Peggio della stupidità c’è solo la stupidità che si presume intelligente

«Due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, ma dell’universo ho ancora dei dubbi» (A. Einstein)

 

 

José Ortega y Gasset

Peggio della stupidità c’è solo la stupidità che si presume intelligente. La semplice stupidità o la stupidità dei semplici alla fine la sopporti, può fare in certi casi tenerezza e perfino simpatia. Ma la stupidità complessa o la stupidità dei presuntuosi, che ritengono di rappresentare lo Spirito del Mondo, il Senso Corretto della Storia, è insopportabile. Parafrasando Ortega y Gasset(1) , lo stupido, sentendosi nello spirito del tempo, proclama il diritto alla stupidità e la impone dappertutto. (Ha da poco compiuto settant’anni il libro più noto di Ortega y Gasset, «La ribellione delle masse», un titolo che ha lasciato lunga traccia di sé nella memoria del secolo appena concluso. Ndr)(L.C.)

Citavo non a caso Ortega perché lui si chiedeva come mai nessun filosofo ha dedicato uno studio, un saggio alla stupidità. Lo ha fatto un letterato come Robert Musil(2), (L.C.)lo ha fatto più di recente un economista brillante, come Carlo M. Cipolla(L.C.), ma non c’è una teoria filosofica della stupidità. Alla stupidità ha invece voluto dedicare un doppio philoshow, cioè uno spettacolo pop filosofico, la rassegna Biumor di Popsophia a Tolentino, a cura di Lucrezia Ercoli, in questo fine settimana, con molti ospiti (come me “da remoto”).

Il paradosso è che la filosofia e la stupidità hanno la stessa matrice: lo stupore. Platone e Aristotele ci dicono infatti che la filosofia sorge dalla meraviglia, lo stupore di essere al mondo e di conoscere. Ma anche la radice di stupido proviene da stupore, lo stupido è, come il filosofo, uno che si stupisce. La differenza è che nel filosofo lo stupore origina la conoscenza, mentre nello stupido la conoscenza origina lo stupore. Il filosofo passa dallo stupore alla riflessione, lo stupido resta imbambolato nello stupore… Nel filosofo la conoscenza è un processo, nello stupido è un contatto. Il punto d’unione tra il filosofo e lo stupido è il bambino in erba che è in ambedue.

Dicevamo prima la “stupidità intelligente”. Ne scrivevano due pensatori tradizionalisti come Fritif Schuon(3) e Julius Evola(4) e un cattolico come Georges Bernanos(5) (L.C.) se la prendeva con gli “imbecilli intellettuali”. Si riferivano a quella “chiusura della mente”, per dirla con Allan Bloom, che colpisce proprio coloro che presumono di detenere il monopolio del sapere, gli intellettuali saccenti e supponenti; o gli esperti che sanno tutto della loro materia specialistica ma nulla della realtà e dei complessi intrecci; è “la barbarie dello specialismo” (ancora Ortega) senza visione del mondo.

Bisogna aggiornare l’antropologia quando si parla di stupidità. Lo stupido era tradizionalmente l’ingenuo, lo sciocco, che ride facilmente (risus abundat in ore stultorum, ma il riso abbonda anche sulla bocca degli dei). Oppure lo scemo di guerra, che aveva perso il senno in guerra. Si definiva anche cretino, che è un francesismo di origine provenzale e si riferiva al povero cristiano, devoto e ignorante. Ma per Sant’Anselmo lo sciocco, ovvero l’insipiens, era l’ateo nella sua disputa con Gaunilone(6). Il cristiano puro è invece l’Idiota(7) per Dostoevskij.

Stupido era considerato lo sprovveduto che veniva dalla campagna in città o dalla provincia nel grande centro, chi scendeva dai monti o dalle valli, e già il suo dialetto, il suo modo di vestire, il suo sguardo, denotavano la sua “ingenuità”. Dividendo gli italiani tra furbi e fessi, Prezzolini era indulgente coi fessi, raggirati e oppressi dai furbi. Il racconto nazionale nella commedia all’italiana è tutto giocato sulla doppia corda della furbofessaggine.

La foto originale: in macchina con i coniugi Aydelotte, Einstein fa la lingua. La foto – autografata – è stata venduta a 100.000 € (più 25.000 di commissione per la casa d’asta).

Gli stupidi sono considerati la maggioranza, e cent’anni fa Albert Einstein ironizzava sugli stupidi considerando da un verso il loro numero infinito, dall’altro la loro illimitata scemenza. Ma l’istruzione di massa, il progresso scientifico e tecnologico, la democrazia non hanno cancellato, o ridotto, la stupidità; l’hanno solo modificata geneticamente e l’hanno attrezzata di strumentazioni più sofisticate. È passato un secolo e la stupidità ha fatto progressi. Cent’anni di scemitudine, parafrasando Marquez… La stupidità da passiva si è fatta attiva, e dunque produce più danni. Si è fatta tecnologica, hi tech, stupidità ad alta definizione. È andata al potere, ha inventato un suo canone e un suo lessico, il politically correct, che è frutto dell’incrocio tra ideologia e stupidità, tra intolleranza e imbecillità.

Dal vecchio prototipo dello stupido – il paesano, il campagnolo, chiuso nel suo piccolo mondo – al nuovo prototipo, “l’idiota globale” che viaggia, conosce le lingue, magari è nativo digitale, naviga nel web; ma pensa da idiota, etimologicamente, cioè chiuso nel recinto ristretto del suo privato, del suo presente e della sua dimestichezza coi mezzi tecnici. Sa mettersi in contatto in tempo reale col mondo, ma non ha nulla da comunicare. Pura stupidità. Imbecille è colui che ha bisogno del baculum, del bastone, per reggersi. Il bastone dell’idiota globale è il suo smartphone o il suo tablet, senza il quale si sente perduto.

Abbiamo girato intorno alla stupidità ma senza definirla. Trattandosi di una carenza proviamo a definirla a rovescio, partendo dal suo contrario. Se l’intelligenza è la capacità di leggere dentro le cose (intus legere), di collegarle e trascenderle, è l’eccedenza del possibile sul reale, la stupidità è l’incapacità di leggere dentro le cose, di collegarle e di trascenderle, è la prevalenza dello stereotipo rigido sulla realtà e sulle possibilità. La pazzia, al contrario, è la prevalenza dell’impossibile sul reale, stabilendo nessi che non corrispondono alla realtà.

E tuttavia una cosa va alla fine ammessa: gli stupidi non sono una razza, un’etnia a sé stante. L’ala della stupidità colpisce a volte anche le menti più acute, notava Baudelaire; a volte il genio è un imbecille discontinuo, eccelle in un campo o nell’intuizione ma è stupido nel resto delle cose, di solito quelle pratiche. Stupidi siamo un po’ tutti, seppure in gradi diversi. Chi di passaggio, chi in prevalenza, chi in permanenza. Si tratta di stabilire la modica quantità e la brevità della sosta.

 

Fonte: MV, La Verità 29 novembre 2020

Note:

  • (1) José Ortega y Gasset (Madrid, 9 maggio 1883 – Madrid, 18 ottobre 1955) è stato un filosofo e sociologo spagnolo. «Massa è tutto ciò che non valuta se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri.» (La ribellione delle masse)
  • (2) Robert Musil (Klagenfurt, 6 novembre 1880 – Ginevra, 15 aprile 1942), è stato uno scrittore e drammaturgo austriaco. La sua opera principale è il romanzo (incompiuto) Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità), una delle pietre miliari della letteratura di tutti tempi, di cui il primo volume pubblicato nel 1930, prima parte del secondo volume edita nel 1933, e ultima parte, rimasta incompiuta dopo la morte dell’autore.
  • (3) Frithjof Schuon (Basilea, 18 giugno 1907 – Bloomington, 5 maggio 1998) è stato un filosofo e mistico svizzero. Nella sua giovinezza si stabilì a Parigi dove esercitò il suo mestiere di disegnatore tessile. Di temperamento mistico e gnostico si impregna del Vêdânta (fine dei Veda) e si interessa approfonditamente a tutte le religioni come il Cristianesimo e l’Islam.
  • (4) Julius Evola (Roma, 19 maggio 1898 – Roma, 11 giugno 1974), è stato un filosofo, pittore, poeta, scrittore ed esoterista italiano. Fu personalità poliedrica nel panorama culturale italiano del Novecento, in ragione dei suoi molteplici interessi: arte, filosofia, storia, politica, esoterismo, religione, costume, studi sulla razza. Le sue posizioni si inquadrano nell’ambito di una cultura di tipo aristocratico-tradizionale e di tendenze ideologiche in gran parte presenti anche nel fascismo e nel nazionalsocialismo, pur esprimendosi talvolta in chiave critica nei confronti dei due regimi. Mussolini ne apprezza alcune impostazioni: in particolare il ritorno alla romanità e una teoria della razza in chiave spirituale. Da parte sua il filosofo nutre una pacata ammirazione nei confronti del Duce.
  • (5) Georges Bernanos (Parigi, 20 febbraio 1888 – Neuilly-sur-Seine, 5 luglio 1948) è stato uno scrittore francese. Fervente cattolico e nazionalista convinto, militò sin da giovanissimo nell’Action française e durante gli anni dei suoi studi in lettere partecipò alle attività dei “Camelots du roi“, movimento di giovani monarchici; negli anni precedenti l’inizio della Grande Guerra fu direttore del settimanale L’Avant-Garde de Normandie. Allo scoppio della guerra, nonostante fosse già stato riformato per varie ragioni di salute, si arruolò volontario nel 6º Reggimento Dragoni (cavalleria). Nel 1917 sposò Jehanne Talbert d’Arc, lontana discendente di un fratello di Giovanna d’Arco, con cui ebbe sei figli. Sfibrata dai parti, la moglie ebbe una fragile salute, cosa che unita alla numerosa prole rese la situazione economica difficile e precaria. Nel 1936 viene pubblicato Diario di un curato di campagna (Journal d’un curé de campagne): insignito del Grand prix dell’Académie Française, da esso è stato tratto il film omonimo di Robert Bresson (1950) con Claude Laydu al suo debutto. Nel libro sono presenti e convergono due diverse sensibilità spirituali: quella del curato d’Ars e quella di Santa Teresa del Bambin Gesù, entrambi santificati da papa Pio XI nel 1925. Similmente a Giovanni Maria Vianney, il giovane prete protagonista del romanzo è divorato da un forte zelo apostolico, totalmente dedito alla santificazione del gregge a lui affidato. Di Teresa invece segue la via dell’infanzia spirituale. Anche il Tutto è grazia, con cui il romanzo si chiude, non è una frase di Bernanos, bensì della famosa Santa. Per gran parte delle riflessioni che arricchiscono il romanzo, Bernanos attinge al romanzo di Ernest Hello, L’uomo (L’Homme).
  • (6) Gaunilone (994 circa – 1083 circa) è stato un filosofo e monaco cristiano francese, dell’ordine benedettino dell’abbazia di Marmoutier, presso Tours. Membro del movimento filosofico cristiano della Scolastica, divenne famoso per avere criticato, nel suo Pro insipiente (Difesa dello stolto, 1070), la prova ontologica dell’esistenza di Dio proposta da Anselmo d’Aosta nel Proslogion, nel quale questi, citando i Salmi 14, 1 e 53, 1 – «Lo stolto ha detto in cuor suo: Dio non c’è» – aveva avanzato una dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, di fronte alla quale nemmeno uno stolto avrebbe potuto continuare a negare Dio. Gaunilone sostiene che non si può dedurre l’esistenza di un oggetto pensato per il solo fatto che esso esiste nella nostra mente. In particolare propose l’argomentazione secondo la quale, a partire dal pensiero di un’isola perfetta, non si può dedurre l’esistenza dell’isola stessa. Questa argomentazione era stata proposta per confutare la tesi anselmiana che affermava l’esistenza di un essere supremo per il solo fatto che esso è pensato come «ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore».
  • (7) L’idiota è un romanzo di Fëdor Dostoevskij. Considerato uno dei massimi capolavori della letteratura russa, vuole rappresentare “un uomo positivamente buono”, un Cristo del XIX secolo. L’opera ha avuto diversi adattamenti teatrali, cinematografici e televisivi. Nel corso del romanzo è più volte citato e discusso dai personaggi il quadro Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane. Dostoevskij aveva visto il dipinto nel 1867 a Basilea e ne era rimasto fortemente impressionato. La stesura fu contemporanea all’esilio dello scrittore, dovuto ai debiti: ebbe inizio a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì a Vevey (sul lago di Ginevra), a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze. Una targa al numero 22 di Piazza de’ Pitti ricorda la permanenza dell’autore nel palazzo per quasi un anno. L’opera nel frattempo uscì a puntate a partire dal 1868 sulla rivista Russkij vestnik (il Messaggero russo), mentre in forma unica fu presentata l’anno successivo. In una lettera del 1867 indirizzata allo scrittore Apollon Nikolaevič Majkov Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando: «Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.» È importante sottolineare come l’aggettivo buono usato nella lettera fosse nell’originale russo prekrasnyj, che indica lo splendore della bellezza e della bontà insieme. Nel libro viene detto che il principe personifica la bellezza e la grandezza caratteriale. «Quel quadro!», esclamò il principe, colpito da un’idea subitanea. «Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede». «E infatti si perde», confermò Rogožin.» (Fëdor Dostoevskij – L’idiota). Il corpo di Cristo morto nella tomba è un dipinto di Hans Holbein il Giovane del 1521.
Fonte

Libri Citati

  • La ribellione delle masse
  • José Ortega y Gasset
  • Traduttore: Salvatore Battaglia, Cesare Greppi
  • Editore: SE
  • Collana: Saggi e documenti del Novecento
  • Anno edizione: 2001
  • In commercio dal: 25 maggio 2001
  • Pagine: 248 p., Brossura
  • EAN: 9788877104953  Acquista. €. 20,40

Descrizione

«C’è un fatto che, bene o male che sia, è decisivo nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E poiché le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, né tanto meno governare la società, questo significa che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che popoli, nazioni, culture possano patire. Questa crisi si è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse». 

  • Sulla stupidità
  • Robert Musil
  • Traduttore: Aloisio Rendi
  • Editore: SE
  • Collana: Piccola enciclopedia
  • Anno edizione: 2013
  • In commercio dal: 2 maggio 2019
  • Pagine: 79 p., Brossura
  • EAN: 9788867234509.  Acquista € 10,20

Descrizione

Signore e Signori! Chi oggi abbia l’audacia di parlare della stupidità corre gravi rischi. Il farlo può essere infatti interpretato come arroganza, o persino come tentativo di turbare il progresso della nostra epoca. Nel 1937, su invito della Lega austriaca del lavoro, Robert Musil tiene una lunga e arguta conferenza sul tema della stupidità. Fin dalle prime battute, questa caratteristica degli umani, cui generalmente si attribuiscono connotazioni negative, rivela qualità insospettate: “Se la stupidità non assomigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento… nessuno vorrebbe essere stupido“. Per Musil, infatti, si possono distinguere due tipi diversi di stupidità: l’una onesta e schietta, dovuta a un intelletto debole, e l’altra, un po’ paradossalmente, segno di intelligenza. “Di tanto in tanto siamo tutti stupidi. Di tanto in tanto siamo addirittura costretti ad agire alla cieca, almeno in parte, altrimenti il mondo si fermerebbe.

  • Allegro ma non troppo con Le leggi fondamentali
  • della stupidità umana
  • Carlo M. Cipolla
  • Traduttore: Anna Parish
  • Editore: Il Mulino
  • Collana: Contrappunti
  • Anno edizione: 1988
  • In commercio dal: 29 novembre 1988
  • Pagine: 83 p., Brossura
  • EAN: 9788815019806  Acquista € 7,48

Descrizione

Un “divertissement”, un guizzo anarchico dell’intelligenza. È così che si possono definire queste pagine nelle quali Cipolla abbandona gli austeri panni dello studioso e, giocando sul filo del paradosso e dell’assurdo, costruisce due brevi saggi: il primo, una ilare parodia della storia economica e sociale del Medioevo; il secondo, una sorta di scherzosa teoria generale della stupidità umana

  • Diario di un curato di campagna
  • Georges Bernanos
  • Editore: San Paolo Edizioni
  • Collana: Le vele
  • Anno edizione: 2019
  • In commercio dal: 24 maggio 2019
  • Pagine: 368 p., Brossura
  • EAN: 9788892216082  Acquista. e 10,20

 

Descrizione

Il giovane prete di Ambricourt, nel nord della Francia, del tutto disarmato di fronte alla noia, al disamore, all’aridità dei compaesani, affronta la sua missione di parroco spinto da una vocazione semplice e umile, che lo porterà a spendere tutto se stesso nel tentativo di avvicinare una comunità che si ostina a restargli lontana e ostile. Protagonista di questo vero classico della letteratura cristiana è «l’uomo che ha accettato una volta per sempre la terribile presenza del divino nella sua povera vita», come lo definirà lo stesso Bernanos, coinvolto in una tragica e impari lotta contro il male che dà al libro, fin dalle prime battute, una tensione drammatica destinata a crescere pagina dopo pagina.

  • STUPIDITÀ MOLTA, INTELLIGENZA POCA.

    “Qualcuno si è mai chiesto se un ape sia intelligente, o se una formica o un coleottero si…
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