Poi quando meno te l’aspetti, torna in auge il pranzo domenicale, ultimo svago semi-clandestino e ultimo rifugio di socialità

Poi quando meno te l’aspetti, torna in auge il pranzo domenicale, ultimo svago semi-clandestino e ultimo rifugio di socialità. Soppressa la serata, abolito il sabato, non resta che aggrapparsi all’antico pranzo della domenica. Istituzione estinta, apparteneva all’epoca in cui le famiglie erano numerose e avevano quei riti tribali: si ritrovavano per i loro esorcismi atavici della fame e della solitudine in quel pranzo grosso, grasso, lungo e corale. Pranzi soffocanti quando li vivevi, soprattutto a sud, ma tenero e struggente è il loro ricordo, da quando cessarono. Per estinzione o sfilacciamento della famiglia, e della domenica. Il tramonto della domenica coincide col tramonto della famiglia (e della religione).

Ora, invece, con il covid, il coprifuoco serale, l’abolizione della cena come fulcro della vita sociale, il rientro nelle catacombe alle 18, la domenica torna di moda, seppure semi-abusiva, tra numeri chiusi e prescrizioni repressive. Unica tregua del coprifuoco riecco il pranzo domenicale a casa, o a ristorante. Oggi poi è domenica al quadrato giacché è pure Ognissanti. L’unica cosa che non ci manca è Halloween.

L’Europa aveva retrocesso la domenica a giornata come le altre, senza obbligo di festa per non offendere il venerdì islamico, il sabato ebraico e la settimana consumista. I negozi potevano restare aperti anche la domenica. Il weekend inghiottì la domenica, ridotta a pallido intermezzo tra il sabato gioioso e il lunedì crudele. L’idea di degradare la domenica a giorno lavorativo come gli altri era un oltraggio alla civiltà europea, cristiana e mediterranea. Una violenza alla famiglia, alla città, alle piccole abitudini che sono il sugo della vita, anzi il ragù. La domenica era l’ultima traccia di una festa comunitaria; se ognuno riposa a piacimento nei giorni della settimana non viviamo più in una società, e tantomeno in una civiltà o in una comunità, ma in un alveare di solitudini, dove ognuno si riposa addosso e nonostante gli altri, in una squallida turnazione universale che ci rende servi anche nel giorno libero e confezionati anche quando dovremmo essere genuini. Sempre meno gente santificava la domenica, ma ora che non puoi andare allo stadio, al cinema, a teatro, in palestra, vuoi vedere che magari si tornerà a messa, nonostante Bergoglio e i terroristi islamici, e poi a pranzo?

La domenica era stata colpita al ventre da una coltellata, chiamata dieta: l’ossessione della dieta aveva stroncato le cofane di pasta, gli sformati – riferito a pietanze e a persone – e la “guantiera” con le paste domenicali. La gente preferiva di domenica la tuta e le scarpette all’abito buono e alle scarpe lucide del dì di festa. La domenica era finita, restava il suo vuoto. Da rituale si era fatta informale. E invece, toh, il pranzo della domenica riappare come parentesi consolatoria in mezzo a tanta segregazione solitaria.

Non ero un patito della domenica. La consideravo sin da bambino come il giorno più triste della settimana. Sarà un vizio leopardiano, che preferiva il sabato alla domenica, ma la festività mette tristezza, aggravata dall’ebetudine della magnata domenicale, dal vuoto spinto della giornata sospesa nel nulla, dallo scemeggiare pallido e assorto della tv domestica, dopo la mappazza a pranzo. La domenica, mi dicevo quando volevo farla tragica, è il giorno più adatto per morire; dopo pranzo, magari. E una domenica dopo pranzo persi mia madre, regina della domenica e del suo pranzo.

Da adolescente mi riducevo la domenica sera a fare i compiti per il lunedì, in extremis, mentre Enzo Tortora conduceva la Domenica sportiva e io tentavo con disperata schizofrenia di seguire contemporaneamente la palla e le radici quadrate. La domenica nel frattempo era diventata l’appendice agonica del week end, che chiude in bruttezza il fine settimana, incolonnati per il rientro a casa in città con i presagi cupi del lunedì.

La domenica era il test amaro e veritiero che certificava la crisi della famiglia e rispecchiava il suo malessere. Così fu diluita e dilatata dal divertimento permanente, dal piacere prolungato, dall’evasione quotidiana. Si è domenicalizzata tutta la settimana, soprattutto a cena.

Resta nei cuori la vecchia e sgualcita domenica a raccontarci la nostra infanzia e l’età aurea della famiglia. Il bagno domenicale nella vasca o nella tinozza, la radio dalle case a tutto volume, la ragazza che si balocca davanti allo specchio, l’abito buono della domenica, la brillantina in testa e la cromatina ai piedi, più uno spruzzo di profumo in faccia e il borotalco sotto le ascelle, i piedi e i genitali. La messa coi genitori e i salamelecchi all’uscita. Ossequi alla signora. “Buon pranzo”, poi sostituito dal “Non mangiare troppo”. Mangio presto, vado alla partita. Il pranzo di famiglia, rafforzata dall’arrivo delle vecchie zie fameliche e vocianti, la pasta al forno e le brasciole (come da noi erano battezzati enormi involtini al ragù, pieni di formaggio, salame, aglio e prezzemolo). Le camicie bianche macchiate dal ragù, l’attesa golosa delle paste fumanti in tavola. La carne della domenica. E la frutta secca, tra nocelline e castagne del monaco, l’odore di sapone e di stufato per le strade della città vecchia, la musica a tutto volume accompagnata da primordiali karaoke; lo struscio in piazza o al corso…

La scena finale del film “Don Camillo e l’onorevole Peppone” (1955)

Tutto un mondo finì con la domenica; un mondo antico e ormai introvabile; una civiltà, un quadro domestico e paesano. La domenica è un vino andato ormai all’aceto, pensavamo. La città, di domenica, è un deserto popolato di solitudini. Poi arriva la pandemia e si rivede, furtivo e mascherato, il pranzo domenicale. Ma forse è l’ultimo a piede libero.

 

 

Fonte: MV, La Verità 1° novembre 2020

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