Duecento anni fa, proprio di luglio, nasceva un grande filosofo, anche se già celebre come poeta. E con lui nasceva il nichilismo…

 

Duecento anni fa, proprio di luglio, nasceva un grande filosofo, anche se già celebre come poeta. E con lui nasceva il nichilismo, la scoperta del Nulla. Il giovane fu massimo nel pensiero come

 

Giacomo Leopardi.

nella poesia. Dico di Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone(L.C.) dei primi di luglio del 1820 è lo stesso Leopardi ad annunciare la nascita del filosofo dal grembo del poeta, dopo nove mesi di gravidanza nella cecità infelice: la poesia, scrive, si addice agli antichi e ai fanciulli, o i giovanetti, mentre i moderni e gli adulti sono filosofi. “Perduta la fantasia divenni insensibile alla natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo”. Il neonato filosofo aveva ventidue anni e alle spalle già grandi poesie: basterebbe citare solo l’Infinito per rendersi conto.

Ma Leopardi è anche filologo è dicendo ‘moderni’ sa di riferirsi a ciò che è del momento, or ora, e in un suo famoso dialogo la Moda è apparentata alla Morte. Perché la moda, come il moderno che ne deriva, perde il respiro dell’eterno, si situa sull’orlo provvisorio del presente e si affaccia con la sua caducità sul nero orizzonte del Nulla. Modernità è disillusione, disincanto, coscienza del Nulla. Il filosofo Leopardi si confronta col Nulla e può dirsi il fondatore di un pensiero che dopo troverà il suo nome: Nichilismo. Leopardi scopre il nulla, almeno nella modernità. A rinsaldare la sua opera di pensatore con quella di poeta, diremo che Leopardi è un nichilista lirico; il primo ad addentrarsi nelle voragini del nulla è lui. Prima di Nietzsche(1), di Turgenev(2) e Dostoevskij(3). Al Nulla in verità si era accostato Schopenhauer(4) due anni prima col Mondo come Volontà e Rappresentazione (L.C.), situandolo tra la noia e il dolore; ma l’esplicitazione lucida e irreparabile del Nulla è in Leopardi. Nel filosofo polacco-tedesco il Nulla finirà in Oriente e assumerà il significato ulteriore di Nirvana; quello stato di beatitudine e abbandono, vagheggiato pure da Leopardi, nel “naufragar m’è dolce in questo mare…”

Qual è invece la lanterna di Leopardi accesa nel buio del Nulla? L’illusione, “il piacer vano dell’illusioni…senza cui la nostra vita sarebbe la più misera e barbara delle cose”. In forma d’illusione trovano riparo le fedi, le speranze, i miti, i conforti, negati dall’implacabile ragione. Le illusioni come rifugio dall’infinita vanità del tutto, come la definisce Leopardi. Basterebbe ridefinire l’illusione in altro modo, intenderla come un forse, una scommessa sulla vita e sull’essere, per uscire dal pensiero tragico ed entrare nella sfera dell’avventura spirituale. Scommessa ardita che presuppone un cuore ardente… 

Propter vitam vivendi perdere causas, per preservare la propria vita si perdono le ragioni per vivere (Giovenale)

Allontaniamoci da Leopardi e addentriamoci oltre quella soglia disperata per cercare il senso della vita.(cfr-ndr) Di noi, viventi, contemporanei, anno di (dis)grazia 2020. Partiamo dalla pandemia notando che il contrario della speranza non è la disperazione ma la paura. La disperazione è il venir meno della speranza; la paura è invece l’esatto contrario della speranza. Nei mesi scorsi la Paura ha governato il mondo, producendo un effetto perverso che solo un poeta come Giovenale poteva ben sintetizzare. La frase è nota: Propter vitam vivendi perdere causas, per preservare la propria vita si perdono le ragioni per vivere. Ovvero, pur di sopravvivere si smette di vivere, si perde il senso della vita, o come un tempo si diceva, i motivi che la rendono degna di essere vissuta. È il ripiegamento sanitario a cui siamo stati costretti ha prodotto un paradosso: abbiamo rinunciato a vivere, a lavorare, a essere in rapporto agli altri, pur di preservarci dal virus.

Dopo mesi di prigionia domestico-sanitaria e annunci di recidiva uniti da crisi sociale-economica, chiediamoci allora del senso della vita. C’è chi risponde che è una domanda oziosa perché la vita non ha un senso, va solo vissuta. Chi cerca un senso è ancora orfano di Dio, dei suoi genitori, delle ancore di salvezza, delle geometrie rassicuranti. Il secondo livello di risposta invece dice che il senso alla vita lo diamo noi, e si risolve nel nostro fare, senza soffermarsi a pensare. Tutto è nella nostra volontà, nei nostri desideri.

Ma se la vita ha senso, il senso la oltrepassa: non decidemmo noi di nascere, non decidiamo noi di morire, non decidemmo noi di nascere in quel tempo, in quel luogo, in quella famiglia. La vita è ricevuta, non dirò che è un dono, perché Leopardi e molti infelici ci direbbero che è piuttosto una condanna. Limitiamoci dunque a dire che riceviamo la vita, dono e/o condanna.

Per difenderci dai quattro mali inesorabili della vita – la morte, il dolore, la vecchiaia e la solitudine – rispetto a cui sono inermi le scienze, le ideologie e le tecnologie, dobbiamo cercare un quadrifarmaco, come lo chiamava Epicuro, che possa dare un senso alla nostra vita. Mi sono cimentato nella ricerca di quei quattro rimedi in un libro “meta-leopardiano”, intitolato non a caso Dispera Bene, (L.C.) uscito alla vigilia della pandemia. A dirla in breve i quattro rimedi sono: Amor fati, accettare il proprio destino, anzi amarlo, amando la propria origine, la propria condizione e i propri limiti. Senso dei confini, capire che ogni bene è limitato, come limitati siamo noi; ci perdiamo nel nulla se desideriamo l’infinito, l’illimitato. Oltrepassare l’ego, ovvero non vedere il mondo chiusi nel proprio io, assoluto, prioritario, centrale, ma sentirsi parte di un tutto, mettersi dal punto di vista dell’albero e non delle singole foglie caduche. Infine, viaggiare sui tappeti volanti, ossia dotarsi di risorse naturali e culturali, mitiche e spirituali per abitare più mondi oltre il presente, il passato e il futuro, l’eterno e il favoloso.

La vita non va solo vissuta ma va dedicata a qualcosa di più della vita, a qualcuno, a Qualcuno; a una missione, un compito, una proiezione, abbracciando il destino. In quel quadrivio forse troveremo il senso della vita e apriremo uno spiraglio nella notte leopardiana.

Note:

  • (1) Friedrich Wilhelm Nietzsche; (Röcken, 15 ottobre 1844 – Weimar, 25 agosto 1900) è stato un filosofo, poeta, saggista, compositore e filologo tedesco. Fu cittadino prussiano fino al 1869, poi apolide (partecipò, comunque, alla guerra franco-prussiana come infermiere per sole due settimane). Considerato tra i massimi filosofi e scrittori di ogni tempo, ebbe un’influenza controversa, ma indiscutibile, sul pensiero filosofico, letterario, politico e scientifico del mondo occidentale nel XX secolo. La sua filosofia, in parte riconducibile al filone delle filosofie della vita, fu considerata da alcuni uno spartiacque fra la filosofia tradizionale e un nuovo modello di riflessione, informale e provocatorio. In ogni caso, si tratta di un pensatore unico nel suo genere, sì da giustificare l’enorme influenza da lui esercitata sul pensiero posteriore.
  • (2) Ivan Sergeevič Turgenev (Orël, 9 novembre 1818 – Bougival, 3 settembre 1883) è stato uno scrittore e drammaturgo russo. La data di nascita è il 28 ottobre, secondo il calendario giuliano in vigore all’epoca. Il suo romanzo Padri e figli è considerato uno dei capolavori della narrativa del XIX secolo per la sua analisi della struttura familiare russa della sua epoca e dei rapporti interpersonali al suo interno. Turgenev nacque in un’antica ed agiata famiglia di Orël, nell’omonima provincia russa. Suo padre, Sergej Nikolaevič, colonnello in un reggimento di cavalleria degli ussari, morì quando Ivan aveva sedici anni, lasciandolo, insieme al fratello Nikolaj, alle cure della madre Varvara Petrovna Lutovinova, donna severa ed inflessibile, ricca proprietaria di terreni con molti servi della gleba. Dopo aver frequentato i corsi scolastici tipici per ragazzi della sua estrazione sociale, Turgenev studiò per un anno all’Università di Mosca, ed in seguito in quella di San Pietroburgo, specializzandosi in studi classici, letteratura russa e filologia. Infine, nel 1838, fu mandato all’Università di Berlino a studiare filosofia (soprattutto Hegel) e storia. Qui Turgenev fu colpito dalla constatazione di quanto la società dell’Europa occidentale fosse più moderna di quella russa, tanto che, al suo ritorno in patria, si distinse per le idee “filo-occidentali”, contrapposte a quelle “slavofile”, essendo convinto che la Russia poteva progredire imitando l’Occidente, ed abolendo istituzioni ormai superate dai tempi, prima fra tutte la servitù della gleba.
  • (3) Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881) è stato uno scrittore e filosofo russo. È considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio.  Il 23 aprile 1849 viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. In realtà ha sì partecipato a tali riunioni, ma come incuriosito uditore, non come attivista. Il 16 novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati viene condannato alla pena capitale tramite fucilazione, ma incredibilmente il 19 dicembre lo zar Nicola I commuta la condanna a morte in lavori forzati a tempo indeterminato. La revoca della pena capitale, già decisa da giorni, viene comunicata allo scrittore solo quando è già sul patibolo. L’avvenimento lo segnerà molto, come ci testimoniano le riflessioni sulla pena di morte (alla quale Dostoevskij si dichiarerà fermamente contrario) in Delitto e castigo e ne L’idiota, scritto a Firenze. Il trauma della mancata fucilazione si assocerà alle prime ricorrenti crisi di epilessia (una forma ereditaria di epilessia del lobo temporale che già lo aveva colpito nel 1839) che segneranno la sua esistenza, e di questo dramma si troverà traccia in alcuni romanzi, quali L’idiota nella figura del principe Myškin. «A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: “se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”.» (L’idiota)
  • (4). Arthur Schopenhauer  (Danzica, 22 febbraio 1788 – Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860) è stato un filosofo tedesco, cittadino espatriato del regno di Prussia, e uno dei maggiori pensatori del XIX secolo e dell’epoca moderna. Il suo pensiero recupera alcuni elementi dell’illuminismo, della filosofia di Platone, del romanticismo e del kantismo, fondendoli con la suggestione esercitata dalle dottrine orientali, specialmente quella buddhista e induista. Schopenhauer crea una sua originale concezione filosofica caratterizzata da un forte pessimismo, la quale ebbe una straordinaria influenza, seppur a volte completamente rielaborata, sui filosofi successivi, come ad esempio Friedrich Nietzsche, e, in generale, sulla cultura europea coeva e successiva, inserendosi nella corrente delle filosofie della vita. Figlio di un ricco mercante e di una scrittrice, si stabilì a Weimar con la madre dopo il suicidio del padre. Qui conobbe Wieland e Goethe. Con buoni studi alle spalle, decise di dedicarsi alla filosofia e frequentò i corsi tenuti da Schulze a Gottinga e quelli di Fichte a Berlino. Nei confronti di questi, ma anche di Schelling ed Hegel, Schopenhauer nutrì sempre, concorde in questo con Kierkegaard, disprezzo e avversione, definendo Hegel il gran ciarlatano.

    Fonte

    (cfr-ndr)

    La parola senso, è una parola che nasce solo all’interno del gruppo cristiano, i cristiani concepiscono il tempo come un tempo escatologico – éskhatos è una parola che significa ultimo – dove alla fine si realizza quello che all’inizio era stato annunciato, allora il tempo acquista un senso perché iscritto in un disegno, in un progetto, il progetto di Dio. Per i greci invece, che pensavano che il tempo fosse ciclico, primavera estate autunno inverno, quindi gli uomini seguivano il destino della Natura, la quale Natura non ha senso è semplicemente la ripetizione della sua vitalità, non si ponevano il senso della vita, perché il loro tempo non era iscritto in nessun disegno ma era iscritto in un ciclo che era il ciclo naturale.

Libri Citati

 

  • Zibaldone di pensieri.
  • Nuova edizione tematica condotta sugli Indici leopardiani
  • Giacomo Leopardi
  • Curatore: Fabiana Cacciapuoti
  • Editore: Feltrinelli
  • Collana: Universale economica. I classici
  • Anno edizione: 2019
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 17 gennaio 2019
  • Pagine: LIV-1231 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788807903243. Acquista. € 23,75

Descrizione

Per un intero secolo, da quando, Giosuè Carducci ne patrocinò la prima edizione a stampa, lo «Zibaldone di pensieri» di Giacomo Leopardi è assurto a simbolo del “frammento” per eccellenza. Quello che è da tutti considerato un capolavoro assoluto di prosa letteraria, è stato presentato da una lunga tradizione come un’opera volutamente asistematica, un flusso di pensieri senza ordine. A distanza di oltre un secolo da quella prima edizione carducciana, il meticoloso e acuto lavoro critico-filologico di Fabiana Cacciapuoti ha portato alla luce l’idea di una grande opera per “trattati”. Un testo dotato di precise chiavi di lettura, organizzabile – se non compiutamente organizzato – a partire da ben definiti fuochi tematici. Un suo progetto di riordino e indicizzazione degli appunti sarà effettivamente messo in atto, attraverso un rigoroso sistema di voci e di numeri, redatto su differenti schedine (conservate presso la Biblioteca nazionale di Napoli). Sono, in particolare, sette paginette scarne ma decisive a evidenziare i differenti percorsi tematici. Proprio seguendo quelle pagine, sono stati qui “rimontati” tutti i brani leopardiani, ricostruendo così nella sua compiutezza il tendenziale suo “sistema”. Questa nuova edizione tematica dello «Zibaldone di pensieri» viene ora proposta in un volume unico, con l’indicazione di tutte le indicizzazioni via via appuntate da Leopardi. Una riaggregazione dei materiali leopardiani che ne cambia la chiave di lettura. Con un preludio di Antonio Prete.

 

  • Il mondo come volontà e rappresentazione. Ediz. integrale
  •  Arthur Schopenhauer
  •  Traduttore: Gian Carlo Giani
  • Editore: Newton Compton Editori
  • Collana: I MiniMammut
  • Anno edizione: 2015
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 16 aprile 2015
  • Pagine: 543 p., Rilegato
  • EAN: 9788854175020.   Acquista. € 4,66

 

Descrizione

La comprensione metafisica del mondo è possibile, secondo Schopenhauer, non attraverso l’esperienza sensibile, giacché il fenomeno è pura apparenza o “rappresentazione”, ma attraverso la “volontà”, che consente di conoscere il noumeno. Una sorta di dualismo tra la dimensione di apparenza delle cose e la sostanza delle stesse: al fondo delle teorie di Schopenhauer risiede una vena di pessimismo, poiché l’uomo incessantemente tende alla conoscenza infinita, e subisce incessantemente la frustrazione di questo desiderio. La vita è solo una faticosa battaglia per l’esistenza, costellata di dolore e noia. L’arte e in particolare la musica – è il solo antidoto che consenta all’uomo di contemplare l’universale, seppure in maniera effimera. Introduzione di Marcella D’Abbiero.

 

  • Dispera bene. Manuale di consolazione e resistenza al declino
  • Marcello Veneziani
  • Editore: Marsilio
  • Collana: I nodi
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 23 gennaio 2020
  • Pagine: 152 p., Brossura
  • EAN: 9788829703395. Acquista. € 16,15

 

Descrizione

Con sguardo lucido e disincantato, Marcello Veneziani propone al lettore un manuale di consolazione per reagire al declino e far nascere la fiducia dalla disperazione. Come si può continuare a vivere quando con l’età, i fallimenti e le delusioni si è persa la speranza in tutto ciò che in passato dava un senso alle proprie giornate: idee politiche, relazioni umane, l’esattezza rassicurante della scienza, Dio? È venuta meno la speranza che le cose possano durare ed è venuta meno anche la speranza che le cose possano cambiare. Ma dopo la speranze finiranno anche le disperazioni. Con sguardo lucido e disincantato, Marcello Veneziani propone al lettore un manuale di consolazione per reagire al declino e far nascere la fiducia dalla disperazione. Si interroga sul mondo, sul tempo, sulla politica, sull’età che avanza, rivolge una lettera a un ragazzo del duemila e una postilla a un bambino neonato. E suggerisce un quadrifarmaco per affrontare un tempo che non ci piace, curare il pessimismo, ripararsi dal potere e finire in bellezza. Un libretto d’istruzioni per smontare e rimontare la vita, accettarla ma non subirla. Cosa mettere in salvo, prima che faccia notte, sapendo che il mondo non inizia e non finisce con noi.

 

 

 

Fonte MV, La Verità 15 luglio 2020

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