Amare non significa possedere in maniera esclusiva

Gustav Klimt Il bacio (1907-1908)

L’AMORE È UN’ARTE?

Erich Fromm, in L’arte d’amare, pone una questione centrale per l’esistenza umana: l’amore è una sensazione spontanea, immediata, non razionalizzabile, che giunge senza preavviso? O serve arte, dunque conoscenza, dedizione e sforzo da parte dell’uomo per poter davvero amare una persona? Proveremo, in questo articolo, a sviscerare la questione postaci dallo psicanalista e filosofo tedesco.(E. Fromm, L’arte d’amare)


Con queste parole, tutt’altro che rassicuranti, Fromm ci ricorda un fatto problematico tanto alla sua epoca, più di mezzo secolo fa, quanto al giorno d’oggi: la capacità di sviluppare una relazione d’amore sana. Immersi in narrazioni cinematografiche, social, letterarie e dal vivo che trasmettono un’idea dell’amore come anelito umano, al contempo ci si ritrova confusi su cosa davvero significhi amare. Questo perché, tolto l’entusiasmo giovanile, quando ci si approccia per la prima volta a questa sensazione così dominante sulle altre nell’animo umano, ecco che si scopre il lato negativo della medaglia: quante volte una relazione d’amore fallisce? Quante volte un rapporto si rivela tossico, incapace di permettere una sana realizzazione di entrambi i partner? Quante volte, soprattutto, ci si riprova, fallendo di nuovo?

Ci si consola pensando alle narrazioni predominanti, per cui bisogna “aspettare il momento giusto”, a evidenziare che le relazioni precedenti non erano, appunto, quelle giuste. Oppure si cambia visione sull’amore duraturo e lo si considera un’illusione, riponendo le speranze in un insieme di relazioni passeggere che non richiedono eccessivo impegno.

Tutto questo senza, però, porsi una domanda fondamentale per risolvere il problema:

«È l’amore un’arte? Allora richiede sforzo e saggezza. Oppure l’amore è una piacevole sensazione, qualcosa in cui imbattersi è questione di fortuna?» (Ivi)

Se la seconda ipotesi è quella corretta, allora non ha senso pensarci: o capiterà, o non accadrà. Ma se fosse la prima ipotesi giusta – se l’amore fosse un’arte – ecco che “starsene in attesa” diventa un controsenso. Perché, se amare è un’arte, quest’arte va imparata.

Proprio per quest’ipotesi propende Fromm in L’arte d’amare, libro frutto dei suoi studi. Opera che, per quanto non recente e con questioni che al giorno d’oggi verrebbero facilmente criticate (penso al rapporto maschile-femminile nel concetto dell’amore, o alla posizione dell’autore sull’omosessualità), presenta spunti che sono tutt’ora attuali e interessanti.

Fra questi, vi è il principio che sta alla base della ricerca d’amore secondo Fromm:

«L’uomo – di qualsiasi età e civiltà – è messo di fronte alla soluzione di un eterno problema: il problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione.» (Ivi)

Un’unione che si è cercato e si cerca di raggiungere in più modi parziali, ma la cui soluzione più efficace sta proprio «nella conquista dell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore». Amore che non è un annullamento nell’altra persona: tutt’altro, nel momento in cui il rapporto permette alla persona che ama di «superare il senso d’isolamento e di separazione», le permette anche «di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due».

Il singolo che ama, infatti, può amare solo se è una persona completa in se stessa. Che non significa che non abbia bisogno della relazione con l’altro: se l’essere umano è essenzialmente essere sociale, comunitario, non può concepirsi felice se vive come una monade isolata dal mondo. Essere una persona completa significa essere un individuo che ha sviluppato in modo sano la sua personalità, che sa come relazionarsi all’altro, quali sono i valori in cui crede e che lo guidano giorno per giorno. Solo così, sarà capace di trovare la persona giusta da amare e di amarla non secondo una visione tossica del rapporto, nel tentativo di trovare un palliativo ad alcuni suoi problemi irrisolti, ma secondo un concetto di relazione sana, con cui il proprio sé può affermarsi meglio, tanto quanto il sé della persona amata. Come sottolinea Fromm, «la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità d’amare».

Tale concezione contraddice, di conseguenza, l’idea che chi ama sia una persona vuota precedentemente alla relazione d’amore, tanto quanto l’idea che, una volta trovata la persona da amare, essa si rinchiuda in una relazione esclusiva, che annulla il mondo esterno. Amare una persona in modo pervasivo, dimentichi del resto dell’umanità, per Fromm è contraddittorio.

«L’amore non è soltanto una relazione con una particolare persona: è un’attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso un “oggetto” d’amore.» (Ivi)

G. Klimt, Allegoria dell’amore (1895), dettaglio

Non è l’oggetto (la persona amata) che sprigiona la capacità d’amare in una persona: è la sua attitudine, la sua capacità d’amare in senso lato – di instaurare relazioni positive, in cui i differenti tipi di amore, come quello fraterno verso ogni essere umano, o quello materno e paterno, possano realizzarsi – a permettere di legare anche con una persona secondo la relazione d’amore in senso stretto.

«Se posso dire a un altro “ti amo”, devo essere in grado di dire “amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso”.» (Ivi)

«Amare qualcuno è la realizzazione e la concentrazione del potere d’amore. L’affermazione fondamentale contenuta nell’amore è diretta verso la persona amata come verso un’incarnazione di qualità essenzialmente umane. L’amore per una persona implica l’amore per l’uomo come tale.» (Ivi)

Amore per il singolo e odio per il genere umano sono, per Fromm, concezioni che si annullano a vicenda.

Secondo tale prospettiva, amore è un’attività, la quale si esplica soprattutto nel dare più che nel ricevere. L’amato, infatti, dà «tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale» a chi ama. Il suo entusiasmo, il suo interesse, il suo ascolto, le sue passioni, le sue riflessioni, ecc.: tutto ciò, che in lui vi è di importante, lo trasmette alla persona amata, nella speranza che ciò possa in lei, a sua volta, suscitare una relazione d’amore:

«Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita. Ma nel dare non può evitare di portare qualche cosa alla vita dell’altra persona, e colui che riceve si riflette in essa; nel dare con generosità, non può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno. Dare significa fare anche dell’altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi.» (Ivi)

Di conseguenza, amare non è il frutto di un bisogno nel senso rozzo del termine. Non è, come dice Fromm, che si ama perché si ha bisogno di quella persona, se si intende il bisogno come una necessità non intrinseca al semplice fatto d’amore (come amare una persona perché, grazie a lei, si può avere una stabilità economica e un tetto sotto cui vivere); si ha bisogno di quella persona perché la si ama: si riconosce in lei delle qualità, dei valori che spingono a volere un’unione unica e quest’anelito alla relazione diventa un proprio bisogno.

Si ama allora non per quello che la persona amata dovrebbe essere – immaginando qualità che non ha e innamorandosi, così, di un ideale che non esiste –, ma di ciò che è, avendo fede in essa:

«“Aver fede” in un’altra persona significa aver fiducia nella stabilità delle sue qualità fondamentale, della sua indole, del suo amore.» (Ivi)

Che non significa che una persona non possa cambiare, ma che i tratti di valore di quella persona – ciò che ha fatto scaturire nel profondo la relazione d’amore – permangano e permettano di mantenere genuino il rapporto. Qualsiasi grande cambiamento nella personalità di un individuo rimetterebbe in crisi una relazione: nel senso che obbligherebbe a rivedere le basi della relazione, a comprendere se quel legame d’amore sia scomparso, o se invece vi siano le basi per un suo ulteriore rafforzamento, quando i grandi cambiamenti avvengono in positivo.

Ecco allora che

«Amare ed essere amati significa aver coraggio, il coraggio di giudicare certi valori e di aver fede in essi.»

«aver fede richiede coraggio, capacità di correre un rischio e di accettare perfino il dolore e la delusione.»

«Amare significa affidarsi completamente, incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata.» (Ivi)

Tutto questo, beninteso, non nell’ottica che affidarsi completamente sia un immediato: esso è il risultato di una crescita personale, di un’educazione che ha portato il singolo a sviluppare una propria maturità; a sapere amare tanto se stesso quanto l’umanità; a ottenere doti fondamentali – come Fromm ben spiega – quali la pazienza, la concentrazione, la disciplina. A non concepire, in particolare, il conflitto come un elemento negativo, da evitare in ogni caso:

«L’illusione che l’amore implichi necessariamente l’assenza del conflitto. Così come è opinione comune che il dolore e la tristezza dovrebbero essere evitati in tutte le circostanze, la gente spesso crede che l’amore significhi l’assenza di ogni conflitto; e trova ottime ragioni per sostenere questa teoria nel fatto che la lotta che li circonda sembra loro solo uno scambio distruttivo che non porta niente di buono alle persone coinvolte. Ma le ragioni di ciò stanno nel fatto che i “conflitti” della maggior parte della gente sono in realtà tentativi per evitare veri conflitti. Sono disaccordi riguardo questioni secondarie e superficiali, che per la loro stessa natura non si prestano a chiarificazioni e a soluzioni. I veri conflitti tra due persone non sono mai distruttivi. Portano alla chiarificazione, producono una catarsi alla quale entrambi i soggetti emergono con maggiore esperienza e maggiore forza.» (Ivi)

E. Fromm (1900-1980)

C’è un presupposto fondamentale per poter sviluppare queste qualità. Saper padroneggiare l’arte d’amare richiede di porre l’amore al primo posto, darne una rilevanza massima per la propria vita. Sorge allora per Fromm la questione:

«se la struttura sociale della civiltà occidentale e lo spirito che ne deriva siano propizi allo sviluppo dell’amore.» (Ivi)

La risposta è negativa:

«oltre a conoscere teoria e pratica, c’è un terzo fattore necessario per diventare maestro in qualunque arte: non deve esserci al mondo nient’altro di più importante. […] nonostante la ricerca disperata d’amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuna per conoscere l’arte dell’amore.» (ivi)

Nell’attuale società, amare sembra una passività, una perdita di tempo. Anche se a volte viene considerata di valore, si tratta di una attività secondaria, che non deve togliere tempo a ciò che conta davvero: l’accrescimento della propria ricchezza, l’ottenimento di fama e potere in società, ecc.

Oltre a questo, l’uomo contemporaneo è abituato a un modus vivendi in contraddizione con la ricerca dell’amore. È abituato a voler ottenere tutto subito:

«La soddisfazione immediata di qualsiasi desiderio divenne la tendenza principale nella sfera del sesso come in quella di tutte le necessità materiali.» (Ivi)

Col risultato che gli pare uno spreco di tempo la pazienza necessaria per accrescere gradualmente e in modo sano una relazione con l’altro.

Non ha inoltre capacità di concentrarsi, preso da mille impegni e distrazioni, incapace così di ascoltare sia se stesso, al fine di maturare come persona, sia di dedicare le giuste attenzioni alla relazione.

Non ha specie disciplina e volontà di lavorare assiduamente alla relazione d’amore:

«il fatto è che l’uomo moderno ha troppa poca autodisciplina al di fuori della sfera del lavoro. Quando non lavora vuole lasciarsi andare alla pigrizia, o meglio, to relax. Questo bisogno d’impigrirsi è una reazione alla routine della vita quotidiana. Poiché un uomo è obbligato a usare per otto ore al giorno la propria energia a scopi che non sono suoi, in modi non suoi ma prescritti a lui dal ritmo del lavoro, si ribella, e la sua ribellione prende l’aspetto di un’infantile autoindulgenza. […] Senza tale disciplina, tuttavia, la vita diventa caotica, turbinosa e manca di concentrazione.» (Ivi)

Il risultato di tutto ciò è che

«La gente capace d’amore, nel sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna.» (Ivi)

Pochi raggiungono le condizioni, l’educazione e la disciplina necessari all’arte d’amare. Per Fromm, allora, non si tratta di concepire l’arte dell’amore come un semplice, per quanto fondamentale, lavoro su se stessi. La sua conclusione è

«che certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari, se l’amore deve diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale.» (Ivi)

L’amore non va più considerato come una passività, ma come l’attività più alta, profonda e libera dell’essere umano. Concludendo con le parole di Fromm,

«Se l’uomo è capace d’amare, deve essere messo nel suo posto supremo. La macchina economica deve servirgli, anziché lui servire ad essa. Egli deve essere in grado di partecipare all’esperienza e al lavoro, anziché ai profitti. La società deve essere organizzata in modo tale che la natura sociale e amante dell’uomo non sia separata dalla sua esistenza sociale, ma diventi un’unica cosa con essa. Se è vero, come ho cercato di spiegare, che l’amore è l’unica soluzione valida al problema dell’esistenza umana, allora qualunque società che escluda lo sviluppo dell’amore deve, a lungo andare, perire per le proprie contraddizioni con le fondamentali necessità della natura umana.» (Ivi)

Francesco Pietrobelli

 

 

 

 

5 giugno 2023

 

 

 

 

 

 

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