Geopolitica, finanza e crisi del neoliberismo

«La sconfitta di un sistema»

Il fallimento dell’operazione Freedom mostra un sistema occidentale sempre più dipendente dalla narrazione finanziaria e sempre meno dalla realtà.

Il Simplicissimus

La breve e caotica parabola dell’operazione Freedom nello Stretto di Hormuz diventa il simbolo di qualcosa di più profondo di una semplice crisi geopolitica: la fragilità strutturale di un intero sistema economico e strategico occidentale. Tra annunci improvvisati, alleati contrari, speculazioni sui futures petroliferi e oscillazioni artificiali dei mercati, emerge il ritratto di un capitalismo finanziario che ha progressivamente perso il contatto con la realtà concreta. Il saggio analizza come la velocità estrema delle transazioni e la finanziarizzazione globale abbiano trasformato i mercati da strumenti di interpretazione economica a meccanismi automatici dominati da riflessi condizionati, narrazioni politiche e operazioni speculative. La crisi di Hormuz rivela così non soltanto l’incapacità strategica americana, ma anche il tramonto di uno dei grandi miti del neoliberismo: quello dell’infallibilità cognitiva dei mercati. (N.R.)


L’operazione Freedom, un pazzesco quanto impossibile progetto di scorta delle navi attraverso Hormuz è durato la bellezza di 36 ore e ha cambiato i propri connotati diverse volte in questo breve lasso di tempo. La dichiarazione di Trump non aveva alcun senso ed oltretutto è stata fatta senza consultare nessuno, nemmeno l’Arabia Saudita, talmente contraria che per risposta ha sospeso l’accesso degli Stati Uniti alla base aerea Prince Sultan e allo spazio aereo saudita, fondamentali per fornire copertura aerea (caccia, aerocisterne e protezione difensiva) alle navi che transitano nello Stretto. Ancora una volta si è trattato di un’operazione di Borsa, volta a far guadagnare cifre stratosferiche ai soliti noti, perché in vista di una ripresa del flusso di petrolio, per quanto illusoria potesse essere, i prezzi dell’oro nero si sono abbassati e poi si sono alzati una volta incassata la certezza che non si trattava altro che di narrazioni della Casa Bianca. Sono ormai due mesi che questi giochini vanno avanti, che i futures hanno quotazioni ben al di sotto di quelle del petrolio reale, che si fa insider trading a più non posso e questo sta decostruendo le favole nelle quali molti noi hanno creduto negli anni del neoliberismo.
La prima è quella che i mercati sarebbero onniscienti: niente di meno vero. Il fatto che ormai le transazioni avvengano in centesimi o addirittura in millesimi di secondi, non lascia spazio ad alcuna possibilità di riflessione e di realismo: il dito deve battere sul tasto in tempo reale a prescindere dalla realtà, perché ogni istante perso significa perdere o guadagnare cifre colossali. Così abbiamo la prova provata che i mercati agiscono in preda a riflessi condizionati e hanno ormai perso qualsiasi valore euristico o cognitivo. Sono più la coda del dinosauro che il suo cervello.

La seconda è che i mercati sono dominati da pochi attori che gestiscono nel complesso cifre superiori a quelle dei pil nominali di grandi Paesi: il fatto che lo stesso gioco venga reiterato parecchie volte, senza che questo modifichi il comportamento, vuole anche dire che dietro la facciata ci sono regie, oltre che vere e proprie strategie politiche. Tenere il più possibile basse le quotazioni dei futures ha permesso a Trump di guadagnare tempo e in sostanza di cercare in qualche modo di evadere dalle sue responsabilità: tutti possono vedere che gli aumenti delle materie prime energetiche hanno subito aumenti nominali molto meno importanti di quelli che ci si poteva attendere, mentre i contratti reali per la fornitura di petrolio e gas nessuno li vede e dunque non ci si può rendere pienamente conto della situazione. Certo i prezzi alla pompa aumentano, i voli si diradano, i costi di trasporto crescono, ma in maniera graduale così che l’impatto viene dilazionato nel tempo, dando l’impressione che si tratti di qualcosa di eccezionale, di temporaneo e non di strutturale.

La terza favola è che i mercati siano il termometro dell’economia reale: niente di più distante dal vero. Si tratta al contrario di una forma di economia finanziaria autoreferente dove le quotazioni hanno piuttosto a che vedere con i flussi di cassa, con i dividendi degli azionisti, con il breve termine, ma non hanno un diretto contatto con le capacità progettuali e i piani a lungo termine. Anzi, poiché avere progetti costa, di solito tutto ciò che a che vedere con questi vengono puniti dalle Borse. Tanto per fare un esempio concreto: durante gli anni di costo del denaro pari a zero, molte aziende invece di investire nel prodotto, hanno investito nell’acquisto delle proprie azioni, così da “crescere” rimanendo sempre uguali, a volte perfino dimagrendo. La questione vera è che il valore estraibile dal lavoro e dalla produzione è ormai inferiore a quello che si può ottenere dalla massa stessa di denaro. Si chiama economia finanziaria.

Questo modello ha ormai fatto il suo tempo, è alle corde e non ha alcuna speranza di spuntarla contro le economie realmente produttive: gli iraniani costruiscono missili sempre più aggiornati in ragione delle loro necessità, gli americani producono utili, che è una cosa ben diversa anche perché, produrre cose nuove riduce i guadagni e continuare invece con le vecchie linee, li massimizza. La sconfitta degli Usa in questa guerra è la sconfitta stessa di un sistema.

Redazione

 

 

 

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