Le nuove schiavitù del nostro tempo

«La società delle dipendenze»

Dalle droghe ai social network, dal consumo compulsivo alla dipendenza tecnologica

di Roberto Pecchioli

In occasione dell’uscita del suo nuovo libro La società delle dipendenze, Roberto Pecchioli propone una riflessione sulle molteplici forme di dipendenza che caratterizzano il mondo contemporaneo. Secondo l’autore, non si tratta soltanto di fragilità individuali o di problemi sanitari, ma del risultato di un sistema economico e culturale che trasforma il desiderio in bisogno permanente. Dalle sostanze stupefacenti alla tecnologia, dal gioco d’azzardo ai social media, emerge il ritratto di una civiltà che promette libertà e produce nuove forme di subordinazione. (N.R.)


«Viviamo in una società in cui imperano le dipendenze – da sostanze, condotte di vita, gusti, atteggiamenti – indotte, provocate e diffuse dal sistema.» Non è uno slogan né una provocazione ad effetto, ma la convinzione da cui prende avvio La società delle dipendenze, (1)il mio nuovo libro pubblicato da Imprimere. Un’indagine sulle nuove schiavitù del nostro tempo e sul modo in cui il desiderio umano viene trasformato in bisogno permanente.

Una volta tanto mi sia consentito parlare di un libro che porta la mia firma. È appena uscito La società delle dipendenze, pubblicato da Imprimere, una nuova casa editrice che merita attenzione non soltanto per il coraggio dell’impresa, ma anche per la serietà del progetto culturale che intende sviluppare. Dietro il marchio ci sono Violante e Valerio Savioli, giovani editori che hanno scelto di investire nella carta stampata proprio mentre molti ne celebrano prematuramente il tramonto.

Il volume nasce da una domanda semplice e inquietante: perché, in un’epoca che proclama come mai prima d’ora la libertà individuale, crescono senza sosta le forme di dipendenza?

Le statistiche parlano chiaro. Aumentano le dipendenze da sostanze stupefacenti, da farmaci, da alcool, da gioco d’azzardo, da pornografia, da social network, da videogiochi e persino dagli acquisti. Crescono i disturbi dell’umore, l’ansia, la depressione e il senso diffuso di insoddisfazione. Eppure viviamo in società che promettono benessere, opportunità e soddisfazione immediata dei desideri.

È proprio qui che il libro propone una tesi controcorrente: le dipendenze non sono soltanto problemi individuali o patologie private. Esse rappresentano il prodotto più coerente di un sistema economico e culturale che ha trasformato il desiderio umano in una risorsa da sfruttare.

Per secoli il potere ha cercato di governare gli uomini attraverso la coercizione, la disciplina e l’autorità. Oggi il meccanismo è diverso e molto più sottile. Non ci viene imposto ciò che dobbiamo fare; ci viene suggerito ciò che dobbiamo desiderare. La differenza è enorme. Quando il desiderio viene orientato dall’esterno, l’individuo continua a sentirsi libero anche mentre segue percorsi tracciati da altri.

Il capitalismo contemporaneo non si limita a vendere prodotti. Produce bisogni. Costruisce aspettative. Alimenta continuamente nuove mancanze. Ogni soddisfazione deve essere temporanea, perché un desiderio definitivamente appagato smetterebbe di consumare.

La logica è semplice: ciò che oggi ci rende felici deve rapidamente diventare insufficiente. Serve allora qualcosa di nuovo, di più intenso, di più veloce, di più coinvolgente. In questa rincorsa senza fine il desiderio si trasforma gradualmente in dipendenza.

Non è un fenomeno casuale. È il risultato di una cultura che ha progressivamente abbattuto limiti, vincoli e appartenenze senza riuscire a sostituirli con significati altrettanto forti. La famiglia, le comunità, le tradizioni, le religioni, le identità collettive sono state spesso presentate come ostacoli alla piena realizzazione dell’individuo. Liberato da tutto, l’uomo contemporaneo si è però trovato anche più esposto, più fragile, più solo.

Il vuoto lasciato dalla scomparsa dei riferimenti tradizionali non rimane tale a lungo. Qualcosa corre sempre a riempirlo. Molto spesso quel qualcosa assume la forma della dipendenza.

La dinamica è ormai riconoscibile. Si prova una sensazione di insoddisfazione o di disagio. Si cerca una compensazione. La compensazione produce un piacere immediato. Il piacere svanisce rapidamente. Rimane il bisogno di ripetere l’esperienza. Ogni ciclo richiede una dose maggiore di stimolo. La libertà si restringe progressivamente fino a diventare subordinazione.

La dipendenza è precisamente questo: la perdita della capacità di scegliere.

Tradizionalmente il termine era associato alle droghe. Oggi il fenomeno si è esteso a quasi ogni ambito dell’esistenza. Le sostanze stupefacenti restano una realtà drammatica, ma accanto ad esse si sono sviluppate nuove forme di assuefazione che coinvolgono milioni di persone.

Esiste la dipendenza dal gioco d’azzardo, alimentata da un’offerta incessante di scommesse e lotterie. Esiste la dipendenza tecnologica, che ci tiene connessi agli schermi per molte ore al giorno. Esiste la dipendenza dai social network, fondata sulla ricerca continua di approvazione, consenso e visibilità. Esiste la dipendenza dagli acquisti, che trasforma il consumo in una gratificazione psicologica. Esiste la dipendenza dalla prestazione, che spinge a superare continuamente i propri limiti fino all’esaurimento.

Particolarmente insidiosa è la crescente dipendenza farmacologica. Antidepressivi, ansiolitici, sonniferi e antidolorifici sono diventati compagni abituali della vita quotidiana di milioni di persone. In molti casi rappresentano strumenti terapeutici necessari; in altri finiscono per diventare risposte automatiche a problemi che hanno radici esistenziali, culturali e sociali.

L’aspetto più sorprendente è che queste forme di dipendenza, pur essendo molto diverse tra loro, condividono una stessa struttura. Tutte promettono sollievo immediato. Tutte offrono una via di fuga dal disagio. Tutte producono una soddisfazione breve destinata a esaurirsi rapidamente.

La società contemporanea sembra aver costruito un gigantesco apparato dedicato alla produzione di queste compensazioni. Pubblicità, intrattenimento, piattaforme digitali, industrie del consumo e sistemi mediatici concorrono a occupare l’immaginario collettivo. L’obiettivo non è soltanto vendere beni o servizi. È catturare attenzione, tempo, energie mentali.

Il consumo stesso è diventato una forma di dipendenza diffusa. Non consumiamo soltanto oggetti. Consumiamo immagini, informazioni, emozioni, relazioni, esperienze. Tutto deve essere rapido, disponibile, immediato. L’attesa viene percepita come un difetto. Il limite come una frustrazione. La rinuncia come un’anomalia.

Ma una civiltà che non tollera il limite finisce inevitabilmente per produrre nuove forme di schiavitù.

Il paradosso è che molte dipendenze nascono dal desiderio di sentirsi più liberi. Si cerca la libertà nell’assenza di vincoli e si finisce per costruire catene ancora più pesanti. Si fugge dalla disciplina e si diventa prigionieri dell’impulso. Si rifiuta l’autorità esterna per consegnarsi a una moltitudine di condizionamenti invisibili.

A questo si aggiunge un fenomeno che il libro considera decisivo: il nichilismo contemporaneo. Quando il senso dell’esistenza si indebolisce, quando il futuro appare incerto, quando le appartenenze si dissolvono e la trascendenza scompare dall’orizzonte culturale, cresce il bisogno di anestetizzare il disagio. Le dipendenze diventano allora analgesici dell’anima.

Non risolvono il problema, ma lo sospendono per qualche istante.

Per questo il fenomeno riguarda soprattutto le giovani generazioni, che spesso si trovano a vivere in un ambiente saturo di stimoli e povero di significati. L’inquietudine viene medicalizzata, il disagio trasformato in mercato, la fragilità convertita in occasione di profitto.

La conseguenza è una società composta da individui sempre più isolati, più facilmente manipolabili e meno capaci di costruire legami duraturi. Chi è interamente assorbito dalla ricerca della prossima gratificazione difficilmente trova il tempo e l’energia per occuparsi della dimensione collettiva, politica e comunitaria della vita.

Le dipendenze diventano così anche uno strumento di controllo sociale. Non attraverso la repressione, ma attraverso la distrazione permanente. Non mediante la forza, ma tramite l’assorbimento continuo dell’attenzione.

Naturalmente l’essere umano ha sempre conosciuto vizi, tentazioni e forme di dipendenza. L’alcool, il tabacco e molte altre sostanze accompagnano la storia delle civiltà da secoli. Ciò che appare nuovo è la dimensione sistemica del fenomeno. Mai prima d’ora era esistita una macchina così potente nella produzione e nella diffusione di desideri artificiali.

La società delle dipendenze cerca di comprendere questa trasformazione e di individuarne le radici profonde. Non si limita a descrivere i sintomi, ma tenta di interpretare il quadro generale in cui essi si manifestano.

L’obiettivo non è moralistico. Non si tratta di giudicare le fragilità umane, ma di comprendere perché esse siano diventate tanto pervasive e perché continuino a crescere nonostante le immense risorse economiche e tecnologiche delle società occidentali.

Se il libro riuscirà a suscitare una domanda, anche una sola, avrà raggiunto il suo scopo: siamo davvero più liberi di quanto crediamo oppure viviamo immersi in un sistema che alimenta dipendenze sempre nuove per governare desideri sempre più inquieti?

È una domanda che riguarda tutti noi. Ed è probabilmente una delle questioni decisive del nostro tempo.

Roberto Pecchioli

 

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