Trent’anni fa di questi giorni il partito comunista italiano decideva la sua eutanasia. Da quando era morto Enrico Berlinguer serpeggiava la voglia di una svolta socialdemocratica. Ma fu solo dopo la caduta del Muro, alla Bolognina, che il segretario dell’epoca, Achille Occhetto, s’azzardò a ventilare la possibilità di liquidare il mammut del Pci.

LA SBOLOGNINA

Nicola Zingaretti e Enrico Letta

Nel 1989 Achille Occhetto compì la famosa svolta della Bolognina, abbandonando il Pci e gettando le basi per il Partito Democratico. Trentadue anni dopo Nicola Zingaretti ha compiuto un’altra svolta, la Sbolognina: ha sbolognato il Pd, gettando il partito nel vuoto che a malapena la sua segreteria dissimulava. Si, perché non si è trattato di semplici dimissioni, non è uscito dal partito o dal suo vertice ma lo ha fatto esplodere con una carica di tritolo micidiale: è stato un atto d’accusa al partito da parte del suo leader che non ha precedenti.

Dal Pci alla Casa d’Intolleranza

Zingaretti ha usato le argomentazioni che usava fino a un mese fa l’opposizione per attaccare il Pd e il precedente governo: pensate solo alle poltrone, non avete altro orizzonte, altro interesse che quello personale. Terribile. Dico che usava l’opposizione, perché oggi neanche Salvini lo dice più, è un alleato di governo, usa un certo riguardo verso il Pd e pari riguardo viene usato dal Pd verso di lui. Invece il linguaggio forte contro il Pd lo ha usato il suo leader debole, in un attacco di nervi e di esasperazione e in una comprensibile fuga da una segreteria senza leadership. Neanche Renzi, quando lasciò il Pd usò un linguaggio così e attaccò in quel modo il suo ex partito. Col paradosso aggiuntivo che Zingaretti in quel partito resta, ma segue da remoto. Gli Zingaretti tornano a casa: il fratello termina il suo ciclo da commissario Montalbano e lui conclude il suo ciclo da commissario liquidatore. Camilleri non c’è più, ma anche nel Pd si è perso l’autore, l’ispiratore. Goffredo Bettini può tornare in Thailandia.

Zingaretti aveva fatto del Pd la guarnizione dei 5Stelle, una protesi per proteggere e rivestire Conte, che lui stesso aveva salutato come federatore, punto d’equilibrio della confederazione giallorossa, insomma sovrasegretario del Pd. Un caso di cessione di sovranità che non ha precedenti. Per carità, Zingaretti è una brava persona anche se così di solito si dice delle persone che occupano posti più grandi di loro.

E l’annuncio di catapultare Enrico Letta alla guida del partito segna la conferma che il vuoto resta al vertice del partito della sinistra. Perché non nasce da una leadership conquistata nel paese, nel popolo, nella sinistra, nel partito; ma un puro commissariamento, una designazione oligarchica di un notabile, piovuta dall’alto e forse dall’esterno. L’unico movente per la sua nomina sarebbe l’antirenzismo: anzi, la stessa alleanza coi grillini sarebbe in realtà la riproposizione dello schema Associazione Vittime di Renzi. Non a caso l’ultimo atto politico di rilievo di Letta è stato accogliere nell’associazione suddetta l’ultima vittima di Matteo d’Arabia, il sullodato Conte, elogiandolo in un tweet e compiangendolo, vittima dello stesso serial killer saudita-fiorentino.

Lo schemino è il seguente: Conte sarà il leader moderato dei populisti, e Letta potrebbe essere il reggente moderato della sinistra. Insieme fanno il format per l’eurosinistra. Dal canto suo Letta sa che può conservare la segreteria se non si consulta la base che già bocciò l’ex Dc Franceschini preferendogli il compagno ex Pci Bersani. Perciò chiede che non si vada presto a congresso, ma che lui sopravviva almeno fino alle elezioni politiche, alla scadenza ordinaria. Dal suo punto di vista una polizza minima e comprensibile.

Anche Letta è una brava persona, anche se l’aspetto è più quello di un funzionario dell’unione europea, un Erasmus attempato che ora dirige un centro-studi, più che un leader politico.

Ma il vero problema, il vero paradosso e la vera anomalia è che la sinistra pervade ogni ambito – culturale, istituzionale, universitario, mediatico, giudiziario, cinematografico, teatrale, e potremmo continuare – è presente dappertutto meno che nel suo ambito naturale e più confacente: la politica. In politica la sinistra non c’è, è un dentifricio uscito dal tubetto, non ha un leader, non ha una linea. Magari è al governo, anzi è al potere; ma non è politicamente viva, presente, pensante. Un tempo aveva un apparato forte; ora ha un apparato malconcio, diviso, barcollante. E una parte del partito, per usare la metafora del raffinato politologo Rocco Casalino, è una metastasi del renzismo, rimasta nell’organismo anche dopo l’estirpazione del suo focolaio. La parte restante è sì un partito liquido, come lo figurò lo stesso Zingaretti, perché in realtà è un riflusso di umori e malumori, un travaso di bile e succhi gastrici. Tutto meno che un partito. Calcio dell’asino al leone agonizzante, anzi estrema minzione sul corpo malato del partito è l’arrivo in sede delle sardine, quel movimento di micro-nullità da passeggio che si atteggia a sezione giovanile della sinistra.

Intendiamoci, partiti veri e propri, come li conoscemmo in passato, non ce ne sono: ci sono quattro o cinque partiti e partitini che ruotano intorno al loro leader, ci sono perfino grandi leader per partiti minuscoli, come è il caso di Italia viva. Poi c’è la mucillagine dei 5Stelle, che non si può definire né un movimento né un partito; e c’è quel che resta del Pd, Partito Dilaniato.

Insomma, il paradosso della situazione è questa sinistra tentacolare ma acefala: è dappertutto, invade ogni ambito, si fa codice d’accesso, canone di linguaggio, permesso di circolazione, ideologia da asporto. La sinistra è ovunque meno che in politica. E nel Pd. Con tutto il cuore preferiremmo l’inverso.

 

 

 

Fonte: MV, La Verità 12 marzo 2021

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