiché mira ad accogliere nel nostro ordinamento l’istituto della filiazione omogenitoriale attuata attraverso la fecondazione eterologa e/o la maternità surrogata.

Lo statuto antropologico che ne deriva è l’“orfanizzazione intenzionale” del nascituro, al quale viene precluso ogni legame con uno o entrambi i genitori naturali/biologici, la negazione del suo diritto a conoscere l’identità di entrambi e a mantenere con loro un rapporto affettivo; “la sostituzione del legame socioaffettivo tra genitori con la regolamentazione contrattuale dell’ intera procedura di procreazione medicalmente assistita e la deresponsabilizzazione genitoriale del donatore/surrogante. (…) la sostituzione della sessualità riproduttiva con procedimenti standardizzati di produzione del vivente.” Ovvero la sua mercificazione totale, ridotto a massa biochimica plastica.

Si corre verso un abisso morale e antropologico che non viene percepito dalla coscienza collettiva in quanto il nomos o l’ethos del presente è la tecnica: nientemeno che la reificazione (riduzione a cosa) del vivente, nell’ambito di una mercificazione che non risparmia alcun aspetto della vita e della persona. La Tecnica – che resta un mezzo – si sviluppa all’interno della logica del Mercato misura di tutte le cose. Addirittura, la riproduzione e trasmissione della vita diventa un dispositivo in cui “il legame sociale e il rapporto sessuale generativo tra un uomo e una donna sono sostituiti da una transazione di natura privatistica che ha ad oggetto la produzione di un essere umano.”

In ogni ambito vale la legge enunciata da Dennis Gabor, fisico ungherese che da lui prende il nome: poiché la tecnica e la tecnologia sono incontrollabili, vengono sottratti al giudizio di merito e a qualunque tribunale etico, tutto ciò che è tecnicamente fattibile, deve essere realizzato. A patto che possa generare un mercato, ovvero un profitto. In questi giorni si è levato l’allarme di Elon Musk (che pure ne è un promotore) nei confronti dell’intelligenza artificiale. Il patron di Tesla e Neuralink chiede una moratoria, preoccupato che una tecnica tesa a imitare e superare l’intelligenza umana, possa sfuggire ai suoi inventori, con rischi incalcolabili. Dubitiamo che venga ascoltato, in alto e in basso. Dall’oligarchia dominante per l’enormità degli interessi, in basso per ignoranza e indifferenza narcotica; il vaso di Pandora è aperto.

John William Waterhouse, 1849-1917, Pandora sta per aprire il vaso, che qui è uno scrigno (1896).

Che si tratti di pratiche legate alla riproduzione della specie umana, di tecniche destinate a invadere il corpo fisico, a colonizzare la mente o modificare l’essenza della vita e della specie umana, ibridandola con l’artificiale, sino a sostituirla o renderla altro da sé, ciò che sta accadendo, le idee che vengono diffuse, il giudizio sottostante a certe pratiche “tecniche” non riguarda la sensibilità dei credenti o dei filosofi morali. È una sfida che coinvolge la cultura, l’antropologia, i legami sociali, l’idea di persona e dignità umana.

Esemplare è una riflessione di Ernst Junger, il primo ad aver affrontato la questione della tecnica in termini metastorici e metapolitici. “Emblema di un percorso verso un abisso sconosciuto, la tecnica viola, mediante la teorizzazione e la possibile applicazione del processo di fecondazione artificiale, persino il tabù del diritto ad avere un padre, ponendosi così al muro del tempo, dove spira il vento inquietante delle svolte epocali. È il principio stesso che anima questo nuovo tipo di riproduzione e non la sua estensione a essere più gravido di conseguenze, per il nostro destino, di quanto non lo siano state due guerre mondiali”.

Occorre una profonda analisi delle ragioni che hanno reso la tecnica il nomos della contemporaneità al posto della natura. Il principio base della postmodernità occidentale è oltrepassare ogni limite, abolire ogni identità, cancellare ogni idea ricevuta alla ricerca prometeica di un futuro postumano. Oltre a recidere qualunque radice, sino a quella che lega ciascuno a se stesso, i promotori hanno bisogno di rendere indiscutibile il primato non della scienza, ma della tecnica. La prima è sempre pensiero, ricerca, speculazione fondata su tesi, ipotesi e sintesi. Lo scienziato ha bisogno di un ampio orizzonte culturale, prova e riprova, falsifica la sua stessa ipotesi per verificarne la fondatezza. Una volta scoperte ed enunciate nuove leggi fisiche o meccaniche, il compito passa alla tecnologia, che individua le applicazioni pratiche.

Prometeo e l’aquila che gli divora il fegato – Olio su tela di Jacob Jordaens (circa 1640), Walleaf-Richartz Museum di Colonia (Germania).

Subito, interviene la Tecnica, ossia il complesso di norme su cui si fonda l’esercizio pratico di una determinata attività. La tecnica è il procedimento da seguire nell’esecuzione di qualcosa, l’applicazione delle acquisizioni tecnoscientifiche per utilizzare apparecchi e strumenti. Il filosofo Umberto Galimberti ha messo in guardia dal considerare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, giacché “è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità:la tecnica .” Secondo Schmitt, “le scoperte tecniche sono strumento di un nuovo, tremendo dominio di massa.La tecnica può essere cieca, ma non neutrale.”

Il passo che Galimberti non compie è il giudizio morale e spirituale, l’unico davvero umano, proponendo soltanto di “rivedere i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età umanistica e che ora, nell’età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati alle radici.” La presa d’atto, sia pure critica e con gli strumenti del pensiero meditante, non basta. Non è sufficiente neppure l’approccio etico: serve un orizzonte metafisico e metastorico, unito a un vigoroso umanesimo. Purtroppo, un criterio siffatto è precluso; da un lato, per l’immensità della sfida che la Tecnica – cioè i suoi padroni – muove alla natura e all’uomo; dall’altro per l’estensione di un’ignoranza di fondo che è uno dei tratti della postmodernità. La tecnica, che per Martin Heidegger, è “pensiero che non pensa” e per Galimberti ha un unico fine, funzionare, per mantenere il fascino che esercita, conta su generazioni insensibili, disinteressate alla conoscenza, concentrate sull’attimo e sul frammento.

Lo scienziato ha bisogno di sapere, il tecnico si limita ad attivare, mettere in moto, applicare regole e protocolli di cui ignora leggi e motivazioni, indifferente ai fini. Il tecnico è l’impiegato d’ordine di una sorta di banalità del male, della coazione a ripetere il gesto, dello strumento fatto scopo. Non padroneggia mezzi, norme e apparati: si limita a farne uso nel pezzetto di conoscenza che gli è stata concessa dal potere. Con maggiore o minore perizia, sempre nell’ambito di una conoscenza strumentale, interessata al “come si fa”, mai al perché.

Il nomos della tecnica si basa sul mito del progresso, la devozione verso tutto ciò che è nuovo, cui non viene opposta una valutazione di merito, solo il gaio bollino della novità. Tutto ciò non sarebbe possibile – né la tecnica avrebbe superato le scienze – della natura e dello spirito – senza la diffusione dell’ignoranza. I popoli d’Occidente sono diventati più creduloni in quanto resi ignoranti: addestrati, non istruiti, tanto meno educati. Utenti e manovratori di apparati tecnici, più sciocchi (diminuisce il quoziente intellettivo) perché disabituati a pensare. Il pensiero, se è tale, è sempre critico, ossia giudicante. Ma non si può giudicare senza una tavola di valori derivata da principi.

Ciò che resta è la tecnica, la forza impassibile del meccanismo, premessa del consumismo usa e getta. Il mondo ridotto a app. Inquieta che le élite, al contrario dei sudditi, non siano affatto ignoranti e non si limitino a conoscenze “tecniche”. Studiano i classici del pensiero e la cultura che negano a noi – destinatari di un sapere frammentato e funzionale – è di casa nelle università di chi è destinato al comando, dove si studia persino l’arte della retorica, ripresa dal pensiero greco. Il collo di bottiglia in cui ci hanno imprigionato, la caverna che abitiamo con il privilegio della connessione, non prevede la cultura e tanto meno il pensiero critico. Il massimo desiderio di chi governa il mondo è che siamo ignoranti, cioè ignari. Per i dominanti, niente è meglio di una massa senza identità, intelligenza e pensiero.

Cervantes diceva che l’ignoranza è un ronzino che fa inciampare il cavaliere ad ogni passo e mette in ridicolo chi lo guida. Non c’è mai stata maggiore idiozia né si è mai stati così orgogliosi di essere analfabeti funzionali. Il nomos della tecnica è ignoranza che diventa indifferenza morale. E dittatura morbida, inavvertita.

Roberto PECCHIOLI

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Descrizione

Del Nomos della terra si potrebbe dire che sta al diritto internazionale e alla filosofia politica del nostro tempo come Essere e tempo di Heidegger sta alla metafisica: opere inevitabili, che faranno sempre discutere e alle quali sempre si tornerà. Carl Schmitt pubblicò questo libro nel 1950, quando ancora si trovava in una posizione di totale isolamento in Germania. Ma proprio in quest’opera, che è un po’ la summa del suo pensiero giuridico e politico, si sollevò nettamente al di sopra di ogni contingenza. E questo gli permise di aprire la prospettiva su fatti che in quegli anni erano impensabili: per esempio il terrorismo o la guerra civile globale come agenti decisivi del futuro. A questi risultati Schmitt giunge attraverso una disamina minuziosa delle varie teorie che sono apparse nell’epoca aurea dello jus publicum Europaeum, dimostrando una volta per tutte che, per sfuggire alla furia delle guerre di religione, il gesto salutare è stato la rinuncia allo justum bellum. Di conseguenza, il delicato passaggio dalla justa causa belli allo justus hostis ha reso possibile «il fatto stupefacente che per duecento anni in terra europea non ha avuto luogo una guerra di annientamento». In quel breve intervallo lo jus publicum Europaeum si combinava con l’avviarsi del funzionamento della machina machinarum, «prima macchina moderna e insieme presupposto concreto di tutte le altre macchine tecniche»: lo Stato moderno. Allora la «guerre en forme», questo gioco crudele, salvato però dal rigore della sua regola, conferiva una nuova unità a un certo ambito spaziale (una certa parte dell’Europa) e lo faceva coincidere con il luogo stesso della civiltà. Poi il gioco si frantuma dall’interno: nell’agosto 1914 comincia una guerra che si presenta come tante altre dispute dinastiche – e invece si rivela subito essere la prima guerra tecnica, che nega già nel suo apparato ogni possibilità di «guerre en forme». Così emerge anche la guerra rivoluzionaria, variante finale della guerra di religione, sigillo delle guerre civili. La forma moderna della verità, la più efficace, la più distruttiva, è tautologica: ciò che è rivoluzionario è giusto perché è rivoluzionario: con ciò si ripropone e trova sbrigativa risposta la questione della justa causa belli.

«DA DOVE NASCE LA CANCEL CULTURE?»

«GLI ANALFABETI LOQUACI»

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