Quando il presente mette sotto processo il passato

Rex Whistler, “The Expedition in Pursuit of Rare Meats”, dettaglio, 1926, ristorante del Tate Britain, Londra, UK

«La storia sbagliata del murale di Rex Whistler»

Tra arte, accuse di razzismo e cancel culture: il caso che ha diviso l’Inghilterra

Redazione Inchiostronero

Nel 1926 Rex Whistler dipinge per la Tate un affresco fantastico, colto e ironico, che per quasi un secolo accompagna silenziosamente la vita di un luogo pubblico. Nel 2018, improvvisamente, quell’opera viene riletta come “razzista” e sottoposta a un processo morale retroattivo che porta alla sua oscurazione simbolica. Questo saggio prende spunto dal caso Whistler per interrogare il rapporto sempre più conflittuale tra arte e presente, tra giudizio etico e comprensione storica, tra progresso e rimozione. Una riflessione critica sulla cultura woke e sulla cancel culture, sui rischi del presentismo morale e sull’illusione che cancellare il passato possa renderci più giusti, invece che più ciechi.


Questa è davvero una storia sbagliata, ma non solo perché nasce da una lettura forzata di un’opera del passato. È sbagliata perché rivela una confusione radicale tra giudizio morale, responsabilità storica e funzione dell’arte, una confusione che oggi viene mascherata da virtù civica e sensibilità etica, ma che in realtà produce un effetto opposto: l’impoverimento del pensiero e la paralisi critica.

Il murale dipinto nel 1926 da Rex Whistler per la sala da tè della Tate non nasce come manifesto politico, né come allegoria ideologica, né come commento sociale consapevole. Nasce come opera decorativa colta, come racconto fantastico, come gioco visivo che mescola tempi, luoghi, stili e immaginari. È un prodotto tipico di una cultura che credeva ancora nella possibilità di raccontare il mondo attraverso la fantasia, senza che ogni figura diventasse automaticamente un’accusa o una rivendicazione.

Ed è proprio questo che oggi sembra intollerabile.

Per quasi un secolo quell’opera è rimasta lì, silenziosa, accompagnando la vita quotidiana di un luogo pubblico. Nessuna protesta, nessuna denuncia, nessuna ferita collettiva. Poi, improvvisamente, nel 2018, viene “scoperta” come problema. Non perché sia cambiata, ma perché sono cambiate le lenti attraverso cui la guardiamo. L’opera non viene più letta come documento storico o testimonianza di un immaginario, ma come se fosse un messaggio contemporaneo, attivo, intenzionale, responsabile secondo i criteri morali del presente.

È qui che la cultura woke, quando scivola nella cancel culture, mostra il suo limite strutturale: non distingue più tra rappresentazione e approvazione. Non distingue tra mostrare e celebrare. Non distingue tra comprendere e giustificare. Tutto viene appiattito su un piano morale immediato, emotivo, binario: colpevole o innocente, accettabile o inaccettabile.

Ma la storia, e l’arte con essa, non funzionano così.

Le figure “problematiche” individuate nel murale di Whistler — stilizzate, minuscole, immerse in un flusso narrativo vastissimo — diventano il pretesto per un giudizio totale sull’opera. Non importa il contesto, non importa la scala, non importa l’intenzione. Importa solo l’effetto simbolico che oggi si decide di attribuire a quelle immagini. È un meccanismo retroattivo che non illumina il passato, ma lo colonizza moralmente.

Il risultato non è una maggiore consapevolezza storica, ma una forma di presentismo aggressivo, in cui il presente si arroga il diritto di giudicare tutto, senza mai mettersi in discussione. Il passato deve chiedere scusa. Deve spiegarsi. Deve difendersi. E se non può farlo, perché morto, viene rappresentato in scena, interrogato, umiliato, costretto a una confessione simbolica. Non è critica: è messa in scena del potere morale.

Il compromesso adottato dalla Tate nel 2024 è, sotto questo profilo, emblematico. L’opera non viene distrutta, ma viene oscurata. La luce viene abbassata fino quasi a spegnerla, mentre un grande schermo spiega al visitatore cosa dovrebbe vedere e come dovrebbe interpretarlo. È una soluzione apparentemente equilibrata, in realtà profondamente paternalistica. L’istituzione non si fida più dello sguardo del pubblico. Non si fida della sua capacità di contestualizzare, di capire, di distinguere. Preferisce guidarlo, correggerlo, sorvegliarlo.

Qui l’arte smette di essere esperienza e diventa percorso educativo obbligato, con tanto di colpevole designato. E il paradosso è evidente: un artista morto combattendo contro il nazismo viene sottoposto a un processo simbolico da una cultura che si proclama antifascista, ma che utilizza strumenti sorprendentemente simili a quelli dei tribunali ideologici del Novecento.

La domanda allora si allarga inevitabilmente. Se Whistler è colpevole, cosa facciamo con Gauguin? Con il suo sguardo coloniale, erotizzato, asimmetrico sulle donne polinesiane? Cosa facciamo con Manet e con Olympia, dove la differenza di razza e di ruolo sociale è esibita senza alcun tentativo di edulcorazione? Cosa facciamo con Caravaggio, con Goya, con tutta l’arte che mette in scena violenza, potere, dominio, disuguaglianza?

Li processiamo tutti? Li accompagniamo con avvisi, spiegazioni, confessioni forzate? O li nascondiamo, in attesa di tempi moralmente più puri?

Il rischio evidente è che non resti più nulla. Perché l’arte non è mai stata un catalogo di buone intenzioni. È sempre stata anche lo spazio in cui una civiltà ha mostrato le proprie contraddizioni, i propri fantasmi, le proprie colpe. Cancellare queste tracce non ci rende migliori: ci rende inermi, incapaci di capire come siamo arrivati fin qui.

Ed è qui che entra in gioco il concetto di progresso, troppo spesso evocato e troppo poco compreso. Il progresso non è la cancellazione del passato, ma il suo superamento consapevole. Non è il silenzio, ma il confronto. Non è l’oscurità, ma la capacità di guardare senza illusioni. Una civiltà progredisce quando riesce a tenere insieme memoria e critica, non quando sacrifica la prima in nome della seconda.

Questa storia sbagliata non parla davvero di un murale. Parla della nostra ansia morale, del nostro bisogno di sentirci dalla parte giusta della storia senza pagarne il prezzo intellettuale. È più facile condannare un artista morto da cento anni che interrogare seriamente le violenze, le disuguaglianze, le ipocrisie del presente. È più rassicurante oscurare un affresco che guardare le immagini di guerra, le bombe sui civili, le ingiustizie reali che accadono oggi, sotto i nostri occhi.

Alla fine, resta una stanza buia, un’opera quasi invisibile e un grande schermo che ci spiega come dovremmo sentirci. Resta l’illusione di aver fatto qualcosa di giusto. Ma l’arte, quella vera, non serve ad assolverci. Serve a metterci in crisi. E quando smettiamo di tollerare questa crisi, non stiamo proteggendo la civiltà: stiamo solo rendendola più fragile.

Forse davvero questa vicenda passerà, come una tempesta in una tazza di tè. Ma il segnale resta. E dice che il problema non è Whistler. Il problema siamo noi, quando preferiamo spegnere la luce invece di imparare a guardare.

Nota editoriale 
Questo testo non intende difendere acriticamente il passato né assolvere le sue ombre, ma rivendicare il diritto — e il dovere — di comprenderlo. L’arte non è un tribunale morale né un dispositivo di consolazione etica: è uno spazio di complessità, di contraddizione, talvolta di disagio. Oscurare le opere, correggerle o processarle retroattivamente non ci rende più consapevoli, ma più fragili di fronte alla storia. Il progresso non nasce dalla cancellazione, bensì dalla capacità di guardare ciò che siamo stati senza paura e senza autoassoluzioni. Solo così il passato può continuare a parlarci, invece di essere messo a tacere.

La Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«La donna che sa»

Essere desiderata è un fatto. Decidere cosa farne è una scelta …