Annie Ernaux, La vergogna. L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla”.

«La scena che dà origine a “La vergogna” è una scena spartiacque, la prima data precisa dell’infanzia, che del trauma possiede la paura immediata e consecutiva, lo stato di allerta cui costringe, la forza con la quale s’incide nella memoria, l’impossibilità di condividerla con chiunque, per anni. Quel pomeriggio di giugno comincia il processo di separazione che la trasformerà in una nemica di classe per i suoi genitori, e in una scrittrice.» – Rossella Postorino, Tuttolibri. 

 Ottobre 1996, data in cui Annie Ernaux finisce di scrivere questo nuovo capitolo della sua storia personale, “La vergogna”. Per noi lettori amanti della sua scrittura a volte inquietante, un piacere atteso, come un appuntamento con le nostre pulsioni più profonde e mai rivelate. In questo caso, nelle 125 pagine delle sue riflessioni, dei suoi ricordi, la rottura del tabù che le aveva impedito di scrivere, persino nel suo diario, di quell’episodio terribile che aveva segnato per lei la fine dell’infanzia: aveva dodici anni Annie, il pomeriggio del 15 giugno del 1952, quando suo padre in uno scatto d’ira funesta troppo a lungo trattenuta, aveva tentato di uccidere sua madre con una roncola staccata dal muro. “Non è successo niente”, griderà la madre per rassicurarla, ma la ferita nella psiche dell’adolescente cresciuta in un piccolo borgo della Normandia, tra drogheria di casa, scuola privata religiosa, messa domenicale e grande miseria non si rimarginerà facilmente.

La vergogna di Annie Ernaux è ancora una volta il punto d’incontro tra vita racconto, tra episodi realmente accaduti e la parola scritta, impossibile scindere i due ambiti, impossibile immaginare la letteratura senza la vita.

La penna è spietata e implacabile con tutti i personaggi che tratteggia, compresa sé stessa. Peccato che quelli non siano personaggi, ma persone reali.

Questo breve viaggio nell’anno 1952. Ernaux si volta all’indietro spogliandosi davanti a noi. Dietro a quella scrittura da chirurgo si nascondono sensazioni, dolori, sentimenti non soltanto dell’Ernaux dodicenne, ma anche di quella contemporanea.

Era il 15 giugno quando suo padre cercò di uccidere la madre. L’ira furibonda che l’uomo non riesce a dominare si avventa fisicamente sulla moglie e inevitabilmente, psicologicamente sulla figlia. “Non è successo niente” tranquillizza la madre di Ernaux, e forse quella frase la turba quasi quanto il gesto subito.

La giovane Annie dopo quell’episodio non ha paura di suo padre come si potrebbe pensare. I due affrontano addirittura un pellegrinaggio insieme a Lourdes e lei non prova inquietudine perché è spaventata è terrorizzata perché si vergogna. È questo il violento passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Da quel momento lei prende coscienza delle condizioni in cui vivono, delle parole sbagliate che adoperano, della propria solitudine e vive sotto scacco: la vergogna genera vergogna, a catena e senza fine.

Il viaggio è un momento di svolta, Ernaux esce dalla misera e claustrofobica vita di provincia. Dorme in albergo, si lava con l’acqua corrente, scopre delle comodità che sono veri e propri lussi. È lontana anche dalla scuola: da un altro ambiente soffocante che non lascia spazio all’individualità.

Essere come tutti era l’obiettivo generale, l’ideale da raggiungere. L’originalità veniva presa per eccentricità, se non come sintomo di qualche rotella fuori posto.

La trama del romanzo.

   La sua famiglia è costituita dai genitori, ex operai, e da lei; vivono in simbiosi con l’attività di bottega e bar per tutta la settimana, tranne la domenica pomeriggio, in cui si concedono qualche passeggiata. Il tipo di attività condotta dai genitori li espone ad essere sempre a contatto con la gente quindi, per la madre, è assolutamente indispensabile osservare delle regole di comportamento: si sorride a tutti, si saluta quando si entra, non si parla male di nessuno e soprattutto non si parla di se stessi. Non si discute davanti ai clienti, solo quando si è da soli. “Altrimenti cosa penseranno di noi”: la frase ricorrente pronunciata dalla madre, specchio del conformismo e del perbenismo che ammorbava quegli anni. In un paese dove tutti si conoscono e sanno vita morte e miracoli, bisogna mantenere una facciata di contegno inattaccabile, anche se, appunto, è solo apparenza, ma, si sa, i panni sporchi si lavano solo in famiglia. Ecco allora che Ernaux ricorda tutte le raccomandazioni che la madre propinava alla lei bambina prima e ragazzina poi; e ricorda anche quanto la buona educazione fosse solo una barriera di protezione tra la famiglia e l’esterno, ma non fosse mai praticata all’interno della sua famiglia:

Barriera di protezione nel mondo esterno, la buona educazione era inutile fra marito e moglie, fra genitori e figli, precipita anzi come una forma di ipocrisia o di meschinità. Battibecchi, recriminazioni e sfuriate costituivano le forme normali della comunicazione famigliare.

Anche se lei non frequentava le altre compagne di scuola, percepiva benissimo la distanza di status tra di loro; distanza che apparirà in modo ancora più marcato durante il viaggio a Lourdes, quando le cose che per gli altri sono normali – come lavarsi con acqua corrente fredda e calda – sono per loro dei lussi, facendo così accrescere le consapevolezze e il senso di inadeguatezza della ragazzina.

 

Come inizia. 

 

Il linguaggio non è la verità.

È il nostro modo di esistere nel mondo.

Paul Auster, L’invenzione della solitudine

   Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio. Io ero andata alla messa di mezzogiorno meno un quarto come al solito. Dovevo essere passata a prendere dei dolci dalla pasticceria del quartiere commerciale, un gruppo di edifici provvisori costruiti dopo la guerra in attesa che si completasse la ricostruzione. Tornata a casa mi sono tolta gli abiti della domenica per infilarmi dei vestiti più facili da lavare. Quando se ne sono andati gli ultimi clienti, e dopo aver posizionato le imposte di legno sulla vetrina della drogheria, ci siamo seduti per pranzo, probabilmente con la radio accesa perché a quell’ora andava in ondaLe tribunal, una trasmissione comica con Yves Deniaud nel ruolo di un tecnico delle luci che finiva sempre per essere accusato di misfatti insignificanti e condannato a pene ridicole da un giudice dalla voce tremolante. Mia madre era di cattivo umore. Aveva cominciato a dare addosso a mio padre appena si era messa a tavola ed erano andati avanti a litigare per tutto il pranzo. Dopo aver sparecchiato e tolto le briciole dalla tovaglia cerata ha continuato a dargli contro affaccendandosi nella cucina minuscola – incastrata tra il bar, la drogheria e le scale che portavano al piano superiore –, com’era solita fare quand’era contrariata. Mio padre è rimasto seduto dov’era, senza replicare, con lo sguardo rivolto verso la finestra. Tutt’a un tratto ha iniziato a fremere convulso e a soffiare. Si è alzato e l’ho visto afferrare mia madre, trascinarla nel bar urlando con una voce roca, sconosciuta. Sono scappata di sopra e mi sono gettata sul letto, la faccia in un cuscino. Poi l’ho sentita strillare: «Figlia mia!». La voce veniva dalle parti del bar, dalla cantina. Mi sono precipitata giù per le scale, gridavo «aiuto!» con tutte le mie forze. Nella cantina mal illuminata, mio padre teneva mia madre stringendola per una spalla, forse per il collo. Nell’altra mano brandiva la roncola da legno

che aveva staccato dal ceppo in cui era conficcata di solito. Di questo momento non ricordo altro, solo singhiozzi e grida. Poi siamo di nuovo tutti e tre in cucina. Mio padre è seduto accanto alla finestra, mia madre è rimasta in piedi vicino ai fornelli e io mi sono accucciata sui primi gradini delle scale. Piango senza riuscire a smettere. Mio padre non è tornato normale, le mani gli tremano e ha quella voce sconosciuta. Ripete «tu che piangi a fare, a te mica ho fatto niente». Mi ricordo di una frase che ho detto: «Mi farai prendere sciagura»1 . Mia madre dice «su, è passata». Più tardi siamo andati tutti e tre a fare una passeggiata in bicicletta nelle campagne dei dintorni. Tornati a casa, hanno riaperto il bar come ogni domenica sera. Non se n’è parlato mai più.

   Era il 15 giugno 1952. La prima data precisa e certa della mia infanzia. Fino ad allora c’è solo un susseguirsi di date e giorni scritti alla lavagna e sui quaderni.

1 In normanno prendere sciagura significa perdere per sempre il senno e la serenità a seguito di uno spavento.

Ad alcuni uomini, in seguito, ho detto: «Mio padre ha voluto uccidere mia madre quando non avevo ancora dodici anni». Avere voglia di pronunciare questa frase significava che ero innamorata. Dopo averla ascoltata hanno tutti taciuto. Mi accorgevo di aver fatto un errore, per loro era una cosa irricevibile.

Scrivo questa scena per la prima volta. Fino a oggi mi era sempre sembrato impossibile, persino nel mio diario. Come fosse un gesto proibito che avrebbe comportato una punizione. Forse quella di non poter mai più scrivere nient’altro, dopo. (Poco fa, una sorta di sollievo nel constatare che invece ho continuato a scrivere, non è accaduto niente di terribile.) Ho persino l’impressione, ora che sono riuscita a raccontare di quella domenica, che si tratti di un episodio banale, più frequente nelle famiglie di quanto non avessi immaginato. Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, persino il più drammatico. Ma poiché in me questa scena è sempre stata un’immagine priva di parole, eccetto quelle dette ad alcuni amanti, le frasi che ho usato per descriverla mi risultano estranee, quasi incongrue. È diventata una scena per gli altri.

Prima di cominciare credevo di essere in grado di ricordarne ogni dettaglio. Di fatto ne ho trattenuto soltanto l’atmosfera, la posizione di ciascuno in cucina, qualche parola. Non so più quale fosse la causa iniziale del litigio, se mia madre indossasse ancora il grembiule bianco da commerciante, se l’avesse già tolto in vista della passeggiata, cosa avessimo mangiato. Di quella mattinata domenicale non ricordo nulla di preciso al di là delle normali attività dettate dall’abitudine – la messa, il salto in pasticceria eccetera –, sebbene in seguito debba essere ritornata spesso indietro con la memoria (come avrei poi fatto per altri avvenimenti) al tempo in cui la scena non aveva ancora avuto luogo. Tuttavia, ho la certezza di aver avuto indosso il mio vestito azzurro a pois bianchi, perché nelle due estati successive, al momento di infilarmelo, pensavo «è il vestito di quel giorno». Certezza, anche, del tempo che faceva, un misto di sole, nuvole e vento.

Dopo, quella domenica si è frapposta come un filtro tra me e tutto ciò che vivevo. Giocavo, leggevo, mi comportavo come al solito, ma senza esserci davvero. Ogni cosa era diventata artificiale. Facevo fatica a imparare lezioni che prima memorizzavo dopo averle lette una sola volta. Un’ipercoscienza che non si concentrava su nulla ha preso il posto della mia consueta noncuranza, da alunna abituata a riuscire con facilità.

Era una scena che sfuggiva a qualunque giudizio. Mio padre, che mi adorava, aveva voluto sopprimere mia madre, che mi adorava a sua volta. Poiché lei era più religiosa di lui, poiché si occupava della gestione del denaro e andava ai colloqui con le mie maestre, mi dev’essere parso naturale che lo sgridasse com’era solita fare con me. Non c’era né colpa né colpevole. Dovevo soltanto impedire che mio padre ammazzasse mia madre e finisse in prigione.

Ho l’impressione di aver atteso per mesi, forse anni, il riprodursi di quella scena. Ero certa sarebbe riaccaduta. La presenza dei clienti mi rassicurava, aspettavo con timore i momenti in cui saremmo rimasti da soli noi tre, la sera e la domenica nel primo pomeriggio. Bastava che alzassero un poco la voce e subito mi mettevo in stato di allerta, sorvegliavo mio padre, il suo volto, le mani. In ogni silenzio improvviso prefiguravo la disgrazia. A scuola mi chiedevo se, rincasando, avrei scoperto che il dramma si era compiuto.

Se capitava che si manifestassero un po’ di tenerezza, magari con un sorriso o una risata complice, una presa in giro, per me era come essere tornata indietro nel tempo. La scena, allora, non era nient’altro che un «brutto sogno». Tempo un’ora e mi dicevo che quel gesto d’affetto non significava nulla al di fuori del momento esatto in cui era accaduto. In nessun modo costituiva una garanzia per il futuro.

A quell’epoca alla radio mandavano spesso una strana canzone, una sorta di messa in scena di una rissa scoppiata all’improvviso in un saloon: a un certo punto c’era un istante di silenzio in cui una voce sussurrava «non si sente volare una mosca», poi un’esplosione di grida, di frasi confuse. Mi assaliva l’angoscia, ogni volta.

Un giorno mio zio mi ha allungato il romanzo giallo che stava leggendo: «Cosa faresti se tuo padre fosse accusato di omicidio senza essere colpevole?». Mi si è gelato il sangue. Dappertutto ritrovavo la scena di un dramma che non aveva avuto luogo.

La scena non si è mai ripetuta. Mio padre è morto quindici anni dopo, in un’altra domenica di giugno.

Solo adesso mi rendo conto di una cosa: forse i miei genitori hanno riparlato tra loro della scena di quella domenica, del gesto di mio padre, hanno trovato una spiegazione, o una scusa, e deciso di dimenticare tutto. Per esempio, una notte dopo aver fatto l’amore. Come tutti i pensieri che non si hanno subito, anche questo arriva troppo tardi. Non può più servirmi, se non per darmi la misura di quanto il terrore di quella domenica sia stato, per me, senza parole.

Quell’agosto una famiglia inglese si era fermata a campeggiare sul ciglio di una strada deserta, nel Sud della Francia. Il mattino seguente erano stati ritrovati morti, assassinati: il padre, Sir Jack Drummond, la madre, Lady Ann, e la figlia Elizabeth. La fattoria più vicina era di proprietà dei Dominici, di origine italiana, e il figlio Gustavo era stato immediatamente accusato dei tre omicidi. I Dominici parlavano male francese, forse anche peggio dei Drummond. Le uniche frasi in inglese o in italiano che conoscevo erano le scritte sui treni accanto ai finestrini, «do not lean outside», «è pericoloso sporgersi». Ci si stupiva che persone benestanti avessero preferito dormire all’aperto piuttosto che in un albergo. Io mi immaginavo morta, insieme ai miei genitori, sul ciglio di una strada.

Di quell’anno mi restano due fotografie. In una sono vestita da prima comunione. È uno «scatto artistico», in bianco e nero, incollato in un libretto dalla copertina rigida, ricca di intarsi. Sulla foto, protetta da un foglio di carta velina, si legge anche la firma del fotografo. Mostra una ragazzina dalla faccia piena, liscia, con gli zigomi pronunciati, il naso a patata dalle narici larghe. Gli occhiali chiari con la montatura spessa le coprono buona parte delle gote. Gli occhi fissano intensi l’obiettivo. I capelli corti, con la permanente, sbucano sul davanti e sul retro della cuffietta, da cui pende il nastrino del velo legato lasco sotto il mento. L’abbozzo di un sorriso agli angoli delle labbra. Un viso da ragazzina giudiziosa, che dimostra più dei suoi anni a causa della permanente e degli occhiali. Se ne sta in posa su un inginocchiatoio, i gomiti sul palchetto imbottito, la guancia a contatto con le mani giunte, grandi, con un anello al mignolo e cinte da un rosario che scende fino al messale e ai guanti poggiati sul ripiano. La figura ha un carattere sfocato, indistinto, in quell’abito di mussolina dalla cintura annodata lenta come la cuffietta. Sensazione che un corpo non ci sia, sotto quella tenuta da suorina, perché non riesco a immaginarmelo, e ancor meno a sentirlo come sento il mio adesso. Sconcerto nel pensare che tuttavia si tratta dello stesso corpo di oggi.

 

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 L’autrice.

Annie Ernaux.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza.

 

 

 

 

 

 

  • La vergogna
  • Annie Ernaux
  • Traduttore: Lorenzo Flabbi
  • Editore: L’orma
  • Collana: Kreuzville Aleph
  • Anno edizione: 2018
  • Pagine: 125 p., Brossura

 

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