Nel regno dove i draghi non sono più leggenda, ma potere mascherato sotto forma di politiche e sorrisi mediatici.

LA TERRA DEVASTATA DAI DRAGHI

Tra svendite di Stato, alchimie finanziarie ed élite globaliste: l’ascesa di un drago contemporaneo e la terra bruciata che lascia dietro di sé.

Il Simplicissimus

In questo pezzo affrontiamo la figura — simbolica e concreta — del “drago” che ha incendiato l’Italia dagli anni ’90 ad oggi, lasciando sul terreno una Repubblica più povera, privatizzata e dipendente. Dal mito letterario evocato da Goethe alle oscure cabine di comando dove si decidono destini economici, la storia di Mario Draghi viene presentata come il paradigma del globalismo neoliberale: svendite del patrimonio pubblico, deformazioni del progetto europeo e un’aura mediatica costruita ad arte. Un viaggio tra potere, retorica e conseguenze reali, per comprendere come una singola figura possa incarnare un’intera stagione di declino nazionale — e perché continuiamo ancora ad applaudirla mentre la terra sotto i nostri piedi brucia. (Nota Redazionale)


Kennst du das Land… Nell’Italia immaginaria di Goethe non ci sono solo i limoni, ma anche un’antica stirpe di draghi che abita in misteriose grotte. Anzi nemmeno tanto antica visto che un esemplare particolarmente attivo di questa specie è quello che oggi detta legge, sia che rimanga dietro le quinte o sputi fuoco da Palazzo Chigi o sia oggetto di adoranti interviste. Figlio prediletto dell’internazionale neoliberista, questo esemplare ha percorso l’intero cursus honorum degli affaristi e dei teorici della disuguaglianza, è stato il consigliori di tutta la politica, italiana e non, sin dagli anni ’90, nonché il distruttore dell’industria di stato a cominciare dal Britannia, (1)dove ebbe il suo primo momento di fulgore svendendo alla Goldman Sachs il patrimonio immobiliare dell’Eni (2)per un terzo del suo valore. Chissà come mai è poi diventato vicepresidente di questa piovra bancaria. Avete qualche ipotesi? Ma il signor Draghi Mario lo conosciamo tutti essendo stato uno dei protagonisti della costruzione, meglio della deformazione dell’Europa in senso finanziario, uno dei padrini dell’euro e il suo tutore come capo della Bce. Molti dei guai di questo Paese derivano da lui in quanto caporal maggiore del globalismo e delle sue visioni distopiche.

Costituisce anche un ottimo esempio del riciclo di materiali tossici. Dopo aver invocato per decenni un’Europa federale e lavorato per crearne le basi, di fronte al vero e proprio disastro a cui tutto questo ha portato, con un’astuzia patologica ci dice dagli spalti dei giornaloni che gli ronzano attorno come fosse un fiore ricco di nettare, che, al punto in cui siamo, solo una federazione europea ci può salvare. Non so se sia stato davvero Einstein a dire che la follia consiste nel credere che si possano ottenere risultati diversi facendo sempre la stessa cosa, ma di certo Draghi è un esempio di scuola di questa particolare pazzia ideologica. Il suo caso dovrebbe essere inserito nel manuale Msd. L’astuzia consiste nell’attaccarsi ancora una volta al cosiddetto sogno europeista che in realtà è solo una costruzione artificiale senza alcuna consistenza storico – politica se non il progetto di costruire un meccanismo sovranazionale e sostanzialmente elitario per evitare i problemi posti dalla pratica democratica nei singoli Paesi. Questo è stato il “sentiero interrotto” sul quale si è incamminata l’Europa sin dal cosiddetto manifesto di Ventotene, che esprime sostanzialmente la preoccupazione di trovare un contraltare alla democrazia, ma che è diventato una sorta di testo sacro di coloro che si professano più democratici che più non si può. Quando ancora in questo Paese esisteva la politica, quel manifesto era rimasto ben nascosto proprio per le ambiguità che esprimeva, ma oggi viene riproposto come messale per i riti encomiastici, inchinandosi nella direzione di Bruxelles.

Ad ogni modo l’Europa, nata come creatura americana in funzione della guerra fredda è diventata, dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, terra di conquiste delle nuove e vecchie oligarchie che hanno trovato nell’apparato burocratico cieco e fertilizzato da un lobbismo al tempo stesso nascosto e pervasivo, il loro perfetto strumento, la loro terra promessa. Il tutto confezionato dentro organismi di potere totalmente distaccati dal consenso, ancorché cerchino di conservarne le forme rituali come, per esempio, la presenza di un Parlamento impotente che funge da soprammobile. Tuttavia per uno scherzo del destino o almeno così verrebbe da dire, il federalismo europeo, principale strumento della lotta di classe al contrario, è diventato al tempo stesso un feticcio della sinistra, orfana non tanto dell’Urss quanto del pensiero marxista e anticapitalista, proiettandola sempre di più nelle braccia del neoliberismo. Insomma, un succedaneo che aveva lo scopo da una parte di nascondere la mutazione avvenuta e dall’altra di trovare un sostituto per l’universo mitopoietico precedente. Ecco perché Draghi gioca sul sicuro: certo l’impoverimento e la deindustrializzazione dentro la Ue sono drammatici e ogni giorno giungono notizie inquietanti sulla condizione del continente, che una banda di idioti si ostina a voler ingaggiare in una guerra già persa e che oltretutto non ha la possibilità di combattere se non immiserendo i cittadini per comprare armi americane. Sta di fatto che la competitività, ossessione draghesca e montesca grazie alla quale si è ottenuto il crollo dei salari, è stata mandata al macero nel momento in cui le élite di comando hanno cominciato a temere per la loro stessa esistenza, vista la stupidità con la quale hanno pensato di aver facilmente ragione della Russia per cominciare un nuovo banchetto con le sue risorse. L’ultima vicenda, particolarmente grottesca, è quella dell’azienda olandese Nexperia, di proprietà della cinese Wingtech Technology, di cui il governo di Amsterdam ha voluto prendere il controllo. Adesso dalla Cina non arrivano più materiali e manufatti con la conseguenza che la Volkswagen deve chiudere la linea produttiva della Golf per mancanza di chip. Pare che i Dragoni funzionino meglio dei Draghi.

Ma lui applaude e ci impone la vecchia e insulsa ricetta del federalismo: sa che sventolando questo mito troverà ancora chi corre dietro le insegne senza senso, come gli ignavi nell’ Inferno di Dante. Solo che molti secoli sono passati da allora e gli ignavi sono coloro che fingono di credere in qualcosa.

Redazione

 

 

 

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