A vent’anni dalla pubblicazione del suo libro cult La ragazza con l’orecchino di perla, l’autrice è tornata con la storia di una donna che cerca la propria libertà nell’Inghilterra degli anni ’30 del Novecento.

 

Zitelle, o con più garbo definite donne in eccedenza, lo diventarono, e non per scelta, circa due milioni di inglesi negli anni ’30 del secolo scorso, quando la prima guerra mondiale aveva falcidiato gli uomini e non ce ne erano a sufficienza per garantire un matrimonio a tutte.

Negli anni ’30 un futuro sembrava impossibile dopo la tragedia della Grande Guerra e di lì a poco sarebbero arrivate altre fasi buie. Eppure le ricamatrici sono lì a riprendere in mano ago e filo, i campanari (come Arthur che entra presto nella vita di Violet con la sua vitalità e i suoi occhi azzurri) suonano ancora con coraggio per avvisare tutti che un nuovo giorno è arrivato. Violet ha 38 anni ed è una donna costretta suo malgrado ad emanciparsi, porta avanti una battaglia che apre le premesse alle successive conquiste femminili, anche se incredibilmente per certi versi oggi non sembra siano passati 90 anni da allora, è vero siamo più libere, abbiamo più opportunità di lavoro e di movimento, ma certe etichettature sono rimaste: parlo con tante mie amiche single e mi raccontano di sentire su di loro spesso tutta la differenza con cui vengono trattate rispetto alle donne sposate». Violet riesce ad abbattere i pregiudizi del tempo, lavora come dattilografa e impone pure alcune scelte al suo datore di lavoro, si concede ogni tanto incontri con uomini conosciuti nei bar, diventa amica di due donne lesbiche, fino ad innamorarsi di un campanaro sessantenne e sposato. E continuando a ricamare cambia pure la trama della sua vita. Un libro al femminile, dove gli uomini sembrano comparse spaesate di fronte a queste nuove donne. «Si direi che gli uomini sono sorpresi, sembrano pure accettare certi cambiamenti, finché non intaccano delle norme consolidate – spiega la scrittrice – Quando succede si aspettano che la donna torni a comportarsi secondo le vecchie regole».

Ci sono tante piccole fiamme che lottano per rimanere vive, proprio come quelle che si vedono nella penombra delle grandi cattedrali, nel nuovo romanzo di Tracy Chevalier.

Come diventare appunto ricamatrice della Cattedrale di Winchester, un’associazione fondata proprio agli inizi degli anni ’30 per decorare le centinaia di cuscini cuciti per rendere più confortevole la permanenza dei fedeli nella chiesa. 

Violet Speedwell, la protagonista, è una delle cosiddette “donne in eccedenza”, coloro che dopo la Grande Guerra erano rimaste senza mariti o compagni e che non erano riuscite a rifarsi una vita.

La società le compatisce, la famiglia cerca in ogni modo di influire sul loro destino e Violet sente tutto questo sulla propria pelle.

Se è vero che sembra ormai essersi rassegnata a una vita da sola, il desiderio, la voglia di amare ed essere amata continuano a vibrare in lei, senza trovare sfogo. Il ricordo dell’amato Laurence è ancora vivo, ma riuscirà mai a riprovare le stesse emozioni?

Per cambiare la sua vita, Violet si trasferisce a Winchester, ad alcune miglia dall’originaria Southampton, trovando così una propria autonomia. Lascia a casa una madre che la fa sentire sempre più sola e incompresa, una famiglia che ama ma che non può darle quello di cui ha bisogno.

Intenzionata a farcela solo con le proprie forze, inizia a lavorare come dattilografa in una compagnia di assicurazione. Ma a trentotto anni continua a chiedersi: “è davvero questa la vita che merito?”

Decisa a lasciare un segno che vada oltre, entra a far parte delle ricamatrici della Cattedrale, una delle associazioni più rinomate di Winchester fondata dalla signorina Louisa Pesel e diretta dall’implacabile signora Biggins.

Il luogo simbolo della storia della città non è solo sede di prestigio e tradizione: è qui che lo sguardo di Violet si allarga a comprendere la possibilità di entrare nella storia con un segno concreto della propria presenza. È con le monumentali cattedrali che l’uomo sfida la sua natura avvicinandosi quanto più possibile al cielo. E i cuscini realizzati dalle ricamatrici sono prova di uno stesso disegno, vere e proprie opere d’arte destinate a durare nei secoli perché se è vero che “Ars longa, vita brevis”, allora è proprio nell’arte che si può trovare il senso di tutto:

Una domenica pomeriggio, qualche settimana dopo la funzione dei cuscini ricamati, andò a sedersi nel presbiterio durante la predica. Qualcuno aveva lasciato un cuscino da preghiera sulla sedia e Violet se lo mise sulle ginocchia guardandolo con attenzione. Di forma rettangolare, aveva al centro un cerchio color senape, una specie di medaglione, circondato da una campitura screziata. Dentro il medaglione era raffigurato un fascio di fronde con ghiande tra un fogliame verdeazzurro […] Al termine della funzione, Violet raccolse di nuovo il cuscino e sorrise passando il dito su quei ricami vividi eppure delicati: com’era possibile non distrarsi in una cattedrale così colma di bellezza, fra le vetrate, gli intagli, le sculture in pietra, le soavi voci bianche e, ora, anche i cuscini ricamati? (p. 31)

L’ingresso nel mondo delle ricamatrici segna una nuova tappa nella vita di una donna che dovrà imparare a distinguere le sfumature, a costruire gli intrecci, le campiture, a riconoscere la trama delle maglie, a sentire al tatto lo sviluppo di un disegno. Il ricamo è pazienza, dedizione, ma anche vitalità, estro, espressione potente. Potente proprio perché sfida il tempo.

Come era avvenuto con i fossili del romanzo Le strane creature, l’autrice è entrata nella storia maneggiando tangibilmente la materia del destino dei suoi personaggi.

Sui cuscini delle cattedrali, fatti per resistere al tempo e alla storia, proprio come le mura, i monumenti, gli ornamenti sacri, si riscrive il futuro di Violet, della nuova amica Gilda e delle donne che hanno lasciato, con un semplice sottile ricamo delle loro iniziali, traccia di sé stesse.

Come sempre Chevalier è maestra nel dipinto di un affresco storico di grande fascino.

I lettori che hanno amato i suoi precedenti libri non rimarranno delusi da un immaginario che coinvolge e dalla ricchezza di dettagli storici.

Mescolando personaggi veri (come la stessa Louisa Pesel) e immaginari, consultando gli archivi e le biblioteche, ascoltando le sonate dei campanari e tenendo in mano cuscini che hanno quasi un secolo di vita, l’Inghilterra del tempo prende forma.

È una storia contro il pregiudizio, qualsiasi forma esso abbia, e contro le convenzioni esteriori. Celebra l’amicizia, il senso di comunità, la convivialità.

Trasportando la vicenda di Violet avanti e indietro nel tempo o a diverse latitudini, si legge in filigrana il percorso di molte donne che hanno lottato per definire se stesse.

Sebbene niente duri in eterno, i personaggi del romanzo ci ricordano che abbiamo sempre la possibilità di lasciare un segno che ci sopravviva.

Questo fa di noi piccoli preziosi ricami nell’enorme spazio del tempo.

 

La trama del romanzo

 

Winchester, 1932. A trentotto anni Violet Speedwell sembra ormai inesorabilmente destinata a un’esistenza da zitella. La Grande Guerra ha preteso il suo tributo: il suo fidanzato, Laurence, è caduto a Passchendaele insieme a migliaia di altri soldati, e ora le «donne in eccedenza» come lei, donne rimaste nubili e con scarse probabilità di convolare a nozze, sono ritenute una minaccia, se non una vera e propria tragedia per una società basata sul matrimonio. Dopo essersi lasciata alle spalle la casa di famiglia di Southampton, e le lamentele della sua soffocante madre, ferma all’idea che dovere di una figlia non sposata sia quello di servire e riverire i genitori, Violet è più che mai intenzionata a vivere contando sulle proprie forze. A Winchester riesce in breve tempo a trovare lavoro come dattilografa per una compagnia di assicurazione, e ad aver accesso a un’istituzione rinomata in città: l’associazione delle ricamatrici della cattedrale. Fondata dalla signorina Louisa Pesel e diretta con pugno di ferro dall’implacabile signora Biggins, l’associazione, ispirata a una gilda medievale, si richiama a un’antica tradizione: il ricamo di cuscini per i fedeli, vere e proprie opere d’arte destinate a durare nei secoli. Sebbene la Grande Guerra abbia mostrato a Violet come ogni cosa sia effimera, l’idea di creare con le proprie mani qualcosa che sopravviva allo scorrere del tempo rappresenta, per lei, una tentazione irresistibile. Mentre impara la difficile arte del ricamo, Violet stringe amicizia con l’esuberante Gilda, i capelli tagliati alla maschietta, la parlantina svelta e un segreto ben celato dietro i modi affabili, e fa la conoscenza di Arthur, il campanaro dagli occhi azzurri e luminosi come schegge di vetro. Due incontri capaci di risvegliare in lei la consapevolezza che ogni destino può essere sovvertito se si ha il coraggio di sfidare i pregiudizi del tempo. Due incontri che insegnano anche che basta a volte un solo filo per cambiare l’intera trama di una vita. A vent’anni dalla pubblicazione de La ragazza con l’orecchino di perla, Tracy Chevalier torna con un impeccabile romanzo, capace di evocare meravigliosamente l’atmosfera dell’Inghilterra degli anni Trenta e di offrire al lettore una storia senza tempo che «renderebbe orgogliosa Jane Austen» (USA Today).

 

Come inizia

1.

«Ssh!»

   Violet Speedwell inarcò le sopracciglia: che bisogno c’era di zittirla, se non aveva neanche aperto bocca?

   A fare quel verso era stata la donna dai capelli grigi che piantonava l’ingresso del coro, il posto preferito di Violet all’interno della cattedrale. Il coro era esattamente al centro dell’edificio, con le navate da una parte e il presbiterio dall’altra, i transetti che si estendevano perpendicolari, a nord e a sud, completando la pianta a croce. Ognuna delle altre sezioni aveva qualche difetto ai suoi occhi: la navata centrale era troppo vasta, quelle laterali piene di spifferi, i transetti immersi nell’oscurità e le cappelle la mettevano in soggezione. Invece il coro, con il soffitto basso e i sedili in legno intagliato, le appariva uno spazio a misura d’uomo, magnifico ma non pomposo.

   Violet sbirciò alle spalle della donna che l’aveva zittita. Voleva solo entrare a dare un’occhiata. I sedili e le panche del coro e del presbiterio erano occupati quasi solo da donne, e piuttosto affollati per un giovedì pomeriggio: quella doveva essere una funzione speciale. Era il 19 maggio 1932, San Dunstano, patrono degli orafi, che secondo la leggenda aveva strizzato il naso al diavolo con le pinze. Ma era improbabile che le signore fossero lì per quel motivo.

   Violet si mise a osservare le parrocchiane con l’attenzione implacabile che le donne riservano a quelle del loro sesso; gli uomini non notavano le smagliature alle calze, il rossetto sui denti, un taglio di capelli fuori moda, la sottana che tirava sui fianchi o un paio di orecchini troppo vistosi. A Violet non sfuggiva niente e sapeva che nemmeno i suoi difetti sarebbero passati inosservati: i capelli troppo lisci e di un colore indefinito, le spalle cascanti che non erano più un pregio dall’età vittoriana, gli occhi così infossati che non riuscivi a coglierne l’azzurro, il naso arrossato come se avesse bevuto uno sherry di troppo. Non c’era donna, o uomo, che conoscesse meglio di lei le sue magagne.

   Sia la custode sia le signore radunate nel coro e presbiterio erano più anziane di Violet, avevano tutte il cappello in testa e alcune portavano il cappotto. Infatti, sebbene fosse una giornata discreta, dentro la cattedrale si gelava, come sempre nelle vecchie chiese; forse è un disagio voluto, pensava Violet, per evitare che i fedeli si rilassino troppo durante le pratiche di devozione. Dio era l’Architetto supremo dell’Antico Testamento, Signore dal cuore di pietra, non quello più clemente del Nuovo Testamento…

   A un tratto le donne intonarono un inno sacro con piglio quasi marziale, la fierezza di chi si sente parte di un gruppo, perché quello era un gruppo, si capiva benissimo. Un filo invisibile legava le donne fra loro, una causa comune, quale che fosse. E altrettanto evidente era la catena di comando: a guidare il coro erano due signore sedute in prima fila, una sorridente, l’altra imbronciata. Quest’ultima sollevava lo sguardo, fra un verso e l’altro dell’inno, come per prendere nota delle assenze o accertarsi che le coriste cantassero con il dovuto ardore. A Violet sembrava di essere tornata a scuola.

   «Chi sono quelle…»

   «Ssh!» fece la custode, ancora più severamente. «Dovete aspettare qui!» intimò a Violet, a voce così alta che le donne più vicine si voltarono. Questo parve acuire la stizza della custode, che disse a denti stretti: «È la cerimonia di Presentazione dei cuscini, i turisti non sono ammessi!»

   Violet aveva già incontrato persone come lei, probabilmente quella donna, all’apparenza così dispotica, era servile con i superiori e trattava tutti gli altri come pezzenti.

   A sbloccare la situazione fu un uomo che, sbucato dal retrocoro, si avviò verso di loro lungo la navata. Grata alla sorte per il diversivo, Violet indugiò con lo sguardo su di lui e notò che aveva capelli e baffi bianchi, e un incedere deciso, benché privo del vigore giovanile. Cercò anche di indovinare la sua età, come faceva sempre con gli uomini. Dimostrava una sessantina d’anni e dunque doveva averne suppergiù quaranta nel 1914, allo scoppio della Grande Guerra. Probabilmente non aveva combattuto, se non alla fine del conflitto quando le reclute avevano iniziato a scarseggiare. Forse aveva un figlio che era stato al fronte.

   La custode si irrigidì quando lo vide arrivare, pronta a difendere il territorio da un altro invasore, ma l’uomo passò loro accanto senza degnarle di uno sguardo, e scese a passo svelto i gradini che portavano al transetto meridionale. Stava uscendo dalla cattedrale o era diretto alla Cappella dei Pescatori, dove giacevano le spoglie di Izaak Walton? Era lì che stava andando Violet, quando il rito celebrato nel coro aveva attirato la sua attenzione.

   La custode si scostò dall’entrata per seguire l’uomo con lo sguardo, e Violet ne approfittò per sgattaiolare dentro sedendosi nello stallo più vicino. In quella il vicario salì sul pulpito e recitò: «Il Signore sia con voi».

   «E con il tuo spirito» risposero le donne sedute intorno a Violet con la cadenza familiare che si sente alla messa.

   «Preghiamo».

   Mentre chinava il capo, in modo da confondersi con le altre, la custode le toccò la spalla, ma lei la ignorò sapendo che, per quanto arcigna, quella befana non avrebbe mai osato interrompere la liturgia.

   «Dio Onnipotente, che ci hai da lungo tempo comandato di adornare il Tuo tempio di opere leggiadre e di mirabile fattura, per la gloria del Tuo nome e per l’elevazione delle nostre anime, Ti supplichiamo di accogliere queste offerte e far sì che siamo sempre consacrati al Tuo servizio, per Cristo Nostro Signore. Amen».

   Violet si guardò intorno. Le panche del presbiterio, così come quelle del coro, non erano rivolte verso l’altare maggiore, ma si fronteggiavano, e le donne che vi prendevano posto avevano alle spalle un divisorio di pietra traforata con archi e ghirigori. In cima al divisorio si vedevano le urne funebri contenenti le ossa di vescovi, re e regine, indecorosamente mescolate fra loro durante la Rivoluzione, quando gli uomini di Cromwell avevano profanato i sepolcri sparpagliando i poveri resti qua e là. La prima volta che Violet aveva visitato la cattedrale, dopo essersi trasferita a Winchester, la guida le aveva spiegato che i soldati avevano scagliato le ossa sulla Grande Finestra d’Occidente mandando in frantumi la magnifica vetrata a mosaico. Dopo la restaurazione sul trono di Carlo II, nel 1660, anche la finestra era stata restaurata, alla bell’e meglio, ricomponendo in modo approssimativo le scene bibliche originali. Guardandola era impossibile intuire la sua storia travagliata, e l’intero edificio dava l’impressione di essere così da sempre, sebbene fosse stato danneggiato e ricostruito più volte nel corso dei secoli.

   Era impossibile immaginare che tali atrocità avessero avuto luogo fra le stesse mura dove ora stavano recitando il Padre Nostro. Ma del resto chi avrebbe immaginato che la Gran Bretagna potesse entrare in guerra con la Germania, mandando a morire centinaia di migliaia di uomini? Poi il paese era stato rimesso insieme, come la Grande Finestra d’Occidente, e appariva di nuovo superbo e ordinato. Ma il danno ormai era fatto.

   «Uniti dalla fede in Gesù Cristo, presentiamo questi doni, a maggior gloria di Dio, Nostro Signore» esclamò il vicario rivolto all’altare maggiore. Violet allungò il collo per vedere di che doni si trattasse e per poco non scoppiò a ridere: file e file di cuscini erano impilati solennemente sui gradini dell’altare.

   Non che Violet disprezzasse i cuscini, specie quelli su cui ci si inginocchiava durante la messa. A St Michael, la chiesa che gli Speedwell frequentavano a Southampton, erano di cuoio e, per quanto sdruciti e schiacciati dall’uso, erano comunque meno duri e freddi del pavimento di pietra. Però non aveva mai pensato che avessero bisogno di una speciale benedizione.

   Guardò l’orologio: era uscita a comperare un nastro per la macchina da scrivere, con il tacito permesso da parte del capufficio di fermarsi a bere un caffè, ma aveva deciso di rinunciarci per visitare la Cappella dei Pescatori, nella cattedrale. Il suo defunto padre era appassionato di pesca e teneva in gran conto il celebre manuale di Izaak Walton, cui la cappella era dedicata. Ora però rischiava di fare davvero tardi, per colpa di quei cuscini.

   Appena la preghiera ebbe termine si sentì di nuovo picchiare sulla spalla. Sapeva di essere in difetto, ma non aveva intenzione di farsi maltrattare dalla custode. «Sono qui per la funzione» mormorò, senza darle il tempo di aprire bocca.

   La donna aggrottò la fronte. «Siete una ricamatrice? Non vi ho mai vista alle riunioni».

   Violet non sapeva chi fossero queste “ricamatrici” e improvvisò una risposta. «Sono nuova».

   «Be’, la funzione è per quelle che lavorano già. Voi potrete partecipare a quella di ottobre, dopo che avrete dato il vostro contributo».

   Se la custode non avesse guardato in quel modo la sua mano sinistra, forse Violet avrebbe accettato di andarsene, anche perché si era sempre annoiata a messa. Ma la infastidì la faccia che aveva fatto la custode scoprendo che non portava l’anello nuziale. Sbirciò la mano sinistra dell’arpia: naturalmente lei ce l’aveva.

   Inspirò a fondo per farsi coraggio. «Mi era stato detto che potevo venire». Il cuore le batteva forte, come le capitava sempre nei suoi momenti di ribellione, grandi o piccoli che fossero. Sei mesi prima, quando aveva annunciato alla madre che intendeva trasferirsi a Winchester, le sbatteva come un uccellino in gabbia. A trentotto anni ho ancora paura di tutto, pensò.

   La custode la guardò con aria minacciosa. «Chi ve l’ha detto?»Violet indicò una delle due signore eleganti sedute in prima fila.

   «La signora Biggins?» esclamò la guardiana in tono incredulo.

   «Ssh! Mabel!» fece la signora Biggins girandosi verso di lei. Zittita a sua volta, la custode tornò di guardia all’ingresso del presbiterio, non prima di aver gettato un’occhiata sdegnosa a Violet.

   «La nostra magnifica cattedrale» continuò il vicario «è stata adornata nel corso dei secoli con il legno e la pietra, il vetro e i metalli preziosi, per elevare il nostro spirito e rammentarci la gloria di Dio, come in Cielo, così in Terra.

   «A tale abbondanza si aggiungono oggi i cuscini che potete vedere dinanzi all’altare. Siamo solo all’inizio di un progetto ambizioso che mira ad abbellire ulteriormente il coro e il presbiterio. L’associazione delle ricamatrici della cattedrale è stata fondata lo scorso anno, su mio impulso, dalla signorina Louisa Pesel. Come sapete, la Venerabile Congregazione delle Ricamatrici era una gilda già in età medievale, e la nuova associazione vuole collocarsi nel solco della tradizione, unendo passato e presente. Molte delle iscritte sono presenti, oggi. Vedo che vi siete date molto da fare con gli aghi. Oltre a donare un tocco di colore alla pietra nuda e al legno, i nuovi cuscini faranno stare più comodi i fedeli». Qui il vicario fece una pausa e sorrise, ad annunciare uno dei suoi motti di spirito. «E più stanno comodi, meglio sopportano i miei sermoni».

   Risolini rispettosi si levarono dai banchi.

   Violet si voltò a guardare la donna seduta di fianco a lei che aveva riso più fragorosamente delle altre. Il volto affilato e spigoloso era orlato dai capelli castani tagliati alla maschietta, con le punte al centro delle guance. Rivolse a Violet uno sguardo bramoso, come se non vedesse l’ora di attaccare bottone. «Non vi ho mai vista» sussurrò. «Siete del gruppo del lunedì? C’è anche il vostro fra quei cuscini?»

   «Ah… no».

   «Non l’avete ancora finito? Io sono arrivata giusto in tempo, la signorina Pesel e la signora Biggins non ammettono ritardi. L’ho consegnato personalmente alla signorina Pesel!»

   Una signora seduta nella panca di fronte si voltò, guardandole male, e la vicina di Violet tacque. Ma un minuto dopo disse, sottovoce: «State ricamando uno dei cuscini da preghiera?»

   Violet fece di no con la testa.

   «Forse hanno trovato da ridire sul ricamo?» insistette la donna, scrollando il capo con aria comprensiva. «A me l’hanno fatto rifare tre volte! Non ditemi che vi hanno messa a fare i gomitoli… O a riordinare l’armadio… È così noioso! Scommetto che vi fanno tenere i conti» disse la sconosciuta, e sbirciò le dita di Violet in cerca di macchie d’inchiostro che confermassero la sua ipotesi. Naturalmente non le era sfuggita l’assenza della fede nuziale, ma Violet aveva notato che anche lei ne era priva. «Io mi sono rifiutata categoricamente di tenere i registri. Lo faccio già per lavoro!»

   La signora seduta davanti a loro si voltò di nuovo, sibilando: «Ssh!», e Violet e la sua vicina si scambiarono un sorrisetto. Era piacevole aver trovato una complice, per quanto un po’ impicciona.

   La funzione andò per le lunghe, fra inni, preghiere e benedizioni, e alla fine Violet dovette scappar via per non fare troppo tardi in ufficio. La sua vicina dal viso affilato fece giusto in tempo a gridarle dietro il proprio nome. «Mi chiamo Gilda, Gilda Hill!»

   Attraversò il grande prato fuori dalla cattedrale e corse a comprare il nastro da Warren, poi si precipitò negli uffici della Southern Counties Insurance, arrivando rossa in viso e trafelata.

   Ma scoprì di avere corso invano: l’ufficio che divideva con altre due dattilografe era deserto. A Southampton, dove Violet aveva lavorato prima di trasferirsi lì, il capufficio era molto più severo. In un’agenzia piccola come quella di Winchester avrebbe dovuto essere più facile accorgersi se uno si assentava, e invece… Non che Violet amasse le lavate di capo, ma un po’ le dispiaceva che nessuno avesse notato la sua sedia vuota, la Imperial nera con i tasti color panna inerte e silenziosa.

   Guardò le scrivanie vuote delle colleghe. Olive e Maureen – O e Mo, come si chiamavano fra loro, per scherzo – dovevano essere andate a farsi un tè nel cucinino. Violet moriva dalla voglia di berne una tazza, con un biscotto per tappare il buco che aveva allo stomaco. A pranzo aveva mangiato solo i sandwich con il Marmite e la margarina che si era portata da casa. Quegli spuntini non bastavano mai a saziarla e a metà pomeriggio moriva già di fame. La signora Speedwell sarebbe inorridita sapendo che sua figlia pranzava come si doveva solo un giorno alla settimana. Ma Violet non poteva permettersi di più, anche se si guardava bene dal confessarlo alla madre.

   Era tentata di raggiungere le colleghe nel cucinino. Poco più che ventenni, O e Mo erano tutte e due di Winchester e non mancavano mai di rispetto a Violet, però la trattavano come una pianta esotica. Vivevano entrambe con i genitori, per cui non erano costrette a pensare troppo al denaro, come Violet un tempo. L’una procace e l’altra meno avvenente, sfoggiavano spesso abiti nuovi, e avevano in mente solo i balli, le serate al cinematografo e i bei ragazzi. Gli uomini non mancavano, come dopo la guerra, ai tempi della gioventù di Violet, quando nelle sale da ballo si incontravano solo anziani o ragazzini, e spesso, in assenza di cavalieri, le donne dovevano ballare fra loro. Mentre battevano sui tasti, O e Mo parlavano allegramente dei loro fidanzati: ne avevano cambiati parecchi nei sei mesi da quando Violet lavorava con loro, anche se le storie che stavano vivendo in quel momento parevano più serie. C’erano giorni in cui le loro ciarle la infastidivano a tal punto che Violet andava a preparare il tè anche se non ne aveva voglia, e tornava alla macchina da scrivere solo dopo essersi calmata. Fra l’altro era assai più efficiente di loro come dattilografa, e chissà perché le sue giovani colleghe lo trovavano divertente.

   Solo una volta, Mo le aveva domandato se aveva avuto qualcuno, «ai suoi tempi». «Sì» aveva risposto Violet senza aggiungere altro, perché non le andava di trasformare Laurence in un aneddoto.

   Nell’ultima settimana, poi, le cose erano peggiorate: meglio rinunciare a tè e biscotti, piuttosto che trovarsi faccia a faccia con la paffutella Olive che non perdeva occasione di sbatterle sotto il naso l’anello di fidanzamento. Quel lunedì, la ragazza era entrata in ufficio con un passo diverso, tutta impettita e a testa alta, i riccioli biondi che svettavano più del solito. Dopo aver scambiato un sorrisetto malizioso con Mo, già seduta alla macchina da scrivere, si era tolta il foulard di chiffon e aveva appeso il soprabito, annunciando: «Devo parlare col signor Waterman». Appena si era sfilata i guanti, Violet aveva visto lo scintillio sull’anulare di O, un brillante minuscolo, ma pur sempre un brillante.

   Mentre il ticchettio dei tacchi alti di Olive si perdeva nel corridoio, il sorriso era scomparso dal volto di Maureen. Più intelligente, ma assai meno carina di O, Mo aveva i capelli opachi, il viso allungato e s’imbronciava per un nonnulla. Violet avrebbe potuto consolarla, dicendole che presto anche il suo ragazzo, un impiegato di banca piuttosto taciturno che era venuto a prenderla un paio di volte, si sarebbe deciso a chiedere la sua mano. Ma rimase in silenzio, lasciandola cuocere nel suo brodo.

   Dal giorno in cui O era arrivata gongolante con l’anello al dito, le due ragazze non avevano parlato d’altro: del modo singolare con cui Joe le aveva fatto la proposta, lasciando cadere l’anello di fidanzamento nel suo bicchiere di birra e limonata, il tempo che avrebbero impiegato a mettere via abbastanza soldi per un matrimonio decoroso, l’abito da sposa, la casa che avrebbero dovuto dividere con la famiglia di lui in attesa di potersene permettere una tutta per loro.

   Violet era stufa di quelle banalità e l’idea di doverle ascoltare per chissà quanto tempo la faceva uscire di senno.

   Si accese una sigaretta per distrarsi e alleviare i morsi della fame. Poi infilò un foglio nel rullo e iniziò a battere in fretta sui tasti la polizza di assicurazione sulla casa di un certo signor Richard Turner di Basingstoke, che prevedeva il risarcimento dei danni causati da incendi, inondazioni e altri rovesci della sorte. Il contratto però non copriva quelli causati dalla guerra, anche se Violet aveva imparato sulla propria pelle che c’erano perdite a cui nessuna polizza poteva porre rimedio.

   Di solito mentre batteva a macchina non pensava. Aveva compilato così tante polizze di assicurazione su case, automobili e imbarcazioni che non badava più al significato delle parole. Per lei la dattilografia era diventata quasi una forma di meditazione, che la aiutava a sgombrare la mente: in quei momenti era, punto e basta.

   Poco dopo O e Mo tornarono dal cucinino, precedute dal loro chiacchiericcio che echeggiava nel corridoio, e Violet fu distolta dalla quiete ipnotica in cui era scivolata. «Dopo di voi, signora Hill» disse Mo fermandosi sulla soglia per far passare la collega. Indossavano entrambe vestiti estivi con motivi floreali, O color pesca e Mo marrone chiaro, e Violet si rammaricò del modesto abito di lino celeste che portava da tre anni, con la vita bassa che non si usava più.

   «Oh, molte grazie, signorina Webster, anche se presto dovremo chiamarvi signora Livingstone».

   «Non lo so» fece Maureen, ma aveva la speranza dipinta sul viso.

   Olive posò rumorosamente la tazza di tè accanto alla macchina da scrivere. «Ma sì, mia cara! Potresti perfino sposarti prima di me!» esclamò e sollevò la mano, fissando l’anello con aria trasognata.

   Violet smise di battere sui tasti. La signora Hill, era così che Mo aveva chiamato la collega. Era un cognome piuttosto comune e tuttavia… «Scusa, Olive, il tuo fidanzato ha per caso una sorella?»

   «Sì, Gilda. Perché? È una vecchia zitella…» Olive si rese conto subito dell’indelicatezza e cercò di mascherare l’imbarazzo con una risatina nervosa. Ma Violet non aveva mancato di cogliere il suo tono sprezzante, e di colpo Gilda Hill le divenne più simpatica.

2.

 

Violet abitava a un quarto d’ora dall’ufficio, in una parte della città chiamata Soke, sulla sponda orientale del fiume Itchen. Lo stipendio da dattilografa non le consentiva di vivere nei quartieri più eleganti, con le belle case e i giardini e le strade pulite dove passavano automobili di lusso. Nella popolosa Soke le abitazioni erano più piccole, le macchine si vedevano di rado, i negozi avevano le vetrine impolverate e vendevano merci a buon mercato.

   Divideva la casa con altre due donne e la proprietaria, che occupava il piano terra. I visitatori di sesso maschile non potevano salire negli alloggi delle inquiline ed erano mal tollerati anche nel salottino comune. Le rare volte che c’era un uomo, la padrona di casa, la signora Harvey, cominciava a fare avanti e indietro, perché aveva scordato il giornale o gli occhiali, o doveva dar da mangiare ai pappagallini che teneva in soggiorno, o attizzare il fuoco nel caminetto. L’unico maschio che andasse a trovare Violet era suo fratello Tom, ma la signora Harvey si era comportata allo stesso modo anche con lui, finché Violet non le aveva dimostrato, foto alla mano, che erano parenti. Ciò nonostante, evitava di lasciarli da soli troppo a lungo e una volta aveva fatto capolino nella stanza per ricordare a Tom che di sabato i distributori di benzina chiudevano in anticipo. Tom ci aveva riso sopra. «Mi sembra di essere in una recita, fra un po’ verrà a dirci che un tizio è stato trovato nella dispensa con la testa fracassata». Era facile per lui sopportare la signora Harvey, perché non abitava lì. A volte Violet aveva la sensazione di aver semplicemente sostituito la propria madre con un’altra, non meno bisbetica. Ma almeno ora poteva chiudersi nella sua stanza senza essere disturbata, mentre a Southampton la madre era capace di fare irruzione in camera sua in qualunque momento e per il più futile dei motivi.

   Quando rientrò, quella sera, la padrona di casa le offrì il tè, ma Violet declinò l’invito, trafugò un bricco di latte e mise su il bollitore nella sua stanza. Sarebbe stata la settima tazza dal mattino. Era il rito del tè a scandire le sue giornate, separando il sonno dalla veglia e segnandone i momenti principali, l’arrivo in ufficio, la pausa pranzo, il compimento di un contratto particolarmente laborioso, la fine della giornata lavorativa e l’inizio della serata. A volte erano le sigarette a fungere da intervallo, ma se ne fumava troppe le davano alla testa, ed erano molto più costose.

   Seduta con la tazza in mano nell’unica poltrona, davanti al caminetto spento, Violet guardò la stanza intorno a sé. Il silenzio era rotto soltanto dall’orologio che aveva preso da un rigattiere qualche settimana prima, e un sole pallido filtrava dalle tende, illuminando il buffo tappeto con le spirali gialle e rosse. Un paio di calze erano stese ad asciugare e dentro l’armadio con l’anta che non si chiudeva bene s’intravedevano i pochi indumenti che si era portata da Southampton.

   Violet sospirò. Non si poteva certo dire che la sua vita fosse migliorata da quando stava a Winchester.

  Era stata una decisione improvvisa. Dopo la morte del padre, Violet aveva tirato avanti un anno e mezzo, prendendosi cura di sua madre, com’era doveroso per una figlia nubile. Le pareva di aver fatto del suo meglio, ma sua madre era una donna impossibile. La signora Speedwell lo era anche prima che la Grande Guerra le portasse via il primogenito, George. Per le donne della sua generazione, una figlia era tenuta a servire e riverire la madre, in attesa di servire e riverire un marito. Non che la signora Speedwell avesse mai mostrato un’eccessiva riverenza verso il proprio. Da bambini, se potevano, Violet e i suoi fratelli le stavano alla larga, come una gang molto unita e capeggiata da George. Sua madre la rimproverava di non essere abbastanza femminile. «Non troverai mai marito se ti comporti come un maschiaccio, con le ginocchia sbucciate e i capelli spettinati e questa mania dei libri» diceva. Non poteva immaginare che sarebbe stata la guerra, e non l’aspetto o tanto meno l’amore per la lettura, a impedirle di sposarsi.

   Finché aveva vissuto, suo padre era riuscito in qualche modo a mitigare gli eccessi della moglie, rivolgendo di nascosto sorrisi complici alla figlia, o cercando di allentare con qualche battuta innocente la tensione che regnava in casa. Ma dopo la sua morte, Violet aveva dovuto far fronte da sola a quella madre bisbetica, perché Tom, il suo fratello minore, era già sposato da anni e viveva per conto suo.

   Una sera mentre sedevano insieme davanti al fuoco, si era presa la briga di contare le sue lagnanze. «La luce è troppo fioca. Il volume della radio è troppo basso. Cos’ha da ridere il pubblico? Quella battuta faceva pena! La panna di ieri sera era andata a male, non te ne sei accorta? Hai dei capelli che fanno schifo, te li sei arricciati da sola, vero? Secondo me Tom ed Evelyn non dovrebbero mandare Marjory in quella scuola. Cosa direbbe Geoffrey? Oh, no, piove di nuovo! E ci sono già le macchie di muffa sul soffitto!»

   Violet non era riuscita a trattenere un sospiro.

   «Diventi più brutta quando sospiri, lo sai?» aveva detto la madre in tono beffardo. «Non ti dona, figlia mia».

   Il giorno dopo, in ufficio, Violet aveva saputo che la ditta cercava una dattilografa per l’agenzia di Winchester che prosperava, nonostante la crisi economica. Aveva stretto forte la tazza di tè, chiudendo gli occhi. Evita di sospirare, si era detta, e aveva bussato alla porta del capufficio.

   Il cambiamento si era rivelato più facile del previsto. La Southern Counties Insurance aveva accolto subito la sua domanda di trasferimento, Tom l’aveva appoggiata in pieno («Era ora!»), e non le era stato difficile trovare una sistemazione presso la signora Harvey. Sulle prime, perfino sua madre sembrava averla presa bene. Quando Violet le aveva annunciato cautamente che sarebbe andata a vivere a Winchester, si era limitata a osservare: «Perché non vai in Canada, invece? Lì sì che ci sono ancora uomini da sposare!» Ma nella piovosa domenica di novembre in cui era partita aveva un umore molto diverso. Tom era andato con la famiglia a casa della madre, per aiutare Violet a caricare le sue cose in macchina, e mentre facevano avanti e indietro con gli scatoloni la signora Speedwell era rimasta per tutto il tempo seduta in poltrona strusciando i braccioli, la tazza di tè che si raffreddava sul tavolino. Quando Violet era andata a salutarla non si era neppure voltata. «Il giorno in cui mi hanno portato via George non pensavo che avrei perso anche mia figlia». Marjory e Edward stavano componendo un puzzle davanti al caminetto, e la bambina si era voltata a guardare la nonna con il faccino serio, dove spiccavano gli occhi nocciola.

   «Non mi perderete, madre. Vado a vivere a dodici miglia da qui!» aveva risposto Violet, ma sapeva che in un certo senso sua madre aveva ragione.

   «E per sua scelta» aveva continuato la signora Speedwell, ignorando le parole della figlia. «Se non altro George ha solo fatto il suo dovere. Il tuo invece è un vero tradimento!»

   «Per l’amor di Dio, madre!» aveva detto Tom passando con una scatola di stoviglie. «Non è il caso di farne una tragedia!»

   «E se morissi all’improvviso? Nessuno se ne accorgerà per giorni, e allora sì che proverà rimorso! O forse no, forse andrà avanti come se niente fosse!»

   «Mamma, la nonna sta per morire?» aveva domandato Edward stringendo fra le dita una tessera del puzzle. Più che turbato, pareva sorpreso.

   «Basta con questi discorsi!» aveva esclamato Evelyn. Bruna di capelli e piuttosto energica, Evelyn era abituata ai modi della suocera, e Violet aveva sempre ammirato la facilità con cui riusciva a zittirla. Naturalmente, era più semplice per una nuora che per una figlia, inoltre la signora Speedwell le era grata per aver rimesso in sesto Tom, dopo la guerra. Violet nutriva una grande stima per la cognata, ma allo stesso tempo ne aveva soggezione, e questo le impediva di stringere una vera amicizia con lei.

   «Venite a salutare zia Violet, poi andiamo a fare compere, mentre papà la accompagna a Winchester».

   Marjory e Edward si erano subito alzati e avevano dato un bacino per guancia a Violet, facendola sorridere.

   «Perché non andiamo anche noi a Winchester?» aveva chiesto Edward. «Mi piace tanto andare in macchina!»

   «Te l’ho già detto, Eddie. Zia Violet deve portare con sé le sue cose. Non c’è posto per tutti».

   In realtà, zia Violet aveva ben poco da trasportare, la sua vita stava comodamente in pochi scatoloni. C’era posto per un altro passeggero sul sedile di dietro, e le avrebbe fatto piacere che il nipote andasse con loro. Edward era un bambino vivace e pieno di fantasia e l’avrebbe tenuta allegra, durante il viaggio, con i suoi monologhi strampalati. Seguendo il filo dei suoi pensieri fanciulleschi, forse sarebbe riuscita più facilmente a vincere l’ansia che covava dentro di lei. Ma non poteva pretendere di separarlo dalla mamma e dalla sorellina, e poco dopo la cognata e i nipoti avevano indossato impermeabili e galosce uscendo nella pioggia sottile di novembre.

   Quando aveva capito che sua madre non si sarebbe alzata per salutarla dalla porta, come faceva di solito con gli ospiti, Violet le si era avvicinata dandole un bacio in fronte. «Addio, madre» aveva detto. «Ci vediamo domenica prossima».

   La signora Speedwell aveva tirato su col naso. «Se sarò ancora viva».

   Uno dei pregi di Tom era che sapeva tacere al momento giusto. Durante il viaggio era rimasto in silenzio mentre Violet dava sfogo alle lacrime: al riparo dei vetri appannati e avvolta dall’odore di cuoio e lubrificante, si era abbandonata singhiozzando contro il sedile. Già dalle parti di Twyford, però, il pianto era diminuito fino a cessare del tutto.

   Le era sempre piaciuto viaggiare sulla bella macchina nera e marrone di Tom, la stupenda sensazione di essere al riparo dal mondo e tuttavia filare veloci da un posto all’altro. «Forse mi comprerò un’automobile» aveva dichiarato, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto ricamato di violette che Evelyn le aveva regalato per Natale. Violet sapeva benissimo di non potersela permettere, anzi, era consapevole che, vivendo da sola, avrebbe faticato a tirare avanti, ma in quel momento le pareva ancora divertente, come un’avventura. «Semmai mi insegnerai a guidare?» aveva domandato al fratello e si era accesa una sigaretta, abbassando un poco il finestrino.

   «Ora sì che mi piaci, vecchia mia!» aveva risposto Tom, scalando la marcia per affrontare la salita. Il suo carattere gioioso l’aveva aiutato a sopportare la loro madre lunatica e i traumi della guerra. Tom aveva appena compiuto diciotto anni quando era giunta la notizia della morte del fratello, ma si era arruolato senza patemi e senza alcuna esitazione. Non parlava mai di ciò che aveva passato in Francia, così come Violet non parlava mai del fidanzato defunto: la morte del loro fratello maggiore aveva fatto passare in secondo piano ogni altra disgrazia. Avevano entrambi una sorta di adorazione per George, che era sempre il capo nei loro giochi da bambini, e la sua perdita li aveva gettati nello sconforto. In teoria, Violet, essendo la più grande, avrebbe dovuto prendere il suo posto, servendo da sprone e da modello a Tom, ma aveva fallito in questo. Non era che un’impiegatuccia di una compagnia di assicurazioni, non aveva marito e non aveva messo su famiglia. Tom l’aveva superata senza clamore, e senza mai vantarsene. D’altra parte era normale che un uomo cercasse di fare strada nella vita, no?

   Dopo che avevano portato dentro le sue cose, sotto lo sguardo attento della signora Harvey, Tom l’aveva invitata a mangiare fish and chips. «Nostra madre è una pellaccia, lo sai» le aveva detto in tono rassicurante, fra un boccone e l’altro. «Ha superato la perdita di George e di papà. Supererà anche questa. E anche tu te la caverai. Però, mi raccomando, non rimanere sempre chiusa nella tua stanza come un’eremita. Esci, fatti degli amici…»

   Trovati un uomo, questo voleva dire, e Violet lo sapeva. Tom aveva più garbo della loro madre nel trattare l’argomento, ma sperava anche lui che vasse miracolosamente marito, nonostante l’età. Magari un vedovo, con i figli già grandicelli. O un uomo che aveva bisogno di essere assistito: la guerra era finita da tredici anni, ma certe infermità duravano una vita. Se si fosse sposata, Tom non avrebbe più dovuto preoccuparsi per la sorella; altrimenti c’era la fondata possibilità che un giorno andasse a vivere con lui, come capitava sovente alle zitelle.

   Ma non era facile conoscere uomini liberi in quegli anni, perché i maschi adulti erano due milioni in meno delle femmine. “Donne in eccedenza”, così venivano chiamate quelle rimaste nubili a causa della guerra e che difficilmente si sarebbero sposate, una minaccia, anzi una vera tragedia, per una società basata sul matrimonio. I giornalisti avevano coniato quell’etichetta, che equivaleva quasi a un marchio d’infamia per chi la portava. Violet aveva pensato che col tempo ci avrebbe fatto l’abitudine, invece a trentotto anni suonati le bruciava ancora l’idea di essere una donna in eccedenza. Però si era sentita chiamare in modo anche peggiore: maschiaccio, megera, «una che odia gli uomini».

   Ma Violet non odiava affatto gli uomini, e ne aveva conosciuti diversi. Due o tre volte l’anno, indossava il suo bel vestito di lamé color rame, e andava da sola al bar del miglior hotel di Southampton, sorseggiando uno sherry e fumando una sigaretta, in attesa che qualcuno si facesse avanti. Gli “uomini dello sherry”, era così che li chiamava. Si appartava con loro in automobile, in un vicolo buio o in qualche stradina di campagna, o al parco se erano a piedi. Le piaceva sentirsi desiderata, ma non aveva più provato niente di simile alla voluttà di quella notte con Laurence, sotto le Perseidi.

   Ogni agosto, suo padre portava lei e i suoi fratelli in giardino a guardare la pioggia di stelle. Violet non aveva mai osato dirglielo, ma non le piaceva per niente stare lì ad aspettare che le scie luminose si decidessero a comparire nel cielo notturno. E lo spettacolo non valeva i disagi che bisognava sopportare per assistervi: il freddo, anche in agosto, la rugiada, il torcicollo a furia di stare a testa in su. Violet non sarebbe mai potuta diventare un’astronoma, preferiva di gran lunga starsene in casa al caldo.

   Ma non avrebbe mai scordato la pioggia di stelle dell’agosto 1916. Laurence aveva ottenuto una breve licenza ed erano andati a fare una gita in treno a Romsey, in aperta campagna. Dopo aver cenato in un pub erano andati a sdraiarsi su un prato, sotto le stelle. Laurence le aveva spiegato una cosa che sapeva già, ovvero che ogni anno, a metà agosto, l’orbita terrestre attraversava i resti di una cometa creando la magia delle stelle cadenti. Erano andati in quel campo per guardare, solo per guardare. E in effetti per un po’ erano rimasti a guardare le Perseidi, tenendosi per mano.

   Ma dopo aver visto qualche meteora solcare il cielo, Violet si era girata verso di lui, sussurrando: «Sì», la risposta a una domanda che Laurence non aveva mai formulato a voce alta, ma che aleggiava tra loro fin dal giorno in cui si erano fidanzati, l’anno prima.

 

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L’autrice

 

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier è nata a Washington nel 1962. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato a lungo come editor. Il suo primo romanzo è La Vergine azzurra (Neri Pozza, 2004, BEAT 2011, 2015). Con La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza, 2000, 2013) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestseller internazionali sono stati anche i suoi romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (Neri Pozza, 2002, BEAT 2012), La dama e l’unicorno (Neri Pozza, 2003, BEAT, 2014), L’innocenza (Neri Pozza, 2007, 2015), Strane creature (Neri Pozza, 2009, 2014) e L’ultima fuggitiva (Neri Pozza, 2013, 2014).

 

  • La ricamatrice di Winchester
  • Tracy Chevalier
  • Traduttore: Massimo Ortelio
  • Editore: Neri Pozza
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 790,31 KB
  • Pagine della versione a stampa: 287 p.
  • EAN: 9788854520660

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