La rivolta contro l’impero dell’algoritmo

In fila per l’acqua sotto i Data Center

«La ribellione contro l’Intelligenza Artificiale»

Negli Stati Uniti cresce l’opposizione ai data center che alimentano l’espansione dell’Intelligenza Artificiale.

di Roberto Pecchioli

L’Intelligenza Artificiale non suscita soltanto entusiasmo e promesse di progresso. Negli Stati Uniti, cuore dell’innovazione tecnologica, prende forma una resistenza sempre più visibile contro i giganteschi data center che ne sostengono lo sviluppo, accusati di consumare enormi quantità di energia, acqua e risorse. Roberto Pecchioli osserva questo fenomeno senza cedere né all’ecologismo di maniera né al rifiuto nostalgico della tecnica. Al centro della sua riflessione vi è piuttosto la concentrazione di un potere economico e tecnologico senza precedenti, incarnato dalle grandi aziende della Silicon Valley, sempre più intenzionate a sottrarsi al controllo degli Stati e al confronto democratico. La protesta contro i data center diventa così il simbolo di una questione più ampia: chi governa davvero il futuro digitale e quali limiti possono ancora essere imposti all’espansione del capitalismo tecnologico. (N.R.)


E che il vento di protesta dell’opinione pubblica USA attraversi l’oceano e svegli l’Europa sonnolenta

Non sono un convertito alla pseudo religione ecologica, non intendo salvare il pianeta comprando un’auto elettrica, né espiare i peccati della civiltà industriale con una batteria al litio. Tuttavia accolgo con soddisfazione la ribellione montante negli Usa – centro e motore dell’Impero – contro i data center (1)dell’alta tecnologia, oggi dedicati in buona parte all’Intelligenza Artificiale. Non sono neppure un luddista in trafelato ritardo, ingenuamente convinto di bloccare l’enorme avanzata delle tecnologie distruggendo o sabotando i macchinari, come il mitico Ned Ludd all’alba della rivoluzione industriale. L’innovazione avanza per conto suo e tutto ciò che può essere tecnicamente realizzato, qualcuno lo farà (legge di Gabor). Ancor più al tempo del dispiegamento del capitalismo assoluto, sciolto da ogni vincolo, limite o legame. Addirittura, capitani di Big Tech come Peter Thiel di Palantir (le “pietre veggenti “) lavorano alla deterritorializzazione delle loro imprese, per sottrarle a quanto resta del potere degli Stati, renderle estranee alla dimensione pubblica e al dibattito della società civile.

Appartengo alla schiera di chi guarda all’innovazione con apprensione, un atteggiamento chiamato tecno negatività. Il termine è recente; il temperamento che descrive è antico quanto la prima macchina che ha sottratto il lavoro alla mano dell’uomo. Non c’è solo il disagio prodotto dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi e dai data center; si diffonde un linguaggio politicamente rilevante che negli Usa sta diventando un repertorio di azioni. La tecnonegatività inizia a livello individuale, ma prosegue con campagne legali contro i data center e l’impegno civico contro lo strapotere dei giganti Big Tech. Non so se sia necessario tirare il freno d’emergenza o far deragliare il treno dell’intelligenza artificiale. Di sicuro serve consapevolezza di quanto sta accadendo, largamente taciuto dal mainstream.

L’intelligenza artificiale, a tutta prima, sembra immateriale. Vive, secondo la comoda metafora del marketing, nella nube, il cloud, magazzino dei dati, materia prima del presente e del futuro prossimo. Il data center le dà una forma fisica: enormi edifici grigi, pareti spoglie, immensi ventilatori, trasformatori, chilometri di cavi, un gigantesco consumo di acqua ed energia elettrica. Sono tecnonegativo anche perché credo che alcuni beni comuni debbano essere sottratti al mercato. L’acqua è il primo, simbolo di una odiosa privatizzazione integrale. L’ONU ha dichiarato nel 2026 l’emergenza idrica mondiale. Per preservarla dagli appetiti insaziabili del capitalismo e dei suoi “spiriti animali”? No, per sottometterla a controllo attraverso agenzie internazionali che saranno gestite dall’oligarchia tecno finanziaria. Nel 2030 l’acqua necessaria per raffreddare i centri di raccolta ed elaborazione dei dati corrisponderà al consumo di oltre il quindici per cento dell’umanità. La risorsa idrica, che è vita, diventa cosa loro. La nuvola (cloud) è una metafora poetica ingannevole per riferirsi a un numero gigantesco di server, computer, centrali elettriche, cavi sottomarini.

Ogni nostro gesto apparentemente incorporeo si fonda su un’infrastruttura gigantesca. Il data center è la cattedrale di Mammona: bisogna prendere posizione. Forse il progresso sta cessando di significare espansione delle possibilità umane; forse consiste nell’insegnare alle persone a esigere un limite, conoscere vantaggi e svantaggi della nuova condizione tecnologica, il ritorno alla partecipazione pubblica. Se l’energia è la colossale scommessa del futuro, non possiamo essere spettatori dell’esproprio ai danni dei popoli e dell’umanità. È una delle battaglie della guerra del basso contro l’alto, del popolo contro l’oligarchia.

La ribellione americana contro l’I.A. sta prendendo piede. Oratori fischiati, data center bloccati, sondaggi in picchiata: un settore in impetuosa crescita sta affrontando una crisi ancora più rapida. Detroit si è opposta al piano di una società di servizi pubblici di fornire energia a un data center in una zona rurale. L’opinione nei confronti dell’intelligenza artificiale e dei data center peggiora rapidamente, influenzando le scelte elettorali. Gli Usa rappresentano la sentina di moltissimi mali, ma conservano una società civile forte, reattiva. Chi scrive ha una simpatia istintiva per Theodor Kaczinsky detto Unabomber, il nemico della tecnologia padrona e di tutto ciò che impongono la dinamica del progresso e la trasformazione della persona in ingranaggio di una mega-macchina scollegata dalla natura. Il suo Manifesto introdusse una riflessione radicale sul ruolo della tecnica, sull’orientamento della società moderna e sull’essenza del progresso. Altra cosa è il giudizio sull’ Unabomber diventato terrorista assassino.

Cresce il sentimento negativo degli americani nei confronti dell’I.A., come ha constatato l’ex CEO di Google, Eric Schmidt. Pronunciando un discorso all’Università dell’Arizona, Schmidt ha detto agli studenti che la “trasformazione tecnologica” portata dall’intelligenza artificiale sarà “più ampia, più rapida e più significativa di quella precedente”. È stato travolto da un coro di fischi. Vari sondaggi certificano estese preoccupazioni sull’I.A. sfidando la narrazione ufficiale secondo cui le nuove tecnologie migliorerebbero la nostra vita. I consumatori sono infastiditi dagli aumenti dei prezzi dell’energia, esacerbati dalla diffusione dei data center. I lavoratori temono una grave perdita di posti di lavoro. Forte è l’opposizione all’accaparramento dell’acqua e delle fonti di produzione di energia elettrica. Molti genitori sono preoccupati che l’I.A. possa minare l’istruzione e danneggiare la salute mentale dei bambini.

Negli ultimi mesi, l’ondata di rabbia ha portato a proteste, influenzato i risultati elettorali e innescato isolati atti di violenza. Un ventenne texano avrebbe lanciato una molotov contro l’abitazione del patron di Open AI, Sam Altman. Qualcuno ha sparato contro il portone di un consigliere comunale di Indianapolis che aveva approvato la costruzione di un data center. Ad un altro politico favorevole ai data center è stato recapitato un biglietto di insulti e di opposizione alle iniziative di Big Tech. La grande stampa Usa è stata costretta ad occuparsi della questione: tutti i sondaggisti attestano la veloce crescita del tecno rifiuto. Solo poco più di un terzo degli elettori ritiene che l’America dovrebbe accelerare l’innovazione nell’IA. Dopo essere emerso in alcune elezioni locali lo scorso anno, il tema è esploso quest’anno. Gli elettori di Festus, nel Missouri, hanno destituito quattro membri del consiglio comunale una settimana dopo che avevano approvato un centro dati da sei miliardi di dollari. Decine di comunità dal Maine all’Arizona stanno cercando di vietare la costruzione di nuovi tecno mostri. Gli investimenti crescono ma non decollano nel concreto : KKR lancia un’azienda di infrastrutture per l’IA da dieci  miliardi di dollari con Nvidia e Vistra. Amazon lavora alla fibra ottica per i data center. Google cerca 80 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’IA, ma i gruppi contrari su Facebook e sugli altri media sociali sono quadruplicati rispetto a dicembre.

“Le persone si sentono sotto assedio”, ha affermato il senatore Josh che ha proposto leggi per imporre requisiti stringenti ai data center e alle aziende di intelligenza artificiale. La questione acquisisce sempre più importanza tra i temi politici americani. Gli investitori hanno scommesso decine di miliardi di dollari sulla capacità di Open AI, Anthropic e altri di accedere a livelli sempre maggiori di potenza di calcolo. Gran parte di questo capitale viene impegnato nella costruzione di data center tra le contestazioni. Big Tech e diversi grandi investitori stanno spendendo centinaia di milioni di dollari per contrastare le critiche. Ma in tutto il paese, le proteste organizzate sono riuscite a bloccare molti progetti. Ne sono stati cancellati a decine nell’anno in corso per le forti opposizioni. Una deputata ha proposto una moratoria di un anno sui nuovi data center. Il commissario per l’agricoltura del Texas ha chiesto il divieto di nuovi impianti nello stato per la pressione sulla rete elettrica.

Sono annunciate ulteriori iniziative su larga scala contro OpenAI e Anthropic. L’I.A. è meno popolare dei politici, afferma qualcuno. Un noto pubblicitario lotta contro l’azienda pubblica che intende alimentare un data center di Oracle nel Michigan. “Non vogliamo data center, soprattutto in Michigan”, ha scritto. Altrove sì? Il rischio è che una giusta protesta di massa contro gli interessi plutocratici e tecnologici si areni nel principio incapacitante NIMBY (not in my back yard, non nel mio cortile). L’impatto sull’ambiente e l’accaparramento dell’energia non cambiano da un luogo all’altro.  Di recente è stata intentata causa contro xAI di Elon Musk, sostenendo che la società gestisce illegalmente turbine a gas senza permesso. Le grandi aziende tecnologiche hanno promesso di pagare di più per l’elettricità che alimenta i data center, ma i dirigenti pretendono uno sforzo coordinato che evidenzi i vantaggi derivanti dalle entrate fiscali generate dai data center e dai modi in cui l’intelligenza artificiale migliora la vita quotidiana. Open AI attacca i “catastrofisti” che diffondono scenari tecnonegativi, ed alimentano “pessimismo” in piazza e nei media verso le aziende tecnologiche. “Come settore, dobbiamo essere molto più precisi nel dimostrare perché questa tecnologia sia un bene per il Paese e per il mondo”, aggiunge. Un alto dirigente ha affermato che il settore si trova di fronte a persone retrograde che si oppongono a qualsiasi sviluppo. Non è così e lorsignori lo sanno. Purtroppo hanno mezzi per ribaltare il senso comune, corrompere politici e istituzioni.  Resta, per fortuna, il segnale positivo dell’opinione pubblica Usa. Per una volta, speriamo che il vento attraversi l’oceano e influenzi l’Europa sonnolenta, spettatrice passiva della storia.

Roberto Pecchioli

Nota Redazione Inchiostronero

Tecnologia e speranza contro delusione

Non è la prima volta che i vertici dell’industria ricorrono a questo argomento. Da decenni, ogni innovazione presentata come inevitabile viene accompagnata dalle stesse rassicurazioni: «È un bene per il Paese», «porterà progresso», «creerà occupazione», «migliorerà la qualità della vita», «chi si oppone teme il futuro». Una liturgia che si è ripetuta con sorprendente regolarità.

La ritroviamo nell’industria chimica che prometteva un’agricoltura senza fame, nel nucleare civile descritto come energia praticamente illimitata, nella globalizzazione celebrata come fonte di prosperità diffusa, nei social network presentati come strumenti di libertà e partecipazione, fino alle grandi piattaforme digitali che assicuravano un mondo più aperto e connesso.

Ogni volta il dissenso è stato liquidato con le stesse etichette: luddisti, nostalgici, retrogradi, nemici del progresso. Solo molto tempo dopo sono emersi i costi ambientali, sociali, economici o politici che erano stati sistematicamente sottovalutati o taciuti.

Per questo, quando oggi un dirigente della Silicon Valley sostiene che occorre convincere l’opinione pubblica che l’Intelligenza Artificiale sia «un bene per il Paese e per il mondo» e attribuisce le resistenze a persone «retrograde», è difficile non riconoscere un copione già visto. La storia insegna che il progresso autentico non teme le domande: teme soltanto che qualcuno smetta di farle.

 

Consigli di lettura

«L’intelligenza artificiale ha fame. Ma di cosa?»

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