Quando la filosofia incontra l’eros, e la logica si infila sotto le lenzuola.

LA TRAGEDIA ROMANTICA CHE NETFLIX DOVREBBE ADATTARE

MA CON PIÙ SESSO

Una storia vera accaduta nell’Europa medievale, tra passioni proibite, conventi, vendette e mutilazioni. E no, non è un romanzo storico. È andata proprio così.

Redazione Inchiostronero

Eloisa ha sedici anni ed è una mente brillante. Abelardo ne ha quasi quaranta, ed è il filosofo più desiderato di Francia — in tutti i sensi. Tra lezioni di logica e poesie d’amore, nasce una passione così esplosiva da sfidare la Chiesa, la società e lo zio Fulberto. Un figlio segreto, un matrimonio clandestino, un convento… e una vendetta tanto assurda quanto dolorosa. Un racconto vero, ma narrato con ironia: perché il Medioevo non è mai stato così sexy (e tragico).


Atto 0 –

Benvenuti nel Medioevo, dove l’amore è peccato e la filosofia è una scusa

Parigi, anno del Signore più o meno 1110.
Il mondo è un posto complicato, ma molto più semplice di adesso: se nasci contadino, muori contadino; se nasci nobile, muori in battaglia; se nasci donna… speriamo ti chiudano in convento prima che ti tocchi partorire sei figli e morire a trent’anni di parto.

È un’epoca in cui:

  • i libri sono rarissimi e valgono quanto un cavallo;

  • le università stanno nascendo, ma i docenti sono già convinti di avere sempre ragione;

  • Dio è ovunque — soprattutto dove non dovrebbe esserci;

  • e il sesso è considerato una cosa talmente pericolosa che è vietato perfino nel matrimonio, figuriamoci tra un filosofo e la sua allieva.

Ma, come sempre, è proprio in questo mondo che nasce una delle storie d’amore più scandalose, intense, tragiche e moderne mai scritte.
Una storia di corpi e spiriti, di lettere e desideri, di lenzuola e libri sacri.

E no, non è finzione.
Non è un romanzo.
È tutto vero.

Una ragazza troppo intelligente per tacere.
Un uomo troppo brillante per essere umile.
E una passione talmente potente che nessuna regola, nessun voto, nessun eviramento riuscirà mai davvero a spegnere.

Perché se oggi vi sembrano normali le storie d’amore con le complicazioni, i silenzi, le lettere mai spedite e gli ex che ritornano spiritualmente ma non fisicamente… sappiate che Eloisa e Abelardo lo hanno fatto per primi. Mille anni fa.
E con molti, molti più danni collaterali.

👇 Ora che sapete dove siete finiti, possiamo iniziare davvero. Benvenuti nel primo atto.

Puntata 1: Filosofia, lenzuola e fulmini divini

Nel Medioevo, la gente non si lavava molto, ma quando amava… lo faceva con un’intensità che oggi chiameremmo patologica.
E nessuno lo sa meglio di Eloisa e Abelardo, i due protagonisti di una delle storie d’amore più sconvolgenti mai passate tra le pagine dei manoscritti, poi rimaneggiate in saggi, romanzi, fumetti, musical… e che ancora aspettano la loro serie TV Netflix vietata ai minori.

E no, non è un’esagerazione.
Questa è una storia di filosofia, sesso clandestino, conventi, mutilazioni genitali, ghosting medievale e lettere struggenti. Cosa vuoi di più, un drago?

Atto I – La studentessa prodigio e il filosofo irresistibile

— ovvero: chi di mente acuta ferisce, di corpo si innamora

Nel cuore di una Parigi ancora più sporca che romantica, circondata da campanili, bruma e latrine a cielo aperto, vive una ragazza che ha già capito tutto della vita: Eloisa. Ha solo sedici anni, ma possiede una mente che brucia più dei roghi inquisitori.
Parla latino meglio dei suoi confessori, mastica greco come se fosse francese, e ha già dato una ripassata anche all’ebraico — per non farsi mancare nulla.

È brillante, colta, appassionata di filosofia. E, cosa più importante, assolutamente non conforme ai canoni del suo tempo. Insomma, una che oggi avrebbe un podcast di successo e una newsletter intitolata Pensieri Impuri (ma colti).

Vive sotto la tutela dello zio Fulberto, canonico di Notre-Dame, che è un uomo rispettabile, ma con la sensibilità pedagogica di un sacrestano ubriaco.
Un giorno decide che la nipote è troppo promettente per accontentarsi dei soliti precettori da quattro soldi.
E allora chiama l’eccellenza assoluta:
Pietro Abelardo.

Trentanove anni. Chierico, filosofo, teologo, logico, poeta.
Bretone di nascita, bello da far bestemmiare le suore, biondo, e con quella sicurezza nel portamento che solo gli uomini abituati a essere il centro del mondo sanno avere.
Il tipo che se oggi entrasse in una facoltà di filosofia, verrebbe subito scritturato per una serie in streaming intitolata Il Pensiero e la Carne.

Non spiegava la logica: la seduceva.
Aveva l’abilità di far sembrare Aristotele una guida per seduttori e la dialettica un invito a spogliarsi con eleganza.

Lo zio Fulberto, ingenuo come un contadino in una tragedia greca, lo ospita sotto lo stesso tetto della nipote, convinto che la cultura basti a tenere a bada gli ormoni.

Spoiler: non andrà bene.
Spoiler due: andrà malissimo.

Atto II – Quando le “lezioni private” diventano molto private

— ovvero: come imparare l’amore tra una metafisica e un gemito

All’inizio, naturalmente, era tutto molto professionale.

Abelardo era il maestro. Eloisa, l’allieva.
Lui portava con sé tomi logori, citazioni greche e quella barba da filosofo in cerca di redenzione. Lei si presentava con il capo coperto, lo sguardo acceso e un talento precoce per la provocazione intellettuale (e non solo).

Le prime lezioni furono intense.
Lui parlava. Lei capiva.
Lui citava Boezio. Lei ribatteva con Agostino.
Lui si entusiasmava. Lei pure.

Ma poi, qualcosa cambiò.

All’inizio fu un tocco di troppo mentre prendeva un libro.
Poi una frase letta ad alta voce con una voce che suonava… più profonda del necessario.
Poi un sorriso che non era accademico. Uno sguardo che durava mezzo secondo in più.
E poi — boom — la filosofia diventò un pretesto. E la carne cominciò a parlare.

«Col pretesto delle lezioni…»

Sarà stato il latino. Sarà stata la logica. Sarà stato il fatto che dormivano sotto lo stesso tetto e lo zio Fulberto russava pesante.
Fatto sta che tra i due esplose qualcosa che non stava scritto su nessun trattato scolastico.

E lo racconta Abelardo stesso, con una sincerità che fa quasi tenerezza, nella sua autobiografia:

«Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore,

lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige…

erano più numerosi i baci che le frasi.»

Tradotto in termini moderni: il piano di studio era andato a farsi benedire, ma i voti in educazione sentimentale erano altissimi.

Filosofia pratica, livello avanzato

Le lezioni non si svolgevano più solo alla scrivania.
La stanza divenne il loro teatro. Le pergamene scivolavano dal tavolo. I manoscritti si aprivano da soli.
Ogni dubbio sul senso della vita trovava risposta sotto le lenzuola.

Non era solo sesso.
Era eros platonico che aveva smesso di essere platonico.
Era la mente che guidava il corpo, e il corpo che scriveva i suoi versi nella carne.

Eloisa imparava in fretta.
Non solo a discutere di filosofia naturale o di retorica antica. Ma anche a leggere i silenzi, decifrare gli sguardi,

rispondere alle carezze come fossero interrogazioni a bruciapelo.

E Abelardo, da parte sua, perdeva sempre più l’equilibrio tra maestro e amante.
Il filosofo si faceva poeta. Il chierico si faceva uomo.
E l’uomo si dimenticava che, nel Medioevo, l’amore ha un prezzo. Altissimo.

Ma gli occhi parlano, e le voci si allungano

Nonostante i tentativi di discrezione, la notizia si diffuse.
Sarà stato qualche bacio troppo appassionato in biblioteca.
Sarà stato qualche poesia d’amore firmata da Abelardo che parlava troppo chiaramente di occhi verdi e letti disordinati.
Sarà stato il fatto che Eloisa aveva quell’aria luminosa di chi ha appena scoperto che i teoremi non sono l’unico modo per conoscere l’infinito.

Quel che è certo è che lo zio Fulberto cominciò a sospettare.
E come ogni zio medievale benpensante, cominciò a ficcare il naso.
Finché una notte, si dice, li colse in flagrante:
non proprio a discutere di Aristotele, ma a mettere in pratica la distinzione tra “intelletto attivo” e “passione irriducibile”.

Al povero Fulberto venne un coccolone.
E anche se poi si riprese, non dimenticò.
E da lì in poi, le cose iniziarono a precipitare.

👇  Ma per questo dovremo aspettare l’Atto III: quando l’amore diventa un problema da risolvere… e si finisce per farlo in segreto. Con un bambino, un matrimonio e, purtroppo, un colpo di coltello ben assestato.

Atto III – Gravidanza, fuga e un figlio chiamato… Astrolabio (sì, davvero)

— ovvero: quando il peccato si presenta con nausea mattutina e una valigia in fretta

La passione tra Abelardo ed Eloisa era diventata un incendio.
Un incendio raffinato, pieno di metafore classiche e gemiti silenziosi. Ma pur sempre un incendio.
E come spesso accade quando si gioca con il fuoco… ci scappa una scintilla in più.

Eloisa resta incinta.

Ora, fermiamoci un secondo.
Nel Medioevo, rimanere incinta fuori dal matrimonio non era solo uno scandalo.
Era una bomba sociale, un disonore che si trasmetteva al bambino, alla famiglia e persino al cane del villaggio.

Appena lo scopre, Abelardo entra in modalità “uomo del caos con troppa istruzione”.

Fuga romantica (ma con ansia)

Abelardo, filosofo brillante ma impreparato alla gestione della realtà concreta, decide che l’unica soluzione è rapire l’amata.
Così, nel cuore della notte, infila Eloisa in un mantello, probabilmente le dice qualcosa tipo:

«Scappiamo insieme, mia luce d’Oriente. Ho una casa in Bretagna e un’idea vaghissima di come si cresce un figlio.»

Lei, ancora con l’odore di pergamena tra i capelli, accetta.

Fuggono.
Lontano da Parigi.
Lontano dallo zio Fulberto, che nel frattempo ha smesso di russare e ha iniziato a pianificare vendette.
Lontano dalla Chiesa, dalla logica e da qualsiasi consiglio razionale.

E lì, in Bretagna, nasce il bambino.

Il bambino dei filosofi

E qui, cari lettori, la storia prende una piega meravigliosamente assurda.

Perché i figli delle passioni proibite portano spesso nomi carichi di simbolismo.

Ma loro due esagerano.
Lo chiamano Astrolabio.

Sì, Astrolabio.
Come lo strumento astronomico usato per misurare la posizione delle stelle.
Un oggetto utilissimo… per chi naviga. E imbarazzante… per chi va a scuola.

Certo, a voler essere poetici, il nome significa «colui che afferra le stelle».
Ma, con tutta la comprensione per il gesto, è un nome che grida vendetta già nel battesimo.
Immaginate questo povero bambino al catechismo:

«Astrolabio chi? Figlio di chi? Ma davvero ti chiami così o sei un indovinello?»

E lo dico con tutto il rispetto possibile, eh, ma chiamare tuo figlio “Astrolabio” è un po’ come chiamarlo oggi “Google Maps” perché sei un intellettuale con la testa fra le nuvole e la libido nei sotterranei.

Un matrimonio… sì, ma ssshhh!

Intanto, nel frattempo, la famiglia di Eloisa è furibonda.

Fulberto è passato dalla collera alla sete di vendetta con la velocità di un servo che scopre di avere ospiti a cena.
Per placarlo, Abelardo fa il cavaliere errante:

«Va bene. Mi prenderò le mie responsabilità.
Sposerò Eloisa.
Però… ecco… potremmo farlo… di nascosto?»

Sì, perché lui è ancora un chierico. E i chierici non devono sposarsi. O almeno, non farsi beccare.

E così il matrimonio si celebra, al buio, in silenzio, con una discrezione che manco nei matrimoni VIP.

Eloisa, però, non ci sta.
Non è nata per fare la mogliettina ombra di un uomo brillante ma codardo.
E glielo dice, nero su bianco, in una delle frasi più moderne mai scritte in pieno Medioevo:

«Preferirei esserti amica, esserti amante,
e perfino essere la tua puttana,
ma mai, mai, mai tua moglie.»

Pausa.
Applauso.
Standing ovation.

Il prezzo della passione

Ma Eloisa, nonostante tutto, cede.
Forse per amore.
Forse per paura.
O forse perché anche le più forti, ogni tanto, cedono sotto il peso delle aspettative maschili vestite da “protezione”.

Il matrimonio segreto si fa.
Ma non serve a niente.

La notizia trapela.
La reputazione di Abelardo è in pericolo.
Lui, invece di affrontare il mondo a testa alta, decide di “proteggere” Eloisa spedendola… dove?

La separazione di Abelardo ed Eloisa, prima del 1110

In convento.

Sì, di nuovo.
Per salvare la propria immagine, la manda a nascondersi tra le monache, come se lei fosse il problema.
Una mossa elegante come lasciare la tua ragazza con un biglietto sul frigorifero:

“Torno a fare il filosofo, tu pensa ai voti. Baci, Pietro.”

👇  Ma se pensate che questa sia la parte più drammatica della storia, tenetevi forte.
Perché lo zio Fulberto non ha ancora finito.

E nel prossimo atto, arrivano i sicari.
E una punizione definitiva.
E lo spargimento di sangue — ma chirurgico.

Atto IV – Sì, lo voglio. Ma non dirlo a nessuno

— ovvero: il matrimonio riparatore più triste del Medioevo

C’era una volta un’epoca in cui, per salvare l’onore di una donna incinta fuori dal matrimonio, si faceva un bel matrimonio riparatore.

Ecco.
Questa non è quella fiaba.

Perché nella storia di Eloisa e Abelardo, il matrimonio non è la soluzione.
È un’altra complicazione, più subdola e dolorosa.
Un’unione silenziosa, colpevole, segreta, che non nasce dall’amore, ma dal panico.
Dal bisogno di rimediare al casino.
Di mettere una pezza sullo scandalo.

Il sì più sussurrato della storia

Il matrimonio si fa.
Nessun annuncio.
Nessuna campana.
Nessun banchetto con cinghiale e menestrelli.

Solo due persone — una convinta, l’altra no — che si giurano fedeltà con l’urgenza di chi vuole finire in fretta e tornare a nascondersi.
Non ci sono testimoni festanti.
Solo il rumore del mondo che giudica.
E quello di Eloisa che, nel silenzio, trattiene un grido.

Perché non era quello che voleva.

Eloisa, la moglie riluttante

Abelardo pensa di aver fatto la cosa giusta.
Ma Eloisa… no.
E lei non è tipo da tenersi le cose dentro.
Nel Medioevo, quando le donne si sposavano, generalmente si rassegnavano.
Eloisa scrive. Contesta. Brucia.

Gli dice, in sostanza:

«Non ti ho amato per diventare la tua moglie legittima.
Ti ho amato come si ama un’idea, un dio, una malattia bellissima.
Io non ti volevo nei panni del marito stanco.
Volevo l’uomo che mi insegnava la libertà, non quello che ora vuole incatenarmi alla rispettabilità.»

E la frase che lascia il segno, la leggiamo oggi e ci brucia ancora:

«Preferirei esserti amica, esserti amante,
e perfino essere la tua puttana,
ma mai, mai, mai tua moglie.»

Non perché rifiuti l’amore, ma perché rifiuta la sua banalizzazione.
Non vuole diventare la sua ombra. Non vuole essere la “moglie del filosofo”.
Vuole essere la donna che ha scelto, fino in fondo, anche nel disordine, anche nel peccato.

Marito e moglie… ma a distanza

La cosa più triste?

Dopo il matrimonio, non si vedono quasi più.

Usciti dalla chiesa, Abelardo e Eloisa prendono strade diverse. Letteralmente.
Non per un litigio.
Per calcolo.

Devono fingere che non sia successo niente.
Lui ha una carriera da salvare. Un nome da difendere.
E lei… lei lo ama troppo per rovinarlo.

Così, come se non bastasse il dolore della rinuncia, Eloisa nega il matrimonio con tutti.
Nega di essere sposata.
Nega la sua maternità.
Nega tutto, per proteggere l’uomo che ama più di se stessa.

Quello stesso uomo che, con un gesto “di protezione”, decide di rinchiuderla in convento.

L’idea geniale di Abelardo: “Nascondiamola tra le monache!”

Abelardo, nella sua mente da teologo multitasking, pensa:

«Se la mando in convento, nessuno potrà più dire nulla. Sarà al sicuro. Nessun altro uomo potrà guardarla. E io potrò tornare alla mia cattedra con la coscienza pulita e un segreto al riparo.»

Geniale. Vero?
Peccato che:

  • lei non lo abbia chiesto,

  • non abbia mai voluto fare la monaca,

  • e stesse ancora cercando di capire cosa fosse successo alla sua vita nel giro di due anni.

Zio Fulberto entra in modalità vendetta

Nel frattempo, ricordiamolo: zietto Fulberto è ancora lì, che fuma rabbia dalle orecchie.
Gli hanno:

  • sedotto la nipote sotto il suo tetto,

  • messo incinta la ragazza,

  • rapita in piena notte,

  • e infine spedita in convento dopo un matrimonio a porte chiuse.

Non ha ricevuto scuse, né rispetto.
Solo danni.

E allora Fulberto, che non è un santo, decide di rispondere all’antica.
Altro che discussione.
Altro che pettegolezzi.
Assolda due sicari.

👇  Ma questo, amici, è l’inizio dell’Atto V

– Evirazione per amore (e altre disgrazie notturne),
dove il corpo viene colpito, ma il cuore resta vivo.

Atto V – Fine della carne, inizio dell’anima

— ovvero: quando ti tolgono tutto tranne il diritto di amare (e scrivere)

Nelle tragedie classiche, il colpo di scena arriva quando tutto sembra risolversi.
Qui no.
Qui il colpo è letterale. E chirurgico.

Lo zio Fulberto, che fino a quel momento era stato un personaggio secondario incazzato ma in fondo familiare, diventa il boss finale del dramma.
Sente il peso dell’umiliazione. Non dorme più. Non ragiona. Non perdona.

E allora fa quello che ogni zio del Medioevo farebbe dopo essere stato preso per il naso da un filosofo con manie da Casanova:
chiama due sicari.

Due.
Nottetempo.
In silenzio.
Si introducono nella stanza di Abelardo.
E non rubano nulla.
Non urlano.
Tagliano.

La vendetta medievale è chirurgica

Lo trovano addormentato.
Evirato.
Così.
Con la precisione brutale di chi vuole colpire esattamente lì dove ha peccato.

È la legge del taglione applicata in chiave medievale:
hai peccato con quello?
Bene, non ce l’avrai più.

Il mattino dopo, Pietro Abelardo non è più lo stesso.

Quando il filosofo torna uomo. E poi solo spirito.

Sopravvive.
Ma dentro di sé, muore qualcosa.

La parte più fisica.
La parte che bruciava per Eloisa.
La parte che scriveva poesie d’amore sul margine dei manoscritti.

Abelardo non può più toccare, non può più possedere, non può più essere “l’uomo”.

Allora, come fanno i grandi intellettuali quando non possono più vivere pienamente, decide di sublimare.
Rientra nei ranghi. Torna a insegnare. Predica la castità. Parla di redenzione. Scrive trattati teologici con la rabbia repressa di un uomo mutilato dal desiderio

Eloisa, nel convento, sente tutto

Lei, rinchiusa in convento, riceve la notizia come una condanna.

Il suo amante. Il suo maestro. Il suo fuoco.
Punito. Spento. Umiliato.

E mentre tutti le dicono:

«Adesso puoi dimenticarlo. Ora puoi farti monaca per davvero. Dio ti ha restituita a sé.»

Eloisa, non dimentica niente.

Inizia l’altra metà dell’amore: le lettere

Non possono più vedersi.
Non possono più toccarsi.
Ma possono ancora scriversi.

E scrivono.

Comincia così il carteggio più struggente, filosofico e sensuale del Medioevo.
Eloisa scrive con il sangue del cuore.
Abelardo risponde con la cenere della ragione.

«Il piacere che ho conosciuto è stato così forte che non posso odiarlo», gli dice lei.
E lui, ormai prigioniero della sua nuova veste spirituale, risponde:
«Ti considero come una sorella.»

La friendzone spirituale.
La punizione dopo la punizione.

Ma nonostante il distacco, non smettono mai di cercarsi.
Perché l’amore, a quel punto, non ha più bisogno di corpo.
È diventato idea, assenza, memoria, eco.

Da qui in poi, tutto sarà parola

Questo è il momento in cui la loro storia cambia tono.
Dall’eros alla mistica.
Dal desiderio alla nostalgia.

Abelardo costruisce un oratorio: il Paracleto.
Lo dona a Eloisa e alle monache sfrattate.
Un gesto apparentemente caritatevole, ma anche profondamente simbolico:
le dà un luogo. Un nome. Un segno. Un modo per restare con lei, pur restando lontano.

E sarà proprio lì, anni dopo, che chiederà di essere sepolto.
Non nel monastero degli uomini.
Non tra i santi.
Ma accanto a lei.


Ma certe storie non finiscono con un coltello.
Non si chiudono con un convento, una vendetta, una mutilazione.
Perché l’amore, quando è vero, non si lascia mettere da parte così facilmente.

Anche se non c’è più carne, anche se non c’è più letto, restano le parole.
Resta la scelta.

E proprio lì, nel luogo in cui tutto sembrava perduto, comincia l’ultima parte della loro storia.

Quella che si scrive nella morte, nella pietra e nella memoria.

Atto VI – Dove riposano gli amanti

(E perché il Medioevo ha lasciato un cuore sepolto in una tomba di Parigi)

Alla fine non restano che due cose: la memoria e la pietra.

Dopo tutto quello che è successo — la passione, lo scandalo, la vendetta, la mutilazione, le lettere, i silenzi — sembra impossibile che ci sia ancora qualcosa da dire tra Eloisa e Abelardo.
E invece c’è.
C’è un ultimo gesto. Il più silenzioso. Il più definitivo.

Una sepoltura.

Il Paracleto: la casa che lui le costruisce quando non può più toccarla

Pietro Abelardo, ormai ridotto a teologo penitente e filosofo evirato, non ha più nulla da offrire a Eloisa, se non parole e doni simbolici.
E tra questi doni, uno è speciale: un oratorio.

Lo chiama Il Paracleto — un nome che sa di Spirito Santo, ma anche di ultima possibilità.
Non è solo un luogo di preghiera: è un rifugio.
Per lei.
Per le monache di Argenteuil, sfrattate e dimenticate.
Per una donna che lui non ha saputo proteggere in vita, e che adesso vuole almeno proteggere nell’esilio.

E lì, tra le navate di pietra e l’eco dei salmi, lui chiede di essere sepolto.

Quando la morte diventa finalmente un abbraccio

Nel 1142, Abelardo muore.

Non di dolore, non di rimorso. Di tempo. Di fine.
Muore come muoiono i filosofi: consapevole, lucido, ma non redento.

E viene sepolto proprio lì, al Paracleto.
Non tra i grandi pensatori della Chiesa. Non tra i santi.
Ma accanto a lei. O meglio: dove lei un giorno sarà.

Perché anche Eloisa ha fatto la sua scelta.
Nel 1164, quando morirà, chiederà di essere sepolta accanto a lui.
Nonostante tutto.
Nonostante il convento.
Nonostante l’abito da badessa e le preghiere.
Nonostante il suo Dio.

E verrà accontentata.

La leggenda delle ossa che si riconoscono

C’è una leggenda — bellissima, tenera, un po’ gotica — che dice che quando Eloisa fu deposta nella tomba accanto ad Abelardo, lo scheletro di lui aprì le braccia per accoglierla.
Un ultimo gesto.
Un abbraccio che non avevano potuto darsi in vita.
Un modo per dire:

«Alla fine, sei ancora tu. Sempre tu.»

È falso, ovviamente. Ma anche no.
Perché alcune storie non vanno verificate. Vanno credute.

E poi? Parigi. Eterno ritorno.

Nei secoli successivi, la tomba di Eloisa e Abelardo subisce di tutto.
Il convento viene venduto, l’oratorio abbandonato, le guerre passano come fiumi impazziti.

Ma loro restano.
Spostati.
Traslati.
Proteggono i loro resti come si proteggono i segreti che fanno ancora male.
E finalmente, nel 1817, trovano un rifugio definitivo:
il cimitero di Père Lachaise, a Parigi.

Tra le lapidi illustri, tra i poeti, i cantanti, i ribelli, ci sono anche loro.
Una tomba in pietra.
Due nomi.
Una storia che nessuna vendetta, nessun convento, nessuna mutilazione è riuscita a spezzare del tutto.

Epilogo

Così finisce la prima parte.
L’amore nella carne.
L’amore che tocca, che geme, che sbaglia.
L’amore che perde.
Che si sporca.
Che viene punito.
E che, nonostante tutto, si rifiuta di morire.

E se pensate che sia finita qui,
aspettate di leggere cosa succede quando l’amore non può più toccare, ma può ancora scrivere.

Fine della prima stagione.
Abbiamo visto tutto: la scintilla, la fuga, il fuoco, la punizione, la morte.
Abbiamo assistito alla caduta degli amanti.
Ma non alla loro fine.

Perché l’amore — quando sopravvive alla carne — diventa voce.
Si insinua nelle lettere. Vive nel silenzio.
E torna, in forma di inchiostro, a cercare ciò che ha perduto.

👇 Se pensate che dopo l’evirazione sia tutto finito… aspettate di leggere cosa succede quando l’amore si fa parola.
Ci vediamo nella seconda puntata:

Lettere d’amore e cenere – Parte II

Dove scrive lei. Dove risponde lui.
Dove l’amore non bacia, ma brucia.

La Redazione

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