Sissi Diamond ha tutto della matrigna cattiva: lunghe unghie laccate rosso fuoco, finti capelli biondi ed un sorriso falso. Falsissimo

 

 


racconto

di

Lucrezia Martignoni

 

 

Non ci sono molti modi per descrivere Sissi Diamond: è una matrigna cattiva. Ed il fatto che abbia solo quattro anni più di me, peggiora di molto la cosa. A questo punto starete facendo dei rapidi calcoli, nel tentativo di capire quanto piccola sono io, giusto per avere un’idea dell’età della mia matrigna

Be’, io ho ventisette anni. Okay, non sono piccola e forse sono pure un po’ troppo grande per usare il termine matrigna. Dovrei piuttosto dire “la nuova compagna di mio padre”.

Ma nemmeno per idea.

Sissi Diamond ha tutto della matrigna cattiva: lunghe unghie laccate rosso fuoco (non è un dettaglio da matrigna cattiva? Lo è, se voi le vostre ve le mangiate selvaggiamente dall’età di sei anni), finti capelli biondi ed un sorriso falso. Falsissimo.

Il vero dramma è che nessuno capisce perché a me Sissi non piaccia. Premetto che i miei si sono separati di comune accordo quando avevo sedici anni. Mia madre si è risposata un paio d’anni dopo con Manfredi (origini greche), un musicista jazz convinto che gli anni venti non siano ancora finiti. E di essere afroamericano. Nota: Manfredi è la persona con la pelle più bianca che esista. D’estate deve mettere la protezione totale per non ustionarsi.

Comunque, non è questo il punto. Il punto è che ho ventisette anni, mio padre ha finalmente trovato una compagna (argh!) dopo quasi dieci anni di semi solitudine e tutti si aspettano che io sia contenta per lui. Ora, senza dubbio sono felice che lui non viva più solo. Va bene. Ma…Sissi Diamond…

Abbiamo perfino frequentato la stessa scuola superiore. Quando io ho cominciato il primo anno, lei era ufficialmente una maturanda. Di certo è maturata precocemente, se capite cosa intendo. Il fatto di aver diviso lo stesso liceo per otto mesi e mezzo mi ripugna. Potremmo esserci perfino incontrate nei corridoi. Nei bagni. Forse abbiamo perfino sbavato dietro allo stesso ragazzo. Forse abbiamo baciato uno stesso ragazzo. Non menziono il sesso perché all’epoca ero troppo piccola per conoscerne perfino il significato ma… ci siamo capiti.

O no?

Forse dovrei cominciare dall’inizio.

***

Driiin. Driiin. Driiin.

   «Oh, cavolo!».

Era domenica mattina ed era un’ora indegna, o almeno così la pesantezza delle mie palpebre mi suggeriva. Lo squillo del telefonino mi stavo perforando le orecchie, ma non riuscivo a trovare la forza per alzarmi ed andare a prenderlo. Dopo un’agonia di quasi un minuto e mezzo, finalmente ha smesso di suonare. Ma solo per lasciare spazio al telefono di casa.

   «E allora alziamoci», ho borbottato, gettando i piedi giù dal letto. Non ho fatto in tempo a raggiungere la scrivania, che è scattata la segreteria.

   «Cassandra!» – sì, mi chiamo Cassandra. Mia madre è una scrittrice famosa, sono certa che se la vedeste in faccia la riconoscereste subito. È una donna adorabile, ma ha un unico difetto: ha un pessimo gusto in fatto di nomi. Basta che siano appartenuti a qualche personaggio dell’antichità, e per lei vanno bene. E Cassandra non è ancora

nulla.

   «Cassy? So che ci sei! Rispondi!».

La voce potente di mio fratello mi ha svegliata del tutto. Ho preso il cordless in mano.

   «Laerte» – visto? Che vi avevo detto? A me è andata quasi bene – «che cavolo vuoi? Sono le…».  ho lanciato un’occhiata all’orologio a forma di cuore appeso sopra il letto. Che diamine, le nove e un quarto. «…ma sei fuori? È prestissimo! Che ci fai in piedi a quest’ora?».

  «Cassy, è successo un casino», ha sospirato lui. Mio fratello ha cinque anni meno di me, e ci sono poche cose nella vita che possono farlo sospirare di preoccupazione: gli esami di Legge che non da, la formattazione non riuscita di un computer e – più di tutto – il serbatoio della macchina vuoto. Quindi, nel caso in cui la sua telefonata non fosse relazionata a nessuno dei tre argomenti sopra citati, doveva essere nel bel pieno di un’emergenza.

  «Che casino?», ho domandato allarmata sedendomi a terra. «Che hai combinato? Non sei stato arrestato, vero?»

   «Io non ho fatto nulla. Ma tuo padre» – ahia, brutto segno – «ieri sera mi ha presentato la sua nuova ragazza».

   «Ragazza?» ho esclamato io. «Di che cavolo stai parlando? Papà non sta con nessuna. E poi non dire ragazza. Avrà sessant’anni, come lui».

   «Eh, no.»

  «No?»

  «No, Cassy. Non ha sessant’anni».

   «Be’, ma chi è? Da dove salta fuori? Perché l’ha presentata a te e non a me?», ho domandato con una punta di gelosia. Sono io la cocca di papà, non quello scapestrato di mio fratello. Lui sa come circuire la mamma, ma con papà sono io a spuntarla sempre.

   «Li ho incontrati per caso! A momenti mi viene un colpo… Oh, Cassy, non so come dirtelo ma lei…»

Oddio. Fa che non sia una stronza. Fa che sia carina e gentile e simpatica. Una garbata signora di cinquant’anni, con cui sia piacevole chiacchierare davanti ad una tazza di the…»

  «… è una gnocca atomica di trent’anni.»

Gelo.

  «Cassy? Sei ancora lì?»

   «Ma… ma…», non riuscivo a parlare. Mio padre stava con una di trent’anni? Una con quattro anni più di me? Mio padre, uno degli uomini più posati, educati e morigerati che io avessi mai conosciuto in vita mia. E non lo dico solo perché è mio padre, ma perché è davvero così.

   «Forse non li dimostra», sono riuscita a balbettare dopo qualche istante. «Trent’anni, dico. Magari ne dimostra quaranta.»

   «No», mi ha interrotto mio fratello. «Li dimostra eccome trent’anni.»

   «Oh, Signore…» Ho chiuso gli occhi. Okay, stiamo calmi. Hai ventisette anni, sei una donna matura, vaccinata e pronta a tutto – quasi. Comportati di conseguenza.

  «Lae», ho piagnucolato, «che facciamo?»

   «Ma che ne so io? Sei tu la sorella maggiore!»

   «Lei com’è? È gentile? Dimmi qualcosa!»

   «Ma cosa vuoi che ti dica? Mi sembra assurdo. Ecco cosa ti dico.»

Non credevo che Laerte l’avrebbe presa così male. Intendo, per un ragazzo non dovrebbe essere così terribile se il proprio padre è fidanzato che una donna molto più giovane di lui. No?

   «Va bene», ho sospirato. «Va bene. Adesso sento papà…».

   «Non dirgli che te l’ho detto!», ha sbraitato feroce.

   «Va bene, va bene. Farò finta di nulla. Okay?»

Mio fratello non sembrava molto convinto.

   «Okay», dice scuotendo appena la testa.

   «Ciao. Ti voglio bene.»

   «Ciao, testa a pinolo.»

Ecco, e così era cominciata la mia domenica.

***

E, se possibile, è pure peggiorata.

Come prima cosa sono corsa da mia madre. Avevo bisogno della sua opinione riguardo alla situazione ed ero certa – certa – che avrebbe capito come mai fossi così sconvolta.

Sbagliato.

Innanzitutto, il mio tempismo era a dir poco pessimo. Mi sono ricordata solo all’ultimo che ogni prima domenica del mese Manfredi invitava tutti i suoi parenti di origine greca

a pranzo. Ora, io non ho nulla né contro i greci, né contro i pranzi di famiglia, né contro le domeniche. Purché presi separatamente.

   «Cassandra!».

La sorella settantenne di Manfredi, Iris, mi ha abbracciata di slancio, trascinandomi poi per un braccio fino in sala da pranzo, dove più che un pasto, era in corso un vero e proprio banchetto. Manfredi, seduto a capotavola, era il ritratto della felicità. E dell’ebbrezza.

   «Oh, che sorpresa! Vieni tesoro, siediti.»

Ho alzato gli occhi al cielo e mi sono stampata sulla faccia un sorriso di circostanza. Dodici paia d’occhi mi fissavano attenti.

   «Grazie ma… devo solo parlare un attimo con la mamma. È nel suo studio, vero?»

Dodici bocche hanno emesso sospiri di delusione.

   «Sì, certo». Manfredi mi ha sorriso comprensivo. Se sua moglie non presenziava al

rituale pranzo con i parenti greci, non c’era motivo che lo facesse la sua figliastra. «È

nel suo studio. Vai pure.»

Ringraziando il cielo, mi sono precipitata dall’altra parte della casa dove, seppur attutito, il vociare era ancora udibile.

Ho bussato piano alla porta. «Mamma?»

   «Avanti.»

Ho infilato dentro la testa. Ed eccola lì, mia madre. Il genio della narrativa contemporanea italiana. Narrativa storica, per la precisione. Sua è la serie composta da ben otto libri I segreti di Cleopatra. Un successo incredibile. Per un paio d’anni, una buona fetta della popolazione femminile tra i venticinque ed i cinquant’anni ha fatto abuso di eyeliner nero e abbronzatura finta. Poi è stata la volta della trilogia su Elena di Troia. Ed anche lì, non vi dico. Poi un paio di fantasy scritti più per noia che per altro (così mi ha confessato lei una volta) sulla fata Morgana. A cosa stesse lavorando quella domenica pomeriggio non ne avevo idea, ma come al solito era parecchio concentrata.

   «Mamma, di là c’è una specie di invasione greca», ho esordito sedendomi sulla poltrona di pelle nera accanto alla scrivania. Lei ha alzato appena la testa dallo schermo

del pc, annuendo piano.

   «Mamma?»

Ha sospirato e si è voltava verso di me.

   «Che succede, tesoro? Hai quella faccia.»

   «Quale faccia?»

Si è sfilata gli occhiali bordati di tartaruga dal naso e li ha appoggiati accanto al pc.

   «La faccia di una che sta per fare una scenata.»

   «Non è vero!», ho protestato incrociando le braccia al petto e mettendo il broncio. Maturo, molto maturo.

   «Forza. Sputa il rospo.»

L’ho fatto. Ma la sua reazione non è stata quella che mi aspettavo io.

   «Tuo padre è libero di fare quello che vuole», ha detto pratica dopo aver ascoltato il mio riassunto concitato. «Non capisco perché tu sia tanto sconvolta. Che importa se questa signora ha trent’anni o cinquanta?»

   «Signora? Mamma, ha la mia età! Tu mi daresti mai della signora?»

Questo l’ha fatta ridere. «No di certo. Basta sentirti aprir bocca.»

Ho sbuffato. «Grazie tante.»

   «Tesoro, capisco sia… un po’ inaspettato dal tuo punto di vista, ma era anche giunto il momento che tuo padre trovasse qualcuno con cui passare il resto della sua vita.»

   «Il resto della sua vita?» Il mio tono di voce si stava pericolosamente alzando. «Ma

da quanto va avanti questa storia?» Qualcosa nel tono di mia madre mi suggeriva che la cosa non le giungesse del tutto nuova.

   «Un paio di mesi» ha risposto lei evitando il mio sguardo.

   «AH!». Mi sono alzata in piedi. «Ah, è così! Tu lo sapevi e non mi hai detto niente!»

Per tutta risposta, lei ha sorriso come se trovasse la mia reazione buffa.

   «Ma cosa dovevo dirti? È tuo padre, Cassy, non tuo figlio. Non deve rendere conto a te.»

   «Ma come no?», ho esclamato oltraggiata. «Certo che deve rendere conto anche a me! Devo sapere cosa combina. E poi, mamma, a te sembra una cosa sensata? Hanno trent’anni di differenza!»

   «Ventisei», mi ha corretto lei. «Sissi ha trentuno anni e tuo padre cinquantasette.»

   «Ah, be’. Scusami tanto se nel conto ho arrotondato per eccesso. In effetti tra ventisei e trenta c’è proprio una gran differenza. Abissale. Determinante. Oceanica, quasi.»

Mia madre è scoppiata a ridere.

   «Usi gli aggettivi a caso, come tuo solito. Di’ un po’, come vanno i tuoi lavori per quella casa editrice?»

Ci risiamo, ho pensato. Mia madre non si era ancora data pace, voleva a tutti costi che io facessi la scrittrice come lei. E, per carità, con la parola scritta me la cavavo parecchio bene dato che campavo – e campo tutt’ora – facendo la traduttrice per una piccola casa editrice di nicchia. Ma mia madre sognava di vedere il mio nome stampato sulla copertina di un libro da quando avevo dodici anni.

   «I miei lavori vanno benissimo, le mie traduzioni sono bellissime e sono felicissima così», ho risposto seccata. Poi, riavvolto le ultime battute della nostra conversazione. «Aspetta, hai detto Sissi. Si chiama Sissi davvero la fidanzata di papà?»

   «Mi sembra un bellissimo nome. Sissi, diminutivo di Simonetta.»

   «Simonetta non è un nome», ho ribattuto io. «È il diminutivo di Simona.»

E con questo, mi sono giocata il poco tempo che mia madre sarebbe stata disposta a concedermi. Mi ha lanciato uno sguardo esasperato e ha inforcato gli occhiali con un sospiro.

   «Non so che idea tu abbia di noi genitori, ma non siamo delle mummie rimbambite. Buon per tuo padre che ha trovato qualcuno che gli interessi e buon per lui che sia giovane, carina e simpatica.» Ha scosso la testa borbottando cose incomprensibili, ma qua e là mi è sembrato di cogliere dei “pensano di sapere tutto loro”, “i quaranta sono i nuovi venti” e “stasera con Manfredi voglio proprio…” Oh no. Quello era troppo.

   «Va bene, me ne vado.” Mi sono alzata raccogliendo la borsa da terra. “Cercherò comprensione altrove.»

  «Non ne troverai, cara mia. Sii felice per tuo padre e basta.»

   «Allora cercherò un po’ di buonsenso», ho replicato. «Qui nessuno mi prende sul serio.»

Mia madre ha smesso di scrivere e mi ha lanciato uno sguardo scettico.

   «Cassandra, vivo con un uomo che inneggia al jazz dalla mattina alla sera, parla di New Orleans come se ci fosse cresciuto e una volta al mese cucina agnello al forno per trenta, costringendomi a mangiarlo per le due settimane successive. Ora, come puoi pensare che io possa trovare strano il fidanzamento di tuo padre? E come puoi tu non trovare il mio matrimonio strano?»

   «È diverso! Voi avete la stessa età!»

   «Col cavolo! Io ho cinquantadue anni e Manfredi cinquantacinque. C’è una bella differenza.»

   «Già. I vostri tre anni segnano chiaramente la profonda differenza d’età che c’è tra voi, ed i trenta tra papà e questa Sissi, no. Illuminante. Davvero illuminante. Adesso capisco perché matematica non è mai stato il tuo forte.»

Detto questo, sono uscita teatralmente dallo studio, sbattendomi con forza la porta alle spalle.

Bene. Sembrava proprio che dovessi risolvere la situazione da sola.

***

Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.

Niente di più vero. Erano passati tre giorni dalla terribile scoperta dell’esistenza di Sissi Diamond – Dio, sembrava il nome d’arte di una spogliarellista di Las Vegas: ed ecco a voi la splendida, suadente, inebriante Sissiiii Diaaaamoooond! Un bell’applauso, signori! E tenete le mani a posto – ed un paio di tentativi di contattare mio padre miseramente falliti, è stato proprio lui a chiamarmi quel mercoledì sera per invitare a cena me e Laerte. Presente sarebbe stata anche la famosa Sissi Diamond. Quando sono entrata in macchina di mio fratello, lui mi ha guardato smarrito.

   «Che facciamo?»

Ho alzato le spalle.

«Non lo so. Mamma dice che stiamo esagerando. Che dovremmo essere felici per lui.»

Laerte ha messo in moto la macchina.

   «Bah, non è quello» ha detto dopo un po’. «Intendo, è stato assurdo beccarli in giro a quell’ora della notte ma… se papà è felice per me è okay. È solo che…», mi ha rivolto un’occhiata interrogativa, «è strano. No?»

   «Dai, dillo. Pensi che punti ai soldi», ho sospirato.

   «Be’, papà non è mica messo male», è stata la sua placida risposta. «Ed anche se questa Sissi avesse un buon lavoro… insomma, hai capito.»

Altroché se avevo capito. Era stato il mio primo pensiero. Comunque, non avrei mai pensato di ritrovarmi in una situazione simile, e non all’età di ventisette anni. Ero io che la stavo prendendo nel modo sbagliato? Stavo creando un caso dal nulla? Forse avrei dovuto cominciare a comportarmi come una persona matura. Adulta.

Ho lanciato a mio fratello uno sguardo rassegnato.

   «Cerchiamo di essere gentili ed educati.»

Lui ha alzato le spalle. «Io lo sono sempre.»

   «Sì, come no.»

Dopo meno di dieci minuti siamo arrivati davanti al ristorante e Laerte, con una manovra degna di un pilota di Formula 1, è riuscito ad infilare la macchina in un posto minuscolo, proprio davanti all’entrata. Entrata accanto alla quale mio padre e Sissi Diamond ci stavano già aspettando. Volendo fare un’analisi oggettiva dell’abbigliamento di Sissi… non era vestita male. Né in modo volgare. Né inappropriato. Anzi, era bellissima, minuta e fine. Indossava un paio di pantaloni neri, scarpe nere con un sostanzioso tacco 10 ed una deliziosa camicetta di organza bianca. Aveva i capelli biondi raccolti in uno chignon basso ed un filo di rossetto rosso sulle labbra. Adesso passiamo all’analisi soggettiva di una figlia arrabbiata: Sissi Diamond indossava un paio di pantaloni neri aderenti, troppo aderenti, che mettevano sfacciatamente in mostra ogni singola curva del suo corpo. La camicetta bianca che indossava era quasi trasparente e le scarpe dal tacco chilometrico non la facevano certo sembrare un’educanda in libera uscita. Per non parlare dell’orribile rossetto rosso che aveva sulle labbra.

     «Oh mamma…», ho mormorato scendendo dalla macchina.

Laerte ha ridacchiato. «Che ti avevo detto. È uno schianto.»

   «Ecco, bravo. Ci manchi solo tu», ho borbottato stampandomi sulla faccia un sorriso.

   «Eccoli qui, i miei ragazzi.» Mio padre ha ricambiato i nostri sorrisi tirati con uno dei suoi, aperti e sinceri. Forse avrei dovuto menzionare prima il fatto che mio padre è la versione con i capelli un po’ più grigi di Pierce Brosnan. Avete presente l’attore che ha fatto 007 per un po’ di anni? Quel superbo esemplare di maschio con i capelli appena brizzolati ed occhi blu, profondi come laghi di montagna?

Ecco, mio padre è il suo gemello mancato. Solo che ha i capelli più grigi e gli occhi verde scuro. E che, in effetti, non dimostra la sua età. Ma di certo non ne dimostra trenta di anni, quindi Sissi Diamond non poteva essere assolta dalla sua colpa. Mio padre era comunque troppo vecchio per lei.

   «Ciao papà», abbiamo risposto in coro io e Laerte. Poi abbiamo spostato lo sguardo su Sissi. «Ciaaao.»

Lei ci ha teso la mano, sorridendo. «Tanto piacere. Io sono Sissi.»

   «Piacere», ho ricambiato la stretta, notando con orrore quanto le sue mani perfettamente curate facessero sembrare le mie degne di un trasportatore di pesce del mercato (niente contro i trasportatori, niente contro il pesce né tantomeno contro i mercati.)

Quando poi ha stretto la mano di Laerte, il mio ventiduenne fratello è andato in visibilio.

   «Ciao… piacere, io sono mmhhh… Laerte.»

Oh, fantastico, ho pensato. La conosce da meno di tre secondi ed è già passato al Lato Oscuro.

Mio padre mi ha messo una mano sulla spalla. «Forza, entriamo. Il tavolo è pronto.»

Ho annuito come un automa e ho seguito lui, Sissi e Laerte dentro al ristorante. Una volta seduti attorno al tavolo è calato un silenzio imbarazzante per una manciata di secondi, prima che mio padre – di mestiere fa il ricercatore biologo, quindi non è che con le parole ci sappia molto fare – tentasse di intavolare una conversazione.

   «Sissi ha frequentato la tua stessa scuola, sai Cassandra?»

A momenti non mi strozzavo con un grissino. E quello avrebbe dovuto essere un punto

a suo favore?

   «mmhhh», ho risposto io deglutendo. «Ma dai?»

Lei ha annuito. «Il Liceo Curie, quello dietro Piazza Castelfidardo.»

   «mmhhh», ho bevuto un po’ d’acqua – ma quanto ci metteva il cameriere a portare il vino? Alcool, avevo bisogno di alcool. «E quando ti sei…diplomata?»

Il suo sorriso è svanito per magia. «Nel… ‘99.»

   «Ah, ma dai. Pensa, io nel 2002.»

Silenzio di tomba.

   «Io nel 2007», è intervenuto Laerte. Gli ho scoccato un’occhiata di fuoco. «Che c’è?», ha detto. «Volevo partecipare anche io.»

   «Va bene», mio padre ha scosso la testa. «Ordiniamo, è meglio.»

Il cameriere si è palesato per magia alla destra di mio padre. «Cosa vi porto?»

   «Per me un filetto al pepe verde” ha detto Laerte. «Al sangue.»

«Due», gli ho fatto eco io.

   «Oh», Sissi ci ha guardati perplessa. «Mangerete carne?»

Umana, stavo per risponderle. La tua.

   «Sì, perché?», ho fatto io.

Lei ha scosso il capo. «Io sono vegetariana.»

E chi se ne frega.

    «Vegetariana?». ho domandato. «Be’, non sarai tu a mangiare il filetto, ma io.» Dio,

che palle, pure vegetariana era Miss Perfezione.

Mio padre è intervenuto con garbo. «Sissi non mangia carne e… si turba nel vedere gli altri mangiarla.»

Si turba? Ho spalancato occhi, bocca e credo perfino le narici. «Eh? Quindi non posso prendere quello che voglio?»

Mio fratello mi ha dato un calcio da sotto il tavolo, lanciandomi un’occhiataccia. «Okay, niente filetto. Due spaghetti allo scoglio, allora.»

Da dietro il tovagliolo, ho visto Sissi sorridere.

Vi è mai capitato di sentirvi profondamente traditi? Quell’orribile sensazione di essere soli nella vostra lotta, che nessuno vi capisca e che, anzi, lo facciano quasi apposta a darvi contro? Ecco, mi sentivo così. Ed è lì che è nato il mio odio per Sissi Diamond. Tutti sembravano averla accettata.

Benissimo, allora io sarei stata quella che non l’avrebbe fatto.

***

Era passato quasi un mese dalla prima disastrosa cena con Sissi e mio padre, e molte altre ne erano seguite, purtroppo. Mio fratello aveva deciso che Sissi le piaceva, che ci stava dentro e che era super simpatica.

   «Ma dai, hai sentito che lavoro fa? La cool-hunter!», mi aveva detto l’ultima volta che ci eravamo visti. «Cioè, lei ricerca le tendenze, le anticipa!»

Già, Sissi faceva quello di mestiere. Viaggiava per l’Italia e per il mondo alla ricerca del nuovo, dell’originale, dell’innovativo. Per come la vedevo io, in sostanza non faceva un cavolo dalla mattina alla sera.

Comunque, è stato per un caso fortuito che quel pomeriggio, mentre rientravo dalla redazione, sono stata colpita da una esile figura bionda che camminava frettolosamente per le vie del centro. Sapevo che Sissi abitava da quelle parti, ma non mi ero mai premurata di scoprire l’indirizzo esatto. Ad ogni modo, quella era lei, ma aveva qualcosa di diverso dal solito.

In quanto cool-hunter, Sissi era sempre vestita e truccata alla perfezione, con in capelli freschi di parrucchiere e mani morbide come quelle di una Zarina russa dell’ottocento (suppongo le avessero morbide, dato che anche loro non facevano un cavolo dalla mattina alla sera.)

Non quel giorno. Era infagottata in una informe tuta nera, i capelli malamente raccolti in una coda di cavallo scomposta e gli occhiali scuri calati sugli occhi. Non ero un detective, ma era abbastanza ovvio che Sissi non volesse farsi riconoscere da nessuno.

Perché? Mi sono domandata. Dove sta andando? Da chi? All’improvviso sono stata colta dal panico. Non avrà un amante? Non ci avrà mica ripensato, e ha una tresca con un uomo della sua età ma non vuole dirlo a mio padre perché spera ancora nell’eredità?

C’era solo un modo per scoprirlo. Pedinarla.

E così, mi sono calata anche io gli occhiali da sole sugli occhi, e l’ho seguita per un centinaio di metri, fino a quando non si è infilata in metropolitana. Ci sono poche cose che odio al mondo: il cioccolato (lo so, lo so), le rane fritte e la metro. Ma era della felicità di mio padre che si stava parlando in quel momento, così l’ho seguita fin sottoterra.

Sono salita nel suo stesso vagone, tenendomi però a debita distanza e con la faccia contro il finestrino. Stavamo viaggiando in direzione della periferia, e non avevo davvero idea di quale potesse essere la nostra meta.

Dopo un viaggio di quasi venti minuti, Sissi è scesa ed io le sono andata dietro. Quando sono emersa in superficie ho realizzato di trovarmi in uno dei quartieri più brutti e malfamati della città. Di quelli dove una donna sola non dovrebbe mai avventurarsi. A quanto pareva Sissi, oltre a non possedere nessun senso del pudore, non aveva nemmeno un briciolo d’istinto di sopravvivenza. Ma io sì. L’ho seguita con lo sguardo fino a che non ha voltato l’angolo, in direzione di un gruppo di edifici bianco sporco dall’aspetto malandato. Sembravano tutti uguali, ma l’insegna luminosa sul tetto del primo non lasciava spazio a dubbi.

MOTEL.

***

Per pura fortuna, per quella stessa sera era stata organizzata un’altra cenetta di famiglia, questa volta a casa di Sissi.

   «Che bella casa», ho detto non appena ho messo piede oltre la porta, fingendo di guardarmi intorno ammirata. «E che bella zona.»

Sissi mi ha rivolto un sorriso a trentadue denti. Falsissimo. Era vestita di tutto punto, i capelli perfettamente stirati, un aderente tubino nero e scarpe con il tacco rosso scuro.

   «Grazie, cara.»

L’ho seguita fino in cucina, mentre io e mio padre e Laerte si piazzavano sul divano.

   «È tanto che vivi qui?», ho domandato. «O ti sei trasferita da un altro quartiere?»

Lei mi ha guardata stranita, senza smettere di mescolare la pasta che bolliva in pentola.

   «No, ho sempre vissuto da queste parti. Sono venuta in questa casa subito dopo la laurea», ha risposto. «Perché?»

   «Oh no, così», ho fatto io vaga. «Stamattina in redazione stavamo parlando di affitti e case e quartieri… una mia collega vive nel quartiere San Rocco. Lo conosci?»

È sbiancata. Era fin dove l’avevo seguita poche ore prima.

   «No, non mi pare.»

   «Non ci sei mai stata?», l’ho incalzata, con uno strano formicolio alla fronte. «Davvero?»

Ha scosso la testa, senza guardarmi in faccia.

   «No. Perché me lo chiedi?»

   «Oh, così. Io non ci sono mai stata, dicono tutti che sia orribile e mal frequentato…»

   «È così», mi ha risposto lei. «Intendo, immagino che sia così.»

Laerte ha fatto capolino dalla porta in quel momento.

   «Sissi, c’è un enorme pacchetto di patatine di là. Posso prenderlo?»

   «Serviti pure.»

   «Grande!»

Maledicendo mio fratello, ho cercato di riportare la conversazione sul binario giusto.

   «Quindi, mmhhh, sono tre mesi che… conosci papà, giusto?»

Lei ha annuito, tirando via la pentola dal gas e scolando la pasta con un’eleganza innata.

   «Esatto.»

Mi sono appoggiata al frigorifero.

   «E, mmhhh, non senti la differenza di età? Intendo… tu sei una ragazza giovane, alla moda. Magari prima o poi vorrai qualcuno della tua età, se già non ci stai pens…»

Mi ha rivolto un’occhiata di ghiaccio, bloccando a metà la mia frase.

   «Non so di cosa tu stia parlando. Sto benissimo con tuo padre e non ho bisogno di nessuno della mia età.»

Ho ricambiato il suo sguardo. Mille messaggi silenziosi sono corsi tra di noi in quella che, dal canto mio, era una vera e propria dichiarazione di guerra.

   «Va tutto bene qui dentro?» Mio padre è entrato in cucina guardandoci preoccupato.

Ho annuito. Ormai avevo capito tutto quanto. Sissi aveva negato di essere mai stata a San Rocco e si era subito innervosita per la mia insinuazione sui ragazzi più giovani. Se due più due facevano ancora quattro, era ovvio che avesse qualcosa da nascondere.

  «Sì, papà», ho risposto. «Tutto benissimo.»

***

E così, ho cominciato a pedinarla. Okay, la cosa non mi faceva molto onore, lo so, ma dovevo scoprire cosa stava combinando Sissi in quel malfamato motel di periferia. Da un lato ero contenta di averla – quasi – smascherata, dall’altro mi si spezzava il cuore all’idea di dire a mio padre che la sua fidanzata – o compagna, o quello che diamine vi pare – lo tradiva già.

Perché, onestamente, quale motivo avrebbe potuto spingere Sissi Diamond ad uscire di casa due volte alla settimana sempre alla stessa ora, conciata come una barbona ed attraversare la città in metropolitana per finire nel quartiere più brutto malfamato del mondo?

Un giovane e focoso amante, ovvio.

Dopo quasi un mese di pedinamenti – mese in cui le presunte cene di famiglia si erano drasticamente ridotte – ho deciso di mettere al corrente Laerte delle mie brillanti deduzioni. Sapevo che avrebbe fatto fatica a crederci, ma avevo bisogno del suo aiuto per andare fino in fondo a quella faccenda.

   «Un amante? Tu sei tutta scema sorella.» Questa la sua prima reazione a seguito del mio dettagliato resoconto. Era sabato pomeriggio ed eravamo a casa mia. Ero riuscita a tirare Laerte giù dal letto attorno alle dieci, poi mi ero fatta accompagnare a fare la spesa ed infine avevamo pranzato da me. Gli avevo pure cucinato i suoi piatti preferiti per rabbonirlo un po’.

   «Ti dico che è così.» Mi sono seduta sul divano accanto a lui. «Te lo giuro! È un mese che la seguo…»

   «Ma per favore.»

   «Allora dimmi che ci va a fare in un motel due volte alla settimana sempre alla stessa ora.»

Laerte ha sospirato.

   «Non ci voglio credere…. ma sei sicura?» Finalmente cominciava a ragionare.

Ho annuito.

   «Sì. Adesso mi serve solo la prova decisa per smascherarla. Tipo una fotografia mentre entra nel motel.»

   «E poi cosa farai? La mostrerai a papà?»

   «Direi di sì.»

   «Non potresti prima parlarne con Sissi? Potresti costringerla a lasciare papà senza far sapere nulla a lui…»

Negli occhi di mio fratello c’era una luce disperata. Forse aveva ragione. Non c’era bisogno di far soffrire papà in quel modo. Bastava solo togliere di mezzo (metaforicamente) Sissi.

Ho annuito.

   «Va bene. Però dovrai venire con me. La pedineremo insieme fino al motel.»

Laerte si è alzato dal divano, guardami rassegnato.

   «D’accordo. Ma spero proprio che tu stia prendendo un abbaglio.»

Il dramma era che io non speravo affatto fosse così.

Il mercoledì seguente ci siamo incontrati dietro casa di Sissi.

«Sei sicura che sia l’ora giusta?»

   «Sicura. Vedrai, uscirà a momenti dal portone.»

Infatti. Dopo meno di dieci secondi Sissi è uscita in strada, insaccata in una tuta enorme e con i soliti occhiali da sole d’ordinanza.

Ho preso mio fratello per il braccio.

   «Muoviamoci.»

Il copione è stato il solito di sempre. Metropolitana, venti minuti di viaggio ed alla fermata di San Rocco è scesa, io e Laerte alle calcagna.

   «Questo posto fa schifo», ha commentato lui una volta in superficie. «Non è affatto un posto da lei.»

   «Che ti avevo detto? Sei pronto con la macchina fotografica?»

   «Sì», ha risposto tirandola fuori dalla tasca dell’impermeabile. «Eccola.»

L’abbiamo seguita tenendoci a debita distanza. Era incredibile con che naturalezza e disinvoltura si muovesse in un posto del genere. Un paio di volte mi è perfino sembrato che salutasse le persone che incrociava per strada.

E, finalmente, ho potuto svoltare anche io l’angolo e vederla entrare nel motel. Solo che, con mio enorme sgomento, Sissi non stava affatto entrando nel motel, ma un paio di edifici più in là.

CENTRO DI IGIENE MENTALE SAN EUFEMIA”. Questo recitava l’insegna sopra il portone.

   «Oh mio Dio», ho mormorato inorridita.

   «Centro di igiene mentale? Che posto è?» Laerte mi ha guardato incredulo.

   «Un manicomio, detto in parole povere», ho risposto.

   «Dici che, mmhhh, ha qualcuno di caro lì dentro?»

All’improvviso, mi sono sentita una vera idiota. Ed in colpa.

   «Mi auguro di no.»

     «Che vuoi fare? Andartene?»

Ho scosso la testa.

   «No. Voglio scoprire perché Sissi viene in questo posto orribile due volte alla settimana.»

Abbiamo raggiunto la portineria, dove una signora con un camice bianco e degli occhiali spessi quanto un fondo di bottiglia, ci ha rivolto un sorriso sdentato.

  «Cosa posso fare per voi?»

   «Noi stiamo cercando… un’amica», ho farfugliato.

   «È ricoverata qui?», ha domandato aprendo un grosso registro nero.

   «No, non proprio. A dire il vero, è appena entrata.»

   «Ah, intendete dire la signorina Diamonti?»

   «Diamonti?» Poi ho capito. Quello era il vero cognome di Sissi. «Sì. Lei Diamonti.»

   «In questo momento è con i suoi genitori, non posso farvi entrare.»

Laerte è sbiancato.

   «Come? Tutti e due i suoi sono pazzi?»

Gli ho tirato una gomitata.

   «Intendeva chiedere se entrambi i suoi genitori sono ricoverati qui.»

   «Sì, purtroppo.»

   «Ah», sapevo che non avrei dovuto chiederlo, «perché?»

La donna ci ha guardati dubbiosa.

   «Sicuri che siete suoi amici?»

Ho annuito.

   «Sì, sì.»

Lei ha alzato le spalle.

   «Be’, sapete di quello che è successo a suo fratello, no?»

Fratello?

   «A grandi linee», ho risposto.

   «Dopo la sua morte, la madre è andata fuori di testa – nel vero senso della parola – ed il marito…», ha sospirato teatralmente, «per assurdo che possa sembrare, ha deciso di farsi ricoverare qui anche lui, per stare con lei. Se non fosse per la signorina Simonetta, quei due vecchi sarebbero soli al mondo.»

***

E questo ci porta al presente. Dopo quel pomeriggio, ho cominciato a considerare in modo diverso Sissi. Okay, la trovo comunque insopportabile il più delle volte, le sue unghie laccate mi danno sui nervi ed i suoi capelli biondi sono troppo biondi. Ma… che ci posso fare, è la persona che mio padre ha scelto. Fino a quando lui è felice, lo sarò anch’io.

E poi, come dice sempre Laerte, la vita è come il serbatoio di una macchina: a volte il livello si alza, a volte si abbassa, ma l’importante è riuscire ad andare avanti, in un modo o nell’altro.

A me sembra una gran cazzata, ma forse mio fratello ha ragione.

Forse.

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