L’alternativa distributista di Gilbert K.Chesterton. Una grande lezione? La proprietà privata va protetta da cose molto più grandi dei ladri e dei borseggiatori ha bisogno di protezione contro le congiure di un’intera plutocrazia

 

Charlie Chaplin: The Pawnshop (1916)

L’alternativa distributista di Gilbert K. Chesterton

Un importante prelato cattolico ha recentemente asserito che la Cina sarebbe un modello di applicazione della dottrina sociale della Chiesa. Dichiarazioni folli e insensate, giacché avvicinare il tecno

Gilbert Keith Chesterton

capitalismo autoritario in salsa comunista e confuciana dell’Impero di Mezzo e la dottrina sociale è impresa che richiede grandi doti acrobatiche oltreché una formidabile faccia tosta.

In tempi di iper capitalismo e per converso di nuovi statalismi, è urgente restituire voce a una delle più limpide figure di intellettuale del secolo XX, Gilbert K. Chesterton(1). Non si tratta soltanto di rileggere la sua vasta produzione letteraria o di rammentare la straordinaria vena di polemista ed ironista dell’inventore di Padre Brown(2). Ci interessa in particolare il suo intenso lavoro di animatore e divulgatore di una teoria economica, il distributismo, concreta traduzione in realtà della dottrina sociale cattolica, ispirata da Leone XIII (Rerum Novarum, 1891), Pio XI (Quadragesimo Anno, 1931) e più recentemente da Giovanni Paolo II, con le encicliche Sollicitudo Rei Socialis (1987) e Centesimus Annus (1991).

Ancora più importante è riferirci al grande scrittore cattolico inglese (1874-1936) dopo che Jorge Mario Bergoglio, in Fratelli tutti,(T.P.I.) ha fornito una lettura distorta, assai vicina a quella collettivista, dell’istituto della proprietà privata. Chesterton, in linea con la dottrina di sempre e con il diritto naturale, pensava che Il problema del capitalismo non fossero i troppi capitalisti, ma i troppo pochi capitalisti. Voleva cioè combattere concentrazioni e monopoli per estendere al massimo la proprietà, distribuirla al maggior numero di persone e soggetti sociali. Una visione profetica che anticipa il presente, in cui pochi iper ricchi, i padroni universali, cumulano una ricchezza e un potere immensi, impensabili al tempo di Chesterton. L’idea chiave del distributismo, una sorta di uovo di Colombo economico, è che la proprietà – della casa, della terra, dei “mezzi di produzione” – è un potente elemento di crescita personale e comunitaria, nonché di responsabilità civica da diffondere (distribuire) il più possibile.

Sono sempre stati numerosi i tentativi di sfigurare, distorcere e denigrare il pensiero economico di Chesterton. Non stupiscono gli attacchi di chi lo ha posto nel mirino in quanto apologeta della fede; colpiscono di più le false rappresentazioni provenienti da un cattolicesimo guardingo, difensivo, che ha spesso manipolato Chesterton concentrando gli attacchi sul suo pensiero economico, attraverso la totale elusione e la falsa rappresentazione. Costoro, con irritante sufficienza, hanno spesso descritto il distributismo come una dottrina economica insoddisfacente. In verità Chesterton non ha mai preteso di essere un economista, né ha inteso formulare una precisa dottrina economica, come è assai chiaro a chi legga Il profilo della ragionevolezza(L.C.), considerato il manifesto distributista. Piuttosto, ha tracciato alcune linee guida per un’organizzazione economica basata sulla distribuzione della proprietà privata – in opposizione alla concentrazione monopolistica su cui si basa il capitalismo – sempre sostenuta dal pensiero tradizionale.

Chesterton non si addentra nelle formulazioni tecniche, né pretende di elaborare un sistema al modo di un Keynes o di Milton Friedman; si sforza piuttosto di restituire ai suoi lettori un criterio mentale e morale cristiano, sottolineando che il capitalismo “crea un’atmosfera e forma una mentalità”, ossia non si limita a organizzare l’economia, ma impone una devastante agenda antropologica. Qualcuno, per distorcere le intenzioni del pensiero economico di Chesterton, afferma che le proposte distributiste mirano a combattere allo stesso modo il capitalismo e il comunismo. Questo non è del tutto vero. Chesterton avvertiva che spesso quelli che più gridano contro il comunismo sono gli stessi che applaudono le calamità che il capitalismo ci ha portato. “Mentre quel vecchio signore urlava contro i ladri immaginari che chiama socialisti”, scrive nel Profilo della ragionevolezza, “è stato effettivamente catturato e portato via da veri ladri che non poteva nemmeno immaginare.”

Fu consapevole dell’errore storico che stavano commettendo molti cattolici nella difesa del capitalismo, impegnato – esattamente come il comunismo – a creare “una civiltà centralizzata, impersonale e mono-tona capace di distruggere ogni resistenza umana.” Non si stancò di proclamare che “il capitalismo ha fatto tutto ciò che il socialismo minacciava di fare”. Osò anche sottolineare che i “piaceri permissivi” offerti dal capitalismo corrompono assai più di quelli offerti dal socialismo. Il tempo gli ha dato ragione: senza dubbio, il comunismo ha ucciso più corpi del capitalismo, ma non ha distrutto così tante anime. 

Chesterton sapeva bene che il capitalismo non è solo una meccanica economica nefasta, che “costringe le persone a comprare ciò che non vogliono comprare e produrre così goffamente affinché il prodotto si rompa, supponendo che lo vogliano acquistare ancora una volta, mantenendo in rapida circolazione robaccia, paccottiglia”, il che lo colloca tra i primi critici del consumismo. Il male oscuro capitalista è la sua antropologia distruttiva che, per raggiungere i suoi obiettivi, ha bisogno di dissolvere le comunità umane, materialmente – costringendole alla povertà e all’emigrazione – e spiritualmente interrompendo la loro vita morale e smantellando le strutture che la sostengono, a cominciare dalla famiglia. Il capitalismo e l’anti natalismo sono due facce della stessa medaglia, poiché il capitalismo ha bisogno di stimolare tutte le forme di “religione erotica” che prevengono o ostacolano la fertilità.

Quest’inesausta opera di distruzione antropologica si dispiega astutamente, attraverso alibi emotivi e maschere umanitarie, presentandosi come campione dei movimenti sociali e delle ideologie che interessano il suo scopo primario, l’accrescimento, il monopolio, la dominazione. Interessante e profetico è anche il disvelamento “consumistico” del soggettivismo contrario alle nascite. Citiamo dal Profilo della ragionevolezza: “le nascite sono impedite perché la gente vuole essere libera di andare al cinema o di comprare un giradischi o una radio. Quello che mi fa venir voglia di calpestare queste persone come zerbini è che usano la parola libero, quando con ciascuno di questi atti sono incatenati al sistema più servile e meccanico che sia stato tollerato dagli uomini.” Parole dure come pietre, da gettare in faccia per primi ai “cattolici liberali”, poiché questo sistemaservile e meccanico” non si limita all’organizzazione dell’economia, ma è innanzitutto un immenso sistema operativo di ingegneria sociale che distrugge le comunità umane.

Troppo spesso idee come quelle distributiste sono liquidate dagli osservatori pigri come “terza via”, intermedia tra il collettivismo e il socialismo. Non è così: il distributismo è un’altra cosa. Capitalismo e comunismo, è ormai evidente da decenni, sono fratelli; fratelli–coltelli, ma figli della medesima cultura materialista e giacobina. Le nostre generazioni sono state educate in dicotomie superate, rozze e manichee, lievito di passioni settarie che si rivelano il modo migliore per tenere prigionieri i popoli nella caverna platonica.

La piramide capitalista

Per combattere il capitalismo ci sono due metodi: negare la proprietà privata, (comunismo) o la distribuzione equa più ampia possibile della proprietà. La distribuzione della proprietà, è inaccettabile per il capitalismo, che sa che ogni riforma (socialista) produce una società dove i proprietari sono pochi e le masse prediligono una pur minima sicurezza economica in cambio della servitù. La sinistra progressista finge di sostenere il comunismo, ma ha il compito di condurre le greggi umane verso gli ovili dello stato servile 
Joseph Hilaire Pierre René Belloc

Il profondo sodalizio di amicizia e affinità spirituale tra Chesterton e lo scrittore naturalizzato britannico Hilaire Belloc(3) fu alla base dell’avventura distributista. Tale fu l’importanza della loro intesa che George Bernard Shaw, avversario in anni di dispute intellettuali, coniò per loro il termine “Chesterbelloc”. Nel suo testo fondamentale, Lo Stato servile (1912)(L.C.), Belloc scrisse: “definiamo Stato servile l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio. Capitalismo da un lato e socialismo dall’altro, a dispetto dei loro proclami inneggianti alle libertà, hanno assoggettato la massa degli individui a una nuova schiavitù. E se questi due modelli, per il resto antitetici, hanno un elemento che li fa simili, esso è l’esproprio della libertà del cittadino che entrambi ugualmente operano: il primo indennizzandone il prezzo con i lauti consumi che è in grado di assicurare; il secondo con la sussistenza e la previdenza garantite.

Hilaire Belloc ritrae con sorprendente chiaroveggenza l’intima comunione tra capitalismo e comunismo, i quali condividono una realtà, lo Stato servile, in cui una massa di individui senza libertà e proprietà lavorano a vantaggio di una plutocrazia (o di una burocrazia, nel caso comunista) che monopolizza tutta la proprietà. Si generano così, sotto le spoglie democratiche, due classi di uomini: una prima classe, piccolissima, in possesso dei mezzi di produzione; e una seconda, priva di libertà economica o politica, sempre più animalizzata, alla quale è assicurata la soddisfazione di alcuni bisogni vitali, con l’aggiunta di nuovi “diritti” intimi che la rendono sterile e di alcuni droghe spirituali – dalle serie televisive all’ eutanasia – per rendere più sopportabile il tedio di vivere.   

Per combattere il capitalismo ci sono due metodi: negare la proprietà privata, attraverso l’istituzione del comunismo; o promuovere la distribuzione equa e più ampia possibile della proprietà. Curiosamente, il capitalismo rifiuta il secondo modello, facendo credere alle masse cretinizzate che sia inapplicabile, e finisce sempre per allearsi con il collettivismo. Perché? Perché sa che ogni riforma di ispirazione socialista finisce per produrre una società in cui i proprietari continuano ad essere pochi e in cui le masse preferiscono una pur minima sicurezza economica in cambio della servitù. La distribuzione della proprietà, d’altra parte, è inaccettabile per il capitalismo; i suoi difensori sono sistematicamente demonizzati sia dai sostenitori del capitalismo sia dalla sinistra progressista, che finge di sostenere il comunismo, ma ha il compito di condurre le greggi umane verso gli ovili dello stato servile.

Il problema è che l’economia distributista propone la soluzione più difficile, contraria alle inerzie del capitalismo e alla comoda pigrizia collettivista. È complicato convincere un paziente, riconosce Chesterton, che per recuperare le sue membra atrofizzate, deve sacrificarsi ed eseguire certi esercizi con perseveranza e disciplina, mentre il comunista mette a disposizione del malato una sedia a rotelle. Inoltre, il comunista si adatta completamente alla società capitalista degenerata che intende sostituire: lavora con gli stessi metodi e strumenti del capitalismo; parla e pensa negli stessi termini; coltiva ed esacerba gli stessi appetiti, le medesime ambizioni e risentimenti. Entrambi, liberali e collettivisti, deridono come antiquate e chimeriche le antiche virtù cristiane “la cui memoria è stata uccisa dal capitalismo nelle anime degli uomini dovunque arrivasse il suo flagello”.

Così, la lega di capitalismo e comunismo consegue lo stato servile, in cui una folla di diseredati si congratula per la propria servitù e plaude con gratitudine il demagogo che fornisce la pastura. Così le società moderne finiscono per assimilare “quel principio servile che era il fondamento prima dell’arrivo della fede cristiana, principio da cui questa fede l’ha lentamente emancipata, e al quale ritorna naturalmente con il suo declino”

Joker Soros è l’icona dell’Occidente psicotico e della religione neognostica del Capitalismo Totalitario che ci porterà all’estinzione di massa (ndr)

Il distributismo ha un’ulteriore caratteristica, quella di agire in nome della ragionevolezza e del senso comune: nessuna utopia o ansia di raddrizzare il legno storto di cui è fatta l’umanità, bensì l’unione del capitale nel lavoro, una moneta libera da debito e la rinascita dei “corpi intermedi”, ossia delle varie funzioni e compagini sociali in cui si svolge concretamente la vita umana, insieme con il primato della famiglia naturale fondata sul matrimonio. Ne Il Pozzo e la Pozzanghera(L.C.) Chesterton pronuncia parole definitive. “Non si ripeterà mai abbastanza che ciò che distrusse la famiglia nel mondo moderno fu il capitalismo. Nessun dubbio che potrebbe essere stato il comunismo, se il comunismo avesse mai la possibilità di uscire da quei confini primitivi e quasi mongoli in cui è fiorito. Ma per quanto ci riguarda, ciò che ha spaccato i focolari, e incoraggiato i divorzi, e ha guardato con sempre più disprezzo alle virtù domestiche, è l’epoca e la potenza del capitalismo. È il capitalismo che ha portato le tensioni morali e la competizione affaristica tra i sessi, che ha sostituito all’influenza del genitore l’influenza del datore di lavoro; che ha fatto sì che gli uomini abbandonassero le loro case per cercare lavoro; che li ha costretti a vivere vicino alle loro fabbriche o alle loro ditte invece che vicino alle loro famiglie; e soprattutto che ha incoraggiato per ragioni commerciali, una valanga di pubblicità e di mode appariscenti che per loro natura uccidono tutto ciò che erano la dignità e il pudore dei nostri padri e delle nostre madri”.

La proprietà va difesa in quanto, sostiene Chesterton, è “un punto d’onore”. La sua abolizione è giudicata con tipico humour britannico, come qualcosa che, oltreché sbagliato, è altamente improbabile: “devo sforzarmi non poco per immaginare lo scenario bizzarro e innaturale in cui un giorno l’umanità dimenticherà completamente il pronome possessivo.” La pensava allo stesso modo Belloc, che così si esprimeva nello Stato servile: “se non restaureremo l’istituzione della proprietà, non potremo scampare all’instaurazione della schiavitù”. Era il 1912, prima della rivoluzione bolscevica, e il riferimento era al capitalismo monopolistico. Più volte ci è toccato ripetere che nel secolo globalista l’attacco alla proprietà privata non viene dai collettivisti di ieri, ma dai capitalisti di sempre, il cui monopolio avanza verso la concentrazione di tutto – acqua, conoscenza e vita umana compresa – nelle loro mani.

Profondamente realista è l’accento posto sui bisogni dell’uomo come provenienti dal “cuore”, un’espressione che esprime l’unione inscindibile di corpo, spirito e materia della persona umana. Il lavoro non è una merce ed è alla proprietà privata diffusa che si lega la vera libertà: famiglia, proprietà, terra e organismi di solidarietà sociale (gilde, corporazioni, libere associazioni) devono camminare insieme. Amico e collaboratore di Chesterton fu Vincent Mc Nabb, sacerdote cattolico, per il quale lo Stato non deve vivere in modo parassitario sulle famiglie e l’atomizzazione sociale; l’individualismo, il rifiuto deliberato di costruire nuove famiglie distrugge alla fine sia la società sia lo Stato. “È più vero dire che lo Stato ha dei doveri verso la famiglia piuttosto che la famiglia ha dei doveri verso lo Stato”. 

Auguste Charpentier L’usuraio. (1842)

L’essenza del capitalismo, per i distributisti, è la separazione tra capitale e lavoro. Da questo sistema di pensiero ha avuto origine la moneta-debito, il denaro in grado di crearsi e moltiplicarsi da solo, in mano al potere finanziario. Per Chesterton, la vera utopia, o meglio la distopia compiutamente realizzata negli ultimi decenni, “è quella dei banchieri usurai, che sono riusciti, con strumenti convenzionali privi di logica e di senso comune, a creare un mondo artificiale staccato dalla realtà, in cui l’ordine naturale delle cose si è rovesciato e l’uomo si è trovato asservito all’economia, e l’economia asservita al denaro”. Parole struggenti e profetiche, la cui verità sperimentiamo dolorosamente sulla pelle.

Meraviglia che la grande lezione di Chesterton e dei distributisti non sia rimessa al centro del pensiero tradizionale, nella stagione in cui più violento è l’attacco del capitalismo globalista, alleato con il marxismo sconfitto sul piano economico, ma vincente sul terreno metaculturale. Occorre riprendere in mano, rileggere e inserire nell’agenda politica del XXI secolo le idee di Belloc e Chesterton, insieme con le opere del più influente dei distributisti contemporanei, John C. Mèdaille(L.C.) e con la lezione di Ernst Friedrich Schumacher, autore di Piccolo è bello(L.C.) e Guida per i perplessi(L.C.), influenzato dal distributismo e cattolico convertito.  

Il capitalismo è contraddittorio nel momento stesso in cui è completo. Infatti il padrone cerca sempre di ridurre ciò che il suo servitore richiede, e nel fare ciò riduce ciò che il suo cliente può spendere. Vuole insomma trattare la stessa persona in due modi contraddittori: la vuole pagare come un povero ma si aspetta che spenda come un principe. Quindi la indebita, aggiungiamo noi. Quanto alla proprietà privata, “va difesa contro la criminalità privata, proprio come l’ordine pubblico è protetto contro il giudizio privato. Ma la proprietà privata va protetta da cose molto più grandi dei ladri e dei borseggiatori. Ha bisogno di protezione contro le congiure di un’intera plutocrazia“.

 Roberto Pecchioli

Note:

  • (1) Gilbert Keith Chesterton, a volte citato come G.K. Chesterton (Londra, 29 maggio 1874 – Beaconsfield, 14 giugno 1936), è stato uno scrittore e giornalista britannico. Scrittore estremamente prolifico e versatile, scrisse un centinaio di libri, contributi per altri duecento, centinaia di poesie, un poema epico, cinque drammi, cinque romanzi e circa duecento racconti, tra cui la popolare serie con protagonista la figura di padre Brown. Fu autore inoltre di più di quattromila saggi per giornali. Amò molto il paradosso e la polemica, contribuendo inoltre alla teoria economica del distributismo. «Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto»
  • (2) Padre Brown, il personaggio letterario  è un presbitero e investigatore, protagonista di oltre cinquanta racconti gialli dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton. In Italia è noto soprattutto attraverso l’interpretazione di Renato Rascel nella miniserie televisiva I racconti di padre Brown.
  • (3) Joseph Hilaire Pierre René Belloc (La Celle-Saint-Cloud, 27 luglio 1870 – Guildford, 16 luglio 1953) è stato uno scrittore francese naturalizzato britannico, uno dei più prolifici in Inghilterra all’inizio del XX secolo. Due dei suoi saggi più famosi sono Lo Stato servile (1912) e L’Europa e la fede (1920). Assieme ad altri autori contemporanei (G. K. Chesterton, Cecil Chesterton, Arthur Penty) Belloc ha sostenuto il sistema socioeconomico del distributismo.
Fonte

 

Libri Citati

  • Il profilo della ragionevolezza. Il distributismo,
  • un’alternativa al capitalismo e al socialismo
  • Gilbert Keith Chesterton
  • Traduttore: F. Giardini
  • Editore: Lindau
  • Collana: I pellicani
  • Anno edizione: 2011
  • In commercio dal: 24 febbraio 2011
  • Pagine: 252 p., Brossura
  • EAN: 9788871809076. Acquista €, 20,79

Descrizione

Considerato da molti un vero e proprio manuale del Distributismo, “Il profilo della ragionevolezza” – pubblicato per la prima volta nel 1926 – è la risposta di Chesterton al fallimento del capitalismo e del socialismo, colpevoli della stessa impersonalità e disumanità. Anziché abbandonarsi a facili pessimismi, l’autore elabora con la consueta verve un’alternativa al vicolo cieco del progresso, perché “centinaia di episodi della storia umana dimostrano che le tendenze possono essere invertite, e che una pietra d’inciampo può diventare il punto di svolta”. Rifacendosi alla dottrina sociale della Chiesa cattolica, propone quindi una ricetta quanto mai semplice e ragionevole: fare un passo indietro per poter andare avanti. Ma al di là delle soluzioni pratiche indicate in quest’opera – come fermare l’avanzata del monopolio favorendo i piccoli negozi o come spartire la proprietà delle macchine -, quella invocata da Chesterton è soprattutto la nascita di uno spirito nuovo: un poderoso sforzo della volontà umana per riappropriarsi del potere di indirizzare in qualche misura la propria esistenza. “Il profilo della ragionevolezza” è così in primo luogo un manifesto contro qualsiasi forma di determinismo (storico, economico, sociale) o comunque di rassegnata accettazione di ciò che sembra (ma non è) inevitabile, quanto mai attuale nel moderno scenario della globalizzazione.

 

  • Lo stato servile
  • Hilaire Belloc
  • Curatore: V. Maggitti
  • Editore: Liberilibri
  • Collana: Oche del Campidoglio
  • Anno edizione: 1993
  • In commercio dal: 16 giugno 2008
  • Pagine: 182 p.
  • EAN: 9788885140097.  Acquista. € 15,20

Descrizione

«Definiamo Stato servile l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio.» Con queste inquietanti e lapidarie parole, Belloc scolpisce i connotati identificativi delle società evolute del nostro secolo. Capitalismo da un lato e socialismo dall’altro, a dispetto dei loro proclami inneggianti alle libertà, hanno assoggettato la massa degli individui a una nuova schiavitù. E se questi due modelli, per il resto antitetici, hanno un elemento che li fa simili, esso è l’esproprio della libertà del cittadino che entrambi ugualmente operano: il primo indennizzandone il prezzo con i lauti consumi che è in grado di assicurare; il secondo con la sussistenza e la previdenza garantite. Nella sua appassionata ma lucidissima analisi, il grande pensatore cattolico preconizza un diverso possibile assetto dell’economia, più attento alla dignità umana e poggiante su irrinunciabili fondamenti etici.

 

  • Il pozzo e le pozzanghere
  • Gilbert Keith Chesterton
  • Editore: Lindau
  • Collana: I pellicani
  • Anno edizione: 2012
  • In commercio dal: 2 febbraio 2012
  • Pagine: 328 p., Brossura
  • EAN: 9788871809434.  Acquista. € 28,00

 

Descrizione

Pubblicato nel 1935, “Il pozzo e le pozzanghere” è una raccolta di brevi saggi polemici che, come scrive Chesterton, “si prefiggono di contrariare coloro che si trovano in disaccordo con noi e di annoiare gli indifferenti“. Se il tema del libro è quello più caro allo scrittore inglese – la difesa del cattolicesimo e della sua tradizione culturale (il “pozzo” del titolo) dagli attacchi provenienti dalla società secolarizzata e dal protestantesimo anglicano (le “pozzanghere”) -, la sua ragione più profonda è la difesa del “vero significato delle parole“. Per Chesterton questo compito, niente affatto accademico, richiede di prendere di petto i fatti della storia, per metterli nella loro vera luce e trarne il corretto insegnamento, ma anche di rispondere alle tante critiche di cui era fatto regolarmente bersaglio. Lo scrittore replica ai suoi avversari mettendone in luce il pregiudizio e si sofferma sulla storia moderna d’Europa, denunciando il materialismo del modello capitalista e il nichilismo di matrice comunista e nazista, mettendo in ridicolo la libertà sessuale dei connazionali e il conformismo degli intellettuali. Apologeta cattolico arguto e fuori dagli schemi, Chesterton non si rinchiuse mai in una sterile condanna delle cose del mondo, ma ricercò sempre il confronto aperto e ad armi pari con un interlocutore che non fu mai un nemico da odiare, quanto piuttosto un avversario al gioco, di cui vedere le carte per capire se bluffa.

 

  • Distributismo. Una politica economica
  • di equità e di equilibrio
  • John C. Médaille
  • Traduttore: E. Bascià
  • Editore: Lindau
  • Collana: I Draghi
  • Anno edizione: 2013
  • In commercio dal: 7 novembre 2013
  • Pagine: 343 p., Brossura
  • EAN: 9788867081769.   Acquista. € 25,65

Descrizione

Il libro di Médaille che ora viene portato all’attenzione del lettore arricchisce la nostra comprensione degli attuali sistemi economici e ci offre una chiave di lettura del funzionamento del mercato capitalistico in alternativa a quella del mainstream. La prospettiva distributista che l’autore avanza e sviluppa fa comprendere il duplice senso in cui la scienza economica è una struttura aperta di pensiero. Per un verso, perché il suo fondamento non le appartiene, dal momento che i suoi presupposti non sono scientificamente giustificabili. Invero, non si può giustificare nulla senza presupporre già qualcosa, il che significa che l’economia è costretta a riferirsi a un fondamento che le è esterno. Per l’altro verso, l’economia è una scienza aperta perché essa non offre una conoscenza esaustiva della realtà. È per questo che l’economia deve intrattenere stretti rapporti di vicinanza con l’etica, la storia, la politica, la filosofia. A partire da una critica radicale dell’economia moderna, Médaille mostra che al fondo del distributismo sta una idea guida ben precisa: non è accettabile che il momento della produzione della ricchezza (o del reddito) venga separato dal momento della sua distribuzione. Questo significa che efficienza e giustizia distributiva devono avanzare insieme, proprio come la celebre metafora dei due cavalli di Platone (Fedro) insegna da tempo”. (Stefano Zamagni). Prefazione di Bruno Amoroso

 

  • Piccolo è bello. Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa
  • Ernst F. Schumacher
  • Editore: Ugo Mursia Editore
  • Anno edizione: 2011
  • Pagine: 310 p., Brossura
  • EAN: 9788842547938.   Acquista € 16,15

 

 

Descrizione

Questo saggio ha anticipato temi di stringente attualità – il collasso generale del sistema capitalistico, le tematiche ambientali, il risparmio energetico, gli effetti distruttivi dell’industrializzazione sulla salute psico-fisica dell’uomo – e ha aperto la prospettiva a un nuovo tipo di organizzazione dell’economia e della società fondato sulla prudenza e che punti alla lotta contro l’analfabetismo e la miseria, al pieno impiego e rispetto dei diritti umani, a un’etica di compatibilità e sostenibilità nei confronti dell’ambiente e delle generazioni future. Schumacher, negli anni Sessanta, aveva dedicato metà del suo tempo a missioni in Asia, in America Latina e in Africa a esporre le sue idee guadagnandosi una discreta fama, anche se considerato un economista eccentrico e visionario. Era giunto il tempo di sistemare tutto questo materiale e di offrirlo al pubblico. Così nacque questa raccolta di scritti, cui ovviamente non mancarono critiche e controversie, ma che ebbe un successo mondiale. Un classico dell’economia da riproporre in un momento in cui è vivo il dibattito sulle fonti di energia alternativa e sullo sviluppo sostenibile.

 

  • Una guida per i perplessi
  • Ernst F. Schumacher
  • Editore: Piano B
  • Formato: EPUB con Light DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 541,84 KB
  • Pagine della versione a stampa: 120 p.
  • EAN: 9788899271466.   Acquista € 7,99

Descrizione

Una guida per i perplessi” è il testamento spirituale dell’economista e filosofo tedesco E. F. Schumacher (1911-1977), padre putativo del “movimento per la decrescita“. Questo libro tenta di ridisegnare ex-novo una vera e propria “guida” da fornire all’uomo moderno, una “mappa della conoscenza e del vivere” grazie a cui poter tornare a orientarsi e a muoversi con sicurezza nel mondo e nelle relazioni con gli altri. Infatti il soggetto di studio del filosofo ed economista tedesco è l’uomo di oggi, “perplesso” sul proprio destino, la cui esistenza è completamente permeata dal materialismo e dallo scientismo, schiacciato da forze inique e cieche, privato di un fine a cui tendere. “Cosa dovrei fare della mia vita?”, “Qual è il significato della religione e dell’arte?”, “Cos’è la realtà?”, “Conosco me stesso e gli altri?”, sono alcune tra le domande fondamentali che il positivismo e il materialismo hanno liquidato come “superflue“, “soggettive” e non “degne” di indagine. In questa “guida per vivere nel mondo“, Schumacher rinuncia ai paradigmi dello scientismo e invita il lettore a rivolgersi su se stesso e riprendere possesso della propria vita e del senso dell’esistenza, per “vivere” e non semplicemente “essere vissuto“.

 

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