Quando le decisioni si allontanano dai cittadini, resta la responsabilità umana di non lasciarsi soli.

«La solitudine dei cittadini nel tempo delle grandi decisioni»

Tra solitudine civile e speranza concreta nei gesti quotidiani.

di Sylvia Shawcross

Nel tempo delle grandi decisioni politiche ed economiche, sempre più percepite come lontane dalla vita reale delle persone, cresce un sentimento diffuso di solitudine civile. Sylvia Shawcross riflette su questa distanza tra governi e cittadini, denunciando la perdita di fiducia, di logica e di compassione che segna il presente. Ma il suo sguardo non resta fermo alla critica: attraverso l’esperienza personale della vedovanza e di mesi difficili affrontati senza la presenza dell’uomo amato, emerge una convinzione semplice e potente — la speranza nasce ancora dai gesti umani, dalla gentilezza concreta, dall’aiuto reciproco che non pretende nulla in cambio. In un mondo percepito come oscuro e incerto, la solidarietà diventa così non solo un conforto privato, ma un atto di responsabilità civile e morale. (N.R.)


E così

È sicuramente ormai chiaro che i governi, a certi livelli, non sono qui per aiutare la popolazione esistente, ma per piegarci psicologicamente, economicamente e attraverso divisioni interne alla sottomissione al cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”. C’è poca gentilezza, poca compassione o anche solo gratitudine verso i cittadini, e talvolta perfino poca logica.

Per questo dovremo “aumentare” la nostra gentilezza, la nostra compassione e la nostra cura nella vita quotidiana, per quanto possibile. Le persone devono aiutarsi a vicenda. Questo è reale e può accadere. Tuttavia, fate attenzione: non ogni dono arriva senza aspettative. Non vendete la vostra anima o la vostra integrità per nulla al mondo.

Di recente sono stata destinataria di alcuni atti di grande gentilezza da parte di esseri umani molto generosi, e questo mi ha dato speranza in un mondo molto oscuro. Sono stati mesi molto difficili per me, oltre alle normali difficoltà di essere una vedova in un mondo che cambia, senza l’amore della propria vita con cui ridere. La speranza è tutto. Se in qualunque momento della vostra vita riuscite a dare a qualcuno una speranza realistica, anche con un piccolo gesto di gentilezza, conta più di quanto possiate immaginare.

Dobbiamo amarci gli uni con gli altri. Tranne gli psicopatici, naturalmente. (Nonostante le condizioni tristi che li hanno formati, restano comunque responsabili.)

Io sono limitata e in parte esausta, emotivamente e fisicamente, ma ci provo. Sembra che le generazioni più giovani non siano disposte a combattere per i loro paesi e scelgano sempre più spesso di andarsene. In particolare in Canada. Non so cosa pensare di tutto questo. È semplicemente così.

Il periodo delle tasse è particolarmente frustrante, perché non siamo davvero sicuri di cosa stiamo pagando quando il sistema sanitario è in crisi, l’occupazione è incerta, le relazioni internazionali sono segnate da controversie e promesse infrante, iniziano guerre, e così via. Non abbiamo votato per questo. Noi che crediamo che il popolo debba avere voce in capitolo non abbiamo votato per il “Nuovo Ordine Mondiale”. E pagarne le conseguenze in quella che pensavamo fosse una democrazia è, a questo punto, qualcosa di profondamente draconiano.

Il Canada, per esempio, fino a meno di dieci anni fa era noto per produrre meno del 2% delle emissioni mondiali di carbonio. In questo senso era un modello per altri paesi. Ora invece dobbiamo aspettarci emissioni pari a zero e sembriamo essere spinti al limite per diventare forse un nuovo modello per il mondo. Sembra che questo sia il piano attuale. Ci sentiamo come un giocattolo.

Lo ripeto: non si distrugge un paese e il suo popolo per costruire un mondo in cui nessuno vuole vivere. Nessun essere umano sceglierebbe ciò che è immaginato da coloro che progettano e pianificano le nostre vite.

Un giorno alla volta è tutto ciò che ciascuno di noi può gestire. E gestire dobbiamo. Gestire con gli occhi ben aperti e il cuore custodito con attenzione. E, che crediate o meno a ciò che sta accadendo, guardate attentamente a ciò che sta accadendo a tutti i vostri concittadini (non solo a quelli che conoscete) e ricordate:

«Non mandare a chiedere per chi suona la campana.»

Come disse una volta John Donne.

Sylvia Shawcross

 

Nessun uomo è un’isola

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte della terraferma.

Se una zolla viene portata via dal mare,
l’Europa ne è diminuita,
come se fosse un promontorio,
come se fosse la casa di un tuo amico
o la tua stessa casa.

La morte di qualsiasi uomo mi diminuisce,
perché io partecipo dell’umanità;
e dunque non mandare mai a chiedere
per chi suona la campana:
suona per te.

John Donne.

(traduzione Redazione Inchiostronero)

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