La sepoltura prematura (The Premature Burial) è un racconto di Edgar Allan Poe appartenente alla raccolta Racconti del terrore. Fu pubblicato per la prima volta nel 1844 in The Philadelphia Dollar Newspaper.

Il racconto è costituito da alcuni esempi di sepoltura di esseri umani ancora in vita, creduti morti a causa di un prolungato stato di coma o catalessi. Il brano evidenzia ripetutamente il terrore e l’angoscia che si provavano spesso, all’epoca, di fronte alla prospettiva di essere sepolti vivi. Vari sono stati i ritrovamenti di bare dai coperti graffiati e incisi dall’interno. Il racconto risente dell’influenza della poesia sepolcrale settecentesca, che cantava gli orrori della tomba. Il protagonista del racconto ammette, alla fine, di essere un lettore dei Night thoughts, i Pensieri notturni di Edward Young.

Trama

Il racconto è descritto in prima persona, dove la voce narrante non ha nome descrive la sua lotta con cose come “attacchi di panico, o disordine mentale, che i medici hanno accettato di definire catalessi”, una condizione in cui casualmente cade in una trance simile alla morte. Questo porta alla sua paura di essere sepolto vivo (“Il vero squallore”, dice, è “essere sepolto vivo”). Rimarca la sua paura citando diverse persone che sono state sepolte vive. Nel primo caso, il tragico incidente fu scoperto solo molto tempo dopo, quando la cripta della vittima fu riaperta. In altri, le vittime rianimavano e riuscivano a richiamare l’attenzione su se stesse in tempo per essere liberate dalle loro spaventose carceri.

Il narratore esamina questi esempi per fornire un contesto alla sua fobia quasi paralizzante di essere sepolto vivo. Come spiega, le sue condizioni lo hanno portato a scivolare in uno stato di trance di incoscienza, una malattia che è progressivamente peggiorata nel tempo. Divenne ossessionato dall’idea che sarebbe caduto in uno stato simile mentre era lontano da casa e che il suo stato sarebbe stato scambiato per la morte. Strappa promesse dai suoi amici che non lo seppelliranno prematuramente, si rifiuterà di lasciare la sua casa e costruirà un’elaborata tomba con attrezzature che gli permettano di segnalare aiuto nel caso in cui si debba risvegliare dopo la “morte”.

La storia culmina quando il narratore si risveglia in un’oscurità nera come pece in un’area ristretta. Presume che sia stato sepolto vivo e che tutte le sue precauzioni non hanno avuto successo. Lui grida e viene immediatamente messo a tacere; si rende presto conto di trovarsi nell’ancoraggio di una piccola barca, non di una tomba. L’evento lo sconvolge dalla sua ossessione per la morte.

Fonte Wikipedia.

 

 

LA SEPOLTURA PREMATURA

Racconto

di

EDGAR ALLAN POE

“I confini delimitanti la Vita dalla Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi.”

Vi sono alcuni argomenti d’interesse vivissimo, avvincenti, ma troppo totalitariamente orribili agli scopi di una giustificata invenzione. Da questi il romanziere puro deve astenersi, se non vuole offendere o disgustare. Possono essere trattati giustificatamente solo quando siano santificati e avvalorati dalla severità e dalla maestà del Vero. Noi ci emozioniamo, per esempio, di un’acutissima e “piacevolissima sofferenza” alle descrizioni del passaggio della Beresina, del terremoto di Lisbona, della peste di Londra, del massacro di San Bartolomeo, o della morte per soffocazione dei cento ventitré  prigionieri nel Black Hole di Calcutta.

Ma in queste descrizioni è il fatto, è la realtà, è la storia l’elemento che emoziona; come invenzioni le considereremmo con vero aborrimento.

Ho citato solo alcune tra le più famose e note calamità, ma in queste è non soltanto la portata, ma l’aspetto stesso della calamità ciò che così vivamente impressiona la fantasia. Non ho bisogno di ricordare al lettore che dalla lunga e lugubre enumerazione delle umane miserie avrei potuto scegliere molti casi singoli più impregnati di sofferenza essenziale che non uno solo di questi immani disastri generici.

L‘infelicità vera, l’afflizione suprema è delimitata, non diffusa. E che le estreme ambasce dell’agonia siano sopportate dall’uomo individuo, non mai dall’uomo massa… sia ringraziato di questo un Dio misericordioso! Essere seppelliti ancora vivi è senza dubbio il più spaventoso di questi estremi che mai sia toccato in sorte a essere mortale. Che ciò sia accaduto frequentemente, assai frequentemente, non sarà certo negato da coloro che pensano. I confini delimitanti la Vita dalla Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi. Chi può dire dove quella finisce e dove questa incomincia? Sappiamo che esistono malattie in cui avviene una cessazione totale di ogni apparente funzione di vita, e nondimeno queste cessazioni non sono che semplici sospensioni, per chiamarle col loro giusto nome, non sono che pause temporanee nel meccanismo incomprensibile. Trascorre un certo periodo di tempo, ed ecco che un invisibile misterioso principio rimette in moto i magici ingranaggi, le fatate ruote. La corda argentea non era allentata per sempre, l’aurea ciotola non era stata irreparabilmente spezzata, ma dove si trovava l’anima frattanto?

Indipendentemente comunque dall’inevitabile conclusione aprioristica che tali cause debbono produrre tali effetti, che il ben noto avverarsi di simili casi d’interrotta vitalità devono naturalmente dare origine di quando in quando a inumazioni premature, e indipendentemente da questa considerazione abbiamo la testimonianza diretta dell’esperienza comune e di quella medica a riprova che molti seppellimenti del genere sono effettivamente avvenuti. Potrei riferirmi subito, se fosse necessario, a cento esempi ampiamente documentati. Uno di questi fatti, notevolissimo, e le cui circostanze sono forse ancora vive nel ricordo di qualcuno tra i miei lettori, accadde non molto tempo fa, nella vicina città di Baltimora, dove suscitò un’emozione penosa, intensa, vastissima. La moglie di uno tra i cittadini più rispettabili, avvocato di grido e membro del Congresso, fu colta da un’improvvisa inspiegabile malattia, che eluse in modo assoluto la competenza dei medici. Dopo molto soffrire la donna morì, o si credette che fosse morta. Nessuno infatti sospettava o aveva motivo di sospettare che non fosse veramente morta. Presentava tutti i tratti caratteristici della morte. Il volto aveva assunto il consueto profilo affilato e infossato. Le labbra avevano il tipico pallore del marmo. Gli occhi avevano perso ogni lucentezza. Ogni calore aveva abbandonato le rigide membra. I battiti e le pulsazioni erano cessate. Per tre giorni il corpo rimase esposto insepolto, acquistando in questo periodo di tempo una rigidità petrigna. In breve i funerali vennero affrettati causa il rapido progredire di quella che si supponeva essere la decomposizione del cadavere.

La signora fu deposta nella tomba di famiglia dove giacque indisturbata per tre anni consecutivi. Allo spirare di questo termine la tomba fu riaperta per accogliervi un sarcofago… ma quale spaventosa emozione attendeva il marito, il quale aveva aperto personalmente l’ingresso della tomba. Mentre le porte giravano lentamente sui cardini un oggetto biancovestito gli cadde tra le braccia con un secco rumore. Era lo scheletro della moglie avvolto nel sudario non ancora consunto.

Un’accurata inchiesta dimostrò senza possibilità di dubbio che la donna era tornata in vita due giorni dopo essere stata inumata, che il suo dibattersi entro la bara aveva fatto sì che questa cadesse, da uno sporto o sostegno, al suolo, dove si era sfasciata, in modo da consentire alla donna la fuga. Una lampada lasciata casualmente piena d’olio presso la tomba fu trovata vuota; poteva però anche darsi che si fosse esaurita per effetto di evaporazione. Sui gradini superiori che conducevano nella camera mortuaria fu rinvenuto un grosso frammento del feretro col quale si suppose ella avesse tentato di attirare l’attenzione colpendo ripetutamente il portale di ferro. In questo tentativo ella doveva essere probabilmente svenuta o forsanche morta di semplice terrore, e nel cadere il suo lenzuolo funebre si era impigliato in un ornamento di ferro che sporgeva dall’interno. Così era rimasta e così si era putrefatta in posizione eretta.

Nell’anno 1810 si ebbe in Francia un caso di inumazione vivente, testimoniato da circostanze che avvalorano l’asserto che la realtà è invero più strana della fantasia. L’eroina di questa vicenda fu una certa mademoiselle Victorine Lafourcade, una giovinetta discendente da illustre famiglia, ricchissima e bellissima. Tra i suoi numerosi spasimanti vi era un certo Julien Bossuet, un povero “litterateur”, o giornalista che dir si voglia, parigino. Il suo talento e il suo fascino in genere avevano attratto l’interesse dell’ereditiera, dalla quale sembra egli sia stato sinceramente amato, ma l’orgoglio di nascita la decise infine a respingere il giovane e a sposare un certo monsieur Renelle, banchiere e diplomatico di qualche fama. Dopo il matrimonio tuttavia costui trascurò e forsanche maltrattò effettivamente la giovane sposa. Dopo aver trascorso con lui alcuni anni infelicissimi, la donna morì, o per lo meno il suo stato rassomigliava talmente alla morte da ingannare chiunque la vide sul letto funebre. Venne sepolta, non in una cripta, ma in una tomba comune del villaggio in cui era nata. In preda alla disperazione e ancora infiammato dal ricordo di un profondo attaccamento, l’innamorato lascia la capitale e si reca nella lontana provincia dove sorge il villaggio, nel romantico intento di dissotterrare il cadavere e di appropriarsi delle lussureggianti trecce dell’amata.

Giunge così alla tomba. A mezzanotte infatti dissotterra la bara e l’apre e sta per recidere i capelli quando è fermato in questo gesto dal riaprirsi degli occhi adorati. La donna infatti era stata seppellita viva. L’alito vitale non l’aveva ancora del tutto abbandonata, e le carezze dell’innamorato la risvegliarono dal letargo che era stato erroneamente confuso con la morte. In preda alla più profonda emozione l’uomo la trasportò nella cameretta che aveva preso in affitto al villaggio, usò alcuni energici ricostituenti suggeritigli da cognizioni mediche tutt’altro che scarse e infine la giovane donna rivisse.

Riconobbe il suo salvatore e rimase con lui sino a quando, a poco a poco e per gradi, non ebbe ricuperata del tutto la salute. Il suo cuore di donna non era adamantino, e quella suprema lezione d’amore bastò per raddolcirlo. Donò tutto il suo affetto a Bossuet, e senza più tornare presso il marito, ma anzi nascondendogli la propria resurrezione, fuggì in America con l’amante. Vent’anni dopo i due rientrarono in Francia convinti che il tempo avesse talmente mutato l’aspetto della signora che i suoi amici non avrebbero potuto ravvisarla; ma s’ingannavano, ché, al primo incontro, monsieur Renelle riconobbe immediatamente la propria moglie e la reclamò a sé. La donna però si oppose alle pretese del marito e il tribunale appoggiò il suo rifiuto dichiarando che circostanze particolarissime, oltre a quel lungo trascorrere di anni, avevano annullato non solo moralmente ma anche di diritto i legami maritali.

La “Rivista di Chirurgia” di Lipsia, un periodico di gran merito e autorità che qualche editore americano farebbe bene a tradurre e a pubblicare, registra in un suo numero recente un tragico esempio di simili casi.

Un ufficiale d’artiglieria, di statura gigantesca e di salute robustissima, in seguito a una caduta da cavallo si ferì al capo in modo assai grave, tanto da perdere immediatamente i sensi; il cranio ne ebbe a subire una lieve frattura; tuttavia nessuno temette un pericolo immediato. Gli venne praticata con successo la trapanazione; fu poi salassato, e furono adottati molti dei soliti rimedi del caso. L’uomo sprofondò nondimeno a poco a poco in uno stato di sopore sempre più disperato, sinché si ritenne che fosse morto.

La stagione era calda, ed egli venne inumato con fretta eccessiva in un pubblico cimitero. I suoi funerali vennero celebrati un giovedì. La domenica successiva il cimitero era come al solito affollato di visitatori, e verso il mezzogiorno si sparse un vivo panico tra la folla in seguito alle asserzioni di un contadino il quale dichiarò che mentre sedeva sulla tomba dell’ufficiale aveva distintamente avvertito uno scuotimento del terreno, come se qualcuno da sotto si dibattesse. A tutta prima non fu dato peso alle affermazioni dell’uomo, ma il suo palese terrore e l’ottusa pertinacia con la quale seguitava a ripetere il suo racconto produssero tra la gente il loro logico effetto. Qualcuno si procurò in tutta fretta delle zappe, e in capo a pochi minuti la tomba che era stata scavata in modo veramente ignominioso, a pochissima profondità, venne scoperta con tanta violenza che subito affiorò la testa del suo occupante. Costui tuttavia era apparentemente morto, ma sedeva eretto dentro il feretro di cui nel suo furioso dibattersi egli aveva parzialmente sollevato il coperchio.

Fu subito trasportato al più vicino ospedale dove venne dichiarato ancora vivo, benché in stato asfittico. Dopo alcune ore rinvenne, riconobbe varie persone di sua conoscenza, e con frasi rotte descrisse la angosce allucinanti da lui esperimentate nella tomba.

Da quanto egli narrò apparve evidente che dovette rimanere conscio della vita per oltre un’ora, mentre veniva inumato, prima di cadere nell’insensibilità. La tomba era stata riempita con noncuranza e scarsamente di un humus eccessivamente poroso che vi lasciò pertanto penetrare un poco d’aria. Egli intese i passi della folla sopra di lui e tentò di farsi intendere a sua volta. Era stato il brusio entro il recinto del cimitero, spiegò, che probabilmente lo aveva risvegliato dal profondo sonno in cui era piombato; ma non appena fu sveglio si rese conto di tutta la terribilità della spaventosa situazione in cui si trovava.

Il giornale riporta che questo malato era già in via di miglioramento e pareva ormai prossimo alla guarigione, allorché cadde vittima delle esperienze ciarlatanesche di medici incapaci. Gli fu applicata la batteria galvanica, e il disgraziato spirò in uno di quei parossismi estatici che a volte tale apparecchio produce.

Parlando della batteria galvanica mi rammento a questo proposito di un caso notissimo e del tutto straordinario nel quale la sua applicazione permise di richiamare in vita un giovane avvocato londinese sepolto da due giorni. Questo fatto accadde nel 1831 e produsse in quel tempo una impressione vivissima, divenendo l’argomento di tutte le conversazioni.

Il paziente, certo Edward Stapleton, era morto apparentemente di febbre tifoidea accompagnata da alcuni sintomi anormali che avevano risvegliato la curiosità dei medici che lo curavano. Al momento del suo apparente decesso i suoi amici furono pregati di concedere l’autopsia dello Stapleton, ma costoro si rifiutarono. Come spesso accade quando avvengono simili rifiuti, i medici decisero di esumare il cadavere e di sezionarlo con comodo e in privato. Si accordarono senza difficoltà con una delle numerose bande di dissotterratori di cadaveri di cui Londra abbonda, e la terza notte successiva alle esequie il supposto cadavere fu asportato da una tomba profonda più di due metri e deposto nella sala operatoria di una clinica privata.

Già era stata praticata nell’addome un’incisione di una certa entità, allorché l’aspetto fresco e assolutamente indecomposto del soggetto suggerì l’applicazione della batteria. A un’esperienza ne succedette un’altra, e subentrarono gli effetti consueti senza nulla che li caratterizzasse in modo particolare all’infuori, forse, in qualche momento, di un’apparenza di vita un poco superiore a quella comunemente ottenuta in simili casi durante l’azione convulsiva.

Intanto si era fatto tardi. Già stava per albeggiare, e si ritenne opportuno di procedere senza ulteriori indugi alla dissezione. Uno studente però, tra quel gruppo di medici, era particolarmente desideroso di esperimentare una teoria sua propria, e insistette pertanto nell’applicazione della batteria a uno dei muscoli pettorali. Fu eseguita un’incisione sommaria, e un filo venne messo rapidamente in contatto, al che il paziente con un movimento rapido ma per nulla convulso, si levò dal tavolo anatomico, avanzò nel mezzo della stanza, si guardò attorno smarrito per pochi secondi e infine… parlò. Ciò che disse rimase inintelligibile, ma alcune parole furono pronunciate e la sillabazione era chiara. Dopo aver parlato cadde pesantemente al suolo.

Per alcuni istanti tutti rimasero paralizzati dalla paura, ma ben presto l’urgenza del caso riportò nei presenti la necessaria padronanza dei nervi. Apparve subito chiaro che lo Stapleton era ben vivo, ancorché in deliquio. Fu subito ravvivato con un’applicazione di etere, e fu rapidamente restituito alla salute e alla compagnia dei suoi amici, ai quali tuttavia fu tenuto nascosto il modo della sua resurrezione, dal momento che non vi era più motivo di temere una ricaduta. É facile immaginare il loro stupore, la loro rapita meraviglia.

Ma i particolari più emozionanti di questa vicenda sono contenuti nelle dichiarazioni dirette dello Stapleton. Egli afferma di non essere mai stato completamente insensibile, che, sia pure in modo incerto e confuso, egli era consapevole di quanto accadeva intorno a lui, dal momento che fu dichiarato MORTO dai suoi medici, sino al momento in cui cadde svenuto sul pavimento della clinica. “Sono vivo”, furono le inafferrabili parole che egli si era sforzato di pronunciare nella sua disperazione, non appena ebbe riconosciuto come sala anatomica il luogo in cui si trovava.

Mi sarebbe facile moltiplicare esempi del genere, ma me ne astengo, poiché non ne abbiamo in realtà bisogno per dimostrare il fatto ben riconosciuto del frequente avverarsi di seppellimenti prematuri. Se riflettiamo quanto raramente, data la natura del caso, ci sia possibile accertarli, dobbiamo ammettere che è possibile avvengano FREQUENTEMENTE, a nostra insaputa. Accade raramente infatti che si scoperchino le tombe di un cimitero senza che vi si trovino scheletri in posizioni tali da suggerire il più spaventoso dei sospetti.

Ma se spaventoso è tale sospetto, quanto più spaventoso il destino! Si può asserire senza esitazione che NESSUNA cosa al mondo è più terrificatemene atta a ispirare il culmine dell’ambascia sia fisica che mentale quanto un seppellimento prima della morte. L’intollerabile oppressione dei polmoni, le esalazioni soffocanti della terra umida, l’appiccicaticcio degli indumenti funebri, il rigido amplesso dell’angusta dimora, le tenebre della Notte totale, il silenzio simile a un dilagante mare, l’invisibile e pur tangibile presenza del Verme Conquistatore, tutto ciò col pensiero dell’aria e dell’erba sopra di noi, col ricordo degli amici cari che volerebbero a salvarci se sapessero del nostro destino, e la consapevolezza che di questo nostro destino MAI essi saranno informati, che la nostra disperata sorte è quella dei veramente morti, tutte queste riflessioni, dico, riempiono il cuore che ancora palpita di un così spaventoso e intollerabile orrore che anche la più audace immaginazione ne arretra atterrita. Non possiamo pensare a nulla di più angosciante sulla Terra, non possiamo fantasticare di nulla di più ripugnante sia pur nei regni del più profondo Inferno. Ecco perché tutti i racconti vertenti su questo argomento sono rivestiti di un vivo interesse, un interesse tuttavia che pur attraverso il terrore reverenziale dell’argomento in sé, dipende in modo particolare dal nostro convincimento circa la VERITÀ della vicenda narrata. Quel che sto ora per riferire mi è noto in modo diretto e per esperienza positiva e personale.

Ero soggetto da parecchi anni a crisi di uno strano disordine fisico che i medici si sono accordati nel definire catalessi, in mancanza di un appellativo più appropriato. Ancorché, sia le cause immediate quanto quelle predisponenti, e persino la diagnosi di questa malattia rimangono tuttora un mistero, il suo carattere ovvio e apparente è ormai sufficientemente noto. Sembra che le sue variazioni siano soprattutto d’intensità. A volte il paziente giace per un giorno solo, o forsanche per un periodo di tempo più breve, in una specie di letargo eccessivo. É insensibile ed esteriormente immobile, ma le pulsazioni del cuore sono ancora debolmente percettibili, qualche traccia di calore ancora rimane, un lieve colore indugia al sommo delle guance, e allorché sia avvicinato alle labbra uno specchio, ancora possiamo avvertire l’azione dei polmoni per quanto torpida, ineguale, oscillante. Quindi lo stato ipnotico può perdurare anche per settimane, persino dei mesi, mentre il più attento esame e le più rigorose prove mediche non riescono a stabilire alcuna distinzione materiale tra le condizioni del paziente e ciò che noi sappiamo della morte totale. Di solito egli è salvato da un’inumazione prematura soltanto per la conoscenza che hanno i suoi amici del suo essere stato altre volte soggetto a catalessi, dal conseguente sospetto che ne scaturisce e soprattutto per la non comparsa di decomposizione.

Fortunatamente l’avanzare della malattia è graduale. Per quanto accentuate, le prime manifestazioni non si prestano a equivoco. Gli attacchi si fanno successivamente sempre più distinti, protraendosi ciascuno per un periodo di tempo sempre più lungo del precedente. In questo consiste la maggior garanzia contro un’eventuale inumazione. Il disgraziato il cui PRIMO accesso dovesse essere di quella estrema gravità che a volte capita, sarebbe quasi inevitabilmente consegnato vivo alla tomba.

Il mio caso personale non differiva per nessun particolare degno di nota da quelli citati nei libri di medicina. A volte, senza alcuna causa apparente, io cadevo a poco a poco in uno stato di semi sincope, o di quasi deliquio; e questo senza dolore, senza possibilità di muovermi né, strettamente parlando, di pensare, ma con la vaga letargica consapevolezza di vita e con l’opaca sensazione della presenza di coloro che attorniavano il mio letto. In questo stato rimanevo sino a che la crisi della malattia mi restituiva di colpo a una sensibilità perfetta. In altri momenti invece ero colpito rapidamente, d’impeto. Mi sentivo male, diventavo inerte, freddo, stordito, e cadevo subito prostrato.

Allora per settimane tutto intorno a me era vuoto, tenebre e silenzio, e il Nulla diveniva l’universo. L’annientamento totale non avrebbe potuto essere peggiore. Da questi ultimi attacchi mi risvegliavo però con una gradazione lenta in proporzione alla subitaneità dell’attacco. Proprio come spunta il giorno per il mendicante senza casa e senza amici che va errando per le vie della città nella lunga desolata notte invernale, con la stessa lentezza, con la stessa stanchezza, e pur con la stessa gioia si rifaceva in me la luce dell’Anima.

Comunque, nonostante questa predisposizione all’ipnosi, il mio stato generale di salute appariva buono, né era possibile accorgersi che io fossi in realtà affetto da una malattia predominante, a meno che non sia da considerarsi come un sintomo una certa idiosincrasia nel mio SONNO ordinario. Infatti risvegliandomi non riuscivo mai a recuperare immediatamente il completo possesso dei miei sensi, e restavo sempre per lunghi minuti in uno stato di grande stupore e perplessità, mentre le facoltà mentali in genere e la memoria in particolare venivano a trovarsi in condizioni di inferiorità assoluta.

In tutti questi miei disturbi non vi era sofferenza fisica, ma un’infinita angoscia morale. La mia fantasia si faceva macabra. Discorrevo senza posa “di vermi, di tombe, di epitaffi”. Mi perdevo in fantasticherie di morte e il pensiero dell’inumazione prematura mi ossessionava costantemente il cervello. Lo spettrale Pericolo cui ero soggetto mi perseguitava notte e giorno. Nella prima le torture della meditazione erano eccessive, nel secondo intollerabili. Quando le tetre Tenebre avviluppavano la Terra, io allora rabbrividivo al solo terrore di dover ancora pensare… rabbrividivo come rabbrividiscono sulcarro funebre gli ondeggianti pennacchi. Allorché la Natura non riusciva più a sopportare lo stato di veglia, era solo dopo uno sforzo violento che io cedevo al sonno, poiché mi agghiacciava il timore di trovarmi al risveglio abitatore di una tomba. E allorché infine cadevo in una specie di sonnolenza, ciò era solo per sentirmi trasportato immediatamente in un mondo di fantasmi, al disopra del quale si librava sovrana, unica, sepolcrale, l’Idea.

Dalle innumerevoli immagini d’incubo che così mi angosciavano nel sogno traggo per narrarla quest’unica visione solitaria. Probabilmente ero immerso in una ipnosi catalettica di durata e di profondità più intense del consueto. D’improvviso una mano di ghiaccio si posò sulla mia fronte, e una voce impaziente, sconnessa, mi sussurrò all’orecchio:

– Alzati!

Mi posi a sedere eretto. Le tenebre erano assolute. Non riuscivo a distinguere la figura di colui che mi aveva risvegliato. Non mi era possibile richiamare alla memoria né il momento in cui ero caduto nell’ipnosi, né il luogo in cui attualmente giacevo. Mentre restavo così immobile sforzandomi di raccogliere i miei pensieri, la fredda mano mi afferrò selvaggiamente per il polso scuotendomelo con veemenza mentre la voce sconnessa mi ripeteva: – Alzati! Non ti ho forse ordinato di alzarti? – E tu chi sei? – chiesi. – Non ho nome nelle regioni in cui dimoro, – replicò lamentosamente la voce; – ero mortale, oggi sono demone. Fui spietato, oggi sono pietoso: tu senti che io rabbrividisco. I miei denti battono mentre parlo, ma non è per il rigore della notte, bensì della notte senza fine. Ma questa laidezza è intollerabile. Come puoi TU dormire tranquillo? Io non so riposare al grido di queste immani agonie. Questi spettacoli oltrepassano ogni sopportazione. Alzati! Vieni con me nella Notte eterna, e lascia che io ti riveli le tombe. Non è forse questa una visione d’angoscia? Guarda!

Guardai, e l’invisibile immagine che sempre mi teneva stretto per il polso aveva fatto sì che le tombe dell’umanità tutta si scoperchiassero; ed ecco che da ciascuna di esse emanava il fievole fosforico chiarore della decomposizione, cosicché io potei vedere sin dentro i più riposti recessi e contemplare i corpi avviluppati in sudari nei loro malinconici solenni sonni col verme. Ma, ahimè! I veri dormienti erano in numero di molti milioni inferiore a coloro che non dormivano affatto, e dappertutto era un fioco dibattersi, e dappertutto una comune cupa irrequietezza, e dalle profondità delle innumerevoli buche si levava dalle vesti dei sepolti un triste fruscio. E di coloro che sembravano tranquillamente riposare vidi che molti avevano mutato in grado maggiore o minore la rigida scomoda posizione nella quale erano stati originariamente deposti. E la voce nuovamente mi disse mentre io guardavo: – Non è, oh, non è DUNQUE uno spettacolo miserando? – Ma prima che io potessi trovare le parole per rispondere, la figura aveva cessato di stringermi il polso, le luci fosforescenti erano svanite, e le tombe si erano rinchiuse con improvvisa violenza mentre da esse usciva un tumulto di implorazioni disperate che ripetevano senza posa: “Non è… Oh, Dio! non è DUNQUE uno spettacolo miserando?”.

Allucinazioni come queste che mi si presentavano la notte, prolungavano il loro pauroso influsso per molte ore anche dopo il mio risveglio. I miei nervi divennero eccitabilissimi, e io ero caduto in preda a un timore perpetuo. Non osavo cavalcare, né camminare, né applicarmi a un esercizio fisico qualsiasi che mi portasse lontano da casa. Infatti non mi fidavo più ad uscire fuori della presenza immediata di coloro che erano al corrente della mia predisposizione alla catalessi, per il timore, se fossi stato colto da una delle mie crisi consuete, di essere seppellito prima che accertassero le mie vere condizioni di salute. Dubitavo ormai anche delle cure e della lealtà dei miei amici più cari. Paventavo che durante un attacco di durata superiore al normale essi potessero essere indotti a considerarmi irrevocabilmente perduto. Giunsi persino a temere che, poiché ero cagione di molto disturbo, potessero essere lieti di ritenere un attacco troppo prolungato scusa sufficiente per sbarazzarsi definitivamente di me. Invano essi tentavano di acquietarmi con promesse solenni. Io pretesi i giuramenti più sacri affinché per nessun motivo mi avessero a seppellire sino a quando la decomposizione fosse materialmente tanto progredita da rendere impossibile ogni ulteriore conservazione. Ma anche così i miei terrori mortali non intendevano ragione, non accettavano conforto alcuno.

Cominciai a premunirmi con complicate cautele. Feci trasformare tra l’altro la mia cappella di famiglia in modo che fosse facilmente apribile dall’interno. Sarebbe bastata una lievissima pressione su una lunga leva che si estendeva sin nell’interno della tomba perché i portali di ferro si aprissero immediatamente. Sistemai anche vari dispositivi onde l’aria e la luce potessero entrare liberamente, e nicchie apposite per cibo e acqua alla portata immediata della bara destinata ad accogliermi. Questa bara era stata imbottita con stoffe morbide e calde, ed era provveduta di un coperchio costruito secondo il principio dell’uscio della cripta, con l’aggiunta di molle congegnate in modo che anche il più piccolo movimento del corpo sarebbe bastato a farlo scattare. Oltre a tutto questo avevo fatto sospendere al soffitto della tomba una grossa campana la cui fune doveva estendersi attraverso un’apertura sin entro il feretro, ed essere in tal modo legata a una mano del cadavere, ma ahimè! A che serve l’oculatezza contro il destino? Neppure queste accuratamente studiate provvidenze valsero a salvare delle indicibili ambasce dell’inumazione vivente me sciagurato a queste ambasce predestinato!

Giunse un tempo, come del resto già era accaduto altre volte, in cui mi trovai a emergere da uno stato di incoscienza totale alla prima debolissima indefinita sensazione di esistere. Lentamente, con lentezza da tartaruga, si avvicinava l’incerta grigia alba del giorno psichico.

Un’inquietudine torpida, un’apatica sopportazione di una sofferenza sorda. Nessuna preoccupazione, nessuna speranza, nessuno sforzo. Poi, dopo un lungo intervallo, un ronzio nelle orecchie, poi ancora, dopo un tempo ancora più lungo, un senso di titillamento, di vellicamento alle estremità, poi un periodo apparente eterno di gradevole quiescenza, durante il quale la sensibilità risvegliantesi si sforza di divenire pensiero; quindi un breve riaffondare nel non essere, e subito un’improvvisa ripresa. Infine la leggera vibrazione di una palpebra e subito dopo una scossa elettrica di terrore indefinito, mortale, che sospinge a torrenti il sangue dalle tempie al cuore. Poi il primo tentativo di ricordare, e un successo labile, parziale. E infine la memoria ha riconquistato sufficientemente il dominio di sé, tanto da consentirmi in una certa misura di comprendere il mio stato. Capisco di non risvegliarmi da un sonno ordinario. Rammento di essere caduto in catalessi. Ed ecco che infine come dal mareggiare di un oceano in furore il mio rabbrividente spirito è sopraffatto dall’unico tetro Pericolo, dall’unica spettrale ossessionante Idea.

Per alcuni minuti dopo che questo stato ossessivo si era impadronito di me io rimasi senza moto. E perché? Non riuscivo a raccogliere il coraggio per muovermi: non osavo compiere lo sforzo che mi avrebbe assicurato della mia sorte, e nondimeno vi era qualcosa nel mio cuore che mi sussurrava ESSERE QUESTA SORTE CERTA. La disperazione, quale nessun’altra forma d’infelicità sa evocare nell’essere, la disperazione soltanto mi incalzò, dopo una lunga irresoluzione, a sollevare le mie palpebre pesanti. Le alzai. Oscurità, tutto era oscurità. Sapevo che la crisi era passata. Sapevo di avere da tempo superato l’attacco del mio male. Ero sicuro di avere ormai recuperato pienamente l’uso delle mie facoltà visive, e tuttavia tutto era tenebre, tenebre fitte, era l’assoluta indicibile mancanza di luce della Notte che dura eterna.

Tentai di urlare, e le mie labbra e la mia lingua riarsa si mossero convulse e contemporanee in questo tentativo, ma nessuna voce uscì dai polmoni cavernosi, i quali come oppressi dal peso di una enorme massa montagnosa incombente ansimavano e palpitavano unitamente al mio cuore, a ogni movimento inspiratorio, affannoso e scattante.

Il moto delle mascelle in questo sforzo di urlare mi rivelò che esse erano legate come si fa solitamente coi morti. Compresi inoltre di essere disteso su qualcosa di duro, e da un’analoga sostanza erano pure strettamente compressi i miei fianchi. Sino a quel momento non mi ero arrischiato a muovere uno solo dei miei arti. Ma ecco che ora alzai violentemente le braccia che erano state poggiate in lunghezza con i polsi incrociati. Esse colpirono una materia solida, lignea, la quale si stendeva sulla mia persona a un’altezza dal viso non superiore ai venti centimetri. Infine non mi fu più possibile dubitare di essere veramente adagiato entro un sarcofago.

Ma ecco che, in mezzo a tutte le mie infinite angosce, giunse dolce la cherubica Speranza; pensai infatti alle precauzioni che avevo prese. Mi contorsi, mi agitai spasmodicamente per forzare il coperchio, ma esso non si mosse. Mi tastai i polsi in cerca della fune della campana, ma non la trovai. Ed ecco che la Confortatrice se ne fuggì per sempre, e una ancora più cupa Disperazione regnò sovrana, poiché avvertii subito la mancanza delle imbottiture che io avevo con tanta cura preparate; ed ecco pure che giunse improvvisamente alle mie narici il forte caratteristico odore della terra umida. La mia conclusione fu una sola. Io NON ero dentro la cripta. Ero caduto vittima dell’ipnosi mentre mi trovavo lontano da casa, tra estranei, quando e come non mi era possibile ricordare, e costoro mi avevano seppellito come un cane, mi avevano inchiodato in una rozza bara, mi avevano gettato, giù, giù, e per sempre, in una FOSSA comune e senza nome.

Mentre questo spaventoso convincimento si faceva strada nei più riposti recessi della mia anima, tentai ancora una volta di chiamare a gran voce, e in questo secondo sforzo riuscii. Un urlo lungo, forsennato, continuo, un ululato d’agonia risuonò attraverso i regni della Notte sotterranea.

– Ehi! ehi!, su! – mi rispose una voce rozza.

– Che diavolo succede adesso? – esclamò una seconda. – Esci di qua! – disse una terza.

– Che cosa ti viene in mente di strillare a quella maniera come un indemoniato? – brontolò una quarta. Dopodiché fui afferrato e scosso senza cerimonie e per parecchi minuti da un gruppo di uomini dall’aspetto volgare. Non mi risvegliarono da uno stato di sonnolenza, poiché quando mi ero messo a gridare ero completamente sveglio, ma mi restituirono al pieno possesso della mia memoria.

Questa avventura mi toccò vicino a Richmond, nella Virginia. In compagnia di un amico mi ero spinto durante una partita di caccia per alcune miglia lungo le rive del fiume James. Era sopraggiunta la notte e fummo colti da una tempesta. La cabina di una piccola scialuppa ancorata nel fiume e ricoperta di muffa ci aveva consentito il solo rifugio disponibile. Facemmo buon viso a cattivo gioco, e trascorremmo la notte a bordo. Io mi misi a dormire in una delle due uniche cuccette dell’imbarcazione; e le cuccette di una scialuppa di sessanta o settanta tonnellate non hanno bisogno di essere descritte. Quella da me occupata non aveva né materasso né lenzuola. La sua ampiezza massima non superava i quarantacinque centimetri. La distanza del suo fondo dal ponte sovrastante era precisamente la stessa. Mi era stato estremamente difficile infilarmici dentro. Nondimeno avevo dormito profondamente, e la mia visione, poiché non era stato né un sogno né un incubo, era stata provocata naturalmente dalla mia positura, dal corso dei miei pensieri e dalla difficoltà alla quale ho accennato di raccogliere i miei sensi e soprattutto di dominare la memoria se non molto tempo dopo il risveglio.

Gli uomini che mi avevano scosso facevano parte dell’equipaggio della scialuppa, e tra essi vi erano anche alcuni giornanti ingaggiati nello scarico di essa. Era appunto dal carico dell’imbarcazione che giungeva quell’odore terrigno. La benda che mi legava le mascelle era un fazzoletto di seta in cui mi ero avvolto il capo in mancanza della mia solita berretta da notte.

Comunque, le torture che io sopportai in quell’occasione furono indubbiamente identiche a quelle di una sepoltura effettiva. Furono paurose… inconcepibilmente orride; ma dal Male sempre procede il Bene, poiché il loro stesso eccesso provocò nel mio spirito un capovolgimento inevitabile. Il mio spirito acquistò tono, acquistò carattere. Mi recai all’estero. Feci molto esercizio fisico. Respirai la libera aria del Firmamento. I miei pensieri si staccarono dalla Morte per posarsi su altri argomenti. Gettai i miei libri di medicina. Bruciai Buchan, non lessi più “Pensieri notturni”, non più cerebrali racconti di cimiteri, non più storie immaginarie di terrore, COME QUESTA. Divenni in una parola un uomo nuovo e vissi una vita da uomo. Da quella notte memorabile scacciai per sempre i miei timori da ossario, e con essi scomparve il disordine catalettico di cui questi più che la causa erano stati la conseguenza.

Vi sono momenti in cui per l’occhio limpido della Ragione il mondo della nostra triste Umanità può assumere le sembianze di un Inferno, ma l’immaginazione dell’uomo non è Carati per esplorare impunemente ogni sua caverna. Ahimè! La lugubre regione dei sepolcrali terrori non può essere ritenuta del tutto fantastica; ma al pari dei Demoni in compagnia dei quali Afrasiab compì il suo viaggio lungo l’Osso, essi debbono dormire, altrimenti ci divoreranno; bisogna costringerli al silenzio, o altrimenti periremo.

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