Faremo un’altra Pasqua senza Pasqua, dopo aver fatto un Natale senza Natale…

LA SOCIETÀ APERTA HA CHIUSO LE PORTE

“Non ne usciamo più” è il passaparola anzi il passapensiero che si legge sui volti delle persone, anche quando non lo dicono. La percezione che Pasqua sia un altro falso traguardo, che dopo saremo ancora alle prese con la pandemia e le conseguenti restrizioni, che sarà una storia ancora lunga e sofferta, non nasce solo da Tele-Angoscia, la televisione che vive ormai del terror panico e delle sue storie somministrate ogni giorno e sera durante i pasti; ma viene dalle dichiarazioni dei leader europei, come Angela Merkel e Emmanuel Macron, dalle minacce continue dei virologi e di quanti ci dicono che i vaccini non solo si completeranno solo dopo l’estate ma non saranno la panacea e non ci metteranno al riparo dai rischi e dalle restrizioni. Perché hanno scadenza limitata, andranno rifatti; perché non è detto che i vaccinati siano davvero al riparo dalle varianti venture; e quando saranno vaccinati tutti gli italiani ci saranno pur sempre i paesi vicini, i nuovi arrivi, i nuovi sbarchi.

 

Faremo un’altra Pasqua senza Pasqua, dopo aver fatto un Natale senza Natale, e altri “senza” ci aspettano al largo. E quasi ovunque, il mondo è messo così

Qualcuno per scaricare la rabbia e lo sconforto, cerca di trovare i colpevoli ma è un’inutile caccia alle streghe: gli errori sono più probabili dei crimini, l’inadeguatezza è più plausibile del disegno, l’improvvisazione è più credibile della premeditazione. Certo, possiamo avventurarci a ritroso fino alla nascita del virus e arrivare a ritenere, come noi pensiamo, che non sia nato per caso in un mercato cinese ma sia nato invece in un laboratorio di Wuhan. Possiamo poi dubitare che sia nato involontariamente, per un incidente o piuttosto per un diabolico calcolo e una criminale volontà, ma non riusciremo mai a venirne a capo e conoscere la verità: se ci fosse una deliberata volontà di procurare una strage infinita nell’umanità si dovrebbe pensare al peggior castigo umano e divino per coloro che l’hanno compiuto e avallato. Ma siamo impotenti e soprattutto non possiamo essere certi di nulla.

A livello politico, sanitario e nazionale, il discorso delle responsabilità va fatto, fino in fondo; ma senza spingersi a pensare che qualcuno abbia più o meno scientemente perseguito un disegno di strage per trarne profitto. Abbiamo visto tanti incapaci, cretini, vanesi o miserabili che hanno cercato di trarre profitto dalla situazione, vetrina, consenso, prestigio, potere. Ma non riusciamo a pensare che qualcuno abbia voluto più di centomila morti e milioni di sofferenze inferte; ci hanno lucrato, almeno politicamente, ma non arriviamo a sospettare che abbiano voluto la strage. Non perdiamo umanità e lucidità nella rabbia.

Ma inoltrata questa denuncia contro ignoti o contro il fato cinico e baro, a cui aggiungere più circostanziate e precise denunce per carenze, incompetenze, ritardi, ingiustizie, resta lo sconforto da cui siamo partiti; non s’intravede via d’uscita. Abbiamo ormai maturato la convinzione che dovremo convivere col male, magari con fasi ondulatorie o sussultorie, ma senza mai – come si ripete all’infinito – “abbassare la guardia”.

Dobbiamo dunque cambiar modo d’intendere la vita. Intanto come spiegare quel che è avvenuto, come storicizzare questo periodo in cui siamo ancora immersi? Torniamo alla definizione di Karl Popper che era diventata il blasone, soprattutto in occidente, del mondo globale: la società aperta. Ecco, la società aperta ha chiuso i battenti; non lo è ormai da troppo tempo, e non sembra imminente il tempo in cui verrà ripristinata. Si possono, realisticamente pensare fasi meno cruente, zone dai colori più tenui, libertà limitate e vigilate, con margini maggiori di movimento e di opportunità; ma la società aperta non è più praticabile. Siamo entrati nella società chiusa, come s’indicavano un tempo le società premoderne, barbariche o i regimi totalitari. O, se preferite una definizione meno drastica, siamo passati dalla società aperta alla società coperta. Definizione che vale in più sensi: perché dobbiamo vivere e lavorare il più possibile in casa, al coperto; perché dobbiamo coprirci con una mascherina e vivere coprendoci di precauzioni e permessi; perché abbiamo bisogno di copertura vaccinale e in generale di copertura sanitaria e farmaceutica. La società coperta baratta la libertà con la sicurezza, la civiltà con la sanità, il lavoro con la salute, la comunità con l’immunità. Accetteremo senza accorgercene anche restrizioni alle libertà politiche e d’opinione?

La società aperta fu pensata da Popper e dai suoi cantori in antitesi ai “suoi nemici”. Oggi, la società chiusa o coperta viene pensata non a causa di agenti ostili ma di agenti benefici. Chi ci chiude lo fa per il nostro bene, si prende cura di noi. La società aperta era poi una società che assumeva il rischio, l’imprevisto, l’ignoto come fattori costitutivi e positivi della libertà e ciò valeva in vari ambiti: in politica e nell’economia, nei viaggi e nei rapporti con estranei. Ora invece si capovolge il paradigma: rischiare è considerata un’imprudenza e un’impudenza, un danno per sé e per gli altri. Si deve evitare, tenersi lontani da tutto ciò che produce rischi; non osare, non sfidare limiti e confini.

La libertà è la possibilità di adottare varianti e alternative; adesso sono proprio le varianti che motivano la società chiusa o coperta, perché le varianti virali sono fuori controllo, potrebbero aggirare le coperture e i vaccini, rendersi inafferrabili e inesorabili. E non ci sono alternative ai protocolli, ai vaccini, alle restrizioni da seguire. Benvenuti nella società coperta o chiusa. E voi che aspettavate i nemici della società aperta dalla parte opposta…

 

 

Fonte: MV, Panorama n.13 (2021)

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