Quando i cattivi smettono di esserlo del tutto, non è un errore di sceneggiatura: è un sintomo culturale.

«L’America di Lex Luthor»
Lex Luthor, da nemico assoluto a capitalista “necessario”, nel riflesso opaco dell’immaginario americano.
Il Simplicissimus
La cultura popolare non ragiona in termini normativi, non distingue il bene dal giusto, non progetta ideologie: registra. Assorbe i mutamenti della mentalità collettiva e li restituisce senza filtri, come un gas che filtra dalle crepe e finisce per saturare l’aria. È in questo senso che una serie apparentemente marginale come Smallville diventa una lente sorprendentemente efficace per osservare l’America contemporanea. Nel racconto di un Superman adolescente, ancora incerto e in formazione, ciò che colpisce non è tanto la riscrittura dell’eroe, quanto la metamorfosi del suo storico antagonista. Lex Luthor non è più il genio criminale puro, il male senza alibi: è un giovane miliardario ambizioso, cinico, spietato negli affari ma capace di gesti altruistici, tormentato dal proprio lato oscuro e affamato di riconoscimento. Aiuta Clark Kent, sostiene la sua famiglia, usa il denaro anche “a fin di bene”. Non è innocente, ma è presentato come inevitabile, persino utile. In questo ribaltamento silenzioso si coglie un passaggio decisivo: il potere economico che aspira a governare il mondo non è più rappresentato come una minaccia assoluta, bensì come un “buon diavolo” con cui fare i conti. Al contrario, il tentativo del padre di Superman di preservare un’autonomia morale e materiale, di difendere un’idea di limite e di sobrietà, appare come un residuo anacronistico, quasi eccentrico. L’America di Lex Luthor non è distopica: è già normalizzata. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più inquietante. (N.R.)
La cultura popolare non mente mai, non elabora, non sa cosa sia il dover essere e mostra senza pudore i cambiamenti che intervengono nella mentalità delle persone. Alla fine, come un trafilamento di gas, arriva alla superficie superando ogni ostacolo e diventando l’acqua in cui nuotano i pesci rossi nella vasca di Matrix. Qualche settimana fa ho scoperto casualmente l’esistenza di una serie chiamata Smallville, durata la bellezza di 1o anni, che racconta le avventure di un Superman inedito, ancora adolescente, ancora impacciato e alla scoperta dei suoi superpoteri. Me ne sono guardato qualche puntata qui e là – per fortuna sono abbastanza brevi – e ho scoperto, non senza una certa sorpresa, che in essa compare un Lex Luthor giovane che invece di essere di essere il grande criminale di un tempo, è diventato un personaggio positivo, certo ricchissimo, avido, cinico, spietato negli affari anche se non tutto gli va bene, giovanilmente scapestrato, ma costantemente in lotta con il lato oscuro derivato dalle vicissitudini familiari e alla disperata ricerca di essere amato: aiuta Clark Kent, la sua famiglia e anche i suoi amici, usa spesso la sua ricchezza a fin di bene. Insomma, si è trasformato nel buon capitalista che ha l’aspirazione a governare il mondo, ma che in fondo è un buon diavolo, anche se non si muove foglia che egli non voglia. Il tentativo del padre di Superman di conservare una certa autonomia, materiale e morale, anche per l’educazione del figlio venuto da un altro mondo, viene di fatto rappresentata come bizzarra e anacronistica.
La serie comincia simbolicamente nel 2001 ovvero l’anno di inizio secolo – anche se molti adoratori della scinzah ancora credono che sia stato il 2000, essendo evidentemente incapaci del più elementare calcolo aritmetico – e attraverso questo personaggio, mostra la mutazione delle società occidentali verso una mentalità oligarchica, dove poche persone governano nel proprio interesse come grandi feudatari, tengono sotto ricatto le istituzioni, censurano e vaccinano a loro volere, spostano popolazioni intere, fanno le guerre che loro convengono e fanno le paci solo quando il conflitto non è più remunerativo o rischiano la sconfitta e infine hanno nelle loro mani l’intero discorso pubblico. Sempre però accompagnando ogni follia con l’idea che il loro interesse sia il meglio per l’umanità. Ma soprattutto mostra il fatto che questa situazione è ormai considerata come normale: Lex Luthor non si oppone all’ordine, ma è diventato l’ordine. Non ci vuole molto a fare un parallelo dalla narrazione alla triste realtà: il miliardario che gestisce il crollo dell’impero americano, assieme a molti suoi colleghi, lo fa attraverso una serie di attacchi sconsiderati, che però hanno sempre un retroterra pseudo umanitario che sorprendentemente viene accolto dentro l’atarassia politica delle società. Non potendo più essere Superman, creato a suo tempo come simbolo della potenza, anzi della onnipotenza americana, adesso c’è stata la definitiva mutazione in Luthor.
Rapisce il presidente del Venezuela perché – dice – è uno spacciatore e subito le teste d’uovo fanno capire che, sì, è un atto maleducato, ma che Maduro era un dittatore, anche se è stato più volte eletto. Fabbrica l’ennesimo tentativo di rivoluzione colorata in Iran per favorire i sionisti israeliani ai quali è concesso di fare strage a Gaza e in tutta l’area, ma subito arrivano le anime belle e i cervelli in acqua a dire che bisogna rimettere lo Scià sul trono per restaurare la democrazia. Più idioti di così si muore, anzi, disgraziatamente, si continua a vivere nella desolazione intellettuale. Vuole la Groenlandia a fin di bene perché – dice con fare spavaldo – solo gli Usa possono difenderla da Russia e Cina, che peraltro non hanno mai espresso la benché minima intenzione di interessarsi di quest’isola. E naturalmente trova dei corpulenti o esili vigliacchi a dargli ragione. Ogni riferimento a personaggi della politica italiana è voluto.
Donald Luthor non si accorge che questo movimentismo guerrafondaio è alla lunga perdente: ha completamente fallito in Iran, il Venezuela resiste e persino i cagnolini europei hanno preso atto di essere graditi solo quando mordono le caviglie di un nemico del padrone, ma se non ubbidiscono vengono spediti al canile o rimangono senza i croccantini. Se è vero, come qualcuno sostiene, che esisterebbe un patto spartitorio del mondo tra Usa, Russia e Cina, certo questi due Paesi antagonisti hanno fatto un colpo storico, spingendo un presidente affetto da narcisismo patologico, a sputtanare gli Usa e a rivelarne la vera natura così che tutti vadano a chiedere protezione agli avversari. Il potere magari non logora, ma certamente rimbecillisce. Basta leggere quanto Trump ha scritto al primo ministro norvegese Jonas Store: “Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto Guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace, sebbene sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è giusto e appropriato per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti, solo che una nave è sbarcata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo delle navi che sbarcavano lì. Ho fatto più per la Nato di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la Nato dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie! Presidente DJT.”
Si tratta di una mera affabulazione in cui si affermano cose del tutto inventate, tipo le sette guerre che avrebbe fermato e storie assurde, nelle quali tuttavia l’inquilino della Casa Bianca sembra credere davvero. Così come le oligarchie di potere credono davvero di salvare il mondo. E questo è assai più inquietante delle menzogne sparate a caso. Benvenuti nell’America di Lex Luthor.

