Tra geopolitica e finanza, il confine si dissolve: la guerra come leva economica

«La truffa di Trump per continuare la guerra»
Dichiarazioni contraddittorie, interessi privati e reti finanziarie: il sospetto di una strategia che trasforma il conflitto in profitto
Il Simplicissimus
Nel racconto pubblico dell’amministrazione guidata da Donald Trump, la linea tra diplomazia e convenienza economica appare sempre più ambigua. Tra annunci alterni di pace e tensione, spesso concentrati nell’arco di pochi giorni, emerge un quadro in cui la comunicazione politica sembra influenzare non solo gli equilibri internazionali, ma anche i mercati finanziari. Analisi e ricostruzioni giornalistiche – da Forbes a The New York Times – hanno evidenziato una rete di interessi che collega membri della famiglia presidenziale e figure chiave dell’amministrazione a settori strategici come la difesa, la tecnologia e le criptovalute. In questo scenario, la guerra non appare più soltanto come un evento geopolitico, ma come un meccanismo capace di generare rendimenti, alimentato da connessioni tra potere politico, industria bellica e capitale globale. Ne deriva una domanda inquietante: fino a che punto le oscillazioni della politica estera rispondono a logiche strategiche, e quanto invece riflettono dinamiche speculative che trasformano il conflitto in opportunità economica? (N.R.)
Solitamente il fine settimana è quello in cui Trump e l’amministrazione di Washington cambiano idea, Si fa per dire, ovviamente perché di vere idee se ne vedono poche, ma in cambio ci sono molti soldi che vengono dalle operazioni di Borsa tutte costruite sulle dichiarazioni presidenziali: venerdì è pace e lunedì guerra o viceversa. Forbes ha persino pubblicato il grafico che vedete qui a fianco per mostrare come la presidenza giovi moltissimo alle finanze della famiglia Trump e immagino a quelle di tutta l’amministrazione: il presidente e i suoi figli sono persino collegati a un’azienda che produce droni e che ha diretti contratti di vendita con il Pentagono. Così più gli iraniani ne abbattono, più soldini entrano nel salvadanaio di The Donald. E non solo: tra i membri del consiglio di amministrazione, figurano Kushner e Witkoff, i fasmosi inviati di pace, Martin Edelman, avvocato d’impresa con ampi legami con i vertici degli Emirati Arabi Uniti, e Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management. Nel maggio 2025, Apollo ha investito 100 milioni di dollari nel Witkoff Group; Edelman è il consulente legale di G42, una società di intelligenza artificiale controllata dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che Tahnoon è stato coinvolto in un accordo che ha fruttato 2 miliardi di dollari nel 2025 a World Liberty Financial, la società di criptovalute di proprietà dei figli di Trump e di Witkoff.
Insomma un garbuglio di partecipazioni societarie a cui la pace non conviene di certo. Ad ogni modo adesso Trump se n’è uscito con un’altra trovata: ha respinto il piano di pace proposto dall’Iran per porre fine alla guerra e ha annunciato il progetto Freedom con il preciso intento di aggirare il War Powers Act, una legge che limita il potere del presidente degli Stati Uniti di impegnare gli Stati Uniti in un conflitto armato senza il consenso del Congresso degli Stati Uniti: dopo i 60 giorni di conflitto è il Parlamento che deve decidere. I due mesi di guerra si avvicinano e così il presidente ha chiuso l’operazione Epic Fury e ne ha aperto una, identica negli scopi, ma con un altro nome. Adesso l’obiettivo sarebbe quello di garantire il passaggio per Hormuz attraverso un coordinamento da parte di compagnie di navigazione e di assicurazione, con la messa a punto di stratosferici premi di rischio. Non saranno inviate navi di scorta che certamente verrebbero colpite, ma è presumibile che per ottenere lo scopo si pensi a un attacco contro le posizioni iraniane dentro e intorno all’isola di Qeshm, utilizzando velivoli statunitensi attualmente di stanza presso la base aerea di Al Dhafra, a sud di Abu Dhabi. Questo, a prescindere dal successo o meno dell’operazione, che comunque non potrà certo scardinare le posizioni iraniane su circa 300 chilometro di costa, scatenerà presumibilmente la rappresaglia contro le risorse petrolifere degli Stati del Golfo e perciò la carenza di oro nero rischia di diventare strutturale. E si sa che Teheran si sta preparando ad azioni importanti per sconfiggere questa sorta di assedio statunitense nello Stretto di Hormuz: già in queste prime ore di lunedì una petroliera è stata colpita e costretta a tornare indietro. Ma il prossimo passo sarà l’attacco ai cavi in fibra ottica che passano sul fondale dello Stretto.
Ciò implicherà il crollo dell’intera struttura informatica degli Stati del Golfo, a cominciare dalle semplici azioni bancarie per arrivare ai nodi di intelligenza artificiale che le aziende americane hanno impiantato nella regione e soprattutto negli Emirati per il basso costo dell’energia. A tutto questo si aggiunge la posizione della Cina che ha ufficialmente dichiarato di considerare le sanzioni americane illegali, aprendo un altro potenziale fronte di scontro. Tutto questo non è che la fotografia di un sistema di rapina che mai è apparso così chiaro.
