Quella del giallo nordico è una moda delle più durature, se è vero che Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson è approdato in Italia nel 2007 e mai le librerie si sono trovate sprovviste di rifornimenti stagionali con titoli duri come l’inverno, affilati come il ghiaccio e magari firmati da nomi dotati di una å o di una œ, di una õo di una ø a indicarne la provenienza.

Ora si affaccia sulla scena del noir il norvegese Gert Nygårdshaug con L’amuleto. Con un piglio marcatamente ecologista della vicenda, che peraltro prende vigore con uno spostamento dalla città verso il bosco, tutti elementi che lo affratellano – restando, beninteso, all’interno di quel vizio tutto sudeuropeo di considerare luoghi come la Norvegia e la Finlandia più simili di quanto siano – un poco simili allo scrittore ecologista Arto Paasilinna, morto lo scorso anno, e autore di che riflettono la vita comune finlandese, con uno stile impregnato di forte humour. Nygårdshaug, classe 1946, di Tynset, nella contea rurale dello Hedmark, Norvegia del sudest, in patria è una celebrità almeno dal 1989, quando l’eco-thriller Mengele Zoo lo vide in testa alle classifiche per settimane, ma non ha mai conosciuto la stessa fortuna all’estero, tant’è che arriva solo oggi nel nostro Paese, con questo secondo capitolo della saga di Fredric Drum, uscito in patria nel 1987 e a cui hanno fatto seguito ben dieci sequel. Facendo la conoscenza del protagonista, è facile capire perché Drum, enologo, chef, crittografo e detective amatoriale, è un personaggio nato per la serialità: sia i punti d’interesse della sua figura – la curiosità e le numerose idiosincrasie, fra cui la fissa di vivere in una pensione diversa ogni sei mesi – sia gli elementi tagliati più grossolanamente – dovrebbe essere un raffinato esteta ma esprime una inesauribile piattezza emotiva, anche dopo aver visto un uomo sgozzato davanti ai propri occhi – concorrono a formare un personaggio che, più che dal giallo scandinavo, sembra uscito dalla tradizione del fumetto popolar e italiano. E se di Diabolik o Tex se ne possono fare centinaia, è plausibile che esistano dodici Drum. In determinate condizioni narrative, la bidimensionalità e l’aderenza a un codice invariato di condizioni diventano punti di forza, e quindi non ci stupirà nemmeno di scoprire che nei romanzi successivi il sommelier di Oslo finisca anche in Francia, Egitto, Messico, Italia e Nuova Guinea, allo stesso modo di un Tintin. Ma questa sua seconda avventura (e prima per il pubblico italiano), il nostro si muove nella natìa Norvegia: dopo essere sto coinvolto in un incidente navale ed essersi ritrovato fra le mani un misterioso feticcio – una inquietante bambolina – finirà assieme al suo compare inglese Stephen Pratt proprio nello Kedmark caro all’autore, tra trappole mortali, battute di pesca alla trota, pranzi più o meno luculliani (difficile non pensare, leggendo della passione gastronomica di Drum, al suo collega buongustaio Pepe Carvalho il personaggio immaginario, nato dalla penna dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán) e «mummie di palude», enigmatici reperti umani conservati dall’ambiente freddo e privo di ossigeno delle torbiere nordiche.

Vanni Santoni da La Lettura del 17 febbraio 2019.

La trama del romanzo.

L’autore di culto in Norvegia porta il lettore in un mondo in cui la natura incontaminata, l’archeologia e i miti si fondono in una dramma di alto livello.

In Norvegia, in una remota valle di montagna, uno scavo archeologico porta alla luce una scoperta sensazionale. In una palude vengono rinvenuti due corpi ben conservati insieme a degli oggetti con iscrizioni mai viste prima. L’attesa e lo stupore si basano sull’aspetto di un amuleto da cacciatore: una bambola. Viene coinvolto Fredric Drum, esperto conoscitore di vini e crittografo. Nel giro di poco tempo si troverà al centro di eventi misteriosi e pericolosi, apparentemente scollegati tra loro ma intrecciati in un complesso piano criminale dai toni raccapriccianti.

Fredric Drum, enologo e proprietario del ristorante più prestigioso di Oslo, è un esperto crittografo. Oltre ad avere la passione per la decifrazione dei geroglifici maya e della Lineare B, ama bere raffinati vini d’annata, solo o in compagnia, viaggiare e immaginare nuovi piatti per il menu del suo locale esclusivo. I giornalisti delle riviste scandalistiche gli hanno affibbiato il soprannome di Pellegrino, che lui detesta. La sua curiosità lo porta spesso a ficcarsi nei guai ed è terrorizzato dall’idea di mettere radici, così ogni sei mesi cambia pensione. È ancora innamorato di una bella ragazza francese, rimasta vittima insieme a lui di una tragica vicenda anni prima, e non riesce a dimenticarla. Anche per questo è felice di partire per la Rødalen, un’incantevole valle norvegese, dove vengono rinvenute due mummie di palude.

Fredric viene invitato a collaborare con il team di esperti incaricato di analizzare la sensazionale scoperta. Oltre ai corpi, infatti, vengono trovati alcuni oggetti decorati da particolari iscrizioni, che Fredric ha il compito di decifrare. Mentre il sommelier si prepara alla partenza, la sua vita viene messa a soqquadro da alcuni inspiegabili avvenimenti. Coinvolto in un incidente in barca, cade in mare e, tra le acque gelide del fiordo, recupera una strana bambola che ricorda i feticci usati dai cacciatori nei racconti della mitologia nordica. Il ritrovamento di questo amuleto segna l’inizio di una serie di fatti misteriosi che metteranno a rischio la sua stessa incolumità. Tra morti sospette e incontri con inquietanti figure che popolano l’incantevole panorama norvegese, Fredric Drum dovrà lottare per salvarsi e per svelare la verità nascosta dietro ai reperti archeologici.

Gli eventi, apparentemente scollegati tra loro, si intrecciano in un complesso piano criminale dai risvolti raccapriccianti. Gert Nygårdshaug, autore di culto in Norvegia, porta il lettore in un mondo in cui la natura incontaminata e il mito si fondono in un romanzo intenso e appassionante.

Come inizia.

1

Fredric Drum incontra la primavera,

bagnato fradicio ma pieno

di rosee aspettative

Il sole primaverile era caldo e luminoso. Fredric Drum sentì che gli pizzicava il naso; strinse gli occhi e starnutì violentemente per tre volte.

   I suoi starnuti passarono abbastanza inosservati: era uno dei pochi ad aspettare il traghetto diretto a Hovedøya e nel tardo pomeriggio il flusso di passeggeri si muoveva soprattutto in senso opposto.

   Mancavano dieci minuti alle cinque, e oltre a lui c’erano solo tre persone che attendevano il traghetto.

   Un gabbiano lasciò piombare il suo biglietto da visita sulle ruvide tavole di legno del molo, mancando la sua gamba destra per pochi centimetri. Alcuni schizzi colpirono la stoffa chiara dei pantaloni, ma lui non si preoccupò di pulirli: dopo tutto era primavera, la natura era generosa e si presentava sotto innumerevoli forme. L’aria era cristallina e tiepida, il cielo azzurro: sarebbero passate diverse ore prima che il sole tramontasse dietro le colline a ovest della penisola di Bygdøy.

   I raggi del sole si riflettevano sulle piccole increspature dell’acqua grigia del fiordo; se Fredric socchiudeva gli occhi, gli apparivano come bianchi uccelli che si alzavano dalla superficie dell’acqua e gli volavano intorno, sbattendo le ali senza fare rumore.

   I raggi del sole potevano diventare moltissime cose.

  Tirò fuori un oggetto dalla tasca: era una stella di cristallo a cinque punte, grande come una moneta da cinque corone, ma molto più spessa, circa un centimetro. Fredric Drum portava il cristallo sempre con sé, lo teneva in fondo alla tasca, al caldo. In quel momento però lo sollevò davanti agli occhi e, per merito dei raggi del sole, sulla sua retina si specchiarono dei colori bellissimi. Starnutì di nuovo e rimise velocemente la stella in tasca.

   Il traghetto stava per attraccare, affollato di abitanti di Oslo che si erano goduti quel giorno di primavera sull’isola.

   Fredric era di buon umore. Non riusciva a ricordare l’ultima volta in cui era stato così felice. Non solo per quella bella giornata primaverile, ma anche perché in tasca aveva l’invito di un importatore di vini francesi che, assieme a un famoso ristorante di Oslo, aveva organizzato una dégustationdi vini Saint-Julien. Era in programma proprio quel giorno, mercoledì 5 maggio, alle cinque e mezzo, a Hovedøya. Più precisamente presso il bar dell’isola, che era stato prenotato per quell’occasione speciale. La carta dell’invito era di buona qualità, il logo dell’azienda era stampato a colori nell’angolo in alto a sinistra.

   Un famoso ristorante di Oslo? Non c’era alcun nome, ma Fredric aveva il forte sospetto che si trattasse del D’Artagnan. Lui e il gestore del locale, un affabile buongustaio, erano vecchi amici. Sì, doveva essere il D’Artagnan, pensò Fredric. Pochi altri ristoranti a Oslo avrebbero saputo ideare una iniziativa del genere.

   Il traghetto accostò e i passeggeri iniziarono a scendere sulla terraferma. Presto si sarebbe svuotato, e lui e gli altri tre sarebbero potuti salire a bordo.

   Strano. Non sembrava ci fossero altri esperti di vini oltre a lui. Due donne armate di borse termiche e sedie pieghevoli andavano sicuramente sulla spiaggia a godersi la natura e quella chiara serata primaverile. Si sedettero a poppa. L’altro passeggero, un uomo, rimase in piedi a prua, insieme a Fredric. Dalla curiosità con cui si guardava intorno sembrava un turista. Fredric si tranquillizzò immaginando che gli altri invitati avrebbero preso il traghetto successivo, quello inarrivo in tempo per l’evento. Lui era partito in anticipo per concedersi una passeggiata sull’isola prima dell’inizio della serata e ascoltare gli uccelli cantare. Guardare le conchiglie sulla spiaggia. Respirare il profumo di quella natura verdeggiante. Svuotarsi la testa dagli ultimi residui dell’inverno.

   Il traghetto aveva fatto marcia indietro e ora puntava verso Hovedøya.

   Appoggiato alla parete della timoniera, Fredric rifletteva su se stesso. Si era sentito dire che il suo volto magro da ragazzo sembrava troppo giovane per un uomo di quasi trentaquattro anni. Guardandolo con più attenzione, ci si accorgeva che i suoi occhi, di un azzurro ingenuo, erano induriti dalla determinazione e dall’esperienza, un po’ come gli occhi di un husky. Ma dietro quella durezza si intravedeva un animo scherzoso e gioviale. La risata era la sua arma più potente e l’aveva aiutato a tirarsi fuori da molte situazioni difficili. Nel corso della sua vita si era ritrovato spesso in circostanze insolite e poco piacevoli, soprattutto per colpa della sua curiosità senza limiti. In cima alla lista c’era una storia tragica accaduta in Francia due anni prima, quando sette persone erano morte in modo atroce. Nonostante la sua innocenza, la vicenda aveva condannato l’altrimenti felice e ottimista Fredric a una depressione durata mesi. Ormai però era sulla via della guarigione. Cominciava a vedere la luce in fondo al tunnel. La primavera era arrivata e il vino lo attendeva. Un buon vino.

   Il traghetto procedeva a velocità sostenuta e in pochi minuti sarebbe attraccato a Hovedøya, oasi protetta nel fiordo di Oslo.

   Petite dégustation. Quelle parole gli martellavano la mente, ma Fredric gettò a mare la spiacevole associazione che suscitavano in lui. Ormai aveva chiuso con la Francia. La silhouette di una bella donna, Geneviève, era quasi svanita. Quasi.

   L’altro passeggero si trovava all’estremità della prua: ai suoi piedi c’era una borsa aperta da cui spuntavano pezzi di un’attrezzatura fotografica. L’uomo sembrava godersi il panorama e l’aria di mare, abbastanza fresca. Guardava per lo più davanti a sé, ma ogni tanto lanciava qualche occhiata verso Fredric.

  Lo chiamavano “il Pellegrino”. Era tanto tempo che qualcuno non usava quel termine per riferirsi a Fredric, ma ogni volta che si cacciava in qualche guaio e i giornali ne parlavano, saltava fuori quel soprannome. Lo detestava. Era nato molti anni prima, durante una insignificante chiacchierata con una donna famosa, una vecchia storia d’amore, poi finita male. Lei aveva detto a uno di quei giornalisti da strapazzo che scrivevano per le riviste scandalistiche: «Ho trovato il mio Pellegrino!», ma ben presto si era disinteressata di quella “scoperta”. Lui ne era rimasto ferito e la cicatrice non era ancora scomparsa del tutto. Odiava il Pellegrino. Alcune volte odiava persino Fredric Drum, ma forse era soltanto un effetto collaterale.

   All’improvviso si accorse che il tizio all’estremità della prua gli stava facendo un cenno con la mano: voleva che si avvicinasse. Fredric, un po’ esitante, si spostò verso di lui. Erano a metà del tragitto, avevano già superato la fortezza di Akershus.

   «Perdoni la domanda» esordì l’uomo. Era sulla cinquantina e mostrava una certa somiglianza con un ex ministro della Cultura. Aveva un’aria strana; sembrava assonnato. «Mi scusi, sa se i cannoni della fortezza sono mai stati usati contro qualche nave nemica? Mi interesso di storia, ma non conosco un granché quella di Oslo.»

   L’uomo sembrava agitato e parlava velocemente, senza particolari inflessioni dialettali.

   «Ah sì, i cannoni…» iniziò a dire Fredric, ma poi ci ripensò. «I cannoni non hanno…» si interruppe bruscamente e guardò verso sinistra.

   Un cabinato procedeva a tutta velocità in direzione del traghetto che ormai si trovava a un centinaio di metri dalla banchina di Hovedøya. Il motoscafo apparentemente non era intenzionato a virare e la collisione sembrava inevitabile.

   «Cazzo!» ringhiò Fredric. Fece per indietreggiare, ma venne trattenuto dall’altro uomo che, preso dal panico, lo aveva afferrato per un braccio.

   La sirena del traghetto suonò disperatamente, ma poi si spense di colpo. Tutto accadde molto in fretta, nell’arco di pochi secondi, però a Fredric sembrò svolgersi al rallentatore, come nella scena di un film. Irreale, violento e ravvicinato.

  Poco prima della collisione, un uomo si gettò in acqua dal cabinato. Poi si sentì un boato assordante e il rumore di qualcosa che andava in frantumi. L’arresto improvviso del traghetto fece cadere Fredric all’indietro oltre il parapetto, mentre la presa dell’altro uomo sul suo braccio si allentava. Durante la caduta, prima di piombare nell’acqua gelida del fiordo, Fredric notò tre cose: innanzitutto, scorse una grande scheggia di plastica piantata nella gola dell’uomo che gli aveva chiesto dei cannoni, appena al di sotto del mento; poi vide la sua mano destra aprirsi e una siringa con un ago già inserito cadere sulla grigia superficie dell’acqua; infine seguì il volo in mare della borsa con l’attrezzatura fotografica.

   Fredric risalì in superficie, tossendo e sputando. Faceva freddo, freddissimo. Gli bruciavano gli occhi e dovette sbattere le palpebre più volte per mettere a fuoco. Sia il cabinato sia il traghetto beccheggiavano in silenzio davanti a lui. Sembrava che nessuna delle due imbarcazioni fosse tanto danneggiata da rischiare di affondare. Si mise sulla schiena e rimase a galleggiare per un po’. Usando il cielo come tela, vi proiettò gli ultimi drammatici secondi che aveva vissuto. Poi si girò e con la testa colpì un piccolo oggetto che galleggiava sull’acqua. Una specie di bambola. Senza pensarci troppo la afferrò e la infilò sotto la camicia, poi percorse i pochi metri che lo separavano dall’isola con possenti bracciate.

   Un gruppo di persone si avvicinò per aiutarlo. Si trovavano sulla banchina in attesa del traghetto; tornavano a casa dopo aver trascorso una giornata al sole.

   «Tutto sommato le è andata bene» disse un uomo, cercando di confortarlo.

   «Dovrebbero sbattere in galera quell’idiota che guidava il cabinato!» commentò un altro.

   «L’hanno caricato a bordo del traghetto» aggiunse qualcuno.

   «Date a questo povero ragazzo qualcosa per asciugarsi!» gridò una donna.

   Prima ancora di essere riuscito a fare qualche passo lungo la spiaggia, Fredric aveva già ricevuto otto asciugamani. Sorrise dolcemente e ringraziò tutti quanti. Camminando all’indietro, si diresse verso il bosco, facendo intendere a gesti che voleva togliersi di dosso i vestiti fradici. Poco dopo si ritrovò da solo, immerso nel verdeprimaverile delle piante fiorite.

   Si spogliò e quell’oggetto strano e un po’ ammaccato che aveva recuperato cadde a terra in mezzo all’erba alta. Sembrava proprio una bambola.

   Fredric si asciugò il corpo nudo con tutti e otto gli asciugamani che gli avevano dato. Poi, con calma, strizzò i suoi indumenti. Subito dopo cominciò a saltellare qua e là in una sorta di danza tribale, ma con sua grande sorpresa si accorse che non stava congelando. L’aria era mite, quindi si tranquillizzò. Annusò scettico i vestiti: di certo non profumavano. Avrebbe rovinato la degustazione se si fosse presentato così, pertanto decise di non andare. Niente vino per Fredric Drum. Scuotendo la testa cominciò a infilarsi gli abiti ancora umidi.

   Rimase per un po’ ad aspettare tra le foglie e i cespugli. Tutto era incredibilmente verde, in una miriade di sfumature: dal verde scuro delle foglie appuntite delle rose canine al verde-giallastro degli amenti delle betulle. Sentì un forte odore di terra fresca. Una farfalla cedronella si avvicinò svolazzando e si posò su un ramoscello a pochi centimetri dalla punta del suo naso. Rimase lì a dondolarsi, confondendosi con le foglie sul ramo. La mimetizzazione era perfetta. Sopra di lui, nascosti tra le chiome degli alberi, i tordi tenevano una riunione rumorosa.

   Fredric si sedette su un tronco d’albero marcescente e attese che i vestiti si asciugassero. Sentiva esplodergli nel petto un moto di sorpresa e ottimismo. Com’era vibrante la natura! Piena di vita! E lui vi era totalmente immerso.

   Si alzò di colpo. L’altro passeggero doveva essere morto all’istante a causa della scheggia di plastica che gli aveva trafitto la gola. A lui era andata bene, era solo caduto in acqua.

   Dalla banchina gli giunse un gran vociare e molto trambusto: udì il rumore di altre barche che si avvicinavano. Una voce tonante chiese: «Dove è finito il passeggero che è caduto in acqua?».

    «Nel bosco a strizzare i vestiti» fu la risposta.

   “So io cosa mi sto strizzando” pensò Fredric, guardando in alto il sole tra il fogliame. Anche le nuvole erano verdi. Raccolse sette degli otto asciugamani; l’ultimo lo utilizzò per avvolgere quella specie di bambola. Poi si incamminò lungo il sentiero per tornare indietro.

   Accanto al traghetto e al cabinato – che eranostati trainati fino alla banchina – c’erano una barca della polizia e un’ambulanza. Quando Fredric si avvicinò, vide trasportare una barella coperta da un telo bianco dal traghetto all’ambulanza, che poi partì in direzione del centro di Oslo.

   «Eccolo!» gridò una donna indicando Fredric. Tutta l’attenzione si spostò immediatamente su di lui: venne investito da un fiume di domande. Invece di rispondere, iniziò a restituire gli asciugamani, tranne quello che avvolgeva la bambola. Poi, scuotendo la testa, si diresse verso la barca della polizia. Un agente in uniforme lo invitò a salire a bordo.

   «Il passeggero?» chiese il poliziotto senza tanti complimenti.

   Fredric annuì.

   «Tra poco torneremo in città, ma prima abbiamo bisogno di alcune informazioni.» L’agente fece scendere Fredric sottocoperta.

   C’erano quattro poliziotti in totale. Due di loro stavano interrogando il comandante del traghetto e un membro dell’equipaggio, il terzo teneva d’occhio un giovane, pallido e brufoloso, seduto in un angolo e avvolto in una coperta. “Guidava lui il cabinato” pensò Fredric. Il quarto agente, quello che aveva accompagnato Fredric sottocoperta, prese un taccuino e una matita.

   «Nome e numero identificativo» ordinò.

   «Henning Haugerdsbråten, ventiduezerocinquecinquantadue» rispose Fredric tutto d’un fiato. Si era allenato molte volte.

   L’agente prese nota e chiese a Fredric di raccontare cos’era successo.

   Mentre Fredric faceva un resoconto preciso, il giovane brufoloso lo fissava. Non aveva di certo uno sguardo amichevole e Fredric si domandò se sarebbe finito in galera. Omicidio colposo. Perché aveva condotto il cabinato dritto contro il traghetto? Disattenzione? Panico? Un problema tecnico? Si aggrappò a quest’ultima ipotesi. Sperava che nessuno finisse in carcere.

   «Andiamo» ordinò il capo del quartetto di poliziotti.

  Fredric aveva dato un nome falso per paura che il Pellegrino finisse di nuovo sui giornali. Le riviste scandalistiche avevano la brutta abitudine di collegare tra loro cose che non avevano assolutamente nulla in comune. Per sicurezza, diede l’indirizzo del ristorante Kasserollen, così gli agenti potevano trovarlo, nel caso avessero altre domande da porgli.

   La barca della polizia impiegò pochi minuti per arrivare a Honnørbryggen, la banchina in centro città. Durante la traversata la radio venne usata costantemente, e altri mezzi della polizia aspettavano sulla banchina insieme a un gran numero di curiosi. Fredric rifiutò con fermezza l’offerta di essere riportato a casa da un’auto delle forze dell’ordine.

   Non appena misero piede sulla terraferma, il giovane brufoloso si liberò dalla presa del poliziotto.

   «È stato un incidente! Credetemi! Non doveva andare così!» gridò.

   Fredric si voltò e incrociò lo sguardo disperato del ragazzo. “Perché è tanto furioso?” si chiese. “Se è stato un incidente non ha nulla da temere.” Poi dal molo si diresse verso una panchina che si trovava lungo un muro laterale del municipio. Era un luogo al riparo da sguardi indiscreti, esposto al sole ancora caldo: i suoi vestiti si sarebbero asciugati in fretta e anche il cattivo odore sarebbe scomparso.

   Un incidente è un incidente.

   Si era perso una piacevole serata, con buon vino e persone simpatiche. Nulla di cui disperarsi, però. Ci sarebbero state altre opportunità e l’estate era alle porte. L’enologo Fredric Drum non poteva lamentarsi.

   Nonostante la giovane età, era conosciuto come uno dei massimi esperti di vini della città, anche grazie all’ottima fama di cui godeva il Kasserollen. Alcuni anni prima, Fredric e il suo amico Torbjørn Tinderdal, detto Tob, avevano aperto il più piccolo ma al contempo il più esclusivo ristorante di Oslo, e lo avevano chiamato Kasserollen. Si trovava in Frognerveien, una via piuttosto elegante, e aveva soltanto sei tavoli. Proponeva piatti deliziosi: il meglio della tradizione culinaria norvegese abbinato alla raffinatezza e alla creatività della cucina francese. I vini erano ricercati, importati direttamente dagli châteaux, dopo un’accurata selezione effettuata da Tob e Fredric. Per rendere il pasto perfetto, ogni portata era accompagnata dal vino che vi si abbinava al meglio. Fino a quel momento, nessun cliente era uscito insoddisfatto dal Kasserollen. Per vivere questa esperienza gastronomica, occorreva prenotare con diverse settimane d’anticipo, non bastava presentarsi sperando di trovare posto. Inoltre era l’unico ristorante di Oslo premiato con due stelle Michelin. Gli interni del minuscolo locale erano così accoglienti da attirare l’attenzione anche di chi non era interessato solo al buon cibo. Il ristorante aveva personalità nel senso più positivo del termine; era merito di Tob e del suo spiccato buon gusto per tutto ciò che riguardava estetica e comfort.

   E poi Tob era un filosofo. Dietro gli occhiali da professorino, il suo sguardo brillava di entusiasmo non appena lui e Fredric avevano un momento di tranquillità e potevano sedersi al loro consueto tavolo appartato per parlare degli argomenti più vari. Tob aveva sempre una parola saggia adatta a ogni situazione, a patto di comprenderne la profondità. Torbjørn Tinderdal era un brav’uomo, e il miglior amico che si potesse desiderare.

   Ad aiutarli c’erano degli apprendisti che venivano dall’istituto alberghiero. Il Kasserollen riceveva un gran numero di domande di lavoro non soltanto per la sua fama di ristorante migliore della città, ma anche perché Tob e Fredric avevano stabilito che i guadagni netti, tolte le bollette e le altre spese, venissero divisi equamente tra tutti coloro che lavoravano al locale: proprietari, dipendenti e apprendisti. E negli ultimi anni i profitti erano stati particolarmente sostanziosi.

   Fredric Drum non aveva davvero alcun motivo per lamentarsi.

   Il sole sarebbe presto sceso dietro le facciate dei palazzi appena costruiti lungo Aker Brygge, e si rifletteva sulla plastica del tunnel sopraelevato che permetteva ai pedoni di attraversare il traffico cittadino. La Tyrihans, una delle navi per Nesodden, stava per lasciare la banchina. Fredric giocherellava con la stella di cristallo che aveva tirato fuori dalla tasca.

  Come la scheggia di una bomba. L’impatto doveva aver staccato un frammento della carena del cabinato, che aveva poi colpito a fortissima velocità l’uomo accanto a Fredric, il tizio che lo teneva disperatamente per un braccio, mentre aspettava di sapere se i cannoni della fortezza di Akershus avessero mai sparato contro una potenza nemica. Come se quello fosse un argomento top secret, un secondo più tardi quell’uomo aveva la gola squartata, e non poteva più chiedere nulla.

   I raggi del sole del tardo pomeriggio si infrangevano sulle punte in cristallo della stella, dando vita a diverse combinazioni di colori. Fredric ne rimase incantato. Aveva avvertito spesso una sorta di comunicazione tra lui e il cristallo, tra il cristallo e l’ambiente circostante. Come se il cristallo percepisse cose che a lui sfuggivano. Fredric era sicuro che quell’oggetto gli aveva salvato la vita in almeno un’altra occasione, all’incirca due anni prima, mentre si trovava nel distretto dei migliori vini francesi. Oppure, come diceva Tob, «Il cristallo custodisce la risposta alla domanda più antica dell’umanità: Da dove veniamo? È un peccato che nessuno sia in grado di comprendere la sua lingua».

   I colori quel giorno erano diversi dal solito, ma non c’era da stupirsi. Fredric aveva assistito a un brutale incidente, e forse il campo di forza che lo univa al cristallo ne aveva conservato una traccia. In quel campo non c’era distinzione tra soggetto e oggetto, erano un unico elemento. I colori erano una sua espressione e non mentivano mai.

   Gli abiti di Fredric ormai erano quasi asciutti. Accanto a lui, adagiato sulla panchina in un piccolo fagotto, c’era l’asciugamano verdognolo in cui aveva avvolto quell’oggetto malridotto che somigliava a una bambola. Per un attimo pensò di gettare tutto nella spazzatura, ma poi cambiò idea. Perché non portare a casa il “reperto”, invece, ed esaminarlo meglio? Del resto era un po’ che se lo trascinava dietro, senza sapere bene perché.

   Riuscì a fermare un taxi.

   La pensione in cui abitava si chiamava Morgan e si trovava in Parkveien. Era tranquilla, silenziosa e di un certo livello. Fredric viveva lì da circa un anno, e aveva quasi raggiunto il suorecord personale. Nel corso degli anni si era trasferito da una pensione all’altra; non aveva mai affittato né tantomeno acquistato un appartamento. Tob e gli altri suoi amici lo avevano spesso criticato per quella strana abitudine. Ritenevano che non potesse farsi una vita privata, senza un luogo dove mettere radici e sentirsi “a casa”.

   Radici? Casa? Fredric non aveva mai capito il loro punto di vista. Cosa se ne faceva di una “casa”? Non aveva comunque delle radici? Stava bene. La sua vita era semplice e senza complicazioni. Nessun vincolo materiale. Nessun ingombro di beni terreni, tranne la sua enorme collezione di vini, che aveva sempre più difficoltà a gestire e spostare. Forse proprio per questo motivo era rimasto alla Morgan tanto a lungo. Altrimenti era solito cambiare posto all’incirca ogni sei mesi. Sembrava infatti che una legge inalterabile fosse comune a tutte le pensioni in cui risiedeva: dopo circa sei mesi di soggiorno relativamente anonimo, iniziava una fase in cui i dipendenti e gli altri ospiti si trasformavano in famigliari invadenti. Le abitudini di Fredric venivano incorporate in una routine che rispecchiava l’atmosfera della pensione. Gli sembrava di essere diventato un ingranaggio organico di un lugubre macchinario. E quello era il momento in cui decideva di trasferirsi.

   Radici? Casa? Forse un giorno. Ma un giorno lontano. Era un sogno vago, una prospettiva sfuggente.

   Chiuse a chiave la porta d’ingresso della pensione, percorse il corridoio lungo e silenzioso e arrivò alla sua stanza o, per meglio dire, alle sue stanze. Aveva affittato un piccolo salotto e una camera da letto. Nel salotto c’erano solo pochi mobili indispensabili: una grande scrivania chiara su cui erano posati fogli e libri in pile ordinate, una libreria, due comode poltrone e un tavolino da caffè in stile classico. Lungo le pareti erano allineati diversi portabottiglie, tutti pieni: per la precisione, in base all’ultimo conteggio, la collezione era di trecentoquaranta pezzi.

   Appoggiò la bambola avvolta nell’asciugamano sul tavolino da caffè.

   Fece una doccia fischiettando poi indossò degli abiti puliti. Sentiva uno strano sfarfallio allo stomaco e si divertì a fare buffe smorfie davantiallo specchio. Era la primavera? No, c’era altro. Entro poche settimane sarebbe partito per un’emozionante avventura con un amico inglese. Nutriva grandi, rosee aspettative.

   Vino. Perché non concedersi un buon vino della sua cantina? Non doveva certo privarsene solo perché aveva perso la degustazione a Hovedøya. In quel momento gli altri si trovavano sull’isola e annusavano, assaggiavano, sputavano. A dire il vero pochi sputavano davvero il buon vino. Forse soltanto i ragazzi del Vinmonopolet, il negozio di vini e liquori. Se erano stati invitati.

 

L’autore. 

Gert Nygårdshaug, 2011.

Gert Nygårdshaug (Tynset, 1946) è attivista ambientale e autore di quasi quaranta libri, tra cui Mengele Zoo, thriller “ecologico” di prossima pubblicazione per SEM, che gli è valso un immenso riconoscimento da parte della critica e del pubblico, e ha venduto solo in Norvegia 400.000 copie. Figlio di un contadino, è cresciuto in una fattoria nel nord Østerdalen, nella Norvegia orientale. Dopo essersi diplomato a Tynset nel 1965, si trasferisce a Oslo dove inizia a studiare all’Università. Nel 1972 interrompe gli studi in sociologia. Nel corso della sua vita sperimenta diversi lavori: falegname, marinaio, forestale, insegnante di filosofia presso la Scuola Nansendi Lillehammer, carpentiere.

Debutta come scrittore appena ventenne con una raccolta di poesie. Dagli anni Ottanta si dedica completamente alla scrittura: nel 1981 pubblica la sua prima raccolta di racconti, Solfiolinen, e l’anno dopo il romanzo Bastionen. A questi faranno seguito numerosi altri titoli, quasi uno all’anno. L’amuleto è il primo romanzo di una serie di dodici libri incentrati sulla figura di   Fredric Drum, crittografo e sommelier.

L’ amuleto

Gert Nygårdshaug  

Traduttore: A. Romanzi

Editore: SEM

Anno edizione: 2018

Pagine: 191 p., Brossura

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3 Commenti

  1. Elisabetta Bordieri

    24 Febbraio 2019 a 18:35

    Work in progress. Grazie a lei Amm.

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    24 Febbraio 2019 a 18:16

    Mi ha incuriosito. Lo leggerò a breve.
    Grazie

    rispondere

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