La sezione di partito al sud era come un dopolavoro, una mezza sagrestia fumante…

LA SERA ANDAVAMO IN SEZIONE

Nel settembre di cinquant’anni fa nasceva il Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, io c’ero, sedicenne, come fondatore e segretario sezionale del mio paese. Per sancire l’evento realizzammo a mano la nuova insegna, ci tassammo per pagarci la nostra sede e per dare ufficialità solenne commissionammo pure il timbro: “Fronte della gioventù italiana” (reputavamo fondamentale quell’italiana). Ci affascinò la fiamma tricolore su fondo nero, ci attirava come una trasgressione, un’oscenità politica, la fierezza di appartenere a una comunità di alieni controcorrente. Arrivai alla politica tramite letture e nel nome di quelle poi la lasciai; durò due anni. In quel tempo si andava in sezione, anche a sinistra: l’era politica, poco dopo l’era glaciale.

La sezione di partito al sud era come un dopolavoro, una mezza sagrestia fumante, un circolo paesano o un’aula scolastica di epoca umbertina. La superava in antichità solo la sezione monarchica di Stella e Corona. Al posto della lavagna c’era la bacheca con un paio di proclami, un volantino, una pagina del Secolo d’Italia ingiallita dalla lunga esposizione. Al posto della carta geografica c’erano manifesti, fiammone, almiranti e grafiche d’altri tempi. C’era la foto del Duce e sotto un mazzo di fiori di plastica, più la foto dell’eroe locale caduto in guerra. Le luci al neon impiegavano un sacco prima d’accendersi, dopo un lampeggiamento da nevrosi; il tavolo zoppo riequilibrato con un cartoncino, le sedie sismiche col chiodo fuoruscito che strappava i pantaloni. In un angolo c’era il gabinetto, una cabina cieca con oblò, piccolo e buio con chiusura solo dall’esterno, dal fetore insopportabile. Lo scherzo più atroce era chiudere nel gabinetto un camerata: lo vedevi stravolto che implorava dall’oblò, inviperito dalla collera o tramortito dal colera. Sulla sezione vegliava un bidello che puliva i tavoli con lo stesso straccio usato per pulire poco prima il pavimento. Non pretendevamo che usasse due stracci diversi, per carità, ma almeno che invertisse l’ordine dei lavori. Due orecchie grandi come ventagli, uno stomaco dilatato dalla birra e curiosamente deviato a destra.

Nella militanza sezionale fummo imbianchini e cartellonisti, facchini e attacchini, muratori e scopatori, falegnami e soprattutto tipografi. Grazie a una borsa di studio comprai da un tedesco, che pensavamo si chiamasse Zimmermann – ma era la targa in tedesco di affittacamere – un torchio a mano che anche Gutenberg avrebbe considerato superato. Passavamo ore a comporre volantini sul torchio a mano. Il torchio ci distruggeva per la composizione amanuense, per la faticosa stampa con una manovella che pesava tre quintali, con l’inchiostro che grondava da ogni parte. La sezione si trasformava in un paesaggio infernale, una via di mezzo tra Guernica di Picasso e Vuccirìa di Guttuso. Ma quando finalmente uscivano i volantini, che sembravano commissionati direttamente alla buonanima di Aldo Manuzio, il Prodotto ripagava le frustrazioni. Erano volantini di stampo antico, graficamente reazionari. Per noi gli anni di piombo lo furono soprattutto in senso tipografico.

La sezione, oltre noi ragazzi, era popolata da una genia di umanoidi che raccontavano episodi di guerra, imprese surreali ma anche storie commoventi, di grande umanità. Colpivano le autobiografie esagerate, al di là dell’umano o al di sotto, gesta eroiche ed erotiche inverosimili, accompagnate dallo sfoderare i loro cimeli politici e sessuali. C’erano quelli che baravano spudoratamente al tressette, quelli che eseguivano numeri di preziosismo come la sedia sul mento o il rutto atomico, modulato su una incredibile lunghezza d’onda. C’erano i Logorroici, reduci da tutto, i Convitati di pietra da cui non ho mai sentito una parola, i Cadaveri in licenza premio venuti dall’aldilà a raccontare le loro gesta di un tempo, i Giocosi pericolosi che in preda all’euforia da cameratismo ruotavano l’ombrello come una clava, accompagnandolo con deliri lessicali di tipo zotico-futurista; gli Entusiasti, i Mitomani, gli Erotomani, i Crepuscolari. Di picchiatori ne conobbi pochi, e quasi tutti presunti o sedicenti. Più vittime che aggressori, arditi che sfidavano interi cortei o epici difensori solitari di sezioni assediate. Ma si respirava aria di lotta politica, vigilia di guerra, attesa di ordalia ideologica. Le donne in sezione erano solo una diceria, mai viste, almeno con fattezze umane. Ognuno veniva lì in sede e faceva il suo numero, come in un teatrino di strada. In sezione c’era pure un gruppo di contadini silenziosi, il nucleo storico delle brigate rozze. Un camerata in carrozzella ripeteva sempre: “Sapete perché ci sono tanti comunisti? Perché c’è tanta ignorantità”. Tra i matti di sezione c’era gente di cuore e pure di cervello, fedeli pretoriani di una Fortezza Bastiani di paese. Gente con dignità che non andava a svendersi alla Dc o ai socialisti per la pagnotta. Il comizio d’Almirante era la loro Lourdes; tra canti, parole e coccarde, li rimetteva al mondo. I comizi tricolore trasformavano le delusioni in bandiere. In fondo erano idealisti, avevano solo da perdere, militando nella fiamma.

Una volta a Matera, bardati di fiamme e bandiere tricolori, capitammo per errore nella piazza dove si teneva la manifestazione antifascista che ritualmente si faceva per protesta contro quella missina. Ci trovammo immersi tra le bandiere rosse, ma eravamo così alieni che passammo indenni tra due ali di folla allibite. Per trovare la nostra piazza il nostro navigatore era l’orecchio, seguivamo come il pifferaio di Hamelin le note dell’Inno a Roma, Sole che sorgi. Quella musica in crescendo ci metteva i brividi. Non mancava la retorica, ma s’accompagnava alla poesia. Quel mondo è finito, andate in pace. Ite missina est.

 

 

Fonte: MV, La Verità (15 settembre 2021)

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